sabato 12 gennaio 2019


TI VESTIRAI DEL TUO VESTITO BIANCO

Autore: Ferruccio Parazzoli
Anno: 1997

Editori:
    Frassinelli (1997)
    Mondadori (2008, formato Altri)

Genere: Romanzo
Sottogenere: Romanzo di formazione, romanzo della memoria,
     pseudo-autobiografia

Codice EAN (Frassinelli): 9788876844645
Codice EAN (Mondadori):
9788804576556
Codice ISBN (Frassinelli): 8876844643
Codice ISBN (Mondadori): 8804576553
Pagine (Frassinelli): 142 
Pagine (Mondadori): 125


Trama: 
Milano, anni '60. La bella Regina, una ragazza delicata e snob, è amata e desiderata da due uomini. Il primo spasimante è un ventiseienne bohémien che vive in una zona periferica, in una squallida mansarda, conducendo fiaccamente studi universitari senza fine e giocando ogni notte immaginarie partite a scacchi con Mefistofele. Il suo nome, che non doveva essere molto fantasioso, è sprofondato nei miei banchi di memoria stagnante e non sono riuscito a recuperarlo nel Web (forse era Stefano, ma potrei ingannarmi). Il secondo spasimante si chiama Lorenzo ed è un ex militante del Partito Comunista, pieno di nauseabondo idealismo e sposato a una donna scialba che sembra sua sorella. Ha anche un figlio, una specie di clone, roba da villaggio dei dannati! Dalla vivida descrizione dell'aspetto fisico del comunista rottamato si capisce all'istante qual è stato il modello che lo ha ispirato: Piero Fassino. Regina, che è una allumeuse, si diverte a illudere entrambi i proci, senza concedere loro granché. Ne nasce un ambiguo ménage à trois, fatto di debilitanti escursioni domenicali in bicicletta e di altre simili trovate afflittive. Lorenzo viene scaricato nel corso di una gita a Genova. Lo studente riesce invece a ottenere qualche strusciamento, ma poi quando la ragazza gli si concede è lui a rifiutarla: lei non vuole farlo nella mansarda, ma lui, in preda a un invincibile attacco di pigrizia, si sottrae alle profferte. Regina, sconvolta, abbandona tutto e si reca in un paese barbarico dell'America Centrale come missionaria laica, solo per finire brutalizzata e uccisa da una banda di spaventosi energumeni. Il finale, che mi asterrò di rivelare, ha in sé un'inaspettata vena macabra... 

Recensione: 
Questo scritto parazzoliano, definito dai critici romanzo di formazione e della memoria, è della massima importanza per un motivo molto semplice: uno dei suoi personaggi è Dante Virgili. È proprio lui: l'inquilino del terzo piano! Anche se non viene mai menzionato per nome, non ci sono dubbi sulla sua identità. Quello che più sorprende è l'omogeneità stilistica pressoché assoluta con il secondo romanzo attribuito a Virgili, Metodo della sopravvivenza, composto a quanto si dice nel 1990 - sempre stando alla narrazione di Antonio Franchini - ossia sette anni prima della prima pubblicazione del presente testo di Parazzoli. Quando ho letto Ti vestirai del tuo vestito bianco ho avuto la nettissima sensazione che interi passi di Metodo della sopravvivenza vi fossero migrati come per un prodigioso gioco di prestigio. Subito ne ho avuto piena coscienza: Metodo della sopravvivenza è stato scritto da Ferruccio Parazzoli, dalla prima sillaba all'ultima. Sono assolutamente sicuro di quanto sostengo, e che Thor mi possa incendiare il cranio con la folgore se dico il falso!

Questo riporta Franchini sul perverso personaggio parazzoliano:   

"Ricostruito con esattezza filologica assoluta: ogni frase pronunciata dall'inquilino del terzo piano era stata presa da qualche pagina di Virgili, verosimilmente, era stata da lui pronunciata nella realtà e fedelmente registrata nella memoria [...]"
(Cronaca della fine) 


Bisognerà ammettere che l'ipotesi di un Parazzoli che ricorda con memoria assoluta ogni singola sillaba proferita da un Dante Virgili somigliante al pupazzo Provolino appare per forza di cose piuttosto improbabile. Se invece Dante Virgili fosse un'invenzione di Parazzoli e dei suoi compari, in toto costruita a tavolino, tutto ciò avrebbe una spiegazione immediata, semplice e diafana come cristallo di rocca. Probabilmente Parazzoli ha scritto Ti vestirai del tuo vestito bianco introducendo una figura che poi gli sarebbe servita qualche anno dopo per scrivere proprio Metodo della sopravvivenza. In altre parole, la mia tesi è questa: in realtà Ti vestirai del tuo vestito bianco precede cronologicamente Metodo della sopravvivenza e ne costituisce il germoglio.

La descrizione di Dante Virgili occupa qualche pagina. Invito tutti a procurarsi una copia del romanzo di Parazzoli, magari prendendolo in biblioteca come ho fatto io, e a leggere con attenzione. L'inquilino del terzo piano è ossessionato dalla pornografia e dalle pratiche sadomasochistiche. Invita persino Regina nel suo appartamento e le mostra un apparato di contenzione con cui vorrebbe immobilizzare qualche vittima (si capisce fin troppo bene che la sua è un'esistenza di vagheggiamenti e di desideri inappagati). Si fa cenno alla strana alimentazione dell'uomo luciferino, che consiste quasi esclusivamente di prosciutto e di carne cruda. Si fa allusione anche alle sue croniche difficoltà pecuniarie: è proprio la caritatevole Regina a comprargli la carne trita, che altrimenti lui non si potrebbe permettere. A un certo punto l'inquilino del terzo piano ferma la ragazza sulle scale ed erompe in una sinistra profezia: "Ti vestirai del tuo vestito bianco". Proprio la frase che dà titolo al libro. Non alludeva però a un abito da sposa, bensì all'abito bianco delle missionarie laiche. Era quindi una promonizione dell'atroce morte della ragazza, che sarà violentata e sottoposta a torture prima di essere uccisa. 

Una famiglia selvatica e pagana 

Una simpatica storiella è incorporata nella trama del romanzo del Parazzoli. Si narra di un prete che nel corso del suo magistero in una valle montana impervia si imbatta in una famiglia descritta come "selvatica e pagana". Il punto è che a questa famiglia di pastori, sfuggita chissà come alla cristianizzazione, appartiene una bellissima fanciulla con l'abitudine di girare nuda per i pascoli - quasi un'immagine tratta da un quadro silvestre neoclassico in cui campeggiano procaci dee e lascive ninfe. Che accade? Semplice: il prete getta la tonaca alle ortiche, se la strappa proprio di dosso, quindi si congiunge con la pastorella pagana. Abbandonata la Chiesa di Roma, l'ex chierico finirà i suoi giorni invecchiando assieme alla sua amata, lontano dallo spettro della sua passata vita cattolica. Il tema dell'abiura della Chiesa di Roma da parte di persone che le erano devotissime non è affatto isolato nella produzione parazzoliana. Potremmo dire che si tratta quasi di un Leitmotiv. Anzi, sarà lo stesso scrittore romano, agli inizi del XXI secolo, a seguire in qualche modo le orme di Cristóvão Ferreira e per giunta senza essere stato sottoposto a coercizione alcuna dai Tokugawa, emergendo dal suo passato teista come "sciamano" e "cavaliere Jedi"

Pregi del romanzo 

Certe descrizioni evocano atmosfere melanconiche e sognanti. Questo brano mi è stato possibile trovarlo nel Web, lo riporto a titolo d'esempio:

“L’aspettammo con delle biciclette appoggiate al marciapiede, il rumore dei treni che entravano in stazione e un odore molle di sera estiva come può darlo soltanto una grande città quando il sole non si decide a tramontare ma rimane sospeso in un cielo senza colore e sembra che il buio non debba venire mai, un misto di catrame, di gas e di ligustri che ti scioglie quel filo di volontà che hai tenuto con i denti per tutta la giornata e se sei giù di corda ti mette voglia di non sai che cosa, la nostalgia di quello che non hai avuto mai.” 

E ancora: 

Nel ricordo, piacere e dolore si confondono e benchè la memoria tenda per sua natura ad addolcire ogni cosa, nel rievocare a me stesso quei giorni provo un'impercettibile fitta, come di una spina mai uscita dalla carne.

Tutto ciò fa vibrare una fibra di masochismo nel mio essere, come quando il nervo di un dente mal devitalizzato inizia a pulsare in sottofondo proprio nel bel mezzo di un orgasmo.  

Altre recensioni e reazioni nel Web 

Mi ha incuriosito una recensione apparsa su La Stampa, intitolata Sotto il vestito molto dolore. Parazzoli in stile Bergman. Nell'incipit l'autore si lamenta del fatto che il romanzo parazzoliano avrebbe raccolto meno di quanto meritava. Dubito che il problematico caso Virgili abbia anche soltanto sfiorato la sua mente. Purtroppo non è possibile procedere oltre: il sito Web richiede un pedaggio per poter proseguire nella lettura. Non pago tributi feudali agli editori e ai giornalisti! Riporto il link, nel caso qualche abbonato abbia la possibilità di completare la lettura: 


Su Anobii.com ci sono alcune recensioni: 


Numerose sono le banalità (troppo nordico, troppo intellettuale, etc.), ma trovo assai utile una citazione riportata da un commentatore:

Basta restare soli perchè ci si possa persuadere di decifrare il labirinto di fatti e sentimenti che si è venuto a creare intorno a noi. Allora siamo disposti ad assegnare un preciso valore ad ogni più piccolo avvenimento, a caricare ogni frase, che abbiamo conservato nella memoria, di un significato recondito che le parole certo non esprimono se non secondo un codice segreto, il cui vero senso porta a conclusioni spesso opposte a quando ci è sembrato intendere in un primo momento.

Che Parazzoli volesse alludere cripticamente a Dante Virgili?

giovedì 10 gennaio 2019


ROMA SENZA PAPA 

Titolo completo: Roma senza papa. Cronache romane di fine secolo
      ventesimo 
Autore: Guido Morselli
Prima pubblicazione:  1974
Editore: Adelphi
Genere: Romanzo
Sottogenere: Ucronia, satira, fantascienza fantareligione,
     fantapolitica
Codice EAN:
9788845909344
Pagine: 184 (Brossura)


Ambientazione:
Roma, Zagarolo

Personaggi: 
Don Walter, il prete svizzero.
Lotte, la moglie di don Walter, da lui amatissima ma affetta da 

     sterilità.  
Don Costantini, il nostalgico della vecchia Chiesa; leggendo tra le
     righe, si capisce che ha inclinazioni pedofile.
Don Rusticucci, il prete-affarista, romano de Roma.
Padre Johnson, un papabile afroamericano con un sorriso a 
     trentasei denti, ex giocatore di basket.
Giovanni XXIV, un monaco irlandese salito al soglio pontificio:
    fidanzato con una teosofa di Bengalore, ha la passione di allevare
    vipere.


Trama:
Fine XX secolo. L'Urbe è resa orfana della presenza papale e si respira un'aria di grande decadenza. La Santa Sede è stata infatti trasferita a Zagarolo in uno squallido complesso edilizio che sembra un gruppo di motel, il Vaticano è stato ridotto a un grande museo, la presenza papale nella basilica di San Pietro si riduce a un ologramma, proiettato lungo le navate a ciclo continuo da un'apposita macchina. L'edificio della Chiesa Cattolica Romana ha subìto riforme epocali: solo per fare un esempio, il celibato dei preti è stato abolito, anche se ai chierici non è permesso l'uso della pillola. In questo scenario stravagante e convulso, il prete svizzero Don Walter si reca a Roma con l'intenzione di sottoporre all'attenzione del Pontefice, Giovanni XXIV, un suo testo teologico intitolato Difesa dell'Iperdulia, che propugna la necessità del culto mariano in un'epoca in cui le stesse fondamenta della tradizione cattolica sono messe in discussione dallo stesso clero. Come l'ecclesiastico elvetico scoprirà presto, essere ricevuti dal papa nella sua residenza non è impresa facile. Nella defatigante attesa, non perderà occasione di annotare le principali bizzarrie antropologiche in cui si imbatte durante il suo inquieto vagare per l'augusta città. 

Recensione:
Questo è il primo romanzo di Morselli ad essere stato pubblicato, un anno dopo il suo suicidio, provocato dalla vigliaccheria e dalla perfidia del mondo editoriale italiano. Roma senza papa è un capolavoro di ironia tagliente e di sferzante satira, pieno di considerazioni oltremodo interessanti. Eppure lo scrittore nichilista non è riuscito a prevedere gli sviluppi che hanno portato alla morte teologica e ontologica della Chiesa Romana. Senza dubbio il romanzo fu ispirato dall'atmosfera del Concilio Vaticano II, che prometteva tante innoazioni. Le proiezioni nel futuro fatte da Morselli hanno però un sapore incongruo, combinando elementi di varia implausibilità. Ad esempio vediamo dipinto un clero composto in maggior parte da sacerdoti sposati e con figli, ma tuttora in abito talare e celebrante la messa in latino. Il risvolto del volume edito da Adelphi riporta quanto segue: "È questa la ‘Roma senza papa’ che si mostra a un discreto e percettivo sacerdote svizzero che vi torna dopo anni di assenza, in attesa di essere ricevuto in udienza da Giovanni XXIV: una città offesa per l’oltraggio commesso dal papa contro il turismo, ormai principale attività del Paese, «impigrita, svuotata, con un che di depresso», ma pur sempre una città che continua ad accogliere, con la consueta indifferenza, un instancabile cicaleccio teologico. Negli antri climatizzati della Università Gregoriana, in ampi refettori dalla luce soffusa, in modeste case di parroci, in convegni di seriosa incongruità proliferano e si accavallano come mai prima le teologie, e le nuove tesi vengono spesso pronunciate da sacerdoti che parlano una lingua mista fra il romanesco e lo slang americano." E ancora:  "L’acutezza ironica di questa vicenda, la padronanza con cui Morselli si muove nei labirinti delle dottrine, vere e immaginarie, della Chiesa, i magistrali ritratti di ecclesiastici di alto e basso rango, l’incessante invenzione satirica, fanno di questo libro un felicissimo romanzo di ‘anticipazione teologica’, dove le idee hanno la concretezza e il grottesco dei personaggi e dove, a ogni passo, si sente uno sguardo disincantato e penetrante posarsi su un futuro che incontriamo ogni giorno." Alcune trovate sono davvero irresistibili, come il Meridione d'Italia trasformato in un feudo dei Gesuiti con applicazione del sistema delle reducciones. Resta in ogni caso il fatto che nel testo ci sono pochi elementi profetici. Morselli immagina una Chiesa in cui il dibattito teologico è poderoso e pervasivo, in nettissimo contrasto con lo scenario a cui assistiamo ai nostri giorni, che può descriversi soltanto come morte teologica. Una morte sopravvenuta dopo una lunga agonia. Il punto di divergenza tra la nostra realtà e l'ucronia morselliana può essere collocato in qualche momento del pontificato di Paolo VI (menzionato più volte nel testo), procedendo linearmente lungo la via già tracciata da Giovanni XXIII. Nel mondo in cui viviamo, le cose sono andate ben diversamente. Si è prodotta una drastica discontinuità. Con il trapasso di Paolo VI la Chiesa Romana è sprofondata nel coma. Il pontificato mediatico di Giovanni Paolo II non deve essere visto come nuova linfa per l'istituzione ecclesiastica, ma come un villaggio Potëmkin in terra di desolazione: ciò che si è lasciato dietro è il Nulla. Il Papa Teologo Benedetto XVI è stato espulso a calci nell'augusto deretano, in brevissimo tempo, per volontà del collegio cardinalizio, forse preoccupato dalle ondate di odio antitedesco che si registravano tra il popolino. Nello stesso istante in cui Ratzinger annunciava le proprie dimissioni forzate, un fulmine si è abbattuto sulla cupola di San Pietro. Ora vediamo tutti che col Papa Podologo, Francesco I (e si spera ultimo), la morte della Chiesa Romana è realtà. Scambiare per vitalità le manifestazioni della religione cattolica nel secondo decennio del XXI secolo è come confondere con segni di vita il brulichio di masse di cagnotti in una salma decomposta! Morselli fa succedere Liberi I a Paolo VI, evitando così questo scenario.


Fantareligione e fantapolitica 

Qualcuno ha detto che la Chiesa descritta da Morselli è più spirituale di quella della nostra linea storica. Spirituale? Ne siamo proprio sicuri? Se devo essere franco, vedo nella narrazione una Chiesa altamente politicizzata e dotata di un potere temporale immenso. Nonostante il trasferimento della corte pontificia a Zagarolo, Giovanni XXIV è in grado di compiere un arbitrato per noi inconcepibile e plasmato sul modello di quel papa che spartì il nuovo mondo tra Spagna e Portogallo: essendo sorto un conflitto tra USA e URSS sul possesso della Luna, ecco l'irlandese in abito bianco dividere l'argenteo satellite con una linea ideale e attribuire le parti così ottenute alle due superpotenze. Questa è purissima ironia morselliana! Che dire poi della politica italiana in Roma senza papa? In pratica si tratta di un fantasma, di un mero riflesso della sagoma imponente e torreggiante del Papato! Mi domando quale mai possa essere stato il propellente di una simile trasformazione in senso teocratico.

Fantareligione e sessualità

Il lettore che sia arrivato fino a questo punto già lo sa: l'ecclesiastico di Roma senza papa è il prete che scopa! Il prete lo si riconosce non soltanto dall'abito talare, ma dalla prole numerosa che conduce seco per le vie. Quale stridore rispetto a ciò che si è realizzato! Nel mondo in cui viviamo, non soltanto l'abito talare è stato abolito ed è odioso alle genti, ma persino il clergyman non è più utilizzato. Questo per un motivo molto semplice: i preti si nascondono, hanno terrore di essere aggrediti in pubblico da qualche energumeno. Coi miei occhi ho visto quelle che già soltanto quando ero giovane era impensabile: a quanto pare hanno più paura i preti in un paese post-cattolico come l'Italia che nel Giappone dell'epoca Edo! Il romanzo ci dice qualcosa di più. La sessualità imposta ai preti fin dai tempi di Libero I è stata canalizzata sulla proceazione con un espediente molto semplice, il divieto degli anticoncezionali. Don Walter soffre molto perché non ha discendenti. Nonostante il suo ravanare tra le cosce dell'amata Lotte, il suo sperma non si condensa in un embrione, non trovando un ambiente adatto nell'utero di lei. Nel quadro delineato da Morselli, esiste anche qualcosa di molto oscuro. Don Costantini, fautore del celibato ecclesiastico e in questo senso ribelle ai costumi imperanti, è un pedofilo praticante. Si circonda di ragazzi di vita e li concupisce. Per usare un lessico tecnco, egli è un sodomizzatore che penetra le sue giovani vittime dopo averle adescate. In sostanza il suo modello è Gilles de Rais, con la precipua differenza che non uccide. Come il Maresciallo di Francia, egli prova disgusto per l'odore della pelle femminile e ha nei confronti degli infanti un'insaziabile quanto infame passione. Che dire? Nel nostro mondo le riforme immaginate dallo scrittore di Bologna non troverebbero assolutamente fautori, nonostante i ripetuti tentativi del Papa Podologo, anche perché il lupo don Costantini è pur sempre più vicino alla realtà rispetto all'agnello don Walter. Nel frattempo, nel mondo di Roma senza papa, Giovanni XXIV è concupito da un'illustre quanto matura fellatrice: Jacqueline Kennedy!

Fantareligione e fantapsicanalisi

Il robusto arruffone don Rusticucci fa un'esposizione delirante quanto dettagliata delle sue surreali dottrine, che integrano la psicanalisi freudiana nell'edificio della teologia nicena, per arrivare a conclusioni paradossali come la negazione dell'anima della donna. Non è difficile immaginare le cause di tutto questo. Il denaro. Don Rusticucci è dannatamente avido. Un prete-manager con le mani in pasta dappertutto, sempre pronto a sfruttare qualsiasi nuova suggestione per estendere il proprio potere, per farlo diffondere nell'Urbe come una metastasi vorace. In questo, egli incarna lo stesso Spirito della Corruzione.

Dio non è un prete 

Queste sono le parole che l'irlandese Giovanni XXIV rivolge a don Walter nel finale: 

"I preti sono portati a vedere il buon Dio a loro immagine e somiglianza, anche quando predicano che siamo noi a immagine e somiglianza Sua. Invece... bisogna persuaderci che Dio è diverso, Dio non è prete... E nemmeno frate."  

Non si tratta di parole scritte dalla moglie di don Walter, Lotte, come erroneamente riportato dalla Wikipedia in italiano (gennaio 2019). Senza dubbio alcuno siamo di fronte dal concentrato della massima profondità teologica riscontrabile in tutta la storia del pensiero cattolico. Peccato che ben pochi abbiano compreso appieno i concetti espressi da Morselli, che poi non distano troppo da quelli enunciati a suo tempo in modo assai chiaro da Senofane di Colofone (570 a.C. - 475 a.C.). I Traci hanno occhi azzurri e capelli rossi, così sostengono che i loro dèi hanno gli occhi azzurri e i capelli rossi; gli Etiopi hanno il naso camuso e sono neri, così sostengono che i loro dèi hanno il naso camuso e sono neri. Allo stesso modo, i preti hanno immaginato Dio come un prete. Non è escluso che tra le loro schiere possa esserci persino chi attribuisce alla divinità la pedofilia, seguendo lo stesso ragionamento che all'epoca fu fatto dai Traci e dagli Etiopi. 

Altre recensioni e reazioni nel Web

Segnalo una breve ma meritoria recensione di Carlo Menzinger, il famoso scrittore ucronico. Si intitola Er Papa a Zagarolo! 


Anche a costo di essere impopolare, non nasconderò l'impressione che ho sempre avuto. Non soltanto il Lazio al di fuori di Roma - ma gran parte dell'Italia Centrale - sembra una terra di nessuno, dove ogni abitato è qualcosa di spettrale e destinato all'Oblio, un po' come un nulla in mezzo al niente. Nello scritto del buon Carlo è riportata un'interessante testimonianza antropologica, che riporto in questa sede: 

"Ricordo che quando, da ragazzino (vivevo a Roma), si doveva dire di un posto triste e squallido si citava Zagarolo, pur non avendo la minima idea di come e dove fosse questa cittadina laziale. Dire “e che sei de’ Zagarolo” equivaleva a dare del “burino” al nostro interlocutore. Nel contempo sembrava un posto “lontano”, nonostante il suo essere a pochi chilometri.
Un papa a Zagarolo appare dunque come un’incongruenza allo sguardo dei romani." 


Interessante è anche la recensione comparsa su Rivista Pagina Uno, intitolata Esorcismi letterari:

http://www.rivistapaginauno.it/riflettori7.php

Queste sono le conclusioni a cui giunge l'autrice, Luciana Viarengo: 

"Anche in questo romanzo, Morselli conferma la sua capacità di affrontare realtà spinose – come già ne Il comunista o in Dramma Borghese – con la freddezza di un ricercatore, il distacco di un analista, insofferente alle ‘verità consolidate’. Talmente outsider da potersi permettere una visione dissacrante e disincantata dei tabù contemporanei." 

Su Anobii.com vediamo un gran numero di recensioni (la prima è ancora quella del Menzinger), di cui molte brevi o brevissime: 


Si insiste sul profetismo del romanzo, cosa a mio avviso abbastanza controversa.  "Mi sa che ci ha preso molto", afferma ad esempio un certo Sirjo. "Tristemente profetico", commenta AK-47, alludendo al pontificato bergoglionesco, "dirittumanistico" e pauperistico. Eppure mi piacerebbe tanto sapere dove questi utenti vedono il dibattito teologico ai nostri giorni, dove vedono l'ipertrofia dell'apparato ecclesiastico che Morselli profonde nel testo, inondando il mondo di torme di preti sposati in talare. :)  

martedì 8 gennaio 2019


DISSIPATIO H. G.

Autore: Guido Morselli
Prima pubblicazione: 1977

Editore: Adelphi
Genere: Romanzo 
Sottogenere: Fantascienza post-apocalittica 

Trama:
Nella solitudine della sua casa di montagna, un uomo di mezza età fa un bilancio impietoso della sua esistenza. Giunge alla deprimente conclusione che il 70% di cose sgradevoli e moleste che la compongono non compensa affatto il 30% di cose piacevoli. La decisione che trae da questo cupo quanto razionalissimo elucubrare è l'impellente necessità del suicidio. Si reca quindi in una profonda caverna nelle viscere di un'impervia montagna, con l'intento di gettarsi in un pozzo naturale, che tramite una struttura simile a un sifone giunge fino nelle viscere del Tartaro. È mezzanotte. Immerso nell'oscurità ctonia e nel silenzio assoluto, seduto sul bordo dell'abisso, l'uomo ha un repentino ripensamento. Qualcosa di incomprensibile si muove in lui, spingendolo a non uccidersi, a rifuggire quella voragine più profonda dell'Averno. Ritorna in superficie, ma presto capisce che c'è qualcosa di strano in tutto ciò che lo circonda. Ogni traccia delle persone viventi sembra essersi dissolta nel nulla. Le evidenze dell'evaporazione dell'intero genere umano sono sempre più cogenti. Dopo vari e infruttuosi tentativi di trovare qualche suo simile ancora in vita, il protagonista capisce di essere il Superstite, l'ultimo uomo sulla Terra.


Recensione: 
Il titolo di quest'opera immaginifica è di una chiarezza sconcertante. L'abbreviazione H. G., solo a prima vista enigmatica, sta per Humani Generis. Così il titolo esteso è Dissipatio Humani Generis, ossia Evaporazione del genere umano. Notevoli sono le allusioni alle dottrine del neoplatonico Giamblico (250 d.C. - 330 d.C.) e del cristiano Salviano da Treviri (circa 400 d.C. - 451 d.C. o succ.), più noto come Salviano di Marsiglia, su cui Morselli costruì questo suo romanzo. No, Salviano non è un improbabile incrocio tra Salvini e Saviano. Ci tengo a precisarlo. Ecco la citazione a cui alludo, che reputo di fondamentale importanza e riporto in questa sede:

Faccio ritorno alla mia prima ipotesi. Volatilizzazione - sublimazione. Sublimazione - assunzione (nei cieli).
Vediamo. C'è una mia vecchia lettura, un testo di Giamblico che ho avuto sott'occhio non ricordo per che ricerca. Parlava della fine della specie e s'intitolava
Dissipatio Humani Generis. Dissipazione, non in senso morale. La versione che ricordo era in latino, e nella tarda latinità pare che dissipatio valesse 'evaporazione', 'nebulizzazione', o qualcosa di ugualmente fisico, e Giamblico accennava nella sua descrizione appunto a un fatale fenomeno di questo tipo. Rispetto a altri profeti era meno catastrofico: niente diluvio, niente olocausto «solvens saeclum in favilla», assimilabile oggi a un'ecatombe atomica. Gli esseri umani cambiati per prodigio improvviso in uno spray o gas impercettibile (e inoffensivo, probabilmente inodoro), senza combustione intermedia. Il che, se non glorioso, perlomeno è decoroso.

Ho dei trascorsi eruditi di cui, dopo un'astinenza di anni, non mi pento.
Sino a Ezechiele (10 secoli circa dopo Mosè) nessun indizio, nello stesso Ebraismo, del concetto di una vita ultraterrena riservata dopo il soggiorno nel mondo degli umani. I giusti venivano premiati con la prosperità (terrena) e con la longevità; così di Abramo è detto che morì
«sazio di anni». In seguito, il compenso ultraterreno divenne, come è noto, uno dei fondamentali ingredienti della ricetta religiosa per Ebrei, Cristiani, Mussulmani, e argomento prediletto della teologia e letteratura annessa. Fra gli innumerevoli, un Salviano da Treviri, vissuto nel III o IV secolo. Autore cristiano di non larga fama, agiografo e apologeta. In una lettera al vescovo della sua citta, De Fine Temporum (mi sembra: ora non ho modo di verificare), preso di pietà evangelica per i patimenti degli uomini, Salviano parla di una loro, auspicata «sublimatio» generale.
  Cosa da apprezzare, il finale riscatto lui lo accordava persino ai pagani, e consisteva in un'assunzione al cielo dopo che i corpi, vivi, fossero resi eterei in un unico portentoso evento. Repentino e inatteso. Cito a memoria:
«Mundus permanebit». (E in questo, ci siamo). «Viri, mulieres, pueri, humani viventes cuiuscumque aetatis, ordinis vel nationis, raptim sublimabuntur». (Salviano non ha ispirato Freud; la sublimazione di Freud è una blanda metafora).
  Senonché, Salviano univa alla clemenza una discriminante giustizia.
«Nihil huius gloriae decet peccatorem». I pagani come tali possono sublimarsi, i peccatori no. Sarebbe interessante sapere a quale delle due categorie appartenga io. Supposto che non le cumuli tutt'e due. Ma la mia scienza, e autocoscienza, non arrivano a tanto. Rinuncio. 

Queste descrizioni morselliane sono semplicemente sublimi! Con buona pace di Giamblico, non credo tuttavia che il gas derivante dalla dissipazione dell'umanità sarebbe inodoro. Ho ragione di ritenere che olezzerebbe piuttosto di scorregge sulfuree! Scavando nella carcassa del mondo antico, possiamo dire qualcosa di più sul concetto che Salviano da Treviri aveva dei peccatori che, stando a quanto riportato dal Morselli, non avrebbero conosciuto la Pace nell'imminente Grande Sublimazione. Quando parlava di peccatori, il presbitero gallo-romano alludeva ai sodomiti, ossia a coloro che praticavano, in modo attivo o passivo, l'immissio penis in anum. Pagani o cristiani che fossero. Possiamo dedurlo da altri scritti di tale autore, in cui le invasioni dei popoli germanici (volgarmente detti "barbari") sarebbero state provocate dalla collera divina per l'uso romano di eiaculare negli intestini, in mezzo alle feci. Evidentemente gli erano sconosciuti gli usi degli Eruli e dei Franchi, che sodomitavano assai. A minare le fondamente degli edifici concettuali attribuiti a Giamblico e a Salviano sta in ogni caso un fatto pesante come un macigno: la dissipazione del genere umano non si è verificata!

Salviano o un moderno pseudo-Salviano?

Perché parlo di edifici concettuali attribuiti a Salviano? Lo faccio per un semplice motivo: a questo punto viene infatti da porsi una cruciale domanda. Morselli ha citato davvero Salviano da Treviri? Oppure si tratta di una sua ingegnosa fabbricazione? Il dubbio è senz'altro legittimo. Cercando nel Web i brani riportati in latino, gli unici risultati ritornati da Google sono relativi proprio a Dissipatio H. G.! Abbiamo la possibilità di verificare ogni cosa. 
Questa è la procedura adottata:
    1) Cerchiamo in un formato utile l'opera omnia di Salviano;
   2) Cerchiamo in essa parole significative dei passi riportati (es. sublimabuntur). 

Risultati: 
Nihil inventum est. Non è stato trovato nulla. 
Questo è un sito in cui è possibile trovare quanto serve alla dimostrazione:


Le opzioni si scaricamento del file con l'opera omnia del presbitero sono molteplici. Se si usa il file di testo (.txt) occorre fare attenzione perché spesso i caratteri sono alterati. Nel file in formato .pdf la lettura è della massima chiarezza, ma non è attiva l'opzione di ricerca, occorre quindi scorrere tutto il testo, cosa che pur mi riuscirebbe agevole, se non fosse per il fatto che non ho a disposizione grandi risorse di tempo. In ogni caso, questa benedetta sublimazione delle scorie umane non sembra proprio esserci, né nelle Epistolae, dove a rigor di logica dovrebbe stare, né nel De gubernatione Dei. Che seccatura questo "vero poetico"

Un mondo intellettuale canagliesco e vile

Dissipatio H. G. è l'ultimo romanzo di Guido Morselli (Bologna, 1912 - Varese, 1973), scritto pochi mesi prima del suo suicidio. Quasi il suo testamento. L'autore, che pure era un convinto nichilista, non ha potuto reggere la totale indifferenza da parte dell'arido mondo delle case editrici, che si rifiutavano con pervicacia di pubblicare le sue opere - anche adducendo scuse assolutamente inverosimili. La colpa prima attribuita a Morselli era, se così si può dire, l'essersi discostato dal romanzo italiano tradizionale. L'intero mondo intellettuale italiano gli ha vilmente voltato le spalle. Soltanto dopo la sua tragica morte, le sorti dei suoi potenti scritti sono cambiate. Come erano sordi e sprezzanti quando l'autore era in vita, a un certo punto gli stessi che lo spinsero alla morte gli tributarono grandi e meritatissimi onori, seppur con un ritardo ben colpevole. A un certo punto fu persino definito Il Gattopardo del Nord. Si potrebbe quasi pensare che l'editoria pulluli di sciacalli necrofili che leccano l'orifizio anale ai morti, disdegnando al contempo la carne dei viventi. Oggi si è scesi ancora più in basso, con editori che strepitano e istigano a compilare liste di proscrizione per chi si autopubblica! 

Qualche nota filologica 

La grande città di Crisopoli, è stato fatto notare più volte dalla critica, altro non è che Zurigo. Il nome che Morselli ha coniato, usando vocaboli dell'antica lingua ellenica, significa Città dell'Oro e di certo allude all'importanza del suo sistema bancario. Si scorgono tracce di toponomastica di sostrato, di cui non sono riuscito a trovare riscontro nella geografia reale. Così viene menzionato un torrente Zemmi, forse un microtoponimo, che però trova nel Web solo menzioni associate proprio a Dissipatio H. G.! Al momento non mi riesce di azzardare un'etimologia. Un monte si chiama Mountàsc: questo nome ha tutta l'aria di essere un relitto della Romània sommersa, una prova del fatto che un idioma romanzo era parlato a Crisopoli-Zurigo prima che vi si imponesse la lingua degli Alemanni. Un altro monte, noto per i suoi ghiacciai, è chiamato Karessa: direi che contiene la radice preindoeuropea *kar- "roccia", ben documentata su vaste aree. Abbiamo quindi la Malga dei Ross. Il termine malga è ben noto come relitto preindoeuropeo e indica un riparo di pastori: deriva certo da *mal- "monte". I Ross sono i proprietari dell'alpeggio, credo che il loro cognome sia derivato da un antico termine tedesco indicante il cavallo - posto che non sia un'etimologia popolare ingannevole. Due toponimi germanici: Widmad e Alpa. Di certo Widmad è formato dal protogermanico *wiðu- "legno; bosco" (donde l'inglese wood). Questa radice si è persa in tedesco durante il medioevo, ma aveva subito la rotazione consonantica: antico alto tedesco witu, wito "legno", medio alto tedesco wite, wit. Anche -mad è chiaro: viene dal protogermanico *mēðwō- "pascolo", che ha dato l'inglese meadow "prato" e il tedesco Matte "pascolo montano". Ancora una volta, la consonante non ha la seconda rotazione. Quindi da dove è stato tratto questo Widmad? Mistero. Alpa sarà da alp "incubo", dalla stessa radice di elfo (protogermanico *alba-, *albi-). Oscurissimo resta invece Lewrosen. Resta da capire se Morselli fosse consapevole di queste perle. Era un esperto di filologia germanica? Forse non lo sapremo mai. Numerosissime sono poi le citazioni in lingue diverse dall'italiano, incastonate come gioielli nel testo. Oltre al latino, ad esempio nelle frasi attribuite al presbitero Salviano, troviamo il francese: « toutes choses sont déjà dites, mais comme personne n'écoute il faut toujours recommencer », etc. Ecco una splendida frase, in cui la lingua di Roma si mescola all'italiano: "Ci torno per un esperimento, in cerca del metus silvanus, dell'antico, favoloso pavor montium." Ciò esaspera non poco alcuni lettori, stizziti dalla mancanza di traduzione. Stupiscono alcune convenzioni ortografiche che appaiono ben superate. Così troviamo un improponibile Hiroscima (sic) per il più sensato Hiroshima. In un'epoca in cui imperversava il dannato malcostume delle pronunce ortografiche, spesso si rendevano indispensabili simili espedienti per impedire spropositi. 

Recensioni e reazioni nel Web 

Questa recensione è opera di Alessandra Fontana: 


Nel testo della blogger-giornalista è citato un passo del romanzo, che trovo geniale per i paradossi ontologici che introduce:

"(…) come storico registrerò che si è instaurata l’Anarchia con l’abbattimento del suo nemico primordiale, il principio di proprietà. E si è instaurata nello stesso tempo la Monarchia nel valore categorico del termine, tutto il potere a Uno solo. Anarchia e Monarchia coincidono, ora e in me. Nessuno dispone di me, io dispongo di tutto." 

Un gran numero di recensioni, il più delle volte brevi o brevissime, si trova su Anobii.com:


Ne riporterò una in particolare, opera di una certa LAI LAI HEI:

"Purtroppo, una prosa troppo complicata, non mi ha permesso di apprezzarlo."

Che dire? Anche questo è un segno dei tempi!

sabato 5 gennaio 2019


METODO DELLA SOPRAVVIVENZA 

Autore: Dante Virgili
Anno: 1990 
Genere: Romanzo
Sottogenere: BDSM, diario, pseudo-autobiografico, apocalittico 
Prima pubblicazione: 2008
In commercio da: 20 marzo 2007
Casa editrice: Pequod
Collana: Pequod
Pagine: 224, Brossura
Seconda pubblicazione: 2016
Casa editrice: ITALIA Storica
Collana: Off Topic
Pagine: 182, Brossura

Codice EAN (2008): 9788860680341
Codice EAN (2016): 9788894226515


Sinossi (da www.ibs.it):
Duecento pagine in cui si rincorrono disordinatamente (apparentemente) temi politici nazionali e internazionali, quotidianità allucinate e citazioni dal tedesco. Nessuna trama. Solo pensieri, annotazioni, incontri sessuali in bilico tra la realtà e la fantasia. Il protagonista è un professore di tedesco in pensione, un «misero Ulisse corrotto inabissato nella perversione». È l'estate del 1990 a Milano. L'anno del mondiale di calcio giocato in Italia. «Il gioco più idiota che l'umanità abbia inventato» ruggisce la voce narrante, sia pure senza potere fare a meno di tifare per la Germania. «Nell'anno della riunificazione sarebbe un grande dono. Se la Germania vince chiudo in bellezza. Ormai le fortune sono affidate al calcio - osserva con il solito rimpianto - mentre un tempo l'obiettivo era l'Europa». Già, Hitler! «E ora apprendo che il condottiero è Matthäus...». Si compiace nel vedere sventolare la bandiera tedesca sotto il Duomo, anche se si tratta della solitaria bancarella di un ambulante. L'Italia perde e lui ghigna: «Se gli azzurri avessero vinto, un'esaltazione ulteriore del calcio avrebbe allontanato ancor più l'italiano dai problemi».


Riassunto:  
Siamo nell'anno della caduta di quello che Luca Giurato chiamava Mudo li Merlino. Intrappolato nella canicola di una desolante, spettrale estate milanese, un attempato professore di tedesco vegeta nel suo microcosmo bizzarro. La sua principale attività consiste nell'adescare donne che trasforma in schiave sessuali, reclutando anche ragazzi per realizzare fantasie orgiastiche. Sullo sfondo aleggia l'atmosfera di enthusiasmos che pervade le acefale masse italiote per via dei mondiali di calcio.

Recensione:  
Abbiamo mostrato che Dante Virgili non è mai esistito, che è una fabbricazione letteraria. Passiamo quindi ad analizzare i testi a lui attribuiti per scoprirne le incoerenze interne. 

C'è una differenza abissale tra Metodo della sopravvivenza e La distruzione. Innanzitutto dal punto di vista dello stile. Mentre il primo romanzo di Virgili era dominato dal cut-up, tanto da sembrare il prodotto di una narrazione collassata, poi fracassata in più punti e riattaccata assieme con l'adesivo in disposizioni grottesche, nel secondo romanzo la lettura è infinitamente più scorrevole. La distruzione, soprattutto avvicinandosi al finale, sfoggia un cut-up tanto spinto da far impallidire quello usato da William S. Burroughs. In Metodo della sopravvivenza si potrebbe semmai parlare di residui di cut-up, incorporati in una struttura la cui razionalità è quasi perfetta. Questi residui sembrano motivati dalla necessità di porre in essere una parvenza di continuità col passato dello scrittore. Vediamo di fare un esempio concreto. Nel linguaggio tipico de La distruzione, un periodo può interrompersi in modo brusco senza considerazione alcuna per la sintassi e per la comprensibilità del testo, finendo persino con una preposizione, con un pronome relativo, con una particella, etc. Così possiamo imbatterci in capolavori come: 

Perché vivo se non. 

Dopo avere precisato che essi portavano con sé una valigia di pelle nera nella quale hanno posto il denaro, la signorina Bianca Salinari ha affermato che 

La sola donna che 

Prendo in mano il coltello comincio a  

E.  

Questa amputazione delle frasi, lasciate finire in modo folle, non è affatto tipica di Metodo della sopravvivenza. Ne ricordo pochissime occorrenze e tutte hanno l'aspetto di elementi incongrui incorporati in un contesto per il resto abbastanza omogeneo. Anche l'uso della punteggiatura è decisamente migliorato.

Non è soltanto la forma ad essere cambiata. C'è anche una differenza ontologica tra le due opere virgiliane. Il protagonista del primo romanzo era un uomo sessualmente insoddisfatto. Agognava di realizzare fantasie morbose, atti erotici che tuttavia non si materializzavano mai. La scusa era la cronica penuria di liquidità. Mancando i soldi, le giovani prostitute si sottraevano alle sue attenzioni, non ne volevano sapere di lui. Soltanto le masturbazioni che faceva ai ragazzi restavano alla sua portata, per quelle erano sufficienti pochi spiccioli. Il protagonista del secondo romanzo è invece un uomo sessualmente soddisfatto, che ha trovato il modo di irretire un gran numero di donne con cui realizzare ogni desiderio. Così vediamo Anna, una giovane moglie cornificatrice che rende becco il marito. Si reca nell'appartamento del vecchio professore e si presta a fare da schiava. Striscia ai piedi del suo master e glieli lecca, passando la lingua tra le dita. Poi gli prende in bocca il fallo, per passare quindi a lambirgli le emorroidi con voluttà, infilando nell'ano la punta della lingua. Dice al padrone che se vuole può anche sodomizzarla, ma lui le dice che farlo sarebbe troppo faticoso. Anna ha diversi amanti a cui concede la propria intimità anale. Si fa sfondare il retto dai focosi stalloni, mentre nega tutto ciò al marito, a cui è permesso al massimo di deporre un po' di albume nella vagina, lui sopra e lei sotto. In realtà al professore sadico non piace tanto farsi praticare il sesso orale: ama invece moltissimo costringere le sue schiave a praticarlo ai ragazzi reclutati di volta in volta. La sua morbosità è infinita. Ha sempre cura che le fellatrici mandino giù tutto lo sperma emesso loro in bocca, affinché lo digeriscano e lo trasformino in sterco. Al giorno d'oggi tutto ciò è ordinario, qualsiasi casalinga si eccita guardando video con simile materiale su YouPorn, Xvideos, Pornhub o in altri siti similari. Nell'epoca pre-Internet si trattava invece di autentiche perversioni sadiane, in grado di sconvolgere anche persone abbastanza disinibite. 

Sopravvivenza e parazzolitudine 

L'idea che non posso togliermi dalla mente è questa: la paternità di Metodo della sopravvivenza è da attribuirsi per intero a Ferruccio Parazzoli, uno degli artefici dell'entità memetica conosciuta come Dante Virgili. In questo si differenzia da La distruzione, che era opera di un'altra mano, anzi, con ogni probabilità di più autori - di cui uno doveva essere proprio Antonio Franchini. Più mi immergo nella lettura della produzione letteraria del Parazzoli, più mi convinco della fondatezza della mia ipotesi. Metodo della sopravvivenza non è tanto virgiliano, posto che l'aggettivo abbia un reale senso, quanto parazzoliano nell'essenza più profonda. Franchini ci parla anche delle vicissitudini di questo romanzo, sempre in Cronaca della fine. Stando a quanto sostiene, in Mondadori ci sarebbero state forti perplessità sulla pubblicazione: la cosa andò per le lunghe, trascinandosi per tutto il 1991, finché l'anno successivo la morte dell'autore avrebbe bloccato ogni progetto editoriale. Mi pare invece plausibile che il testo controverso sia stato prodotto in fretta e furia in seguito all'esumazione del primo romanzo attribuito a Virgili, La distruzione, ripubblicato nel 2003.

Analisi del testo e inconsistenze varie

N.B. I numeri di pagina delle citazioni si riferiscono all'edizione del 2008, quella della Pequod.

Benissimo, cominciamo con i pompini. 

Le variazioni, impasto di voluttà. Blow-job. Le immagini mi esaltano. al risveglio pieno vedo la camera invasa dal giorno chiaro.
pag. 121 


Frustavo Mirella mentre in ginocchio faceva un blow-job a Franco in poltrona.
pag. 205 

Commento: 
Come mai compare il termine blow-job (attualmente scritto blowjob) negli anni 1990-91? 
Nel doppiaggio del film Insatiable con Marilyn Chambers, del 1980, l'inglese blowjob è tradotto in italiano con "lavoro di soffio", in modo letterale nonostante il palpabile nonsenso. Eppure in Metodo della sopravvivenza, che dovrebbe risalire al 1990, troviamo il termine blow-job, scritto col trattino, già nell'uso corrente, incorporato senza troppi problemi nel patrimonio lessicale della lingua italiana. Parazzoli, cui Franchini sembra attribuire in Cronaca della fine una certa dimestichezza col materiale hard, deve avere avuto familiarità con questo termine, che suppongo abbia inserito nella narrazione attribuita a Virgili. Il fatidico vocabolo blowjob è diventato di pubblico dominio a causa dell'affaire Clinton-Lewinsky, risalente al 1998, ma solo sporadicamente compare in testi in italiano: non è riuscito a spiazzare il nativo pompino o il latino fellatio. Questi sono indizi, anche se non prove inconfutabili, del fatto che Metodo della sopravvivenza sarebbe stato scritto più tardi del 1990.

Dai pompini passiamo ora alla letteratura. 

"Interessante, vado avanti. A sessantotto anni Carlo Levi si toglie la vita gettandosi nella tromba delle scale. Thomas Mann ha avuto due sorelle suicide; nel 1949 si uccide il figlio Klaus."
"Ricordiamo che dobbiamo un gallo ad Asclepio, fu l'ultima frase di Socrate dopo aver bevuto la cicuta", aggiunge il dermatologo. "Si dice che Diogene si sia suicidato trattenendo il respiro. Come va la schiena?"
"Male, mi gratto".

pag. 213 


Commento: 
Com'è possibile che Virgili confondesse Primo Levi (1919-1987) con Carlo Levi (1902-1975), ma ricordasse quanti anni aveva lo scrittore torinese quando si è suicidato? Per inciso, Carlo Levi, autore di Cristo si è fermato a Eboli, è morto di polmonite. Il commento del carissimo amico Sergio quando gli ho fatto notare la stranezza è stato: "Un cialtrone, questo Virgili." Ok. Il punto è che la cialtroneria non risolve il mio interrogativo. Sembra quasi che  Parazzoli abbia lasciato scientemente nel testo un'esca per il lettore, come a dire: "Vediamo se capisci che si tratta di una beffa letteraria".

Anche se non contiene elementi di prova, riporto un dialogo tra il protagonista e il suo psicologo, che è un autentico capolavoro: 

"Non riesco a intuire le cause del suo odio direi biologico per gli americani. Forse c'è un rapporto con la guerra, ne parlammo allora ma lei era insensibile, assente".
"In parte. La casa di mio padre andò distrutta nel corso di un bombardamento. Gli americani distruggono, poi diventano i liberatori. Le racconto un fatto, se ha voglia di ascoltarmi".
"Volentieri, noto che oggi ha tendenza all'espansività, ma non esageri".
"Nell'ambiente in cui vivo il dialogo è impossibile, dovrei approfondire il calcio".
"A me piace, a lei no, suppongo". Guarnieri ride: "Vado spesso alla partita".
"Come spettacolo, giusto, non come centro della cultura collettiva. Per evitare il servizio di leva accettai durante l'ultimo anno di guerra un posto d'interprete presso un reparto dell'esercito di occupazione. Furono giorni rischiosi ma animati da eventi insoliti... Scomparsi i tedeschi non volli reintegrarmi subito nella vita civile.
Viaggiai per l'Italia, mi fermai a Napoli. Ho una conoscenza approssimativa dell'inglese e venni assunto come aiuto interprete da un ufficiale britannico."
"Cerco di convincere mio figlio a perfezionare inglese e tedesco, ma è svogliato. A lei le lingue sono state utili".
"Sì, mi hanno portato nel mondo dell'avventura. Dopo qualche mese, non ricordo perché, l'ufficiale mi prese a calci. Da allora cominciai a rimpiangere il mancato annientamento degli inglesi a Dunkerque. Non mi restava che abbordare gli americani. Andai a Livorno, che rigurgitava di yankee. Alle italiane piacevano, e cominciai a divertirmi in qualche compagnia estrosa. a favore della guerra gioca l'abbondanza di sesso. Fu questo che mi portò nella pineta di Tombolo. ne ha mai sentito parlare?"
"Vagamente, ero nella culla allora".
"La vita quasi selvaggia che si svolgeva a Tombolo era tollerata dalla Military Police. I soldati vi andavano a trascorrere il weekend o una breve licenza trascinando donne. Avevano provviste inesauribili di scatolame, alcol. Vivevano in capanne, in rifugi sugli alberi. Ballavano, orgiavano, erano in lite continua fra loro. Anch'io bevevo. I particolari di quella notte non li ricordo con chiarezza. Il litigio iniziò a causa di due toscane che volevano accoppiarsi soltanto coi loro boys e i militi erano quattro. Mi ero unito a loro masticando un po' d'inglese e interessato, divertito. La contesa degenerò in pugilato furibondo. A un tratto vidi nell'oscurità la lama di un coltello, sentii una donna urlare. Un soldato si accasciò al suolo, un altro fuggì. Un terzo orinava accanto a un pino, reggendosi in piedi a stento, ubriaco. È il momento, pensai. Estrassi il coltello a serramanico che avevo tolto al cadavere di un tedesco, arma appena sufficiente per questi tempi. Il quarto traballava tra le foglie aghiformi chiamando a squarciagola una donna. Pisciamo insieme, dissi avvicinandomi. Poi gli piantai nel ventre la lama, la estrassi rapido. Si afflosciò lungo il tronco con un borbottio, un sibilo. Non so se lo uccisi, lo spero, non vidi il sangue".
"Non sa se è o se non è un omicida" soggiunge Guarnieri sorridendo. "Un caso pirandelliano".
"Uccidere un americano con un'arma tedesca non è un omicidio, è un atto di guerra".

pag. 134-135 

Che dire? Questo è puro parazzolismo letterario! 

Il nostro Dante Virgili inciampa sul latino, lingua che non padroneggia affatto. 

Questo brano l'ho ricopiato al volo dal libro di Antonio Franchini, l'ormai familiare Cronaca della fine, dopo che avevo riconsegnato alla biblioteca il libro di Virgili, così non sono riuscito a recuperare il numero della pagina: 

Era oltre i sessanta, grassa, elegante, una collana di perle al collo, imbellettata, gli occhi le brillavano. Gli uomini di una certa età, mi disse, hanno un fascino speciale coi capelli quasi bianchi. Mi elargiva sorrisi, un giorno mi prese la mano che ritirai. A sentirla parlare dubitai che fosse laureata. Mi vide con alcuni quotidiani sotto il braccio, mi domandò: "Lei non è di Torino. Perché compra La Stampa?" Una sera il caso volle che ci incontrassimo, soli, sul pianerottolo. Nell'ombra mi baciò, mi accarezzò. Stavolta non ritirai la mano ed ebbi un'eiaculazione silenziosa. Mi pentii di essere stato al gioco. Si fece sempre più insinuante, più ardita. Come liberarmene. Eravamo nel gabbiotto. Confessò di annoiarsi spesso vivendo sola. "Hai il gatto nero" risposi. "Io acquisterò un cane per liberarmi del tedium vitae." Dalla sua perplessità compresi che non aveva afferrato, conclusi che era stata una bidella. Si ammalò, per tre mesi fu ricoverata. Al ritorno la vidi salire spesso sull'auto di un vecchio adiposo, calvo. Non mi importunò più, zum Glück, per fortuna. 

In pratica il protagonista si è sburrato addosso, eccitato dal contatto con la mano di una vecchia carampana, ma non è questo quello che mi preme evidenziare. La locuzione latina che indica la noia di vivere ritorna ancora nel romanzo: 

Un giorno mi scappò un tedium vitae e non capì.
pag. 65 

Commento: 
Se ammettiamo che una persona in carne ed ossa, di nome Dante Virgili, abbia scritto il romanzo, dobbiamo allora porci una domanda. Com'è possibile che un autore colto scriva tedium vitae anziché taedium vitae? Non doveva quindi conoscere bene il latino. Doveva aver appreso a scrivere correttamente vitae dalla locuzione curriculum vitae o dal titolo dell'enciclica Humanae vitae. Non era stato in grado di scrivere taedium col dittongo perché non aveva mai letto la locuzione taedium vitae in un testo: l'aveva soltanto sentita dalla viva voce di qualcuno! Se però ammettiamo che l'autore sia Parazzoli, dobbiamo vedere nel tedium vitae senza dittongo un'altra esca rivolta al lettore, per rivelare tra le righe la beffa letteraria.  

Sopravvivenza e Nazionalsocialismo

Sono evidenti gli inganni relativi alla politica. Il professore di tedesco sembra incapace di distinguere Helmut Kohl da Adolf Hitler: basta che una persona parli tedesco e diventa subito una divinità ai suoi occhi. Legge persino le opere di Thomas Mann, cosa che come minimo disgusterebbe un autentico eguace del Nazionalsocialismo tedesco. Non dobbiamo dimenticare che Mann esaltò gli esecrabili stupri compiuti dagli uomini di Ilya Ehrenburg ai danni delle donne tedesche, gioì per le immani devastazioni apportate dall'Armata Rossa e per i bombardamenti che incendiarono le città tedesche. Se ci mettiamo nei panni di un patriota tedesco che ha assistito alla riduzione in cenere della Germania, Mann può soltanto essere un lupo vorace e un demonio, un traditore che ha rinnegato il proprio Sangue (Blut) e il proprio Suolo (Boden), squarciando il ventre stesso della Patria (Heimat). Il protagonista di Metodo della sopravvivenza, così come il suo autore, dovrebbe condividere il medesimo sentire. Applico quindi la logica consequenziale. Se fosse vera la favola di Virgili "scrittore nazista", questi avrebbe potuto fare soltanto una cosa con i libri di Mann: bruciarli. 

Conclusioni:
Il Male incarnato da Dante Virgili nella teologia parazzoliana non è un principio creatore funesto. Non è un Demiurgo. Non è Ahriman. Tuttavia non è nemmeno l'assenza di Bene di cui parlava Agostino d'Ippona. Si tratta di qualcosa di assai più simile al Lato Oscuro della Forza nella mitologia di Guerre Stellari. Il cardine del parazzolismo ha tutta l'aria di essere una strana forma di panteismo influenzato in modo profondo dalla religione dei Cavalieri Jedi, cosa sorprendente per uno scrittore che per anni è stato presentato come un pilastro della Chiesa di Roma. In quest'ottica, Virgili è concepito come una specie di Sith, un Darth Vader, una massa di oscurità scaturita dagli abissi di quell'Energia Cosmica che costituisce e tiene insieme tutte le cose. Come uno sciamano nel corso di una catabasi, il vero autore di Metodo della sopravvivenza avrebbe affrontato un'impresa densa di rischi, misurandosi con questa idea di Male. Alla fine, dopo tanto tempo, le falle in questa architettura concettuale cominciano a rivelarne la natura posticcia. 

LA DISTRUZIONE 

Autore: Dante Virgili
Anno: 1970 

Genere: Romanzo
Sottogenere:
Apocalittico, flusso di coscienza, cut-up, BDSM,
    pseudo-autobiografico   
Nuove edizioni:
2003, 2016 
Editori:  
   Mondadori (1970)

   Pequod (2003, collana Pequod)
   Il Saggiatore (2016, collana La cultura)
Pagine (2003): 247, Brossura

Pagine (2016): 318, Brossura 
Codice ISBN (1970): A000202600 
Codice EAN (2003): 9788887418491
Codice EAN (2016): 9788842822219


Sinossi (da www.ibs.it): 
"Un uomo repellente e luciferino, abbandonato a se stesso nell'orrore di un'estate milanese, sogna l'apocalisse nucleare e rimpiange il Terzo Reich. È stato interprete per le SS, ha amato e perduto una donna di nome Bianca. Adesso che la guerra è finita, lavora come correttore di bozze per un giornale, insegue giovani cameriere e garzoni spinto da un'ossessione sadomasochista e da ciò che resta di una turpe volontà di potenza. È il 1956, la crisi di Suez gli sembra il preludio alla Terza guerra mondiale, una guerra che agogna, igiene di un Occidente immondo che odia, come odia se stesso. "La distruzione", primo romanzo italiano apertamente nazista, apparve per Mondadori nel 1970, mentre il mondo celebrava l'illusione di un futuro di pace e di palingenesi collettiva. Nei due anni precedenti, alcuni dei maggiori intellettuali italiani - tra loro Sereni, Giudici e Parazzoli - valutarono l'opportunità della sua pubblicazione. Doveva essere una bomba a orologeria, accendere polemiche, stanare benpensanti, rivitalizzare come un elettroshock la scena letteraria nazionale con l'irruenza di Celine (sic) o de Sade. Non se ne accorse nessuno. Da allora, però, l'opera di Virgili riemerge ciclicamente come un incubo, interrogando con le sue sinistre profezie, con la sua bruciante inattualità. Prefazione di Roberto Saviano."

Riassunto:  
Un edificio esploso composto da deliri simili a schegge impazzite di una mente in disintegrazione. In buona sostanza è il flusso di coscienza di un attempato signore che per passatempo fa le pippe ai giovani, finendo con l'identificarsi con Adolf Hitler assediato nel bunker di Berlino. La dialettica del protagonista percorre binari immutabili e tragici. 

Premesse: 1) Ho inclinazioni sadiane
2) Sono povero
3) La Germania ha perso la guerra 


Segue:
i) Non posso soddisfare le mie inclinazioni
ii) Sono uno straniero nel mondo 


Conclusioni: 
a) Non dovevo nascere;
b) Il mondo deve ardere.


Diciamo che questa catena logica incarna quanto il volgo, nella sua pochezza mentale, pensa delle pulsioni apocalittiche.

Peculiarità linguistiche: 
Estremo cut-up. La punteggiatura è quasi assente, intere frasi coordinate e subordinate sono agglutinate tra loro con un collante invisibile, per poi subire improvvise fratture. Si aprono abissi ogni volta che una frase si conclude nel bel mezzo, spesso con una preposizione, senza un verbo. Si fatica a scorgere un filo conduttore, perché mondi diversi sono messi tra loro in contatto saldando discontinuità che si potrebbero pensare ineliminabili. Così mentre si trova in un locale, nel bel mezzo di un pasto fa irruzione la Guerra e ci si trova proiettati nel bel mezzo di uno scontro, con tanto di bombe che esplodono. Sperimentalismo che va al di là di ogni orizzonte concepibile, inumano, abissale, ma privo di qualsiasi nesso con la Germania del Terzo Reich e con il suo concetto di arte.

Recensione:  
Abbiamo mostrato che Dante Virgili non è mai esistito, che è una fabbricazione letteraria. Passiamo quindi ad analizzare i testi a lui attribuiti per scoprirne le incoerenze interne.

La distruzione è stato definito dalla critica "Il primo romanzo apertamente nazista pubblicato in Italia". Allo stesso modo, Dante Virgili è stato più volte definito "l'unico scrittore italiano nazista". Simili giudizi ricorrenti sono di per sé colossali stronzate. Colui che ha scritto questo singolare romanzo è tutto fuorché un nazionalsocialista tedesco. Anzi, diciamo che il personaggio Dante Virgili può essere definito in un modo soltanto: anarchico individualista stirneriano. L'anarchia traspare da ogni sillaba da lui proferita, mentre non si trovano tracce convincenti della complessa mitologia nazionalsocialista. Dante Virgili has no Nazi beliefs. Così direbbe un compatriota di Sir Jimmy Savile.

L'inesistente antisemitismo di Virgili  

Una domanda cruciale quanto scomoda. Dov'è l'antisemitismo in Virgili? Diciamolo pure. Der Judenhass des Dantes Virgilis existiert nicht. L'antisemitismo di Dante Virgili non esiste. A contraddire questo dato di fatto non basta di certo un riferimento al "martirologio ebraico" che oggi andrebbe tanto di moda, o una fugace allusione ai campi di sterminio: ho sentito ben di peggio da persone di sinistra. Ricordo ancora una pantomima su un rabbino descritto come un tappo col nasone, fatta da un convinto antinazista ma degna della retorica di Streicher, e altre similari trovate di buontemponi. L'antisionismo di sinistra è ben più feroce e virulento della menzione virgiliana del "martirologio ebraico". Questa è la frase esatta: 

"È di moda il martirologio ebraico. Tant’è, non si può andare contro il proprio tempo. Come se fossero vittime solo i morti gassati non quelli arsi con le bombe al fosforo. E gli atomizzati in Giappone. Già, non fu un crimine. Ma quei lanci si ritorceranno presto su loro, eh eh ALTRE Enola Gay." 

Benissimo. Passiamo dunque alle opinioni di Vittorio "Vik" Arrigoni, quello il cui motto era "restiamo umani" - e che al contempo definiva gli Israeliani "demoni sionisti" invocando su di loro la dannazione. Opinioni non troppo dissimili a quelle della dirigenza della NSDAP e dello stesso Adolf Hitler, che non esitava a definire il popolo ebraico come "anti-razza demoniaca". Pochi al giorno d'oggi ricordano la tipica locuzione hitleriana Ein Volk von Dämonen "un popolo di demoni". Ebbene, sono tra quei pochi. Ora, l'antisemitismo hitleriano non è una semplice forma di razzismo nell'ambito di una "gerarchia delle razze", come insegnano nelle scuole italiane e altrove. È qualcosa di molto più virulento, che nasce dall'idea di ritenere gli appartenenti al popolo ebraico abitati da un'ontologia altra, non umana, come quella degli insetti, ad esempio. Non è soltanto un'insieme di invettive o di battute: è una Weltanschauung, una visione del mondo. Non è soltanto parte integrante delle dottrine nazionalsocialiste: è la particolare lente attraverso cui un nazionalsocialista vede ed interpreta ogni cosa presente nell'Universo. Mi sembra quasi inutile rilevare che di tutto questo nell'opera di Virgili non esiste la benché minima traccia. Ergo, er ist kein deutscher Nationalsozialist. Non è un nazionalsocialista tedesco. Punto.

L'esibizione del mostro

La descrizione o meglio l'invenzione di Dante Virgili come "nazista" è strumentale. Nella teologia parazzoliana e franchiniana, questo personaggio svolge il delicato incarico di incarnare il Male. Per questo motivo indossa la pelle del mostro. Non è importante che per svolgere questa funzione Virgili sia un vero e fanatico credente del Nazionalsocialismo tedesco. Basta che egli rappresenti tutto ciò che il popolo italiano crede a proposito di Adolf Hitler e dei suoi adepti. Qui entra in gioco il collegamento con la sfera della sessualità. Quando ero ancora un liceale, mi capitò tra le mani un giornale pornografico abbastanza squallido - se ben ricordo era Caballero - che dedicava alcune pagine a Hitler e ai suoi vizi bestiali. La tesi dell'articolista era la seguente: per essere un simile mostro, il Führer doveva avere pulsioni sessuali davvero aberranti, vomitevoli, spaventose. L'immaginazione era però scarsa. Le foto che corredavano quelle pagine erano pietose, mostravano un uomo truccato coi baffetti che toccava morbosamente una donna nuda tanto obesa da avere i cassetti di adipe sulle braccia, sulle gambe e sul ventre. L'uomo che impersonava il dittatore somigliava un po' a Charlie Chaplin; indossava l'uniforme e sfoggiava al braccio una vistosa Armband con la svastica. In realtà non si vedeva alcuna scena sessuale. L'articolista si limitava a suggerire che gli atti erotici dovessero consistere nell'inserimento del fallo eretto nei cassetti di lardo della chubby, con sfregamento fino all'eiaculazione. Beata ingenuità da oratorio! Quello che conta è l'idea portante che sta dietro la visione del genocida come di un soggetto sessualmente disturbato, le cui mostruosità e la cui pazzia derivino proprio dalle turbe della sessualità. Siccome la gente era traumatizzata dalle amenità del sadomasochismo, ecco che proprio questa forma di sessualità era ritenuta la causa diretta delle dottrine genocidarie. In realtà il sadomasochismo (BDSM), per come è concepito dalle masse, è una semplice collezione di amenità. Il contesto che ha visto l'invenzione del personaggio di Dante Virgili non era così disinibito come quello attuale: bastava poco per traumatizzare il lettore. Al giorno d'oggi nessuno crederebbe che un uomo possa diventare un genocida perché gli piace frustare o essere frustato, o perché ama qualche forma di umiliazione sessuale, ma all'epoca in cui La distruzione vide le stampe tutto ciò bastava e avanzava per sconvolgere le persone. Vediamo poi l'attribuzione al protagonista del romanzo di pulsioni ambigue, che sconfinano nella pederastia: egli paga alcuni ragazzi perché si facciano da lui masturbare fino all'eiaculazione. Assieme al BDSM, la bisessualità era nell'immaginario degli anni '70 un altro dei marchi del mostro. Lo studio delle pulsioni sessuali di Adolf Hitler e dei principali dirigenti della NSDAP meriterebbe un volume di densissima trattazione, cosa che esula dalle finalità di questo post. Eppure non è così immediato scorgere un nesso di causazione lineare tra le parafilie dei nazionalsocialisti e l'edificio politico del Terzo Reich, che trae la sua origine dall'hegelismo e dal darwinismo. Non è nemmeno scontato che tali parafilie fossero per necessità di natura sadica. Uomini come Heydrich e Eichmann, responsabili di un immenso numero di morti, potrebbero non aver mai dato nemmeno un buffetto a un bambino in tutta la loro esistenza. Himmler aborriva la vista del sangue, tanto che svenne quando a Minsk dovette assistere a una fucilazione di un centinaio di ebrei: sembra che ci fosse una grande dissociazione, un abisso tra l'edificio ideologico che reputava necessario lo sterminio e la personale sensibilità di coloro che lo hanno organizzato con glaciale determinazione. Un ipotetico superstite nazionalsocialista, avendo la possibilità di scrivere un romanzo autobiografico per diffondere la propria ideologia in un contesto abbastanza ostile, non avrebbe ritenuto opportuno parlare proprio della sessualità e della sua torbida natura: avrebbe impostato i suoi scritti in modo assai diverso rispetto a Virgili. Diciamo che non ne sarebbe uscito qualcosa come La distruzione.

Fraintendimento di una profezia apocalittica    

Ciò che ha permesso il rilancio dell'opera di Virgili dopo tanti anni dalla sua prima comparsa è questo brano: 

"Mi lecco le labbra pensando all'ammasso di pietre cui si ridurranno le loro città. Colonne di fuoco alte come i grattacieli torri crollanti in un orizzonte sconvolto il cielo brucia sopra New York. Broadway Manhattan Fifth Avenue i quartieri dei ricchi CHICAGO le zone delle fabbriche il centro Montrose Hyde Park mutati in magma ardente mai il loro suolo fu devastato urla raccapriccianti torme impazzite corpi a brandelli spoglie orride ATOMTOD la guerra è giusta dispensiera di vendetta."

Tutto è stato molto semplice: si è detto che lo scrittore bolognese aveva profetizzato gli attentati dell'11 settembre 2001, che hanno provocato il crollo delle Torri Gemelle di New York. Un'occasione editoriale davvero molto ghiotta, una volta che i fatti sono accaduti! Infatti nel 2003 La distruzione viene pubblicata dalla casa editrice Pequod. In realtà, se leggiamo con attenzione il testo sopra riportato, vediamo che vi è descritta tutt'altra cosa: una guerra termonucleare globale! Cosa che, purtroppo, non si è affatto realizzata, mi sia consentito aggiungere. Un fraintendimento davvero bieco, non trovate? 

Virgili, Saviano e il Web

La casa editrice Il Saggiatore nel 2016 ha pubblicato La distruzione con una prefazione di Roberto Saviano. Il testo è consultabile nel sito di Repubblica:


Mi sia consentito dirlo: nello scritto savianesco trovo poche idee e confuse, non facili da enucleare in mezzo alla massa dei semplici dati descrittivi (Virgili è un brutto e cattivo nazista che non ha avuto moglie né figli, etc.). A quanto ho potuto intendere, secondo l'autore di Gomorra, il testo di Virgili sarebbe una sorta di vaccino in grado di prevenire l'attecchimento dell'odio - sentimento del tutto naturale ma sommamente temuto dai fautori del politically correct, che vorrebbero un'umanità lobotomizzata. Stando alle aspettative, La distruzione dovrebbe operare la metamorfosi dei lettori in Puffi! Blog e siti con recensioni del romanzo virgiliano ce ne sono a bizzeffe. In genere sono concentrati di banalità e di opinioni scontate. Riporto il link a un articolo di Alberto Grandi, apparso su wired.it, sui cui contenuti forse sarebbe meglio stendere un pietoso velo:


Davvero singolare l'opinione secondo cui uno spaccato cerebrale di un autore fantomatico e anarchico individualista stirneriano sarebbe la miglior chiave per comprendere Adolf Hitler, il Mein Kampf e... l'autore della strage di Orlando! Forse anche Gambadilegno e Macchia Nera, perché no? 

Conclusioni
Non è che Sereni, Giudici, Parazzoli si limitarono a valutare le opportunità editoriali di questo stravagante romanzo. Diciamo piuttosto che Sereni, Giudici, ma soprattutto Parazzoli - e Franchini, non dimentichiamolo - sono gli artefici dell'esistenza stessa di Dante Virgili, coloro che hanno concepito e organizzato questa ingegnosa beffa letteraria. Questo io credo: essi hanno creato il personaggio per provocazione politica. Forse pensavano di gettare il sasso nella piccionaia e di sconvolgere l'intera società, già pervasa da parossismi rivoluzionari, seminando il caos, agendo come Nyarlathotep. O forse hanno operato solo per il gusto della goliardia? Certo pensavano che Eco, Arbasino and company avrebbero urlato scandalizzati all'apparire di uno scrittore "nazista", pontificando come papi infallibili e lanciando fulmini. Invece Eco, Arbasino e gli altri hanno risposto alla creazione di Virgili, di cui hanno subito compreso la natura fraudolenta, con un silenzio tombale, assoluto - cosa che ha destato la grande irritazione di Franchini, come si può dedurre dalla lettura del suo libro "documentario" virgiliano Cronaca della fine