sabato 23 dicembre 2023

 
LA PAPESSA 
(2009)
 
Titolo originale: Die Päpstin
Lingua originale: Inglese, latino ecclesiastico 
Paese di produzione: Germania, Regno Unito, Italia,
    Spagna
Anno: 2009
Durata: 149 min
Rapporto: 2,35:1
Genere: Epico, storico
Regia: Sönke Wortmann
Soggetto: Dall'omonimo romanzo di Donna Woolfolk Cross
Sceneggiatura: Heinrich Hadding, Sönke Wortmann
Produttore: Martin Moszkowicz, Oliver Berben,
    Christine Rothe
Casa di produzione: Constantin Film, ARD Degeto Film,
    Dune Films
Distribuzione in italiano: Medusa Film
Fotografia: Tom Fährmann
Montaggio: Hans Funck
Musiche: Marcel Barsotti
Scenografia: Bernd Lepel
Costumi: Esther Walz
Interpreti e personaggi:
    Johanna Wokalek: Giovanna 
    David Wenham: Conte Gerold
    John Goodman: Papa Sergio II
    Edward Petherbridge: Esculapio
    Anatole Taubman: Anastasio, il bibliotecario 
    Jördis Triebel: Gudrun, madre di Giovanna
    Gerald Alexander Held: Imperatore Lotario
    Tigerlily Hutchinson: Giovanna a 6-9 anni
    Lotte Flack: Giovanna a 10-14 anni 
    Tabitha Christina Rieger: Giovanna bambina 
    Iain Glen: Il padre di Giovanna 
    Jan-Hendrik Kiefer: Giovanni, fratello di Giovanna 
    William Stütz: Giovanni a 9-12 anni 
    Jack Flack: Giovanni a 3 anni 
    Sandro Lohmann: Matteo, fratello di Giovanna 
    Lukas T. Berglund: Matteo a 6 anni 
    Oliver Nägele: Vescovo Fulgenzio 
    Marc Bischoff: Odo, il maestro 
    Claudia Michelsen: Contessa Richilde 
    Oliver Cotton: Arsenio, il padre di Anastasio
    Suzanne Bertish: Arnaldo
    Richard van Weyden: Eustasio
    Branko Tomovic: Pasquale
    Giorgio Lupano: Imprenditore romano 
    Nicholas Woodeson: Arighis, il Nomenclatore 
    Suzanne Bertish: Arnalda / Vescovo Arnaldo
Doppiatori italiani:
    Laura Lenghi: Giovanna
    Francesco Bulckaen: Conte Gerold
    Stefano De Sando: Papa Sergio II
    Dario Penne: Esculapio
    Alessio Cigliano: Anastasio, il bibliotecario
    Antonella Baldini: Gudrun, madre di Giovanna 
    Franco Mannella: Imperatore Lotario
    Aurora Manni: Giovanna a 10-14 anni
    Roberto Pedicini: Il padre di Giovanna 
    Luciano De Ambrosis: Arsenio, il padre di Anastasio
    Sonia Scotti: Arnalda / Vescovo Arnaldo
    Saverio Moriones: Eustasio
    Francesco Sechi: Pasquale 
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: Pope Joan 
   Francese: La Papesse Jeanne 
   Spagnolo (Spagna): La papisa
   Spagnolo (Spagna): La mujer papa
   Spagnolo (America Latina): La pontífice 
   Portoghese: A Papisa Joana 
   Russo: Иоанна — женщина на папском престоле 
Budget (stimato): 22 milioni di dollari US 
Box office (al giugno 2010): 24,4 milioni di dollari US 
 
Trama: 
Anno del Signore 814. Nello stesso giorno della morte di Carlo Magno, a Ingelheim, in Franconia, nasce una bambina di nome Giovanna (Johanna). È figlia del prete del villaggio, un missionario inglese severo e d'indole violenta. Visto che in quel contesto il celibato ecclesiastico è lettera morta, questo prete ha una moglie sassone, una donna esperta di erboristeria che segretamente adora ancora il dio pagano Wodan. Nonostante la durezza del padre, che governa la famiglia con pugno di ferro, Giovanna cresce diventando una ragazza eloquente, dall'intelligenza acuta e vivace. La giovane ha imparato a leggere e a scrivere con le sue sole forze. Conosce il latino e studia intensamente la Bibbia, all'insaputa del padre. Dopo l'improvvisa morte del fratello maggiore, ucciso da una polmonite dopo una notte di tragedia, il padre vorrebbe mandare il secondogenito Giovanni (Johannes) alla scuola della cattedrale di Dorestad. Tuttavia, quando il maestro Esculapio visita la famiglia a Ingelheim, Giovanna si dimostra molto più abile del fratello nell'affrontare le Scritture. Contro il volere del padre, Giovanna viene istruita da Esculapio, che le insegna il greco e la inizia a opere letterarie come l'Odissea di Omero. 
Quando un messaggero del vescovo giunge a prendere Giovanna per portarla alla scuola della cattedrale, suo padre sostiene che si sia verificato un errore e gli permette di andarsene soltanto con l'altro figlio. Giovanna fugge di casa di notte e trova suo fratello accanto al corpo del messaggero episcopale ucciso. Il bandito che lo ha abbattuto, un sassone ribelle e pagano, taglia al cadavere il dito con l'anello prezioso, simbolo del potere ecclesiastico, quindi si dilegua nella foresta. Giovanna e il fratello raggiungono Dorestad, dove il Vescovo reagisce con grande sorpresa alle forti parole della ragazza. L'insegnante Odo la accoglie controvoglia nella sua classe. Il Conte Gerold, tuttavia, sostiene Giovanna, ormai adolescente, ospitandola in casa sua (in seguito si innamorerà di lei). Poco dopo, il nobile deve andare in guerra nell'esercito di Lotario I, impegnato a combattere la guerra di successione e a respingere i Vichinghi; sua moglie Richilde approfitta della sua assenza per cercare di organizzare il matrimonio di Giovanna con un contadino incredibilmente grossolano, sperando così di liberarsi di una pericolosa rivale. 
I Vichinghi irrompono nella chiesa durante la cerimonia nuziale, uccidono il Vescovo che sta celebrando e compiono un sanguinoso massacro. Giovanna riesce a malapena a scappare, mentre suo fratello Giovanni viene abbattuto da un fendente di spada assieme a un gran numero di ragazzi e ragazze della nobiltà dei Franchi. Temendo, con qualche ragione, di poter finire brutalizzata, Giovanna si nasconde e di notte riesce ad abbandonare la città. Si taglia i capelli, si traveste da uomo, quindi raggiunge il monastero benedettino di Fulda, dove assume il nome di Frater Johannes Anglicus e prende i voti. Rimane a lungo in quell'austera comunità religiosa, acquistando l'ammirazione di tutti per la sua profonda conoscenza della medicina e dell'erboristeria. 
Quando una febbre si diffonde nel monastero, anche Giovanna si ammala e riesce a evitare un'improvvida visita medica solo grazie a un anziano monaco, che aveva scoperto la sua vera identità femminile già anni prima. Col suo aiuto, riesce a fugge dal monastero e trova rifugio da Arn, il figlio di una donna che aveva aiutato anni prima, guarendola da una malattia cutanea erroneamente considerata lebbra. Arn la nomina precettore di sua figlia Arnalda, che dimostra grandi capacità intellettiva ed è avida di conoscenza. 
Giovanna decide di riprendere il suo travestimento maschile e si reca in pellegrinaggio a Roma per mettere a frutto le sue conoscenze e diventare Medicus. A Roma si guadagna una grande reputazione curando Papa Sergio II dalla gotta con i suoi rimedi, costringendolo a una dieta draconiana e imponendogli la totale privazione del vino. Riconoscente, Sergio la nomina suo medico personale e in seguito la insignisce della prestigiosa carica di Nomenclator. Quando il Papa minaccia Lotario I per non aver confermato la sua elezione, questi marcia verso Roma per sottometterlo. Utilizzando un ingegnoso dispositivo idraulico escogitato e fatto costruire da Giovanna, il grande portone del palazzo papale si chiude da solo, cosa che viene vista dell'esercito dei Franchi come un atto divino. Papa Sergio minaccia Lotario e i suoi soldati con l'ira di Dio se non gli renderanno omaggio. Tutti i militi Franchi si inginocchiano, e lo stesso Lotario li segue a malincuore, obtorto collo. Affascinato da ciò che ha visto, Gerold, giunto al seguito di Lotario, riconosce prontamente Giovanna dalla sua opera d'ingegneria e le rivela il suo desiderio. Lei è combattuta tra la sua identità maschile e quella femminile: teme di poter compiere per questo motivo un atto di "sodomia virtuale", anche se utilizza per il proprio piacere soltanto il vaso procreativo. 
Nel frattempo, il maligno e femmineo Anastasio, alleato di Lotario, complotta con successo per assassinare Sergio e diventare Papa lui stesso, ma il popolo elegge Giovanna come sua successore per acclamazione. Durante il suo pontificato, Giovanna si presenta come un Papa caritatevole, aiutando donne e bambini. Nomina Gerold capo dell'Esercito Papale e accoglie il suo grosso fallo nella Natura, facendosi seminare. Tuttavia, rimane incinta e il suo Regno è quindi in gravissimo pericolo. Cerca di rimandare il parto a dopo Pasqua, ma Gerold viene ucciso durante la processione dai cospiratori guidati dal perfido e sodomitico Anastasio. Quello stesso giorno Giovanna collassa e muore di parto, rivelando all'Urbe e al mondo il suo terribile segreto, in grado di scuotere le fondamenta della Cristianità.
Come la voce narrante ci spiega, l'abietto Anastasio le succede, ma poco dopo viene deposto dal popolo romano ed esiliato in un monastero. In quel luogo austero, dove non può dare sfogo alle sue bramosie, scrive un'opera ponderosa: il Liber Pontificalis, un elenco dei Papi, da cui omette Giovanna, come ultimo atto di vendetta. Molti anni dopo, la storia della Papessa viene resa nota dal Vescovo Arnaldo, che si scopre essere in realtà Arnalda, figlia di Arn. 

Citazioni: 

"Il primo giorno di vita di Giovanna fu l'ultimo di Carlo. Lo chiamavano Carlo Magno, ma nella zona orientale dell'Impero Carolingio, in quella che prima era la Germania, la popolazione lo ricordava ancora, mentre con il suo esercito mettera le terre a ferro e fuoco per combattere il Paganesimo. Ma in quell'anno, sopravvivere all'inverno era la preoccupazione maggiore per quelle genti."
(Voce narrante di Arnaldo)

"Questa è Roma, Giovanna. Qui le persone scomode le uccidono. Non importa se sono buone o potenti."
(Conte Gerold)

Dialoghi: 

Padre di Giovanna: "La fede si fonda sull'indiscutibile autorità delle Sacre Scritture e non sui trattati dei filosofi."
Esculapio: "Ma ammetterete che la nostra capacità di essere raziocinanti è un dono di Dio."
Padre di Giovanna: "E suo soltanto."
Esculapio: "E allora perché studiare la filosofia minaccerebbe la fede? Se la ragione è un dono del Signore, come potrebbe allontanarci da lui? Temere la logica non dimostra quindi una mancanza di fede nella sua onniscienza e nel suo amore per il genere umano? Una fede salda non ha nulla da temere, perché se davvero Dio esiste la logica può soltanto condurci fino a lui. Cogito, ergo Deus est. Penso, di conseguenza Dio esiste."


Recensione: 
Il film di Wortmann (1959 - vivente), come il precedente di Michael Anderson (Pope Joan, 1972), è basato sulla popolare storia della Papessa, diffusasi a partire dal Medioevo e perdurata a lungo nell'immaginario collettivo. La Papessa Giovanna è stata menzionata in opere pubblicate diversi secoli dopo il suo regno, considerate pura e semplici "favole" dalla Chiesa di Roma. La maggior parte degli studiosi moderni, succube del Papato, ha liquidato queste interessanti storie come frutto di mera fantasia, a causa della supposta mancanza di documentazione contemporanea, oltre che dalla smentita tramite prove indirette sommamente capziose. Abbondano nel Web numerose opinioni considerate "complottiste", secondo cui la mancanza di prove sarebbe il risultato dei tentativi riusciti della Chiesa Romana di cancellare l'esistenza di Giovanna dalla storia. Eppure a riportare la leggenda della Papessa furono ecclesiastici come i domenicani Giovanni di Metz (cit. 1240) e Martino Polono (Martini Oppavensis Chronicon pontificum et imperatorum), oltre ad autori di chiarissima fama come Giovanni Boccaccio (De mulieribus claris, cap. LXXXXVIII). Siamo sicuri che si possa etichettare tutto ciò come banale "complottismo"? Per non essere linciato dagli accademici, dirò che il rumore di fondo è forte e la questione rimane quindi controversa. Personalmente, sono convinto che la Papessa Giovanna sia davvero esistita e che un giorno tutta la verità verrà finalmente a galla. 
Mi è molto piaciuta quest'opera di Wortmann, che ritengo complementare a quella di Anderson. Non la considero un remake. Splendida l'interpretazione della protagonista, Johanna Wokalek. L'attrice ha una fisionomia molto delicata e particolare, unita a un carattere indomito. È robusto e imperioso il biondiccio David Wenham nella parte del nobile franco, il Conte Gerold. Notevole John Goodman nella parte di Papa Sergio II, bilioso ma intelligentissimo. Meritevole è senza dubbio Jördis Triebel nel ruolo della santa moglie dell'odioso missionario inglese, interpretato da Iain Glen: non si riesce a capire come faccia a sopportare così stoicamente ogni sorta di angheria, umiliazione morale e violenza. 


Il padre di Giovanna:
un confronto col film del 1972

Prima ho visto il film di Wortmann, poi quello di Anderson che ne è stato il predecessore. Sono subito rimasto colpito nel riscontrare una certa somiglianza fisica degli attori che hanno interpretato il padre della futura Papessa nelle due pellicole: Jeremy Kemp (1972) e Iain Glen (2009). Per quanto riguarda l'indole e le inclinazioni, non c'è invece nessun parallelismo: non potrebbero esistere due personalità più dissimili. Credo che questa bizzarria sia il frutto di una scelta intenzionale. Non c'è altra spiegazione possibile. Il padre di Giovanna mostrato da Anderson è pacifico, mansueto: crede fermamente che Dio sia innanzitutto Amore, non odio e vendetta. Il padre di Giovanna mostrato da Wortmann è un fanatico pazzo che per reprimere le credenze pagane utilizza la violenza e persino lo stupro, con la scusa di esorcizzare!


Il sassone che viveva come un lupo 

Rispetto al film di Anderson del 1972, c'è meno attenzione ai Sassoni, stirpe a cui apparteneva la madre di Giovanna. In particolare, non viene fatta menzione alcuna della Rivolta degli Stellinga. Compare tuttavia un bandito (warg), la cui casa è la foresta. Si tratta evidentemente di un dissidente religioso, il cui odio nei confronti degli ecclesiastici è assoluto. Mi si dirà che Wortmann mostra nella sua opera che Giovanna nacque e crebbe nella regione di Magonza, in quella che è chiamata Renania-Palatinato - in accordo con Martino Polono, che la chiama Iohannes Maguntinus, oltre che Anglicus. Quindi è una terra abbastanza lontana dalla Sassonia (attuale Bassa Sassonia, circa 400 km di distanza). Questo pone tuttavia alcuni problemi di coerenza tra tradizioni diverse. Più avanti nella pellicola, possiamo ascoltare un interessante dialogo tra Papa Sergio II e Giovanna, che riporto: 

Sergio II: "Allora, parlatemi di voi, Giovanni. Venite dalla Franconia, eppure vi chiamate Anglicus"
Giovanna: "Mio padre è nato in Britannia, ma voleva predicare il Signore tra i Sassoni." 
Sergio II: "Ah, i Sassoni. Un popolo senza Dio."
Giovanna: "Molti sono cristiani, adesso, per quanto lo sia chi è stato portato alla Fede con il fuoco e la spada.
Sergio II: "È il dovere della Chiesa convertire i Pagani." 
Giovanna: "Sì, ma che cos'è un giuramento estorto con la forza?" 
Sergio II: "Eppure Cristo ci comanda di diffondere la Parola di Dio fra tutte le razze della Terra, e di battezzare il suo popolo."
Giovanna: "Ma, considerate l'ordine del comandamento: prima diffondere la Parola, dopo battezzare. Come possiamo offrire il Sacramento del Battesimo prima che la Fede venga accolta dal cuore? 
Sergio II: "Voi ragionate bene. Dove siete stato educato? 
Giovanna: "È stato un maestro greco, di nome Esculapio, a istruirmi. Poi sono stato alla scuola di Dorestad e in seguito nella Confraternita di Fulda." 

Interessante quel beffardo "voi ragionate bene". Carlo Magno aveva pronunciato un voto di sterminio, pronto ad annientare i Sassoni se non avessero accettato di essere battezzati. Le idee di quel sovrano sono ancora oggi considerate tra i "valori fondanti" della Casa Comune Europea e gli è intitolato un premio. Viva i Sassoni! 


 
Gare di scorregge alla corte del Vescovo! 

Il Vescovo nella sua sede di Dorestad conduce una vita dissoluta e sfrenata, che con Cristo ha ben poco a che vedere. Quando Giovnna viene condotta col fratello alla presenza del pingue ecclesiastico, questi sta banchettando ed è in compagnia di una bellissima donna dalla chioma corvina. Una compagnia tutt'altro che casta: lei mi mette una mano tra le gambe! L'atmosfera alla festa è piuttosto pesante, perché avvolta in una densissima coltre di gas mefitici, formatasi a causa della turbolenta attività delle viscere dei molti convitati. C'è poi chi alimenta a bella posta questa produzione di peti, che vengono incendiati da una servetta biondiccia per mezzo di una candela, provocando potenti fiammate! 


Il Vichingo e il Vescovo

Poi, qualche tempo dopo il banchetto dei peti fiammeggianti, giunge la Nemesi. Mentre il Vescovo obeso sta celebrando il matrimonio forzato di Giovanna con un villico, arriva un fierissimo capo Vichingo, che va dritto davanti all'altare, con la spada in pugno. Fissa il Vescovo, che è preso dal terrore e si smerda addosso. Pensando di salvarsi la vita, l'ecclesiastico alza innanzi a sé il grosso volume delle Scritture, come se avesse il potere di fermare il ferro tramite un improbabile miracolo, e pronuncia qualche vana parola di minaccia. Il Vichingo fende le Scritture con la lama. Non accade nulla di soprannaturale. Sembra che gli occhi dell'ecclesiastico dal sembiante porcino strabuzzino dalle orbite. Il guerriero lo decapita con un colpo netto! Poi prende la grande croce dall'altare e la esibisce come un trofeo, urlando di trionfo. 
C'è un paradosso. Da una parte c'è il Vescovo simoniaco che fa orge, crapula e scorreggia, tutto in nome di Dio; invoca Cristo usandolo come strumento di iniquo potere. Dall'altra c'è il Vichingo, pieno d'ira, che attacca ciò che è un pericolo per il Costume dei suoi Avi. Il primo è più anticristiano del secondo. 


Qualche nota linguistica 

1) Etimologia di Gerold 
L'antroponimo Gerold deriva dal protogermanico *Gaizawaldaz "Dominatore dei Giavellotti", "Principe dei Giavellotti" (< *gaizaz "giavellotto" + -waldaz "dominatore", "principe").
2) Sassone e norreno:  
Il nome Gudrun è tipicamente norreno (Guðrún) e appartiene a una valchiria, chiamata anche Grimhildr. Nella lingua dei Sassoni, la donna sarebbe stata con ogni probabilità chiamata Krimhild. Quando Gudrun parla alla figlia Giovanna dell'antica mitologia, ne menziona i personaggi usando le forme norrene, Odino (Óðinn) e Mimir (Mímir), anziché quelle sassoni, Wôdan e *Mîmi. Verosimilmente, allo sceneggiatore e al regista mancano le nozioni fondamentali della filologia germanica: non distinguono le lingue germaniche settentrionali da quelle occidentali. Peggio, pensano che tutto ciò che è non-cristiano debba essere per forza di cose norreno. Non ho avendo letto il romanzo della Woolfolk Cross, non so dire se questi errori vi fossero già presenti. 
3) La lingua greca: 
Notiamo l'importanza della lingua greca nella formazione della giovane Giovanna. Mentre nel film di Anderson la ragazza, che sarebbe diventata la Papessa, riceveva la sua istruzione direttamente ad Atene, nel film di Wortmann la lingua greca le viene insegnata da un maestro itinerante, Esculapio, che possiede una grande conoscenza dell'antica Ellade, un caso quasi unico in quel contesto. Infatti, come specifica Giovanna a Papa Sergio, Esculapio non appartiene certo ai Franchi, essendo un nativo della Grecia migrato a Occidente. 


Il Papa sostituito

Per quanto possa sembrare strano, è stato fatto un pasticcio storico. La Papessa Giovanna (Giovanni VIII) avrebbe regnato tra Leone IV e Benedetto III, dall'855 all'857. Sergio II, che regnò per tre anni e due giorni, dall'844 all'847, fu invece il predecessore di Leone IV, il cui regnò durò 8 anni e 98 giorni, dall'847 all'855. Non so bene a cosa sia dovuta questa incongruenza, che a quanto pare è presente già nel romanzo di Donna Woolfolk Cross. L'autrice sostiene di aver condotto ricerche per proprio conto, ma sono piuttosto scettico sulla validità dei suoi risultati. In quest'epoca si è diffusa in modo capillare la nociva idea che la conoscenza della Storia (e anche quella del mito) si debba fondare sull'arbitrio degli autori di romanzi storici e sugli adattamenti cinematografiche delle loro opere. 


Vescovi con la figa! 

Nel finale del film, Arnalda lascia intendere che potessero esserci molti altri ecclesiastici di rango che nascondevano il loro sesso femminile, proprio come lei. Il problema è che, per scongiurare il ripetersi di un caso come quello della Papessa, sono state prese contromisure. Gli storici lo negano in modo pervicace, ritengono che si tratti di un mito anticlericale inventato in ambienti della Riforma Protestante. In realtà è tutto vero: è esistita una sedia forata, fatta di porfido rosso, su cui si sedeva il Papa appena eletto, in modo tale che un porporato infilasse la mano sotto per verificare l'effettivo sesso maschile. Solo in presenza di testicoli ben formati e di pene, si procedeva con la formula di rito (riportata in vari modi: "Virgam et testiculos habet", oppure "Testiculos habet et bene pendentes"), perché chi non ha testicoli non può essere fatto Papa (Testiculos qui non habet, Papa esse non posset, ossia "chi non ha testicoli, non potrà essere Papa"). Ebbene no, non era previsto che il verificatore procedesse a masturbare. ☺☺☺ Soltanto a procedura completata, superata la prova della virilità, si procedeva alla consacrazione e all'incoronazione con la tiara. Ci sono testimonianze del fatto che questa cerimonia era realmente praticata. In un'occasione, un prelato gallese, Adamo di Usk (1352 - 1430), vi poté assistere con i suoi occhi quando fu eletto Innocenzo VII (1336 circa - 1406): "Il Papa scende da cavallo per essere intronizzato ed entra nella chiesa. Quivi siede sulla cattedra porfirea fortata in basso, affinché il cardinale più giovane s'accerti della virilità e quindi cantandosi il Te Deum vien condotto all'altare" (Praz, 1979). Perché non viene data credibilità alla testimonianza di Adamo di Usk? Perché la Chiesa Romana, che nei secoli ha esercitato un'immensa influenza sulle università e sulla cultura, agisce tuttora attivamente per screditare chiunque le possa recare un nocumento anche minimo. Possiamo dire che in ogni caso il personaggio del film di Wortmann, Arnalda, non avrebbe mai realizzato il suo sogno di vedere un altro Papa dotato di cunnus

Altre recensioni e reazioni nel Web 

A quanto pare, il film di Wortmann non ha riscosso grande successo. Anzi, ha attirato un numero enorme di giudizi negativi, biliosi, furiosi, collerici. È stato considerato "banale", "approssimativo", "ridicolo" e via discorrendo. Nessuna di queste critiche sembra essere riconducibile in modo diretto alla Chiesa Romana. Hanno l'aria di essere puri e semplici tecnicismi, aventi come causa qualche aspetto non gradito come lo spessore dei personaggi, la sceneggiatura, la regia e via discorrendo. Eppure la loro insistenza ha dell'incredibile. Si può pensare che, sotto sotto, nascondano motivazioni religiose. In buona sostanza, la figura della Papessa non piace e non se ne deve parlare.
Riporto alcuni interventi pubblicati sul sito di critica cinematografica Il Davinotti.


Galbo ha scritto: "Tirate le somme tuttavia, l'interprete principale Johanna Wokalek, si rivela una della poche note positive di un film che ha i suo limite più evidenti in una sceneggiatura approssimativa che delinea caratteri banali e in una realizzazione spesso approssimativa."
Pigro ha scritto: "D’accordo che la storia della papessa è inventata, ma la ricostruzione storica pressappochista e fantasiosa disturba la visione, dando l’impressione di un pasticcio che contrasta con ciò che apparentemente dovrebbe essere un’opera seria, se non altro per i temi lambiti: la parità dei sessi, la forza della volontà..."
E ancora: "I personaggi sono rigidi, senza sfumature, così come le situazioni: è tutto superficiale nonostante si abbia l’impressione che venga proposto qualcosa di profondo. Un’occasione persa in una macedonia da ambizioso feuilleton." 
Didda23 ha scritto: "Purtroppo la realizzazione tecnica e registica lascia spesso a desiderare per mancanza di mordente e coraggio. La sceneggiatura scade troppo spesso nel banale e i dialoghi non sono così ficcanti. Si salvano il ritmo narrativo e la prova convincente della protagonista." 
Cotola ha scritto: "E' necessario vedendo un film del genere soprassedere sulla sua presunta storicità. Anche così facendo però la pellicola resta quello che è: una pessima soap priva di qualsiasi verosimiglianza e di qualsiasi tipo di spessore in cui il ridicolo, ovviamente involontario, è sempre dietro l'angolo." 
Non contento, infierisce: "Rozzo e pressappocchista come non accade spesso nemmeno nel peggiore cinema contemporaneo, raggiunge nel finale inaduite (sic) vette "trash" tali che è difficile trattenere il riso. La storia ed il mito sono cose serie e non vanno maltrattate così. Abominevole" 
Markus ha scritto: "Film pretenzioso che vorrebbe essere storiografico, ma in realtà (così com’è stato fatto) ha il carattere del trash. Il ritmo narrativo è sostenuto, ma pecca di continui passaggi forzati e involontarie situazioni ridanciane. La papessa ci mostra persino il suo "santo" deretano!" 
A parte il fatto che quel deretano è sensualissimo, trovo indegno ed esagerato il seguito: "L’amico venuto con me al cinema, all’uscita, ha commentato così: “talmente inverosimile da rasentare il grottesco”. Risate in sala con dito puntato sullo schermo… Pazzesco!" 

giovedì 21 dicembre 2023


LA PAPESSA GIOVANNA
(1972)

Titolo originale: Pope Joan 
AKA: The Devil's Imposter 
Lingua originale: Inglese
Paese di produzione: Regno Unito
Anno: 1972
Durata: 132 min
Colore: Colore
Rapporto: 2,35:1 
Sonoro: Mono 
Genere: Drammatico, storico 
Regia: Michael Anderson
Sceneggiatura: John Briley
Produttore: Kurt Unger
Produttore esecutivo: Leonard C. Lane
Fotografia: Billy Williams
Montaggio: Bill Lenny
Musiche: Maurice Jarre
Scenografia: Elliot Scott
Costumi: Jackie Cummins
Trucco: Gordon Bond, George Partleton 
Interpreti e personaggi:
   Liv Ullmann: Papessa Giovanna
   Olivia de Havilland: Madre Superiora
   Lesley-Anne Down: Cecilia
   Franco Nero: Ludovico II il Giovane (Luigi)
   Jeremy Kemp: Padre di Giovanna
   Natasa Nicolescu: Madre di Giovanna
   Sharon Winter: Giovanna bambina 
     (non Sharob, come riportato dalla Wikipedia in italiano)
   Margareta Pogonat: Donna sassone 
   Richard Bebb: Signore del maniero
   Peter Arne: Richard
   Patrick Magee: Monaco anziano
   George Innes: Monaco
   Nigel Havers: Monaco giovane
   Susan Macready: Suor Nunziata
   Shelagh Wilcocks: Suor Luisa
   Maximilian Schell: Frate Adriano 
   André Morell: Imperatore Ludovico il Pio
   Trevor Howard: Papa Leone IV
   Martin Benson: Lotario I
   Richard Pearson: Padre Timoteo 
   John Shrapnel: Padre Giacomo 
   Manning Wilson: Vescovo
   Phillip Ross: Contadino nella capanna 
   Fred Wood: Contadino sassone con le orecchie a sventola  
   Duncan Lamont : 1° soldato ferito 
   Ion Grapini: 2° soldato ferito 
   Derek Farr: Conte Brisini 
   Non identificati: 
   Il sassone pagano fulvo che sputa 
Doppiatori italiani: 
   Benita Martini: Madre Superiora 
Titoli in altre lingue: 
   Tedesco: Papst Johanna 
   Francese: Jeanne, papesse du diable 
   Spagnolo: La papisa Juana 
   Rumeno: Papesa Ioana 
   Polacco: Papież Joanna 
   Finlandese: Petos 

Introduzione: 

"Since its first appearence in writing in medieval times a legend has persisted that during the turbulent ninth century a woman ascended to the Chair of St. Peter. 
The era was one of savagery and corruption where the Church was more often a refuge than a vocation, celibacy was not a universal requirement and it was not unusual for a nun to have a paramour or a monk to have a concubine. 
Of all the stories and legends of this violent time... this is one of the most enduring..." 

Traduzione: 

"Fin dalla sua prima apparizione scritta in epoca medievale, si è perpetuata una leggenda secondo cui, durante il turbolento IX secolo, una donna sarebbe salita al trono di San Pietro.
L'epoca era un'epoca di barbarie e corruzione, in cui la Chiesa era più spesso un rifugio che una vocazione, il celibato non era un requisito universale e non era insolito che una suora avesse un amante o un monaco una concubina.
Di tutte le storie e le leggende di quest'epoca violenta... questa è una delle più durature..."

Citazioni: 
"Come può la donna essere inferiore all'uomo nella Creazione? Lei fu creata da una costola di Adamo, ma Adamo fu creato dall'argilla. Eva ha quindi la medesima origine. In quanto a forza di volontà la donna può essere considerata superiore all'uomo. Eva mangiò la mela per amore della conoscenza e dell'erudizione. Adamo mangiò la mela soltanto perché fu Eva a chiederglielo..." 
(Giovanna) 

Trama: 
Siamo nella parte più turbolenta dell'Impero Franco della prima metà del IX secolo: la Sassonia. Giovanna viaggia di paese in paese con la madre e il padre, un missionario itinerante inglese che predica ovunque si presenti l'occasione, cercando di convincere la popolazione ad abbandonare i culti pagani. Giovanna, a cui il padre ha insegnato a leggere e scrivere fin da giovanissima, è in grado di aiutarlo con i sermoni. Legge i testi biblici facendo restare attonito chi ascolta. È considerata una specie di fenomeno da baraccone, poiché nessuno più credere che una ragazza così giovane sia dotata di tali capacità. Il padre di Giovanna propone a un gruppo di Sassoni di ospitarlo in cambio della lettura di passi del Vangelo. Il capo dei Sassoni, un uomo fulvo, sputa, destando lo stupore del predicatore. Sua moglie invece si segna e accoglie i bisognosi. "Più andiamo verso nord, più ci guardano male", nota il missionario. Anni dopo, morta la madre di Giovanna, il padre viene stroncato da un infarto mentre implora i contadini di accettare il Cristianesimo. Quelli certo pensano che Wodan l'abbia trafitto con la sua lancia, esultando in cuor loro, ma ritengono prudente non manifestare apertamente la loro gioia davanti a Giovanna, che continua il sermone del padre defunto e li convince a segnarsi. 
Ora Giovanna è sola al mondo. Tre monaci, che viaggiavano con lei e suo padre, subito approfittano della situazione e la violentano. Traumatizzata, Giovanna entra in un monastero e diviene suora, pensando che sia la sua vera vocazione. Lì incontra il monaco Adriano, che dipinge immagini dei santi. Tra lui e Giovanna inizia presto una storia d'amore, perché in quell'ambiente non vengono osservati né il celibato né la castità. 
Un giorno, una grande notizia giunge al monastero: l'Imperatore Ludovico il Pio è morto. I suoi figli Lotario e Carlo si contendono il trono. Lotario ha conquistato l'entusiastico appoggio dei Sassoni alla sua causa autorizzando il culto di Wodan. Gli insorti attaccano il monastero e lo incendiano, portando morte e devastazione. L'amica di Giovanna, la bellissima suor Cecilia, viene stuprata da molti guerrieri e uccisa. La Madre Superiora viene crocifissa a testa in giù e bruciata. Adriano e Giovanna riescono a fuggire per un pelo a questo inferno. Per facilitare la fuga, Giovanna si taglia i capelli e si traveste da monaco, prendendo il nome di Giovanni. Così Adriano e "Frate Giovanni" incontrano l'esercito di Lotario e del suo figlio maggiore, Ludovico (Luigi). In una recente battaglia, molti guerrieri Franchi sono stati gravemente feriti e agonizzano. A "Frate Giovanni" viene chiesto di ascoltare le loro confessioni, ma egli rifiuta perché non è stato ordinato. Lo conducono quindi davanti al Vescovo, che lo ordina immediatamente: assolve così i moribondi. Il giorno dopo, l'accampamento viene sciolto. Frate Adriano e "Frate Giovanni" approfittano della confusione per abbandonare l'esercito di Lotario, dirigendosi a sud. Arrivano così ad Atene, in un monastero lontanissimo dal mondo germanico, dove hanno l'opportunità di studiare e pregare. Lì apprendono che il principe Lotario è caduto in battaglia a Linz e che ora suo figlio Ludovico sta sfidando Carlo per il trono. 
Nel frattempo, Giovanna, ora "Padre Giovanni", inizia a predicare. Il suo cammino la porta con Adriano fino a Roma, dove continua la sua opera, attirando l'attenzione del Papato. Viene così convocata al cospetto di Papa Leone, che all'epoca era malato. Profondamente impressionato, il Pontefice la nomina Cardinale e suo Segretario particolare. Con stupore e dubbio, Giovanna accetta i prestigiosi incarichi, spinta dalla speranza di poter migliorare il mondo. Nel suo ruolo di Segretario particolare, attraverso abili negoziazioni e astuzia, riesce a forgiare un'alleanza tra Ludovico e Carlo contro i Saraceni; così, l'Impero non sarebbe più a rischio di essere distrutto in un'insensata faida tra fratelli. 
Poco dopo questi fatti il Papa muore, avendo espresso in extremis il desiderio che Giovanni gli succeda. Rispettando le sue ultime volontà, i cardinali eleggono Giovanni e lo incoronano senza indugio. Qualche tempo dopo, Ludovico giunge alle porte di Roma e non ha alcuna intenzione di riconoscere questa elezione. Dopo aver minacciato il nuovo Papa, riesce a fargli cambiare idea e a farsi incoronare Sacro Romano Imperatore. Presto Ludovico si rende conto che questo presunto Papa Giovanni è in realtà una donna che ben conosceva, avendola incontrata molto tempo prima proprio nel monastero poi bruciato dai Sassoni insorti. Preso dall'audacia, bacia Giovanna in bocca e lei risponde con passione. 
Tutto sembra andare per il meglio, ma a  un certo punto Giovanna ha un malore subitaneo: durante una processione a Roma per celebrare la vittoria di Ludovico e Carlo contro i Saraceni, crolla a terra, gridando di dolore. In quel momento la donna si rende conto che sta per entrare in travaglio, ma è troppo tardi e muore di parto; la folla che assisteva alla processione si inferocisce, si getta sul suo corpo e ne fa scempio (la scena è in parte off-camera, si vedono solo i popolani che si ammucchiano fittamente). 


Recensione: 
Questo film unisce il mito ai fatti storici, li mescola in una trama indistricabile. In altre parole si può dire che presenti un mito molto radicato nei secoli, quello della Papessa Giovanna, dandogli sostanza come se fosse verificabile in ogni dettaglio, cercando di supplire alle lacune causate dalla censura ecclesiastica e istituzionale, che lo ha fatto passare per apocrifo. Pur con tutti i suoi limiti, lo trovo un lavoro eccellente e mi rammarico che sia così poco noto al grande pubblico. Sono a dir poco superlative le interpretazioni di Liv Ullmann, di Franco Nero e di Trevor Howard, meritevoli di essere eternate nella memoria collettiva! Ottimi anche Jeremy Kemp, Olivia de Havilland e la sensualissima Lesley-Anne Down. Non va poi dimenticato il callido Maximilian Schell nei panni del fratacchione che riesce a trovare il modo di infilare il suo esuberante favone nella Natura di Giovanna, usando le belle parole per sedurre.
In origine la pellicola di Anderson era molto diversa da quella che conosciamo: le sequenze storiche erano presentate come flashback di una psicologa e predicatrice Evangelica, che sotto ipnosi regressiva si era convinta di essere la reincarnazione della Papessa. Una cosa molto strana, dato che gli Evangelici mostrano un rifiuto viscerale del concetto di reincarnazione, considerando "illusione diabolica" qualunque cosa sia ad essa collegata. Vero è che la stessa Chiesa Romana afferma che "non c'è reincarnazione dopo la morte"; tuttavia tende a passare sotto silenzio l'argomento, mentre gli Evangelici sono molto  espliciti, aggressivi e bellicosi. Vi furono con ogni probabilità reazioni molto negative da parte di gruppi di influenza religiosi e politici, che convinsero il regista a dare al film un nuovo formato, tagliando tutte le scene relative alla psicologa ossessionata dalla Papessa e mantenendo soltanto quelle ambientate nel IX secolo. Il titolo "The Devil's Imposter" è stato dato proprio a questa release. Poi, nel 2009, i brani tagliati sono stati reinseriti ed è stata fatta una terza release dal titolo "She... Who Would Be Pope" - in pratica un pasticcio. Si può dire per certo che di quest'ultima operazione non si sentiva proprio il bisogno.


Resistenza e insurrezione dei Sassoni 

Credo che questa sia una delle pochissime rappresentazioni cinematografiche degli antichi Sassoni pagani, purtroppo ridotti dalla scuola a una nota a piè di pagina nei libri di storia. È ancora più rara, perché mostra un evento meno noto delle guerre condotte da Carlo Magno e ad esse successivo: l'insurrezione dei liberti e dei contadini liberi, una guerra di religione nota come Rivolta degli Stellinga. Rimando per maggiori dettagli all'articolo da me scritto sull'argomento:


La scena, pur breve, in cui il fierissimo Sassone fulvo sputa quando sente nominare il Vangelo, è senza dubbio meritevole di entrare nel Tempio dell'Immortalità della Settima Arte. Non ha eguali, mai è stato visto qualcosa di simile. Eppure l'attore che l'ha interpretata resta sconosciuto, senza nome. Per quanti sforzi io abbia fatto per identificarlo, non ci sono riuscito. Sono giunto alla conclusione che sia stato rimosso dai titoli e da ogni altro documento per motivi superstizioni, scaramantici. Forse temevano le conseguenze di un gesto considerato sacrilego, per quanto fosse soltanto recitato. In ogni caso, con queste sequenze crude il regista ha cercato di dare posterità a un Medioevo ben diverso da quello che insegnano le maestrine e i professori ai mocciosi, ai bulletti. Nulla è più insopportabile dell'oppressione religiosa! La parola "Resistenza" ha un senso proprio applicata ai Sassoni, ed è sinonimo di "Eroismo"! Possa il suo ricordo permanere immortale nei secoli! 

I paradossi dei Sassoni

I costumi dei Sassoni erano talmente rigidi che non riusciremmo a vivere in quel contesto nemmeno per un'ora. Anderson doveva esserne ben consapevole: mostra l'orrendo destino di una monaca, che viene rotta, spaccata in due, riempita di sperma e ammazzata, perché le leggi ancestrali non permettevano in nessun modo il concepimento di bastardi. Il culto assoluto della Purezza di Sangue era qualcosa che nel mondo moderno ha avuto possibili paralleli soltanto nelle dottrine dell'Ordine Nero delle SS. Eppure le cose non sono così semplici: i Sassoni pagani... erano radicalmente democratici e non tolleravano alcun tiranno!

Una grave incoerenza 

Un marchiano anacronismo nel film è la citazione dei Francescani, che non potevano esistere nel IX secolo! Questo viene detto a Papa Leone IV (790 - 855), riferendo le parole del neoeletto Cardinale Giovanni: 

"Poi, appena finito lì, è andato subito a San Matteo, dove ha parlato ai novizi, dicendo loro che tutti i preti dovrebbero fare voto di povertà, così come i Francescani. Ha detto che Cristo non aveva beni terreni e che sono ipocriti quei preti che pretendono di servirlo portando pietre preziose, che potrebbero riscattare un principe, per non parlare degli Apostoli."

Ebbene, all'epoca nessuno avrebbe potuto immaginare che un giorno sarebbe esistito Francesco d'Assisi (1181/1182 - 1226). Probabilmente pochi sanno che Leone IV è stato canonizzato. 


Curiosità 

Il piano originale era di girare il film in Italia, ma si rivelò troppo costoso, quindi le riprese furono quasi tutte effettuate nei Bray Studios fuori Londra, sede dei film horror della Hamme. Solo una piccola parte del lavoro fu svolta in Romania e a Cipro. Girare in Romania, a Brasov, si rivelò piuttosto difficile, dato che non esisteva quasi nessuna industria cinematografica locale; inoltre il paese era strettamente controllato dal brutale regime comunista di Ceauşescu, la cui burocrazia era elefantiaca, leviatanica, in grado di fiaccare anche la volontà più granitica.

Anche se Jeremy Kemp interpretò il padre di Giovanna, in realtà era di qualche anno più giovane di Liv Ullmann. Helen Mirren (Morgana in Excalibur, di John Boorman, 1981) e Vanessa Redgrave (Ginevra in Camelot, di Joshua Logan, 1967) furono contattate per il ruolo principale. In particolare, Susannah York (Marjorie Scarlett in Un colpevole senza volto, di Michael Anderson, 1975) voleva la parte. 

Liv Ullmann (la Papessa Giovanna), Maximilian Schell (Frate Adriano) e Jeremy Kemp (il padre di Giovanna) sono apparsi tutti nel film Quell'ultimo ponte (A Bridge Too Far, 1977), diretto da Richard Attenborough. Queste trasmigrazioni cinematografiche mi hanno sempre affascinato. 

Altre recensioni e reazioni nel Web 

Riporto la traduzione della recensione pubblicata dall'utente madcardinal nel lontano 2007 su IMDb.com. Non mi stupirei troppo se dietro il suo nick si nascondesse un autentico porporato, per quanto bizzarro! 

"Ho trovato la versione cinematografica della storia della Papessa Giovanna avvincente perché trasmetteva la forza e l'importanza della vocazione spirituale di Giovanna, pur ritraendola come un essere umano che respira (il che potrebbe essere un po' ironico, dato che è possibile che sia solo una leggenda). Ecco una donna che ascolta la voce di Dio e la voce del desiderio carnale. Non è né l'umile prostituta né la vergine eterea. Inoltre, è confortante vedere film in cui la spiritualità e la fede in Dio vengono prese sul serio.
Ho trovato le interpretazioni eccellenti, soprattutto quelle di Liv Ullman e Trevor Howard. Ullman è bravissima a ritrarre la tensione verticale della spiritualità e la straziante ambiguità del vivere nel mondo materiale. L'interpretazione di Trevor Howard è stata assolutamente convincente. Anche Susan Winter ha avuto una presenza pacata nella sua breve interpretazione della giovane Giovanna, che mi ha colpito. Che cosa inconsistente essere una ragazza nel Medioevo: che microcosmo dell'intera esistenza umana.
Questo film ha i suoi difetti, in particolare il montaggio sconnesso e il ritmo scomposto. Non ho nulla da ridire, tuttavia, sulla qualità audio non proprio ideale dei dialoghi o sulle occasionali linee bianche che appaiono momentaneamente sullo schermo di tanto in tanto, perché quando guardo un film, lo accetto per quello che è; non vorrei che fosse qualcosa che non è: un film realizzato con un budget modesto nel 1972 non dovrebbe avere l'aspetto e il sound di un blockbuster ad alto budget girato nel 2006. Nel complesso, questo film è un successo. 
Nota di cautela: non è un film per bambini."  

L'anno stesso dell'uscita del film, Roger Greenspun se ne è uscito con questi commenti, pubblicati sul New York Times: 

"Joan's vocation may be to serve God, but her temptation is always to satisfy men. The men show up surely enough — the artistic Benedictine brother Adrian (Maximilian Schell); the fiery Louis, her favorite (Franco Nero), and great grandson, no less, of Charlemagne — and never more regularly than at the convent where Joan passes her adolescent girlhood. It is an outrageous convent, wild despite the efforts of Olivia de Havilland as Mother Superior to keep things ladylike, and its novices might have been penitents from the cast of Sex Kittens Go to College..."

Traduzione:

"La vocazione di Giovanna può essere quella di servire Dio, ma la sua tentazione è sempre quella di soddisfare gli uomini. Gli uomini si presentano, come è ovvio – l'artistico frate benedettino Adriano (Maximilian Schell); l'ardente Luigi, il suo preferito (Franco Nero), e pronipote, nientemeno, di Carlo Magno – e mai con maggiore regolarità che nel convento dove Giovanna trascorre la sua adolescenza. È un convento sfarzoso, selvaggio nonostante gli sforzi di Olivia de Havilland, nei panni della Madre Superiora, per mantenere l'ambiente signorile, e le sue novizie potrebbero essere state penitenti del cast di Sex Kittens Go to College..." 

Anche se Greenspun era di origine Ashkenazita, le sue reazioni viscerali sono quelle di un cattolico-belva. La furia della critica cattolica desta la mia ilarità. Dicono che mancano le prove dell'esistenza della Papessa Giovanna, che ogni allusione alla corruzione del Papato li offende. Quello che non possono nascondere è l'esistenza di Teodora, di Marozia e della Pornocrazia! 

martedì 19 dicembre 2023

Bresson locandina

DIARIO DI UN CURATO DI CAMPAGNA 

Titolo originale: Journal d'un curé de campagne 
Lingua originale: Francese 
Paese di produzione: Francia 
Anno: 1951 
Durata: 115 min 
Dati tecnici: B/N 
Rapporto: 1,37:1 
Genere: Drammatico 
Regia: Robert Bresson 
Soggetto: Georges Bernanos (romanzo) 
Sceneggiatura: Robert Bresson 
Produttore: Pierre Gériu 
Casa di produzione: Union General Cinematographique 
Distribuzione in italiano: LUX FILM 
Fotografia: Léonce-Henry Burel 
Montaggio: Paulette Robert 
Musiche: Jean-Jacques Grunenwald 
Scenografia: Pierre Charbumier

Interpreti e personaggi: 
  Claude Laydu: Il curato di Ambricourt
  Jean Rivière: Il Conte
  Armand Guibert: Il curato di Torcy
  Antoine Balpêtre: Il dottor Delbende
  Marie-Monique Arkell: La Contessa
  Nicole Ladmiral: Chantal
  Jan Danet: Olivier
  Bernard Hubrenne: Louis Dufrêty
  Gaston Séverin: Il canonico
  Gilberte Terbois: La signora Dumouchel
  Jeanne Etievant: La donna delle pulizie
  Léon Arvel: Fabregars
  Martial Morange: L'assistente
  Martine Lemaire: Séraphita Dumontel
  Nicole Maurey: La signorina Louise
Doppiatori italiani
  Gianfranco Bellini: Il curato di Ambicourt
  Augusto Marcacci: Il Conte
  Mario Besesti: Il curato di Torcy
  Gaetano Verna: Il dottor Delbende
  Giovanna Scotto: La Contessa
  Miranda Bonansea: Chantal
  Giuseppe Rinaldi: Olivier
  Pino Locchi: Louis Dufrêty
  Amilcare Pettinelli: Il canonico
  Rina Morelli: La signora Dumouchel
  Maria Saccenti: La donna delle pulizie
  Lauro Gazzolo: Fabregars
  Germana Calderini: Séraphita Dumontel
  Renata Marini: La signorina Louise 

Riconoscimenti: 

- Premio Louis-Delluc 1951
- Gran Premio del Cinema Francese 1951
- Premio Internazionale della XII Mostra d'Arte Cinematografica
- Premio dell'Office Catholique International du Cinema (OCIC) 1951
- Premio per la miglior fotografia a Léonce-Henry Burel alla Mostra d'Arte Cinematografica di Venezia 1951 

Trama: 

Francia rurale, plumbea e incubica. Nello spettrale villaggio di Ambricourt, nell'Artois, il nuovo parroco tiene un diario, in cui annota le sue insicurezze sulla fede che vacilla, la sua inesperienza, la sua salute declinante. È un giovane corvino e segaligno, fresco di seminario, che si mantiene con una dieta innaturale fatta di pane raffermo inzuppato in vino scadente ottenuto dal “clinto”, con l'aggiunta di zucchero; il suo massimo lusso è la minestra di patate. L'unico suo amico è il curato di Torcy, grassoccio e dal sembiante porcino, che cerca invano di convincerlo a nutrirsi in modo decente, dicendogli: “Dio non si offenderà se mangerai un buon arrosto”. Il curato di Ambricourt persiste nelle proprie abitudini, nonostante sia tormentato da forti dolori allo stomaco. L'altro consiglio del pingue curato di Torcy è prettamente politico: invita il collega a intrattenere stretti rapporti con la nobiltà, unico modo per avere sostegno. Il giovane prete non riesce a riscuotere le simpatie della popolazione. Non ottiene il rispetto delle bambine, che al catechismo si fanno beffe di lui. Fa pressioni sulla Contessa, distrutta dalla perdita dell'unico figlio maschio e da una vita di corna, cercando di convincerla della bontà di Dio. Poco dopo, la nobildonna muore all'improvviso, stremata. Gira il sospetto che la colpa sia proprio del prete che le ha estorto la conversione. Il Conte lo tratta male e non gli dà alcun aiuto per realizzare progetti strampalati come la fondazione di un “patronato dei giovani”. La figlia adolescente del Conte, Chantal, è ribelle e bramosa di godere il mondo. Il medico del paese a un certo punto si spara nel cranio. I villici, a causa del loro terrore superstizioso, fanno passare per accidentale la morte del dottore, convinti che la sola menzione della verità attrarrebbe l'ira divina. In ogni caso, tutti capiscono che è un suicidio, anche il curato di Torcy. La situazione peggiora. Ormai il curato di Ambricourt ha fama di essere un beone e voci sempre più insistenti ne chiedono l'allontanamento.  Isolato, finisce col recarsi a Lilla per una visita medica. 
Quando sta per partire, riceve la visita della fiera Chantal, che lo affronta e lo sfida dicendogli: “farò il male per il male”. Giunto dallo specialista, riceve un brutto colpo. Si aspettava una diagnosi di tubercolosi, invece ne riceve una di cancro allo stomaco. Chiede ospitalità a un ex compagno di seminario, che si è spretato e convive con una donna. Lì trascorre i suoi ultimi giorni, spegnendosi dopo aver pronunciato le parole “Tutto è grazia”.

Recensione:

Film depressivo e suicidario, complice anche il bianco e nero opprimente. Le sequenze irradiano uno squallore esistenziale insopportabile. Il mondo descritto è di estremo interesse antropologico. Si nota che la Chiesa di Roma stava perdendo il controllo sociale anche sulle campagne. Il rapporto con la nobiltà vacillava (il Conte fa le corna, la Contessa maledice Dio, loro figlia vorrebbe vivere a Parigi e fare sesso promiscuo). La popolazione iniziava a mostrare segni di insofferenza verso il clero e la religione cattolica (le bambine che scherniscono la transustanziazione). Il dottor Delbende, erroneamente menzionato come Delbeude nella Wikipedia in italiano, si dichiara ateo mentre visita il protagonista. È un morfinomane, come molti medici dei suoi tempi. Non trovando un senso nell'esistenza, finisce con l'arrovellarsi troppo e si uccide. Di fronte a questo strappo nel tessuto della realtà, la gente è lesta a fabbricare spiegazioni inconsistenti (si era sparsa voce che il dottore trascurava l'igiene e nessuno voleva più andare da lui). Il finale mi è parso propaganda antidonatista. La voce narrante descrive i fatti, mentre lo sfondo mostra una grande croce. Spiega che il curato agonizzante ha chiesto l'assoluzione al suo ex compagno di seminario, che lo ha avvertito di avere scrupoli (temeva che il sacramento fosse inefficace a causa della sua condotta, condannata dalla Chiesa di Roma). Il moribondo quindi lo ha rassicurato con quel misterioso "Che cosa importa? Tutto è grazia". 
In realtà le cose sono più complesse. Georges Bernanos (Parigi, 1888 - Neuilly-sur-Seine, 1948) era un bigotto animoso e rancido, oltre che un monarchico aggressivo. A quanto pare sognava il ritorno dell'Inquisizione e dei roghi. La sua biografia ha dell'incredibile. Furiosamente antitedesco, è stato tra gli ispiratori della Resistenza Francese. Ha sposato una discendente di un fratello di Giovanna d'Arco, sfinendola con continue gravidanze. Tra le altre cose, era un devoto di Teresa di Lisieux (1873 - 1897), carmelitana francese beatificata nel 1923 e santificata nel 1925 da Papa Pio XI. La frase “Tutto è grazia” è stata presa dallo scrittore proprio da Teresa di Lisieux, che predicava uno stato di “infanzia spirituale”, descrivibile come “abbandono a Dio”. Nel personaggio del curato di Ambricourt confluisce anche un altro santo, Jean-Marie Baptiste Vianney, noto come il Curato d'Ars (1786 - 1859), che nei lineamenti del volto rassomigliava in modo notevole a Michel Houellebecq. Cosa rende interessante Bernanos? Nonostante il suo fondamentalismo cattolico, era ossessionato dal Male ed era ben consapevole della corruzione universale. Credeva però che potesse esistere un rimedio, per l'appunto la grazia divina. I suoi personaggi sono sempre incredibilmente tormentati, tanto che sembrano dover espellere da un momento all'altro lo spirito urlante, in fiamme, fuori dal corpo dilaniato. 

Riporto ora la recensione di Pietro Ferrari, ricchissima di spunti di riflessione e pubblicata sul blog Il Volto Oscuro della Storia il 28 settembre 2012: 

TUTTO È GRAZIA

“Dov'è la tua scintilla adesso?”

“Che cosa importa? Tutto è grazia”. Sono queste le ultime parole pronunciate, prima di morire, dal protagonista del film di Robert Bresson “Diario di un curato di campagna” (1950), ispirato all’omonimo romanzo di Georges Bernanos. Parole che esprimono un sentire diffuso. Prevale, tra i nostri contemporanei, l’idea che il male acquisti pregnanza e visibilità solo quando lo si isoli dal contesto, di cui rappresenterebbe un semplice dettaglio, funzionale, per di più, al mantenimento dell’insieme. Se “tutto è grazia”, il male – riassorbito all’interno degli insondabili schemi divini -, acquista un senso e cessa di costituire motivo di scandalo. Nel vocabolario di Luigi Giussani occupava un posto di speciale rilievo il termine “Mistero” (in maiuscolo). I suoi seguaci sono soliti spenderlo ogni qual volta le evidenze fenomeniche contraddicano la tesi della bontà soccorrevole del Creatore. “Tutto è grazia”, anche la malattia grave di un figlio, anche la prematura scomparsa di una persona cara. Per quanto apportatori di sofferenza, questi eventi possono produrre nel medio termine effetti salvifici, in primis l’accettazione del dolore in nome dell’abbandono fiducioso al volere divino.
 
Fin qui i cattolici. Le devote della filosofia New Age si spingono oltre: definiscono il male una mera “distorsione percettiva”, un inganno dei sensi. Si direbbe che il loro cervello abbia subito troppi scossoni, probabilmente a causa dei molteplici amplessi consumati, riportando danni permanenti. Piaccia o non piaccia a codeste fattucchiere, il male continua ad esistere e ad infierire anche se lo si nega. Né la sua accettazione produce miglioramento alcuno nell’ordine delle cose. Una riproposizione del messaggio di Bresson è ravvisabile nel film di Terrence Malick “La sottile linea rossa” (1998). Il testamento spirituale del giovane curato di Ambricourt è raccolto e fatto proprio, inconsapevolmente?, dal personaggio interpretato da Jim Caviezel, il soldato Witt, il quale, come un alieno caduto sulla terra, si aggira stranito per il campo di battaglia, senza provare odio per il “nemico” ma solo un sentimento di struggente meraviglia al cospetto delle forme che la vita e la morte assumono nelle giungle contese di Guadalcanal. Di nuovo la “grazia”, dunque, che la natura manifesterebbe persino nella crudeltà. Si tratta di un evidente tentativo di trasfigurazione del male, volto a disinnescarne la carica perturbante. Il male non è negato ma stemperato nel più vasto enigma dell’Essere, un enigma che richiede da parte nostra, suggerisce Malick, la sospensione cautelativa del giudizio. 

Pietro Ferrari

domenica 17 dicembre 2023


LA TEODICEA COME MANIFESTAZIONE SINTOMATOLOGICA

A giudicare dalle bizzarre teorie addotte dai seguaci delle religioni mondane per spiegare l’esistenza del male, si direbbe che essi soffrano di una qualche menomazione percettiva che non permette loro di recepire correttamente i dati fenomenici. Eugenio Corti, uno scrittore insignito nel 2000 del premio internazionale “Al merito della cultura cattolica”, a pag. 620 del suo romanzo “Il cavallo rosso” (Milano, Edizioni Ares, 1983) afferma che gli uomini “sono gli unici, fra tutti gli esseri creati, che hanno la possibilità d’andare contro l’ordine posto da Dio nel creato: gli uomini sono cioè gli unici esseri veramente liberi, appunto perché sono liberi nei confronti di Dio.” Ritroviamo qui due temi cari ai niceni: il libero arbitrio e l’idea secondo cui l’ordine del mondo sarebbe intrinsecamente benevolo. Ammettiamo pure che l’uomo sia libero, come sostengono i teologi, ovvero che voglia, deliberi, scelga e si autodetermini. Sorge spontaneo un quesito: la libertà di opporsi al volere di Dio, questa facoltà di cui gli uomini dispongono, è davvero un dono? Ribellandosi al progetto divino, gli esseri umani vanno incontro alla rovina. Perché dunque Dio glielo consente? “Per amore”, si dice, “Per una sovrabbondanza d’amore. Dio ama a tal punto gli uomini da permettere loro di abbracciare il male”. Questa tesi risuona da secoli, ma la longevità – com’è noto – non è sinonimo di veridicità.

Dinanzi agli orrori del Secondo conflitto mondiale, Corti così ragiona: “certamente Dio non aveva voluto questo male: bastava pensare alle parole di Cristo e anche solo del papa, contro la violenza e la guerra. Dio aveva dovuto tollerare, ecco, aveva dovuto permettere questo male, e tutte le altre cattiverie e carognate che gli uomini fanno: e ciò per non andare contro la loro libertà. Il gran problema del male nel mondo… Appunto per non impedire la libertà dell’uomo (il che equivarrebbe in conclusione a snaturare l’uomo) Dio è costretto a tollerare il male.”

Tesi a dir poco singolare. Un genitore che, per non ledere la libertà del figlio, non muovesse un dito per impedirgli di annegare la sorellina nella vasca da bagno sarebbe forse da considerare un buon genitore? Direi piuttosto un pazzo da catena.

Ma torniamo a Corti: “c’era la Provvidenza, cioè un’azione conservatrice e promotrice di Dio, nell’esercizio della quale egli si compiace di partecipare con amore anche ai casi delle sue creature più piccole (…). E c’era la libertà umana che – unica – può andare contro l’ordine di Dio. Così stando le cose è grazia che al male si connetta la sofferenza, la quale trattiene gli uomini nello scempio ch’essi possono fare del creato e di se stessi.”

Come come? La sofferenza delle vittime non ha mai trattenuto la mano dei torturatori!

Corti così prosegue: “Rimaneva il fatto che a Milano e altrove non pochi, del tutto innocenti, erano periti. A un tratto Dio non li aveva più protetti, né aiutati, non aveva più potuto… Per non opporsi alla libertà dell’uomo, tutto ciò che Dio aveva potuto fare era stato di morire – in Cristo – con loro, innocente con gli innocenti, in modo da accomunare al proprio il loro sacrificio, sublimando quest’ultimo: Cristo e tutti gli innocenti con lui compensavano il male compiuto dagli esseri liberi, in particolare da quelli che non accetterebbero mai di emendarsi…”

Ecco affacciarsi qui un principio su cui val la pena di riflettere: quello secondo cui le sofferenze degli innocenti varrebbero a compensare (equilibrare, bilanciare) le crudeltà commesse dai malvagi. Secondo Corti, dunque, il sacrificio degli innocenti, immolati come giovenchi, funge da contrappeso, ripristina cioè l’ordine “posto da Dio nel creato” che gli uomini avrebbero violato facendo un uso improprio del libero arbitrio. Ricapitolando: un Dio infinitamente buono e misericordioso crea un essere dotato dell’inclinazione ad abusare della propria libertà, il quale – com’era prevedibile – ne abusa, assecondando una tendenza insita nella propria natura, non estranea ad essa. Così facendo, causa la rovina altrui e infine la propria. Né poteva essere altrimenti: il suo Artefice non l’aveva forse fornito della capacità di peccare? L’ordine stabilito da Dio ammetteva ab origine la possibilità che l’uomo facesse cattivo uso del proprio libero arbitrio. L’umana disposizione a compiere il male era dunque parte integrante di quell’ordine. In quanto onnisciente, Dio era consapevole delle conseguenze che sarebbero scaturite dall’aver attribuito alla Sua creatura prediletta la facoltà di compiere azioni malvagie. Dio crea scientemente l’uomo in siffatto modo, allestisce un ordine del mondo che prevede la possibilità del male. Quest’ultimo, pertanto, non rappresenta una violazione dell’ordine “posto da Dio nel creato”: semmai, ne è parte costitutiva. L’ideologia che attribuisce al sacrificio degli innocenti un valore compensatorio è intrinsecamente irrazionale in quanto contraddice le proprie premesse. Come si può considerare benigno un ordine al cui riequilibrio debbano essere sacrificate milioni di creature innocenti? Si rifletta con attenzione: per i niceni, l’uomo – abusando della libertà donatagli da Dio – commette malvagità di ogni sorta, ai danni dei propri simili e del creato. In conseguenza e a riparazione di tutto ciò, Dio si immola – in Cristo – sulla croce, “per accomunare al proprio il loro sacrificio”. Ebbene, quali risultati produce questa immolazione? Il mondo continua imperterrito per la sua cattiva strada, gli uomini riprendono a scannarsi tra loro con rinnovato entusiasmo. Come se nulla fosse accaduto. In questo scenario desolante, Corti e i suoi sodali scorgono un senso compiuto: gli innocenti schiattano sì oggi come ieri, ma il loro sacrificio funge da compensazione. Da dove trae origine questa forma mentis? Dalle pagine del Levitico, dove si narra come il Dio d’Israele prescrisse minuziosamente al suo servo Mosè in qual modo effettuare gli olocausti. Ecco la fonte da cui scaturiscono le conclusioni dei niceni: “la legge dell’olocausto, dell’oblazione, del sacrificio di espiazione, del sacrificio di riparazione, dell’investitura e del sacrificio pacifico: legge che Iahvé diede a Mosè sul Monte Sinai” (Lv 7, 37). Al cap.1 v.17, si legge altresì: “un olocausto, un sacrificio consumato dal fuoco, è profumo soave per Iahvé”.

Il grande filosofo italiano Giacomo Leopardi scriveva nello Zibaldone (4511, 17 maggio 1829): “Ma che epiteto dare a quella ragione e potenza che include il male nell’ordine, che fonda l’ordine nel male? Il disordine varrebbe assai meglio: esso è vario, mutabile; se oggi v’è del male, domani vi potrà esser del bene, esser tutto bene. Ma che sperare quando il male è ordinario? dico, in un ordine ove il male è essenziale?” 

Pietro Ferrari, 9 gennaio 2013

venerdì 15 dicembre 2023


IL PROCESSO AGLI ULTIMI CATARI 

Titolo originale: Il processo agli ultimi Catari. Inquisitori,
       confessori, storie 
Autore: Elena Bonoldi Gattermayer 
Editore: Jaca Book 
Collana: Biblioteca di Cultura Medievale 
Anno: 2011
Codice ISBN: 8816409843
Codice ISBN-13: 9788816409842
Pagine: 315
Prezzo: € 24,00

Descrizione:

"Sulla scena del tragico conflitto religioso scatenato dalla dottrina catara, fondata su una dualità, respinta da Roma come corrotta, all’inizio del XIV secolo, nell’estremo Sud francese, un piccolo gruppo di uomini e donne coraggiosi testimoniava di villaggio in villaggio in una pericolosa clandestinità la forza della «Eglesia de Deu», come essi la chiamavano."

"Convinti della validità della propria fede, quei cristiani dissidenti affronteranno processi, prigioni, roghi stabiliti da autorità civili ed ecclesiastiche decise a eliminare definitivamente il credo eretico da tutta l’Occitania. Qual era la loro dottrina, la loro fede, la loro esperienza?"

"Il processo agli ultimi catari ripercorre, attraverso i testi degli interrogatori, inediti in italiano, tratti con rigore dai documenti giacenti negli archivi vaticani, la difficile e aspra quotidianità di quegli uomini e quelle donne facendola rivivere non attraverso la stilizzazione del racconto storico o letterario, bensì attraverso le loro stesse parole, quelle che i protagonisti di questa strana e originale stagione della cristianità europea hanno lasciato alla storia in forma di confessioni."

"Dal materiale emerge, oltre che la profonda fede rivoluzionaria di quegli uomini e quelle donne, pronti a sacrificare se stessi, l’essenza stessa delle loro vite, a qualsiasi strato sociale appartenessero. Essi, pur abitando in una regione sottoposta a Parigi, conservavano con fierezza l’originalità della cultura occitanica, capace di trasformare il diritto romano in funzione del carattere della propria gente, nonchè di rappresentare, come poche altre terre nell’Europa di quei tempi, un esempio di convivenza religiosa e di libertà di pensiero uniche e all’avanguardia." 

Recensione: 
Un ottimo volume. Ricordo in particolare un brano che era una vivida descrizione del Purgatorio secondo le credenze di un villaggio convertito alla religione Catara all'epoca degli Autier, conservando però credenze anteriori, rielaborate in modo originalissimo e ben lontano dall'ortodossia della Chiesa di Roma. Secondo questi pastori e contadini, il Purgatorio sarebbe stato un mondo in tutto e per tutto uguale al nostro, con montagne, valli e paesi, abitati da umani che svolgevano le stesse attività svolte sulla Terra. Così c'erano chiese e curati che vi dicevano messa. Tanto per dare un'idea, avrebbe avuto senso dire: "Blarn è un paese che si trova nel Purgatorio, nella Valle di Belurnis, a occidente di Meilom". Oppure: "Come Bram e Lavaur si trovano sulla terra, in Linguadoca, così Blarn e Meilom si trovano in Purgatorio". Come in un avvincente libro fantasy. Probabilmente c'era soltanto una differenza: chi nasceva in questo Purgatorio, dopo esser morto sulla Terra, non invecchiava e non moriva come i mortali, durando nella sua dimora finché non veniva l'ora di essere accolto in Paradiso. Peire Autier ovviamente non credeva a queste favole e negava l'esistenza del Purgatorio, tuttavia era tollerante e non redarguiva i paesani. Non sono riuscito a trovare da nessun'altra parte quanto narrato vividamente dall'autrice, Elena Bonoldi Gattermayer. Mi riprometto di approfondire l'argomento e di svilupparlo ulteriormente in un'occasione migliore.

Questo scrivevo nel lontano 2011: 

Un libro messo nel luogo sbagliato 

Di recente sono stato alla Feltrinelli di Milano, Piazza del Duomo, e mi sono imbattuto in questo libro di estremo interesse. Con mio grande
stupore, non era collocato nella sezione "Storia Medievale", come a rigor di logica ci si sarebbe potuti aspettare, e neppure in "Religione" o "Storia delle Religioni". Era invece in bella mostra nella sezione "Anticlericalismo". Mi sono subito chiesto come mai. Una collocazione anomala, che non ha nessun senso logico. Insieme a questo volume - peraltro edito da una casa editrice notoriamente legata a Comunione e Liberazione - ce ne erano moltissimi altri, che spaziavano da Giordano Bruno alla Casta del Vaticano, più altri ancora del tipo "Il libro che la vostra Chiesa non vi farebbe mai leggere""Il libro che Gesù Cristo non vi farebbe mai leggere", "Il libro che Dio non vi farebbe mai leggere", "Il libro che il Vaticano non vi farebbe mai leggere", e via discorrendo. Tutti colati con lo stampino. Ho così deciso di comprare il libro alla Hoepli, che almeno lo pone tra i testi di Storia del Medioevo, anche se in mezzo a un certo numero di volumi che trattano di streghe, spettri, vampiri e lupi mannari. A volte mi sembra che l'ironia del Creatore Malvagio sia pervasiva e sottile.

Non posso fare a meno di notare questo: la Chiesa Romana agì in modo profondamente diverso contro i Buoni Uomini e contro Bruno, Galilei e altri. Nel primo caso, fece di tutto per sradicare la Vera Chiesa di Dio, nel secondo agì contro singoli individui. Il primo crimine è contro lo Spirito ed è infinitamente più grave del secondo. La società materialista sorvola sulla persecuzione e sull'assassinio dei Buoni Uomini, mentre eleva a simbolo le persecuzioni di Bruno e di Galilei. Strumentalizza ogni cosa: usa i Martiri della Chiesa di Dio come arma per le sue battaglie politiche, e poi ha orrore anche di un singolo Credente del Catarismo quando lo incontra. Questo infatti mi dicono ogni volta che si imbattono in me: che sono un folle, che dovrei andare dallo psichiatra, e via discorrendo. Eppure porto avanti e diffondo quelle stesse idee che diffondeva Peire Autier - pur essendo io indegno e privo del Battesimo di Spirito. 

Ora, invito tutti a notare come la descrizione fatta dalla Jaca Book non sia affatto negativa, ma anzi elogi i Buoni Uomini per la loro Fede e la purezza della loro vita. A questo contrappongo le invettive dei Demoatei, che mi vorrebbero rinchiudere in manicomio e sottoporre a trattamento psichiatrico per il solo fatto di essere un fiero avversario del materialismo. 

Per finire, parafrasando il Professor Francesco Zambon, sarebbe tempo di considerare il Catarismo come una delle grandi religioni d'ispirazione cristiana, senza dubbio tra le espressioni più pure e intransigenti della spiritualità medioevale

(Il Volto Oscuro della Storia, 1 aprile 2011) 

A distanza di tanti anni, mi sono trovato in stato di paranoia, non ricordando più se poi il volume della Bonoldi Gattermayer lo avessi davvero comprato. Ho cercato dappertutto in casa, ma non ho trovato il volume. Mi sono venuti "falsi ricordi" che mi hanno ancor più confuso, provocandomi paranoie peggiori. Ho poi concluso che non avevo effettuato l'acquisto, pur avendone l'intenzione, altrimenti avrei sicuramente scritto e pubblicato un post sulla credenza sincretista nel Purgatorio, così peculiare.