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sabato 16 maggio 2020


EVVIVA RANUCCIO II FARNESE,
IL DUCA DELLA MERDA!

Ranuccio II Farnese (Cortemaggiore, 1630 - Parma, 1694) è stato il sesto duca di Parma e Piacenza dal 1646 fino alla morte, oltre che il settimo e ultimo duca di Castro fino al 1649, anno di estinzione del ducato. Era figlio maggiore di Odoardo I Farnese e di Margherita de' Medici. Successe al padre nel 1646, governando per due anni con la reggenza della madre e dello zio, il cardinale Francesco Maria Farnese. Rifiutò un'offerta matrimoniale molto vantaggiosa: la Francia gli aveva offerto la mano di una nipote del cardinale Giulio Mazzarino, con una dote di 500.000 scudi. Il problema è che la giovane non era di rango principesco. Il ducato di Parma e Piacenza si mantenne neutrale nella lotta tra Francia e Spagna, anche se dall'attraversamento delle truppe di entrambe le nazioni derivò un gran nocumento agli abitanti.

Nel 1649 si innescò una catena di eventi che portò all'estinzione del ducato di Castro, situato nella Maremma laziale. Papa Innocenzo X accusò Ranuccio di aver commissionato l'omicidio del vescovo Cristoforo Giarda, dell'ordine dei Barnabiti. Si scatenò quindi una guerra. Le truppe pontificie espugnarono Castro, portandovi devastazione. L'esercito di Ranuccio, guidato da Jacopo Gaufrido, fu disfatto presso Bologna. Anni dopo, nel 1657, il Duca cercò di riscattare Castro, ma dovette rinunciarvi, non avendo il denaro necessario. Papa Alessandro VII, subentrato a Innocenzo X, decise di incamerare il ducato in via definitiva, ma Ranuccio riuscì comunque a far inserire una clausola che gli garantiva altri 8 anni di tempo per il riscatto. Quando ebbe messo insieme la somma dovuta, nel 1666, il suo pagamento fu rifiutato e Castro rientrò nel Patrimonium Sancti Petri

Ranuccio si sposò tre volte. Il primo matrimonio, celebrato nel 1659, fu con Margherita Violante di Savoia, che morì precocemente. La donna, che univa una devozione intensa all'amore per la caccia alla volpe, morì di parto nel 1663 e non ebbe discendenza. Il secondo matrimonio, celebrato nel 1664 fu con la cugina Isabella d'Este, figlia di Francesco I d'Este, duca di Modena e Reggio. Anche lei morì di parto nel 1666, ma riuscì a procreare un figlio maschio e due figlie femmine. Il terzo matrimonio, celebrato nel 1668, fu con Maria d'Este. Con lei il Duca ebbe molti figli, ma soltanto due maschi e una femmina arrivarono all'età adulta. 

Non essendo riuscito a riscattare il feudo di Castro, nel 1682 Ranuccio riuscì ad acquistare il principato di Bardi e Compiano. Nel 1691 il ducato fu invaso dalle truppe imperiali, che vi imperversarono con violenze, saccheggi e stupri, gravando per giunta sulla popolazione indifesa. Nel 1964 il Duca morì all'improvviso. Il decesso viene attribuito a una complicanza della sua obesità. Il suo regno, pur essendo afflitto da numerose criticità, non ebbe un bilancio del tutto negativo. Ranuccio si è segnalato per il suo mecenatismo e per il suo amore per la cultura in tutte le sue forme: fu collezionista di libri rari e amante della musica. Si diede da fare per apportare migliorie e per accrescere la prosperità delle terre che governava, anche se fu costretto a spese ingenti per mantenere una corte parassitaria. Fece coniare una moneta d'argento del valore di 40 soldi, detta quarantana o quarantano

Ranuccio II e la coprofagia

Abbiamo esposto in estrema sintesi quanto ci dice la storia monumentale, quella fatta di battaglie, trattati, date. Frugando nel vasto Web, mi sono imbattuto in qualcosa che ha destato subito la mia curiosità: un articolo di un blog di WordPress in cui si parla della coprofagia di Ranuccio II Farnese! Il Duca di Parma e Piacenza sarebbe stato un ghiottissimo trangugiatore di escrementi umani e persino animali. Purtroppo a un'attenta analisi sorge il sospetto che il documento sia un semplice pacchetto memetico fatto di informazione degenerata. In parole povere, potrebbe trattarsi di un fake, per quanto originale. Passiamo a discuterlo in dettaglio. 
 
Il blog si intitola Piazenza - Leggende & Misteri Piacentini e ha avuto vita effimera, dal novembre 2007 al gennaio 2008. Può quindi definirsi un portale estinto. Due sono gli autori che hanno pubblicato i testi: Sabanaumann e Raputt.


Anche se questi link dovessero in futuro "rompersi", e Piazenza scomparisse dal Web, spero che questa mia testimonianza rimarrà visibile a tutti. Certo, non depone molto a favore della serietà del blog la presenza di un articolo, pubblicato in due parti, che identifica il cardinale Ersilio Tonini con un agente segreto del KGB, con nome in codice Vakulincuk. Sarebbe però un grave errore sottovalutare la goliardia, nelle cui trovate stravaganti talvolta si nascondono cose di estremo interesse. 

Questi sono i tag surreali apposti all'articolo che sitamo analizzando:  

1500
afta epizootica 
copra
coprofagia 
Gianni Morandi
merda
Mozart
Parma
Ranuccio II Farnese
volley 

Alcuni sono incongruenti: 1500 non ha senso, visto che Ranuccio è vissuto nel '600; si capisce che copra è un'abbreviazione di coprofagia, quindi la sua aggiunta è superflua (in realtà la copra è la polpa di cocco essiccata). L'afta epizootica è una malattia che colpisce i bovini e non è tipica degli umani coprofagi. Non esiste un filo conduttore che unisca coprofagi vissuti in epoche diverse e in luoghi diversi: sarebbe come accomunare persone diverse perché hanno i capelli rossi o i porri. Sarò limitato, ma volley mi sembra incomprensibile in questo contesto. 

Il castello della merda di cavallo 
 
Nel luogo chiamato Bardi, il sovrano di Parma e Piacenza avrebbe fatto costruire una piscina, che a detta del blogger Sabanaumann veniva riempita di feci equine e usata da Ranuccio per prolungate immersioni escrementizie. Proprio da questo malsano costume avrebbe tratto origine un oscuro detto, supposto essere tuttora in uso: "Bardi, Bardi, castel ed merda ad cavai<i>", ossia "Bardi, Bardi, castello di merda di cavalli". Non ho potuto trovare alcuna prova sulla sua esistenza e tutto sembra indicare che è soltanto il parto di una fantasia. L'esistenza di una particolare razza equina locale, il cavallo Bardigiano, non costituisce di per sé una prova, neanche se si dimostrasse che tali animali sono grandi smerdatori. Si fa poi allusione a ricerche archeologiche, forse fantomatiche, volte a individuare la sunnominata piscina fecale. Sarei felice di poter contattare nativi di Bardi per cercare riscontri sul bizzarro detto e più in generale se nella memoria popolare esistono tracce del ricordo della figura del famoso Duca di Parma. Aggiungiamo qualche considerazione sull'etimologia del toponimo Bardi, che sta per Longobardi: quel luogo deve aver ricevuto il suo nome perché l'identità etnica e nazionale dei Longobardi vi perdurò più a lungo che altrove.    

Costituzioni merdose  

Uno degli atti più importanto di Ranuccio sarebbe stata la promulgazione di un editto noto come "Sulle cortesi e nobili genti che affollano il patrio suolo". Anche in questo caso il condizionale è d'obbligo, perché non si riesce a risalire al testo. Il documento è descritto da Sabanaumann come un insieme di regole di convivenza civica, qualcosa di molto simile ai regolamenti comunali dei nostri tempi. Si vuole che nell'ultimo foglio, in corrispondenza della firma del Duca e del suo sigillo, sia presente una chiazza brunastra, che a un'analisi accurata si sarebbe rivelata composta da materia fecale. Si ipotizza dunque, non sena ingegno e mirabile fantasia, che Ranuccio sia stato sorpreso con le mani grondanti di pastone intestinale e costretto a firmare così, all'istante, senza potersi ripulire. È un vero peccato che la Settima Arte perda il suo tempo in stupidissimi remake e non attinga a questo materiale... a piene mani!     

Esperimenti di cucina fecale 
 
Si riportano diverse citazioni piuttosto fantasiose quanto prive di qualsiasi riscontro. Certo, non voglio dire che se una cosa non si trova in Google debba essere inesistente, ma si converrà che la ricerca potrebbero incontrare ostacoli insormontabili. Questo è un estratto dalla fonte blogosferica:  
 
"Numerosi cronisti che vissero a corte, hanno costellato i loro resoconti con riferimenti curiosi riguardo al sovrano, spesso con parole che per il tempo suonavano enigmatiche e di non facile comprensione. Come se volessero far filtrare un messaggio per i posteri."
 
Si passa quindi a nominare i cronisti suddetti, con i rispettivi contributi. Essi sono tre: Francesco Antinori, Giovannone Potestì detto Busello (immagino per via del suo ano integro, mai rotto da sodomia) e Cassandro Zilioli. Alcuni commenti, che ritengo doverosi: 
 
1) Il mite Francesco Antinori avrebbe definito Ranuccio con parole moderate ma comunque poco lusinghiere: "Il Duca sturlissimo". Per chi non lo sapesse, nell'italiano antico esisteva l'aggettivo sturlo "ottuso, di intelletto tardo". In toscano si traduce con "grullo". Francesco di Vannozzo (XIV sec.) ha nelle sue Rime: "Chi sa mal darlo sa ben peggi[o] durlo; / tal va con ferle che già seppe farlo / e provò Carlo già tratte de curlo, / unde sei sturlo se non lassi starlo." 
2) A prestar fede a Giovannone Potestì detto Busello, Ranuccio sarebbe stato "Il Sovran che feci di tutti sue fea". La parafrasi non è poi difficile. Il verbo è fea "faceva". Così si deve tradurre in italiano moderno con "Il Sovrano che faceva sue le feci di tutti". Si rimarca l'assoluta promiscuità della coprofagia ranuccesca: ce lo immaginiamo mentre prende la merda a badilate, da chiunque la deponga, portandosela alla bocca e masticandola con frenesia. 
3) A un certo Cassandro Zilioli viene attribuita una frase sconcertante sul Duca: "Se marron la cena non parea, sua non la volea". Non credo sia necessaria la parafrasi. In ogni caso, per facilitare eventuali lettori non abituati all'italiano antico, spiego le forme verbali: parea "pareva", ossia "sembrava"; volea "voleva". Di questi tempi si direbbe così: "Se la cena non sembrava marrone, non voleva mangiarla"
 
Il livello di questo italiano antico è certamente abbastanza elevato, specie se confrontato con i maccheronismi del Brancaleone di Monicelli o di Feudalesimo e Libertà (che effettua addirittura perigliose mescolanze col latino fatto e finito). Purtroppo non ho notizia di cronisti o altri uomini illustri che rispondano ai nominativi di, Giovannone Potestì e Cassandro Zilioli. Peccato. Va però detto che un Niccolò Francesco Antinori (1633 - 1722) fu senatore e segretario di stato proprio a Parma, nel 1698, quando il Duca era morto da qualche anno. Se le frasi coprolaliche sopra riportate fossero autentiche, dovremmo dedurne che il buon Ranuccio faceva usare lo sterco in complesse preparazioni culinarie a lui specificamente destinate. E pensare che già la mia fantasia si era messa a galoppare. Sono persino riuscito, servendomi dei pochissimi elementi disponibili, a ricostruire due di queste ricette: la merda alla parmigiana e i tortellini ripieni di escrementi, conditi con ragù fecale. Sappiamo infatti che i tortellini sono comparsi proprio alla corte di Ranuccio II Farnese, basta fare due più due e si arriva a quattro. Per quanto riguarda la merda alla parmigiana, la mente va subito alla famosa scena in cui l'ispettore Nico Giraldi, interpretato dal mitico Tomas Milian, costringeva Bombolo a cibarsi di feci e infieriva dopo aver steso sugli stronzi una cucchiaiata di formaggio grattugiato. Bombolo abbozzava una timida protesta: "Sempre merda è!" Al che l'ineffabile Ispettore: "Sì, ma è merda alla parmigiana!" Come non collegare tutto ciò al nobile Ranuccio, Duca di Parma? 

L'importanza scientifica della coprofagia

Se anche l'intera faccenda della coprofagia ranuccesca dovesse rivelarsi interamente posticcia e fabbricata ad arte da alcuni blogger, resta un dato di fatto: sono esistite ed esistono tuttora persone dotate di un sistema immunitario molto peculiare, che permette loro di resistere ai patogeni fecali. Andrebbero condotti studi clinici rigorosi su questi individui. Eppure ciò non avviene. Non solo: la tendenza del mondo scientifico è quella di negare alla radice l'esistenza stessa del fenomeno. Per colpa del cieco moralismo di accademici ottusi, la Scienza perde molte opportunità di migliorare la condizione umana. 
 
Conclusioni 
 
Mentre si può documentare bene la coprofagia di Wolfgang Amadeus Mozart, il caso di Ranuccio II Farnese necessita di ulteriori e ardui studi. Allo stato attuale delle cose, la questione rimane indeterminabile. Resta la speranza che il futuro possa portare prove sostanziali e ci permetta di capire meglio anche le pagine più oscure della Storia. La spiegazione potrebbe trovarsi in una tradizione di campanilismo, in cui possono essersi preservate, seppur in forma vaga e distorta, antiche narrazioni. La cosa non dovrebbe soprendere: anni fa mi un amico mi raccontò di essersi imbattuto in alcuni vecchi toscani che litigavano in modo accanito per via della battaglia di Montaperti.
 
Etimologia del nome Ranuccio 

Tra i romanisti è diffusa la convinzione che l'antroponimo Ranuccio (con la variante Ranuzio) sia un ipocoristico di Rinaldo, in pratica una forma abbreviata di Rinalduccio. In realtà esiste un'etnimologia più probabile e diretta, dalle radici protogermaniche *raγina- "consiglio; decisione" e *nutja- "utile" (antico alto tedesco nuzzi "utile", tedesco moderno nütze). Possiamo così ricostruire una forma longobarda *RAHINNUZZI, il cui naturale esito è proprio Ranuzio, ipercorretto poi in Ranuccio. In antico alto tedesco si ha Regin- come primo elemento di nomi propri: la radice non è sopravvissuta in forma indipendente. Si noti la metafonesi palatale, a differenza di quanto accade in longobardo.

giovedì 14 maggio 2020


IL COPROFAGO WOLFGANG AMADEUS MOZART

Tutti conoscono il genio di Wolfgang Amadeus Mozart (Salisburgo, 27 gennaio 1756 - Vienna, 5 dicembre 1791). Pochi sono invece quelli che sanno una cosa a dir poco scabrosa sul suo conto: introduceva l'output del corpo umano come nuovo input. Era affetto da coprofagia! In parole povere, mangiava la merda!

Correva l'Anno del Signore 1986. A quell'epoca ero uno studente universitario e ascoltavo spesso la radio. Accadde così un fatto a dir poco buffo. Una sera mi capitò di captare un DJ che mi parve alquanto scemo. Quell'esemplare di una specie demente, futile e insopportabile citò uno strano aneddoto: disse che Mozart aveva una personalità capricciosa e infantile, al punto che nelle lettere da lui scritte alla cuginetta parlava dei suoi peti e delle sue cacchine. Con mio grande stupore, il DJ aggiunse che per secoli il mondo accademico aveva fatto di tutto per nascondere quelle lettere scabrose. Il sublime musicista non poteva e non doveva avere alcun contatto con la crassa volgarità delle viscere, non si poteva ammettere nemmeno per un istante che il suo genio potesse avere anche una minima compromissione con la natura escrementizia del basso ventre! Eppure tutti, che siano compositori, artisti, signori, imperatori o pontefici, tutti quanti smerdano ogni santo giorno, tutti si appartano nella latrina e rilasciano la ben nota pasta marrone e graveolente. Se qualcuno parla di quella densa pasta, cosa cambia? Perché dunque occultare la verità? Non riuscivo a comprenderlo. Quando ebbi occasione di approfondire l'argomento, mi resi conto che non solo il genio di Salisburgo discorreva amabilmente di peti e di cacchine: ci metteva il naso, le mani, la bocca, senza provare alcun disgusto! Anzi, si eccitava, ne era entusiasta. Era davvero un genuino coprofago! 

La passione di Mozart per le feci

Ebbene è così. Piaccia o non piaccia, Mozart era un avidissimo divoratore di escrementi umani, propri ed altrui. Non si formalizzava sul sesso del produttore di materia prima, anche se con il gentil sesso tendeva spesso ad avere un ruolo dominante e a imporre le proprie funzioni escretorie. Masticava l'output intestinale, femminile o maschile, preso ogni volta da un'incontenibile frenesia. Lo estraeva a mani nude dall'ano e lo ingurgitava con infinita ingordigia. Dopo ogni sessione, le sue gengive e i suoi denti erano marroni. Il suo alito doveva essere indescrivibile, quindi era portato a mitigarlo ingerendo quantità smodate di dolciumi. Ebbene, anche quando Mozart trangugiava la cioccolata, pensava morbosamente di mettersi in bocca la materia fecale, così il membro virile gli si rizzava di nuovo!  
 

Le lettere alla cugina: i testi 

Ho letto i testi che gli accademici trovano tanto disturbanti: l'epistolario di Mozart con la cugina Anna Maria Thekla, da lui soprannominanta Marianne o Bäsle (ossia "Cuginetta"). Il linguaggio usato dal giovane genio non è affatto infantile come si è detto: è intessuto di ingegnose rime e di allitterazioni, come da buona tradizione germanica. Inoltre vi si trovano innumerevoli francesismi, che nella traduzione in italiano sono lasciati non tradotti ed evidenziati in corsivo (nelle lettere alla sorella, al padre e ad altri destinatari ci sono anche italianismi, es. taßa ciocolata, bravißimo, etc.). Reputo queste lettere alla cugina autentici capolavori letterari, con buona pace dei benpensanti. Credo che siano il corrispondente letterario della sublime arte musicale dell'autore. Pubblico in questa sede alcuni estratti significativi. La traduzione è di Claudio Groff. 
 
mir ist sehr leid, daß der H: Praelat Salat schon wieder vom schlag getrofen worden ist fist. doch hoffe ich, mir der hülfe Gottes spottes, wird es von keinen folgen seyn schwein. sie schreiben mir stier, daß sie ihr verbrechen, welches sie mir vor meiner abreise von ogspurg voran haben, halten werden, un das bald kalt; Nu, daß wird mich gewiß reüen. sie schreiben noche ferners, ja, sie lassen sich heraus, sie geben sich blos, sie lassen sich verlauten, sie machen mir zu wissen, sie erklären sich, sie deüten mir an, sie benachrichtigen mir, sie machen mir kund, sie geben deütlich am tage, sie verlangen, sie begehren, sie wünschen, sie wollen, sie mögen, sie betehlen, daß ich ihnen auch mein Portrait schicken soll schroll. Eh bien, ich werde es ihnen gewis schicken schlicäken. Oui, par ma la foi, ich scheiss dir auf d'nasen, so, rinds dir auf d'koi.
(Mannheim, 5 novembre 1777) 

"Mi dispiace molto che il sig. prelato in insalato sia nuovamente stato da un colpo e da un peto colpito. Pure spero, con l'aiuto del divino dileggio, che non ci siano conseguenze maialesche o peggio. Lei mi scrive fissamente che manterrà prima della mia partenza da Ogosto, e presto lesto. Beh, mi farà certo spiacere. Inoltre mi scrive, anzi, estrinseca, evidenzia, annuncia, fa sapere, chiarische, allude, ragguaglia, rende noto, mette in luce, pretende, ambisce, desidera, vuole, vorrebbe, ordina che detto fatto io le invii il mio ritratto. Eh bien, lo invierò di certo di zacchere e pillacchere coperto. Oui, par ma la foi, ti caco sul naso e tutto attorno al mento." 
 
"Verzeihen sie mir meine schlechte schrift, die feder is schon alt, ich scheisse schon wircklich bald 22 jahr aus den nemlichen loch, und ist doch noc nicht verissen! - und hab schon so oft geschissen -- und mit den Zähnen den dreck ab-bissen." 
(Mannheim, 13 novembre 1777)

"Perdoni la mia brutta scrittura, ormai la penna è vecchia, da quasi 22 anni cago dallo stesso buco, e non si è ancora consumato! - nonostante le volte che ho cagato -- e con i denti la merda ho staccato." 
 
"Hur sa sa, Kupferschmied, hals mir's Mensch, druck mir's nit, hals mir's Mensch, druck mir's nit, leck mich im Arsch, Kupferschmied, ja und das ist wahr, wers glaubt, der wird seelig, und wer's nicht glaubt, der kommt in Himmel; aber schnurgerade und nicht so, wie ich schreibe."
(Mannheim, 3 dicembre 1977)

"Hop pappa, battimazza, tiemmelo stretto, non me lo stringere, tiemmelo stretto, non me lo stringere, leccami il culo, battimazza, sì, è vero, chi ci crede sarà beato, e chi non ci crede andrà in cielo; ma dritto come un fuso e non così come scrivo."  

"Nun aber habe ich die Ehre, sie zu fragen, wie sie sich befinden und sich tragen? - ob sie noch offens leibs sind? - ob sie etwa gar haben den grind? -- ob sie mich noch ein bischen können leiden? - ob sie öfters schreiben mit einer kreiden? - ob sie noch dann und wan an mich gedencken? - ob sie nicht bisweilen lust haben sich aufzuhencken? - ob sie etwa gar bös waren! auf mich armen narrn; ob sie nicht gutwillig wollen fried machen, oder ich lass bei meiner Ehr einen krachen! doch sie lachen -- victoria! -- unsre arsch sollen die friedenszeichen seyn! - ich dachte wohl, daß sie mir nicht länger wiederstehen könnten. ja ja, ich bin meiner sache gewis, und sollt ich heut noch machen einen schiss, obwohl ich in 14 Tägen geh nach Paris. wenn wie sie mir also wolln antworten, aus der stadt Augsburg dortent, so schreiben sie mir baldt, damit ich den brief erhalt, sonst wenn ich etwa schon bin wech, bekomme ich statt einen brief einen dreck. dreck! -- dreck! - o dreck! - o süsses wort! - dreck! - schmeck! - auch schön! - dreck, schmeck! - dreck! leck - o charmante! - dreck, leck!- das freüet mich! - dreck, schmeck und leck! - schmeck dreck, und leck dreck!"
(Mannheim, 28 febbraio 1778)
 
"Ora però ho l'onore di domandare come si sente e se si veste acconciamente - se va di corpo sempre regolare -- sen on avrà la tigna da celare -- se mi vorrà ancora un po' di bene - se più spesso mi scriverà col gesso - se pensa ancora a me di quando in quando - se non ha voglia di impiccarmi ogni tanto - se forse era arrabbiata con me, povero scemo; se non vuole far la pace compiacente, o ne mollo uno, sul mio onore, immantinente! Ma lei ride -- victoria! -- siano i nostri culi gli araldi della pace! -- Ero certo che non poteva resistermi più a lungo. Sì, sì, del fatto mio sono sicuro, dovesso ancor oggi fare uno stronzo duro, pur se tra due settimane sarò a Parigi, glielo giuro. Se dunque lei mi vuole dar risposta dalla città di Augusta con la posta, presto allora mi scriva, così la lettera arriva, ché altrimenti se sono già partito invece della lettera ricevo uno stronzo rinsecchito. Stronzo! -- merda! -- cacca! - o dolce parola! - cacca! - pappa! - anche bello! - cacca, pappa! - cacca, lecca - o charmante! - cacca, lecca! - mi piace! - cacca, pappa, lecca!  - pappacacca, e leccacacca!" 

"Nun muß ich schliessen, ob es mich schon thut verdriessen, wer anfängt muß auch aufhören, sonst thut man die leute schöhren, an alle meine freünde mein Compliment, und wers nicht glaubt, der soll mich lecken ohne End, von nunan bis in Ewickeit, bis ich enimahl werd wieder gescheid. da hat er gwis zu lecken lang, mir wird dabey schier selbesten bang, ich fürcht der dreck der geht mir aus, und er bekommt nich gnug zum schmaus."
(Mannheim, 28 febbraio 1778)

"I miei complimenti a tutti gli amici, e chi non ci crede mi lecchi senza posa, da adesso al giorno del Giudizio, finché il senno mi ritorni a iosa. Da leccare ne avrà per un pezzo, mi vien paura se co penso adesso, tempo che la merda possa finire, non ne potrà poi tanta digerire."
   
Si noterà che il termine usato dal sublime compositore per indicare la merda è spesso Dreck anziché Scheisse. Le traduzioni più idonee di Dreck sono queste: "escrementi", "sterco", "sudiciume", "immondizia". Non si tratta di un eufemismo infantile, come può essere "cacca" anziché "merda": è una parola molto volgare. Anziché usare forme come "pappacacca" e "leccacacca", avrei tradotto volentieri "schmeck dreck" e "leck dreck" con "gusta la merda" e "lecca la merda". I traduttori cercano di far passare per tic e per vezzo infantile quelle che sono consapevoli esternazioni, non dissimili da quanto dichiarato dalla pornodiva viennese Veronica Moser, quando disse che nel corso della sua vita aveva ingurgitato il contenuto di dieci vasche da bagno piene zeppe di feci umane. Nella canzoncina oscena rivolta al "battimazza", il Salisburghese descrive addirittura la pratica del rusty trombone, in un'epoca in cui l'igiene intima non era particolarmente diffusa. Non contento di questo, arriva a concepire una geografia scatologica, fatta di luoghi ameni come il Tribsterillo, dove la merda in mare fa zampillo.   

La colossale stronzata del turettismo 

C'è sempre qualcuno che non riesce ad accettare la scandalosa verità e che proprio non capisce un fatto molto semplice: i contatti tra la bocca umana, l'ano e i suoi prodotti sono una realtà. Questi benpensanti non vogliono proprio credere alla possibilità che una persona - per giunta sanissima di mente e addirittura geniale - possa leccare sfinteri anali con voluttà infinita e farsi depositare sulla lingua grassi serpentoni di sterco, il tutto senza nemmeno una vaga ombra di nausea. Non capiscono nemmeno che una persona, uomo o donna che sia, possa amare farsi fare queste cose da qualcun altro, provandone un piacere intenso e indescrivibile. Così questi manipolatori vogliono ridurre tutto ciò che non sanno spiegarsi a una forma di follia, di alterazione sensoriale o di "parafilia", per usare il linguaggio di questi tempi infelici. Quando la grandezza del soggetto coinvolto rende difficile questa spiegazione, la loro strategia li porta a far di tutto per rimuovere ogni evidenza, cancellando la reale coprofagia e postulando una pura e semplice coprolalia. Il primo ad agire così è stato nientepopodimeno che Sigmund Freud, il padre della psicanalisi. Lo scrittore austriaco Stefan Zweig aveva sottoposto al luminare ashkenazita alcune lettere di Mozart alla cuginetta, tremando all'idea che fossero la prova di indecorose depravazioni. Così scriveva in una missiva: 
 
"Spero che voi, essendo capace di comprendere le altezze e le profondità, troverete non del tutto irrilevanti le stampe private che sto rendendo disponibili solo a una cerchia ristretta: queste nove lettere di Mozart ventunenne, di cui solo una pubblicata qui nella sua interezza, gettano una luce psicologicamente molto notevole sulla sua natura erotica, che, più di ogni altro uomo importante, ha elementi di infantilismo e coprofilia. In realtà sarebbe uno studio molto interessante per uno dei vostri alunni." 
 
Questa è la banalissima risposta di Freud: 
 
"Carissimo Dottore,
Grazie per la plaquette! Il fatto che Mozart amasse e coltivasse “gli scampanii da suino” mi era già noto, non so perché. Le spiegazioni che ne date non tollerano alcuna obiezione. Analizzando numerosi musicisti ho notato un interesse particolare, risalente alla loro infanzia, per i rumori prodotti dagli intestini. Se lo si debba considerare come un caso particolare del più generale interesse nei confronti del mondo dei suoni, o invece si debba accettare che nel talento musicale (a noi sconosciuto) ci sia una forte componente anale, è un dubbio che lascio irrisolto.
Un cordialissimo saluto
Suo, Freud"
 
 
Nel 1938 le lettere in questione vengono pubblicate senza censura, a cura della studiosa irlandese Emily Anderson. Negli anni '90 è nato così quello che chiamo "argomento del turettismo", che poggia su una grave fallacia logica. Il suo principale fautore è l'accademico ashkenazita Benjamin Simkin (Mozart's scatological disorder, British Medical Journal, 1992). La sindrome di Tourette è una malattia nervosa caratterizzata da tic e da ipercinetismo, che include tra i sintomi l'impulso a discorsi coprolalici. Il punto è che Mozart non era un semplice coprolalico. Non si limitava a parlare e a scrivere: lui faceva, praticava. La sua passione era totalizzante, assoluta. Su questo sarete tutti d'accordo: non si può nascondere una passione! I fautori dell'argomento del turettismo cadono nell'errore di pensare che dare un nome al quadro clinico di Mozart equivalga a riscattarlo dall'accusa di essere un coprofago.  
 
Confutare l'argomento del turettismo è molto facile. Non esiste un turettismo scritto. Mozart non è vissuto nell'epoca del Web e di Facebook. Non aveva un account in Instagram o un blog. Non poteva comunicare istantaneamente i propri pensieri al mondo intero. Per scrivere una lettera, doveva prima scarabocchiare una minuta su carta scadente, quindi ricopiare il testo finale su carta di buona qualità e in bella calligrafia. Tutte azioni non immediate, incompatibili con la natura impulsiva del tic turettico. Una lettera non arrivava a destinazione nel giro di un secondo: è inconcepibile che qualcuno scrivesse cose di cui si sarebbe pentito. Nessuno si è chiesto quale sarebbe stata la reazione di una ragazza nel ricevere da suo cugino una lettera con scritto: "Ti cago sul naso"? Queste cose possono essere fatte soltanto se tra i due c'è una complicità che nasce da una relazione. Una relazione fondata proprio sullo scat sex. Si deve anche notare che Mozart non scriveva affatto cose simili alla moglie Costanze, per cui aveva parole di tutt'altro tenore. Quindi i sostenitori dell'ipotesi del turettismo dovrebbero supporre che Mozart fosse affetto da sintomi di sindrome di Tourette soltanto quando interagiva con alcune persone e non con altre. Vi sembra una cosa credibile? Questa è una breve sintesi della questione: 
 
1) La coprolalia non è esclusiva della sindrome di Tourette (il sottoscritto è un esempio di coprolalico non ipercinetico).
2) La coprolalia non esclude affatto la coprofagia.
3) La sindrome di Tourette, anche se fosse provata al di là di ogni dubbio, non esclude affatto la coprofagia.
4) La coprofagia è un comportamento diffuso in Natura e non si capisce perché nella sola specie Homo sapiens debba essere considerato problematico. 
 
Nonostante tutta la sua retorica sul turettismo, Simkin afferma che "la sorprendente scatologia che si trova nelle lettere di Mozart non è stata ancora spiegata in modo soddisfacente." Ma come sarebbe a dire? La spiegazione soddisfacente di tale scatologia... è proprio la scatofagia

Leccami il culo!

Mi accingo a riportarvi quelli che sono capolavori del Maestro di Salisburgo, tracimanti di poesia sublime, gioielli di cui purtroppo la massima parte delle persone ignora persino l'esistenza. Ecco, assumo su di me il compito di spargere per il mondo intero la notizia di tanta armonia, di tanta bellezza irradiante dal Gran Secolo Sadiano! 

Queste sono le schede tecniche di alcuni brani notevolissimi:

1) Leck mich im Arsch
 
Compositore: Wolfgang Amadeus Mozart
Autore del testo: Wolfgang Amadeus Mozart
Tipo di composizione: Canone vocale
Canone d'opera: K231
Tonalità: Si bemolle maggiore
Anno di composizione: 1782
Durata media: 2 min 20 sec

Testo originale:

"Leck mich im Arsch,
Laßt uns froh sein!
Murren ist vergebens!
Knurren, brummen ist vergebens,
ist das wahre Kreuz des Lebens,
das Brummen ist vergebens,
Knurren, brummen ist vergebens,vergebens!
Drum laßt uns froh und fröhlich, froh sein!"

Traduzione:

"Leccami il culo
Gioiamo!
Brontolare è inutile!
Ringhiare, ronzare è inutile
è la vera disgrazia della vita,
Ronzare è inutile,
Ringhiare, ronzare è inutile!
Perciò siamo felici e contenti, felici!"

2) Leck mir den Arsch recht schön 
 
Compositore accreditato: Wolfgang Amadeus Mozart
Supposto compositore: Wenzel Trnka
Autore del testo: Wolfgang Amadeus Mozart
Tipo di composizione: Canone vocale
Canone d'opera: K233
Anno di composizione: 1782

Testo originale:

"Leck mir den Arsch recht schön,
fein sauber lecke ihn,
fein sauber lecke, leck mir den Arsch
Das ist ein fettigs Begehren,
nur gut mit Butter geschmiert,
den das Lecken der Braten mein tagliches Thun.
Drei lecken mehr als Zweie,
nur her, machet die Prob'
und leckt, leckt, leckt.
Jeder leckt sein Arsch für sich.
"

Traduzione: 
 
"Lecca il mio culo ben bene,
leccalo ben pulito,
ben pulito, lecca il mio culo.
Questo è un sudicio desiderio,
ben imburrato,
come leccare carne arrosto, mia attività quotidiana.
Tre leccheranno più di due,
forza, basta provare,
e lecca, lecca, lecca.
Tutti leccano il culo per se stessi."
 
 
Per quanto possa sembrare incredibile, mi sono imbattuto in un video quasi surreale, in cui un attempato direttore d'orchestra dirigeva un coro di angeliche ragazzine che cantavano gioiose l'invito mozartiano a praticare l'anilingus profondo!
 
3) Bona nox 
 
Compositore: Wolfgang Amadeus Mozart
Autore del testo: Wolfgang Amadeus Mozart
Tipo di composizione: Canone vocale 
Canone d'opera: K561
Tonalità: La maggiore
Metro: 2/2
Anno di composizione: 1788 

Testo originale:
 
"Bona nox!
bist a rechta Ochs;
bona notte,
liebe Lotte;
bonne nuit,
pfui, pfui;
good night, good night,
heut müssma noch weit;
gute Nacht, gute Nacht,
scheiß ins Bett dass' kracht;
gute Nacht, schlaf fei g'sund
und reck' den Arsch zum Mund." 
 

Traduzione: 

"Buona notte! 
sei un vero bue;
buona notte*,
cara Lotte;
buona notte**,
pfui, pfui;
buona notte, buona notte***,
abbiamo ancora molta strada da fare domani;
buona notte, buona notte, 
caga nel letto, fa' che scoppi;
buona notte, dormi bene,
e porgi il culo alla bocca." 

*In italiano nell'originale
**In francese nell'originale
***In inglese nell'originale

Esistono due versioni che testimoniano una censura puritana. Una versione è parzialmente modificata, con ridicole alterazioni delle parti relative al culo e alla merda. La versione completamente modificata è priva di qualsiasi elemento settico (anziché invitare la fantesca a mettergli il culo in bocca, il compositore le augura di dormir bene finché non si farà giorno).  
 
4) O du eselhafter Peierl 

Compositore: Wolfgang Amadeus Mozart
Autore del testo: Wolfgang Amadeus Mozart
Tipo di composizione: Canone vocale
Canone d'opera: K559a
Tonalità: Fa maggiore
Anno di composizione: tra il 1785 e il 1787

"O du eselhafter Peierl!
o du peierlhafter Esel!
du bist so faul als wie ein Gaul,
der weder Kopf noch Haxen hat.
Mit dir ist gar nichts anzufangen;
ich seh dich noch am Galgen hangen.
Du dummer Gaul, du bist so faul,
du dummer Peierl bist so faul als wie ein Gaul.
O lieber Freund, ich bitte dich,
o leck mich doch geschwind im Arsch!
Ach, lieber Freund, verzeihe mir,
den Arsch, den Arsch petschier ich dir
Peierl! Nepomuk! Peierl! verzeihe mir!"

Traduzione:

"Oh asino d’un Peierl!
Oh Peierlesco asino!
Sei pigro come un cavallo
senza muso né garretti.
Con te non c’è rimedio;
ti vedo già penzolar dalla forca.
Stupido cavallo, sei un pigrone,
stupido Peierl, sei pigro come un cavallo.
Oh caro amico, ti prego
oh baciami il culo, svelto!
Ah, caro amico, perdonami,
però ti sigillo il culo.
Peierl! Nepomuk! Perdonami!"
 
Il canone è una burla scatologica ai danni dell'amico Johann Nepomuk Peyerl. Qui sono palpabili contenuti omosessuali. Il sublime musicista aveva anche bramosia di sodomizzare uomini, con inusitata violenza. Prima si faceva infilare la lingua nello sfintere anale, poi procedeva a penetrare l'orifizio altrui. Chiunque può capire che "sigillare il culo" sta per "sodomizzare".
 
Qualcuno nel social network Quora ha paragonato queste composizioni alle nostrane canzoni delle osterie (es: Osteria numeno nove, i soldati fan le prove, fan le prove col tamburo per vedere quanto è duro, etc.). Un raffronto assolutamente fuori luogo. A parte qualche canzone macabra (es: Osteria del cimitero, è successo un fatto nero: due cadaveri putrefatti si inculavano come matti), non si ravvisa alcunché di eccessivamente bizzarro. In particolare manca ogni traccia di esaltazione del contatto con le feci. Detto questo, non ci si aspetta che una persona asettica che vive di solo intelletto, quale esiste solo nella fantasia dei neopositivisti, poi si metta a intonare oscenità goliardiche. Ve lo vedete Piero Angela cantare le canzoni delle osterie?
 
Non mi si parli di sindrome di Tourette e di altre baggianate similari! Mozart era ben consapevole delle gioie infinite che soltanto il sesso oro-anale poteva donargli! Egli godeva quando la cuginetta gli titillava lo sfintere con la lingua, insinuandola nel retto e sentendo sulle papille della punta il sapore escrementizio della flora batterica. Mentre lei gli dedicava queste attenzioni bizantine, a lui si rizzava il priapo rubizzo, gli diventava duro come il marmo. Al culmine dell'esaltazione rilasciava un torrente di caldo liquame genetico, densissimo di animaletti spermatici, girini avviati verso la morte per soffocamento!  
 
Mozart e la Massoneria

Anche gli ingegni più eccelsi hanno difetti. Se c'è qualcosa che rimprovero a Mozart, quella è proprio la sua affiliazione alla conventicola della Libera Muratoria. Si badi bene, non gli rimprovero il gusto coprofago che lo portava a mangiare la merda - e neppure il fatto che la facesse mangiare agli altri. Bisogna però capire che erano tempi assai diversi da quelli in cui viviamo: molti pensavano che il Grembiule e l'Occhio Onniveggente fossero proprio la causa della Libertà, così si sentivano in obbligo di militarvi. Ho avuto l'impressione che i Frammassoni tuttora reagiscano con grande stizza e persino con furia al solo sentire nominare la coprofagia del Maestro di Salisburgo. Segno che non hanno ancora digerito (è proprio il caso di dirlo) un simile fardello! 
 
Le reazioni di una megera 
 
Scandalizzatissima dalle pratiche sessuali di Mozart fu la celebre Lady di Ferro, Margaret Thatcher. Non appena le giunse notizia di testi che inneggiavano all'ingestione di materia fecale e al contatto della lingua con l'orifizio infero, ne rimase inorridita a tal punto da perdere i sensi. Ebbe a dire che non credeva possibile la stessa esistenza di persone capaci di dilettarsi leccando cose tanto laide. Lei non concepiva nemmeno il semplice sesso orale! Questo va però detto, in difesa del Maestro di Salisburgo e del suo onore, che la Thatcher seguiva una dieta molto particolare a base di quantità impressionanti di uova. L'ano di quell'arpia eruttava senza sosta colonne asfissianti di acido cianidrico: quel culo pieno di emorroidi somigliava alla cloaca di un Tyrannosaurus rex!    

Negazionismo spinto 

Ricordo di essermi imbattuto, ancora in epoca universitaria, in un articolo apparso su uno dei tanti quotidiani di carta straccia che avvelenano l'Italia. Forse era il Corriere della Sera, ma non ne sono sicuro. Il pezzo si intitolava "Un improbabile Amadeus erotico". Un giornalista stizzito sentenziava, lanciando strali contro uno spettacolo teatrale appena tenutosi, credo a Milano: la colpa dell'autore era quella di aver rappreentato Wolfgang Amadeus Mozart come un tombeur de femmes alla continua ricerca di avventure galanti. A detta dell'articolista, il compositore austriaco sarebbe stato addirittura asessuato, completamente distaccato dalla sua natura corporea, in pratica un essere disincarnato. Quello che sfugge del tutto è la natura complessa e chimerica dell'essere umano, in cui possono convivere le componenti più contrastanti.

La vera causa della morte di Mozart

La malattia e la morte di Mozart costituiscono un argomento molto controverso ancor oggi. Si è detto e si è scritto di tutto: avvelenamento da mercurio o da antimonio, febbre reumatica, tifo, sifilide, tonsillite, vaiolo e via discorrendo. Il referto medico riporta come causa della morte la "febbre miliare acuta" (in tedesco hitziges Frieselfieber). Il termine è abbastanza vago, dato che indicava una serie di stati febbrili caratterizzati da eruzioni cutanee. C'è chi ha evocato lo spettro di un complotto. La teoria più popolare è quella dell'avvelenamento ad opera del rivale Antonio Salieri. Altri, come l'antisemita radicale Hermann Ahlwardt e Mathilde Ludendorff (moglie del generale Erich Ludendorff), attribuiscono la responsabilità dell'avvelenamento agli ebrei. A quanto pare nessuno si è avvicinato alla comprensione di come le cose sono andate realmente. Purtroppo Mozart contrasse una serie di gravi infezioni provocate da patogeni fecali, tra cui Escherichia coli, e morì di setticemia per via delle sue sfrenate attività coprofaghe!

Un omaggio postumo: le palle di Mozart 

Le palle di Mozart (in tedesco Mozartkugeln, in origine Mozart-Konfekt) sono ghiottissimi cioccolatini ripieni di marzapane al pistacchio e di crema gianduia, creati a Salisburgo dal pasticciere Paul Fürst a quasi un secolo dalla morte del divino compositore. Correva l'Anno del Signore 1890. Sono sicuro che Amadeus avrebbe molto apprezzato l'omaggio, mettendosi a fantasticare sull'aspetto di quelle dolcissime palle! Ne sarebbe rimasto estasiato!  

martedì 1 gennaio 2019

L'ENIGMATICO CASO DI DANTE VIRGILI

Dante Virgili (Bologna, 21 marzo 1928 - Milano, 20 maggio 1992) costituisce senza dubbio non soltanto un'anomalia stridente nel panorama letterario italiano, ma anche un grande mistero. Fatto più unico che raro per un uomo vissuto in Italia settentrionale nella piena luce del XX secolo, non esiste di lui nemmeno una fotografia. Questo almeno racconta la vulgata corrente. Scarse le notizie biografiche. Da bambino sarebbe stato un balilla e un campione di dama, cose non insolite per un bambino nato ed educato nel Ventennio. Le descrizioni fatte da chi lo conobbe sono a dir poco impietose. Un ometto repellente, fisicamente e moralmente ripugnante: così viene definito questo personaggio che sembra un incrocio tra Louis-Ferdinand Céline e Albert Caraco, il cui nome ha tutta l'aria di essere uno pseudonimo fabbricato ad arte accostando il nome di Dante Alighieri al nomen gentilitius di Publio Virgilio Marone. Secondo il giornalista Antonio Franchini, il bizzarro scrittore avrebbe avuto qualche somiglianza col grottesco pupazzo Provolino, famoso negli anni '70. La sua caratteristica principale sarebbe stata la dentatura difettosa, formata dai soli incisivi, cosa che l'avrebbe costretto a una peculiare dieta carnivora a base di prosciutto e di carne trita cruda. C'è però un'altra caratteristica di Virgili che balza subito agli occhi, più delle sue peculiarità fisiche e dietetiche: il fatto che egli sia stato definito come l'unico scrittore italiano nazista. Una costante della sua produzione è infatti la nostalgia di Adolf Hitler e del III Reich, innestata sul tema apocalittico: l'invocazione di un conflitto termonucleare globale che vendichi l'onore della Germania distrutta. Altra etichetta spesso applicata all'autore in questione è nichilista, che mi sembra nettamente più sensata rispetto alla forzata attribuzione all'ideologia hitleriana. Oltre all'anelito apocalittico, una notevole peculiarità virgiliana è l'ossessione per le pratiche sessuali sadomasochistiche, che permea in modo capillare ogni pagina dei suoi scritti.

Le opere pubblicate di Dante Virgili sono due romanzi, in apparenza ricchissimi di elementi autobiografici: 

1) La distruzione, scritto nel 1969 e pubblicato nel 1970; 
2) Metodo della sopravvivenza, scritto nel 1990 e pubblicato quasi un ventennio dopo, nel 2008.


Sorge a questo punto una domanda destabilizzante. Ma è poi esistito davvero Dante Virgili? Perché vedete, l'ipotesi che quest'uomo senza nemmeno una fotografia non sia mai esistito non è poi così peregrina e non si tratta nemmeno una mia perversa invenzione. Questo è infatti quanto è riportato su Wikipedia (dicembre 2018): 

"All'epoca della riedizione de La distruzione, pubblicizzata come la riscoperta di un grande autore emarginato per ragioni ideologiche, fu sollevato il dubbio che Dante Virgili non esistesse nemmeno."

Va detto però che da nessuna parte, nel Web o altrove, si menziona il nominativo anche solo di una delle persone che hanno sollevato il dubbio sull'esistenza del nostro eroe letterario. La circostanza mi appare assai singolare. Non si può lanciare il sasso e nascondere la mano. Manca quindi una parte importante del dibattito. Come mai? Cosa si vuole nascondere con questa strategia dell'ambiguità? 

Nell'edizione del 1970 de La distruzione, sul retro del volume si possono leggere alcune note biografiche sulla vita adulta dell'autore, che sono comunque assai scarne e con qualche venatura di improbabilità. Riporto il testo senza indugio: 

"Dante Virgili è nato a Bologna nel 1928. Oltre a essersi occupato di lavoro editoriale, ha scritto, sotto vari pseudonimi, libri di avventure e gialli per ragazzi. Attualmente risiede a Forlì, presso la Fondazione Garzanti, dove ha potuto scrivere e portare a termine questo suo primo romanzo." 

Come mai il controverso autore aveva la sua residenza presso la Fondazione Garzanti? Ne era il guardiano? Il suo soggiorno a Forlì contrasta con notizie della sua presenza continuativa a Milano, dove avrebbe condotto un'esistenza spettrale, inumato in un monolocale simile a un loculo cimiteriale. 

Nell'introduzione al secondo romanzo di Virgili, Metodo della sopravvivenza, Pietrangelo Buttafuoco ci spiega:

"Dante Virgili è un fiore di quel giardino delle impossibilità qual è il cattiverio anarchico-fascista, ritiene, infatti, disastrosa la scoerta dell'America, odia l'americanismo e condanna definitivamente gli americani per i crimini commessi contro gli indiani cui nessun tribunale oserà mai dare una sentenza agli occhi dei "fratelli umani"." 

Nel Web di questi tempi è tutto un pullulare di individui assai singolari che si definiscono anarchico-fascisti. Ne ho persino trovato uno che si definisce anarco-nazionalsocialista. Si converrà che tutto ciò presenta qualche elemento di incoerenza definitoria.   


Cronaca della fine 

Il sopra menzionato Antonio Franchini, giornalista di Napoli, è l'autore dell'importante libro Cronaca della fine, pubblicato nel 2003 da Marsilio nella collana Farfalle (262 pagine, codice EAN: 9788831782487). Il volume mi è stato menzionato per la prima volta dall'amico C., un convinto sostenitore dell'esistenza storica di Dante Virgili, che vedeva con grande fastidio il mio profondo scetticismo. Nulla poteva farlo arrabbiare più della mia affermazione "Dante Virgili è un personaggio letterario, non una persona realmente esistita". Ebbene, secondo C. il libro di Franchini avrebbe dovuto contenure tutte le informazioni necessarie per farmi cambiare idea, per convincermi dell'esistenza fisica dello scrittore nichilista. Pur presentendo come sarebbero andate le cose, mi sono recato in biblioteca e ho preso in prestito il volume in questione, immergendomi nella lettura. Le aspettative di C. non si sono materializzate. Non soltanto i miei dubbi non sono venuti meno, ma quando sono giunto alla fine del testo franchiniano ero ancor più convinto della fondatezza delle idee da me sostenute. Questa è la sinossi di Cronaca della fine, reperita sul sito www.ibs.it


"Nel 1970, in piena rivolta giovanile, la Arnoldo Mondadori Editore pubblicò un romanzo in lode di Hitler, "La distruzione" di Dante Virgili. Franchini comincia ripercorrendo il tormentato iter che portò i funzionari editoriali di allora alla decisione di pubblicare l'unica opera apertamente, dichiaratamente nazista della letteratura italiana. Poi ricostruisce, attraverso testimonianze di chi lo conobbe e ricordi personali, la figura del'autore, "demone meschino" ma soprattutto scrittore potente e visionario. "Cronaca della fine" è un'inchiesta su un caso editoriale, ma anche un'opera sul giudizio e sui suoi labili fondamenti, sui giudici e sulle loro debolezze, sui sommersi e i salvati della letteratura." 

Certo, Franchini riporta non poche notizie di considerevole interesse. Ad esempio parla dei ricoveri di Virgili in istituti psichiatrici e cita alcuni aneddoti stravaganti. Tuttavia i buchi, anzi, le voragini nella biografia dello scrittore non vengono colmati, le informazioni restano frammentarie e affogate in un mare di considerazioni fumose. Cosa avrebbe fatto il nostro eroico Dante durante la Seconda Guerra mondiale? Non è dato sapere: di certo non era un interprete delle SS come il protagonista de La distruzione, così come non ha potuto assistere alla trionfale entrata di Adolf Hitler a Vienna in seguito all'Anschluss. Resta soltanto la vaghissima notizia di una sua infanzia in Germania col padre (ma come, non era un balilla e campione di dama in Italia??). La cronologia non torna, i pur pochissimi elementi che la compongono non si incastrano, non combinano. Si capisce lontano un miglio che si tratta di un personaggio costruito a tavolino.

Il caso Dean Blackmoore 

Uno dei luoghi comuni più diffusi su Virgili riguarda un fatto ben curioso: sotto pseudonimo avrebbe scritto un gran numero di libri western per ragazzi. Nel libro di Franchini sono riuscito a risalire al fatidico nom de plume, ovviamente americaneggiante: Dean Blackmoore. Qualche breve ricerca nel Web e sono riuscito a risalire alla vera identità di Dean Blackmoore. Non era Dante Virgili, bensì Giuseppe Calanchi. Questo Calanchi era un prolificissimo autore di libri per ragazzi che scrisse sotto svariati pseudonimi e che ebbe fama ben oltre i confini nazionali. Non era un mostro e ha generato una figlia, Alessandra. Se Virgili fosse stato Calanchi, non sarebbe certo stato povero in canna. Le rendite derivate dalle vendite avrebbero dovuto garantirgli un certo agio e di certo l'indipendenza economica. Sapete come è andata? Dovendo per forza menzionare lo pseudonimo di Virgili, ecco che Franchini ha rischiato il tutto per tutto, contando sul fatto che ormai gli autori della letteratura per ragazzi non li conosce più nessuno. Ha rischiato e ha perso. 

Seguite questo link: 


Alcuni pseudonimi di Giuseppe Calanchi: J. William Sheridan; W. Flowe... e Dean Blackmoore! Una coincidenza interessante: Giuseppe Calanchi nacque a Bologna, come si dice di Dante Virgili, ma nel 1889. Impiegato statale, fu attivo in una brigata partigiana e riconosciuto patriota. 


Fu anche un attivissimo traduttore. Sue sono le traduzioni in italiano delle avventure di Huckleberry Finn (Mark Twain) e dei tre romanzi del Ciclo dei Moschettieri (Alexandre Dumas padre). Interessante, nevvero?

Il caso Silone 

A quanto riporta Franchini nel suo volume, per aiutare Virgili, oppresso da dure condizioni di indigenza, sarebbe stato scomodato Ignazio Silone (nato Secondo Tranquilli). Questo è quanto: 

Anche qui si presenta il solito ostacolo burocratico.
Virgili ha pubblicato un solo libro e per essere presi in considerazione dalla Cassa Scrittori ce ne vogliono almeno due.
"Vecchie regole che non si riesce a superare", si dispiace lo stesso Silone.
Ma il curriculum di Virgili conta ben ventiquattro romanzi western per ragazzi pubblicati dalla casa editrice Capitol con lo pseudonimo di Dean Blackmoore.
Si cerca di far passare la tesi per cui entiquattro pseudonimi possono valere un nome e il tentativo ha successo.
Silone comunica che è riuscito a far assegnare a Dante Virgili la somma di L. 200.000.

(Antonio Franchini, Cronaca della Fine) 


Silone è defunto nel 1978 e non può confermare né smentire, dal momento che nel paese di Urugal le ombre non proferiscono verbo. Tuttavia, se Dean Blackmoore è Giuseppe Calanchi, tutta la storia non può che essere una fabbricazione.

I miseri resti e il loro strano destino 

Franchini ci parla della morte di Dante Virgili e delle sue vicende postume. Ecco la narrazione. Lo scrittore morì nel suo triste alloggio, in completo stato di solitudine e di abbandono. Fu trovato il suo corpo orrendamente tumefatto e sfigurato, in un bagno di sangue. Il corpo di quello che è stato sempre descritto come un "ometto" veniva addirittura ad assumere proporzioni gigantesche! La salma fu quindi inumata in fretta e furia al Cimitero Maggiore di Milano. I pochi parenti marchigiani del defunto non hanno voluto sapere niente di lui. In Cronaca della fine viene descritta un'angosciante visita domenicale alla tomba di Virgili, da parte dello stesso Franchini e di Ferruccio Parazzoli, lo scrittore che - come si vedrà - tanta parte ha avuto nell'articolazione del mito memetico virgiliano. Si descrive il lotto cimiteriale in cui, sotto una semplice croce, sarebbe stato sepolto l'autore de La distruzione. Sarebbe interessante compiere una verifica sul campo, per controllare ad esempio la reale presenza della tomba pacchiana di un uomo in carrozzina e della sua consorte. Il destino ha voluto che le cose non finissero in modo così semplice, con quei resti mortali dimenticati sotto una croce. A distanza di anni, nel 2012, ecco che le spoglie sono state riesumate, con la minaccia incombente della loro dispersione nell'ossario comune. Contenute in una cassetta di zinco, le ossa di Virgili attendevano il loro fato di oblio eterno nell'entropia. A questo punto fu indetto un appello con crowdfunding per trovare le risorse necessarie per una sistemazione più dignitosa a quei resti. L'iniziativa fu lanciata dall'anarchico individualista Gerardo de Stefano e dal militante di CasaPound Andrea Lombardi, che si professa céliniano. Al termine del lungo iter, ecco un loculo assicurato e le ossa salvate. Per maggiori informazioni sulla complessa vicenda rimando agli articoli apparsi nel Web, come questi: 



Inumato nel 1992, ecco che dopo vent'anni, nel 2012, un corpo si sarebbe decomposto interamente, lasciando le ossa nude e facilmente collocabili in una cassetta di zinco. Sono un po' scettico su un così rapido disfacimento. Sarebbe interessante verificare la collocazione della nuova sepoltura (mi sembra che non sia indicata da nessuna parte) e il suo effettivo contenuto, ma non credo che sia necessario spingersi a tanto. 

Un'epidemia di fontite acuta 

Ora mi chiedo una cosa. Sostengo l'inesistenza di Dante Virgili, ed ecco che vengo aggredito nel Web, apostrofato col solitu urlo stridulo imperante dall'inizio della presidenza di Donald Trump: "Fonti?!?" Ormai se anche uno sostenesse che l'acqua pura è diafana e incolore, subito verrebbe aggredito. "Fontiiii?!!!!!?", gli strillerebbero senza sosta, come se avesse proferito una proposizione tra il pazzesco e il cervellotico. Ma, Sant'Iddio, le fonti semmai le dovete portare voi, che sostenete con tanta sicumera l'esistenza fisica di Dante Virgili su basi così insostanziali come quelle reperibili nel Web e nel libro di Franchini. Tanto più che quando qualcuno chiede le fonti all'epoca di Trump, spesso si scopre che trangugiava pentole di diarrea di Obama solo pochi anni prima. 

In sintesi: 
1) Non crediamo possibile che di Dante Virgili non esista nemmeno una foto. Pretendiamo quindi che ce ne venga esibita una. Non ci accontentiamo di un'immagine photoshoppata di uno stortignaccolo reperito nei bassifondi della Rete: la foto deve essere autenticata da un ufficiale.
2) Pretendiamo l'esibizione di copie autenticate dei certificati di ricovero negli istituti psichiatrici che avrebbero ospitato l'augusto nichilista.
3) Pretendiamo l'esibizione di tutta la documentazione dell'iter burocratico relativo all'interessamento di Silone per il curriculum virgiliano e alla concessione del finanziamento della Cassa Scrittori.
4) Pretendiamo l'esibizione di tutta la documentazione mortuaria sulla prima sepoltura dei suoi resti e sulla loro successiva riallocazione. 


Se queste richieste non potranno essere soddisfatte, sarà scritta la parola conclusiva su un'invereconda beffa letteraria che per decenni ha tratto in inganno migliaia di persone. Certo, vorrei essere stato vittima di un colossale abbaglio, vorrei che l'eroico Dante fosse davvero esistito in carne ed ossa. Devo però aggiungere questo. Franchini, Parazzoli e gli altri demiurghi che a mio avviso hanno suscitato Virgili dalle tenebre, forse non sanno che esistono davvero uomini come il sottoscritto, interamente pervasi dall'anelito apocalittico, che realmente desiderano la combustione del genere umano in un conflitto termonucleare globale!