domenica 9 giugno 2019


ANCHE I NANI HANNO COMINCIATO
DA PICCOLI

Titolo originale: Auch Zwerge haben klein angefangen
Paese di produzione: Germania Ovest
Anno: 1970
Durata: 96 min
Dati tecnici: B/N
Lingua: Tedesco
Genere: Grottesco, orrore
Regia: Werner Herzog
Soggetto: Werner Herzog
Sceneggiatura: Werner Herzog
Fotografia: Thomas Mauch
Montaggio: Maximiliane Mainka
Musiche: Florian Fricke (Popol Vuh)
Interpreti e personaggi:
    Helmut Döring: Hombre*
    Gerd Gickel: Pepe
    Paul Glauer: L'educatore
    Erna Gschwendtner: Azucar
    Pepi Hermine: Il direttore 
    Gisela Hertwig: Pobrecita
    Gerhard März: Territory
    Hertel Minkner: Chicklets
    Gertrud Piccini: Piccini
    Alfredo Piccini: Anselmo
    Marianne Saar: Theresa
    Brigitte Saar: Cochina
    Erna Smollarz: Schweppes
    Lajos Zsarnoczay: Chapparo


*Scritto anche Hombré, con ogni probabilità per suggerire la corretta pronuncia con una vocale finale piena, diversa dal tipico suono indistinto della -e finale in tedesco.

Traduzioni del titolo: 
     Inglese: Even Dwarfs Started Small
     Spagnolo: También los enanos empezaron pequeños
     Francese: Les nains aussi ont commencé petits
     Svedese: Dvärgar har också varit små
     Ungherese: A törpék is kicsin kezdték
     Russo: И карлики начинали с малого
     Polacco: Nawet karły były kiedyś małe
     Turco: Cüceler de Başta Küçüktü
     Persiano: حتی کوتوله‌ها در آغاز کوچک بودند
     Ebraico (moderno): גם גמדים התחילו בקטן

Riconoscimenti:
    È stato presentato nella Quinzaine des Réalisateurs al 23º
    Festival di Cannes.



Trama:
La narrazione si apre con un minuscolo nano tiroideo in posa per una foto segnaletica, tormentato dalla voce inquisitoria di una poliziotta-belva che gli impartisce ordini. L'essere piccolissimo dal cranio sproporzionato si rifiuta di collaborare e rimane chiuso in un ostile mutismo, non riconoscendo alcuna responsabilità nei disastri di cui viene accusato. Cosa notevole, regge una targa con la scritta "Nr. 1300761". Si sente la voce severa di un investigatore, che cerca di estorcere una confessione, senza successo. A questo punto ha inizio un lungo flashback - in pratica l'intero film: è il racconto dell'origine della Rivolta, una violentissima eruzione di anarchia che ha sconvolto la colonia penale in cui conduceva la sua miserabile esistenza un gruppo di infelici, tutti affetti da nanismo. Il Presidente lascia l'istituto per un impegno non specificato. Il suo tirapiedi, il Maestro, rimane asserragliato nella sua dimora tenendo in ostaggio Pepe, uno dei nani, legato a una sedia. I compagni di Pepe ne chiedono a gran voce la liberazione, ma non vengono ascoltati. Così inizia l'insurrezione. Per prima cosa abbattono una grande palma con un sistema ingegnoso, dando fuoco alla sua base e facendo schiantare il fusto al suolo per mezzo di una fune. Gli atti distruttivi si moltiplicano in un crescendo di aberrazioni. Alcuni ribelli uccidono una scrofa, lasciando i suoi maialini affamati a gemere. Bruciano i vasi di fiori e infieriscono sui più deboli, due nani ciechi a cui i genitori snaturati hanno cavato gli occhi. Non esiste limite alla loro bramosia di devastazione!

Recensione:  
Un film apocalittico, annichilente, che non può essere dimenticato. Non vale oblio capace di cancellarne le tracce mnestiche, perché sono come marchi impressi col fuoco nel nucleo stesso dell'essere.

"Un agghiacciante spazio concentrazionario circondato da una distesa desolata di rocce vulcaniche." 
(Pietro Ferrari) 


Anche se l'intreccio narrativo di questa sublime opera d'arte è a dir poco tenue, ogni particolare ha la sua importanza e ci rivela l'Abisso. Ne raccomando vivamente la visione a tutti!    


I Nani del Caos 

I nani deformi della colonia penale sono mostrati in una luce a dir poco sinistra. Sono esseri maligni nello spirito quanto grotteschi e distorti nel corpo. Non li si può definire davvero esseri umani: sono potenze del Caos! Il loro cuore è un calderone demoniaco di odio verso qualsiasi essere vivente. Totalmente privi di empatia, seviziano e uccidono animali godendo del loro strazio. Potrebbero sembrare affetti da gravi deficit cognitivi, ma non ci si deve lasciare ingannare dalle apparenze. In realtà non hanno alcun ritardo mentale e sono capaci di parlare alla perfezione. Se non lo fanno è solo perché non vogliono. Il silenzio ostile in cui si trincerano è più inquietante di mille parole perverse. Devastano ogni cosa, distruggono il cibo, lo sprecano in modo immondo, se lo lanciano addosso, lo gettano a terra e lo calpestano. Una piccoletta addirittura rompe un gran numero di uova, una ad una, gettando a terra albume e tuorli. Non si deve pensare che gli insorti facciano tutto questo perché non conoscono il valore delle cose, che dissipino ogni risorsa perché nessuno ha mai insegnato loro le cose basilari della vita. No, niente affatto. Esprimono il loro feroce odio verso il cibo anziché goderne ed essere felici, per pura malvagità. Sono animati dai Demoni, gli Spiriti Immondi ispirano ogni loro azione. Eppure, al contempo, anche il più piccolo e insignificante atto che compiono è mosso dal più totale odio verso l'esistenza e il suo Artefice, causa prima di ogni afflizione, di ogni dolore, di ogni miseria. 

Alcune note sull'ambientazione 

Nel Web si trovano non pochi errori. C'è chi pensa che il film sia ambientato in una sperduta campagna tedesca, solo perché Herzog lo girò in tedesco. In realtà la storia è ambientata nelle Canarie, per l'esattezza nell'isola vulcanica di Lanzarote. L'ho capito prima ancora di reperire nel Web questa informazione, dalla sola visione della pellicola in lingua originale. Semplice: ho ascoltato i dialoghi in tedesco e ho letto i sottotitoli in italiano. A un certo punto una macchina si ferma e ne scende una nana, che chiede informazioni su come giungere a San Cristobal, provenendo da Arrecife. Orbene, Arrecife si trova proprio a Lanzarote. Il paesaggio è tutto fuorché europeo. Vediamo che i nomi (o soprannomi) dei Nani Maligni sono quasi tutti spagnoli: Hombre, Pepe, Cochina, Pobrecita, Azucar, Anselmo. Fanno eccezione gli anglosassoni Chicklets (alla lettera "Polletti") e Territory (alla lettera "Territorio"), quest'ultimo di origine chiaramente neolatina. C'è anche una Piccini, piuttosto italianeggiante - sembra che sia il cognome stesso dell'attrice, posto che non sia un nome d'arte. Direi che manca soltanto il mitico Bagonghi. La colonna sonora ha un inizio convulso in un canto popolare canario, che si ripresenta più volte nel corso della vicenda nanesca, come un getto di lava che erutta all'improvviso da una camera magmatica occulta. Straziante, ossessiva, questa musica non sembra certo che sia stata concepita dalla progenie di Sigfrido. Invece scopriamo che il compositore è Florian Fricke (1944-2001), unico membro stabile della rock band tedesca Popol Vuh. Ricordo bene che proprio ai Popol Vuh si deve la splendida colonna sonora del Nosferatu di Herzog (1979).


Titheroygaka 

L'isola di Lanzarote ha preso il suo attuale nome dall'esploratore genovese Lancelotto Malocello, che vi approdò nel 1336. Il nome che i nativi Guanche della tribù dei Mahos davano alla loro terra era Titheroygaka (Titerogaka), che significa qualcosa come "La Rossa", con riferimento all'abbondanza di terra color ocra (in berbero continentale si ha titehuggaqt "rossa"). Le peculiari formazioni vulcaniche che si possono osservare nel capolavoro di Herzog si sono formate a seguito dell'eruzione del vulcano Timanfaya negli anni dal 1730 al 1736. Pietre acuminate e profonde voragini, come quella in cui i Nani del Caos gettano il furgone in fiamme. L'assenza di montagne, grotte, valli e nascondigli fu la causa dell'estinzione della popolazione indigena: incapaci di opporsi agli spagnoli, questi Guanche furono sottoposti a spaventose razzie. Quando nel 1402 giunse a Lanzarote il mercenario francese Jean de Béthencourt, ne restavano circa trecento. Triste fu il loro destino, che li condannò a perire di lì a poco, sopraffatti dai maltrattamenti, dalla schiavitù e dai morbi importati dagli invasori. Terra di dannazione e di oblio, Lanzarote fa da degna cornice alla triste esistenza dei Nani del Caos. La storia di quei luoghi, densissima di orrori, resta come un rumore di fondo, indecifrabile ma assordante, che non si disperde mai e che perdurerà fino alla Fine dei Tempi. 

Riferimenti alle dottrine del Nazionalsocialismo 

Alcuni critici hanno pensato che Herzog abbia voluto rappresentare nella sua pellicola la follia del III Reich. Va però detto che il regista tedesco a questo proposito è sempre stato piuttosto evasivo. Le sue risposte sono a parer mio insoddisfacenti. Il fatto che egli intendesse soltanto descrivere e mostrare una semplice storia, non è poi così convincente. Nel corso della ribellione, una nana fa allusione a qualcosa di sorprendente mentre lancia le sue invettive al Maestro: menziona l'eterna lotta contro la Bestia interiore. In questi anni tutti sbraitano e urlano contro il Nazionalsocialismo come se il Reich Millenario fosse una realtà tuttora vivente e operante, poi non sanno nemmeno cosa sia. Non ne conoscono le dottrine, lo banalizzano, lo riducono a "quella cosa là dei brutti-cattivi", oppure aggrediscono i loro avversari con epiteti disumanizzanti... che sono in perfetto stile nazista! Ecco, nella colonia penale dei Nani del Caos c'è meno demenza di quella che vedo sui social network. Perdita di memoria non è solo dimenticare le atrocità, è anche dimenticarne le cause. Adolf Hitler descriveva il tormento e la lotta interiore dei Mischlinge, ossia di coloro che avevano sia antenati ariani che ebrei - perché riconosceva queste cose in se stesso. Immaginava che ogni Mischling fosse il teatro di una lotta senza quartiere che la parte ariana conduceva contro la parte giudaica. Che dire di Heydrich, l'autore della Soluzione Finale? Egli fu visto ubriaco mentre imprecava contro la sua immagine allo specchio, affermando di scorgervi il suo "ebreo interiore". Potremmo ritenere che la stessa NSDAP non sarebbe mai esistita senza questi presupposti. Pur essendo Judefrei, ossia "privo di ebrei", il Partito Nazionalsocialista era plasmato interamente da Mischlinge, elementi le cui condizioni mentali erano di un'entropia assoluta. Lo stesso marasma ontologico lo vediamo riprodotto nel microcosmo dei Nani Maligni, tanto nelle "istituzioni educatrici" quanto nelle creature da loro tormentate. C'è un altro riferimento a un tema molto popolare nella Germania hitleriana. Si tratta di una menzione fugace che non è sfuggita soltanto agli spettatori più attenti. A un certo punto una delle nane si lamenta delle ossessioni dei carcerieri e in particolare di "tutte quelle storie sul rapporto con la Natura". Hombre ha l'abitudine di ripetere in modo pappagallesco e ossessivo frammenti di frasi udite in giro. Così come continua col suo destabilizzante "Ja, Ja, Polizei!", a un certo punto ripete sghignazzando "Sì, sì, il rapporto con la Natura".


La Rivolta dei Nani

Quello descritto da Herzog è un mondo di un'oscurità solida, dura come l'acciaio, in cui non è affatto facile trascinarsi nella quotidiana sopravvivenza. Non è pensabile nemmeno il passaggio casuale di una singola particella di luce, perché anche un microscopico barlume solare sparirebbe nella caligine e andrebbe distrutto. I fotoni emessi dall'astro diurno si perdono nella cenere sospesa nell'aria e finiscono col diventare il Nulla. Non esiste speranza, non esiste Salvezza. Si diffonde dovunque soltanto la Luce Nera della Disperazione. L'unica possibilità è la ribellione contro l'Artefice di una condizione che può essere chiamata in un solo modo: Inferno. Un'insurrezione violentissima contro l'ordine esistente, contro la natura stessa delle cose, il cui fine ultimo è riportare i dannati alla loro condizione di origine, quella di coloro che non esistono, che non sono mai esistiti!    

Un pianeta di nani? 

I Nani del Caos non hanno alcun contatto con il mondo esterno. Nutriti con pappine di latte in polvere, sono condannati alla deprivazione sensoriale. Vivono in condizioni di isolamento pressoché assoluto da ogni flusso informativo e da ogni influenza culturale. Si ha l'impressione che Herzog non abbia nemmeno ambientato la vicenda sulla Terra che conosciamo, ma su un pianeta interamente popolato da nani tiroidei. Questa impressione, che colpisce come un pugno allo stomaco, crea un intenso effetto di straniamento. Persino l'unica persona che capita in prossimità della colonia, la donna di Arrecife, è una nana. Sarà una coincidenza? C'è soltanto una scena che ci riporta nel nostro mondo, dimostrando che non si tratta di una copia grottesca della Terra tutta abitata da umani in miniatura. Quando Hombre viene indotto dai suoi compagni a consumare un'unione carnale con Pobrecita, scopre un gran pacco di riviste erotiche di proprietà del Maestro. All'inizio le accatasta e cerca di usarle come un rialzo per salire sul letto dove la sua piccolissima compagna lo attende. Quindi nasce in lui la curiosità, così comincia a sfogliare le pagine e a contemplare le figure di nudo femminile. Si tratta di donne di corporatura normale e ben formata, non di nane. La cosa lo stupisce non poco, così lascia perdere Pobrecita per andare a mostrare a tutti la sua scoperta, destando un'epidemia di ilarità. 


Lo sposalizio degli insetti 

Una nana dal volto cascante, tanto da sembrare quasi una novantenne, con un che di puttanesco e di arrogante nello sguardo, si vantava di essere la creatrice di un bellissimo quadretto chiamato "Il Mondo degli Insetti". Aveva impiegato infinite ore a catturare e a far morire tra atroci sevizie ogni genere di insetto, per poi cucire su quei corpicini ormai inerti brandelli di tessuti in modo tale da antropizzarli e da immortalare le loro sagome in un matrimonio. Una cavalletta era lo sposo, con un microscopico frammento di seta assicurato al torace, descritto come un "piccolo frac". La sposa era una grossa libellula. Un velo di tulle fungeva da abito nuziale, con l'aggiunta di una sottoveste. Il padre della sposa, che sembrava proprio un vecchio trombone pieno di prosopopea e di plutocratica sicumera, era uno scarabeo tondeggiante alla cui lucida corazza era stato cucito un piccolo cappello a cilindro. Un'ancella era un elegante icneumonide, una di quelle vespe parassitogene dal corpo affusolato: la sua bellezza non l'aveva salvata dall'essere bucata da uno spillo. Un laboratorio artigianale degli orrori e del sadismo più efferato. Un ragno si annidava nel sottofondo della scatola in cui la rachitica donna di Lilliput teneva questi suoi tesori, tentando di sfuggire al suo orrido destino. Niente da fare, sarebbe stato snidato e perforato nel morbido ventre, come tutti gli altri.     


I polli carognari

I polli sono uccelli bizzarri, genuini eredi dei dinosauri. Hanno una caratteristica singolare: beccano tutto. Anche le carcasse dei loro stessi simili. Ogni fonte di proteine è per loro preziosa. Persino i frammenti di piume e la carne putrefatta. La necrofagia di queste creature è volentieri rimossa dal sapere comune delle genti, che non amano pensare a simili amenità - eppure è un dato di fatto. Ricordo mio zio E., che si divertiva a macinare le ossa del pollame cucinato per poi nutrire le galline, avidissime di questa manna loro concessa. Herzog fissa la sua attenzione su questa perversione cannibalica dei gallinacei, riuscendo a comunicare agli spettatori un'angoscia subliminale, un rumore di fondo che crea fastidio, un ronzio incessante, una nausea profonda e insopprimibile. Quando compaiono i polli, ecco che parte la musica canaria, lamento dei dannati che sale a straziare il Cielo! Nemmeno questi poveri animali riescono a sottrarsi alla furia dei Nani Maligni. I galli vengono istigati a combattere tra loro, il corpo di un pollo viene cosparso di nafta e incendiato, altri volatili vivi vengono gettati come proiettili di catapulta nella dimora assediata del Maestro per convincerlo a cedere. 


Una profezia della Fine del Cristianesimo 

Verso la fine del film compare il Crocefisso grottesco, blasfemo, con una scimmietta torturata e legata al legno del supplizio di Cristo. La futile dottrina del Sacrificio di Gesù e della Redenzione, cardine della teologia cattolica, viene mostrata per ciò che è: il Niente Assoluto. Il corpicino del primate, contorto in posizioni innaturali quanto dolorose, viene elevato in una processione per irridere Dio stesso, la sua ira, la baggianata grottesca del suo vano amore e la mostruosità del libero arbitrio, tutta questa immonda spazzatura teologica che la Chiesa Romana ha usato per secoli per rendere schiave le genti, per vivisezionarle, per spingerle a maledire la loro stessa esistenza istante dopo istante. Sono vane anche le estreme parole di Gesù che chiede perdono per i suoi carnefici. I NANI SANNO QUELLO CHE FANNO.  


Epilogo catastrofico

Il film si conclude con il supplizio di un povero dromedario che non riesce a sollevarsi, perché le sue zampe posteriori cedono di continuo: sono state spezzate dai Nani del Caos. Il camelide soffre in modo orrendo, osceno. Tutti i suoi sforzi sono come quelli di Sisifo, non producono assolutamente alcun risultato. Dietro all'animale condannato compare la figura esigua del senile Hombre, che sghignazza follemente. Un riso convulso, isterico, di una follia assoluta, che cessa soltanto per pochissimi istanti quando le ventate di gas intestinali del dromedario investono in pieno la faccia dell'essere minuscolo, per poi riprendere ancora più forte, oltre gli stessi limiti fisici dello sfinimento. 


Il Maestro e una curiosità lessicale

A causa di una delittuosa ignoranza della lingua di Mozart e di Bach, nella Wikipedia in italiano (2019) il termine Erzieher non viene tradotto, essendo trattato come se fosse un nome proprio non analizzabile. La stessa mancanza di traduzione del termine tedesco compare in altri siti nel Web, incluso IMDb.com. Questo è ciò che si legge nella lista degli interpreti e dei personaggi: 

Paul Glauer: Erzieher

Eppure non è poi tanto difficile: Erzieher significa "educatore". Il termine è un agentivo derivato dal verbo erziehen "educare", formato da ziehen "tirare", "spingere" (ha la stessa origine indoeuropea del latino dūcere "condurre", "trarre"). Ecco cosa dovrebbe comparire:   

Paul Glauer: L'educatore

Ora è fatta un po' di chiarezza, finalmente. Nei sottotitoli in italiano, l'epiteto Erzieher è invece reso con Maestro. Una figura senile, distorta, con tratti che sembrano orientali, addirittura nipponici (tra questi la plica mongolica) - caratteristica che ho notato in diverse persone, in Germania e altrove, e che con ogni probabilità si deve ad antenati Unni. Il Maestro, a dispetto del suo corpo lillipuziano, è un rappresentante delle istituzioni. Si tratta a tutti gli effetti di un Kapo. In apparenza così razionale, sul finire del film subisce il collasso delle proprie facoltà mentali, invaso dalla pazzia più cieca: scambia un albero secco per un emissario del presidente della colonia e un suo ramo per un dito accusatore, cosa che scatena in lui una grande ira. 

Un ricordo di gioventù

Una delle azioni nanesche più surreali e disturbanti è quella in cui viene avviato un furgone, destinato a procedere in circolo senza potersi fermare fino all'esaurimento del carburante, visto che nessuno nella colonia è in grado di guidarlo. Alla fine il veicolo ardente finisce inghiottito da una cavità senza fondo come l'Ade: una tipica formazione vulcanica canaria. Com'è venuta al regista la geniale idea del furgone che procede senza controllo? Semplice. Quando era giovane lavorava come maggiordomo all'Oktoberfest di Monaco di Baviera e gli capitò di assistere a un incidente automobilistico. Uno dei suoi compiti era assicurarsi che i partecipanti alla festa non si mettessero a guidare in stato di ebbrezza. Visto che un uomo con più etanolo che emoglobina nel sangue sosteneva di essere in grado di guidare, Herzog salì in macchina con lui e bloccò lo sterzo. Quindi scese. L'ubriaco mise in moto e l'auto si avviò continuando a procedere in circolo fermandosi solo quando non ebbe più carburante. 

Una possibile fonte d'ispirazione?

Molti si sono chiesti quale sia il rapporto tra l'opera di Herzog e un altro film per certi versi simile: Freaks, diretto da Tod Browning (1932). Sembrerebbe ovvio pensare che proprio la pellicola di Browing sia stata l'ispirazione di Auch die Zwerge haben klein angefangen. Purtroppo le cose non sono così lineari come si può credere. Infatti Herzog ha ammesso di aver visionato Freaks soltanto dopo la realizzazione del proprio film sulle gesta antinomiane dei Nani, vanificando così ogni speculazione teorica. Si potrebbe anche pensare che abbia nascosto la verità, tali sono le coincidenze; è certo che ormai le possibilità di appurarlo sembrano remote.  


Il Piccolo Re

Il microscopico Helmut Döring ha interpretato una parte secondaria ma interessante in un altro film di Herzog, L'enigma di Kaspar Hauser (Jeder für sich und Gott gegen alle, 1974). Avvolto in una pelliccia di ermellino e in un lungo mantello purpureo, il nano dalla figura triste non proferiva una parola. Un ciarlatano circense lo presentava al pubblico come il mitico Re di Punt, il leggendario paese dell'oro, narrando una stravagante leggenda: a suo dire i sovrani di Punt sarebbero state un tempo giganteschi, ma ogni figlio che procreavano era più piccolo del precedente, così la successione aveva portato nel corso dei secoli al nanismo. Orbene, Punt è un'errata pronuncia egittologica di un toponimo antico egiziano trascritto in caratteri latini come PWNT, che indicava una terra meridionale non meglio identificata, forse da identificarsi con il Corno d'Africa. La pronuncia /punt/ è di certo errata, visto che in copto il toponimo suona /epwe:nǝ/. Kaspar Hauser morì nel 1833 e Champollion nel 1832. Quando la Stele di Rosetta fu decifrata, l'enigmatico orfano tedesco era vivo e vegeto. Tuttavia è molto improbabile che un volgare circense potesse avere una qualsiasi nozione della lettura dei geroglifici.

mercoledì 5 giugno 2019



CONTAMINATION 

Regia: Carl Stevenson
Paese: Regno Unito
Anno: 2004
Categoria: Animazione
Genere: Horror, fantascienza
Sottogenere: Distopia, fantabiologia, fantagenetica 
Durata: 6,23 min
Formato: DVCam

Sinossi
Uno sguardo su un futuro sconvolgente, in cui la contaminazione trasversale di materiale genetico sfugge ad ogni controllo. Utilizzando una combinazione di animazione in 2D e in 3D il film crea un’atmosfera surreale e disturbante, in cui ci si muove alla scoperta di nuove, ibride forme di vita: gatti con la testa di piccione, piccioni con la testa umana e uomini con le ali sono il frutto di una visione, fantastica e inquietante, dei possibili sbocchi di una sperimentazione genetica portata ai limiti estremi.

Recensione: 
Un universo abissale di tenebra profonda, più oleosa della morchia, in cui non attecchisce nemmeno una singola scintilla. Vi regna un solo sovrano assoluto e implacabile: la Disperazione. Non sembra una semplice visione del futuro, per quanto distopico, direi che si tratta piuttosto di uno sguardo nei recessi più bui dell'Ade. Carl Stevenson ci mostra le Tenebre Esteriori, la Valle di Hinnom. Mentre le foglie spettrali cadono dagli scheletri di alberi in cui non alberga traccia di vita, sibilando, sembra di sentire in sé formarsi queste parole: "lasciate ogni speranza, voi ch'intrate". L'Essere non può sussistere in quelle orride vastità delle Ombre, viene degradato, si disperde urlando e gemendo, senza però trovare pace nell'annientamento. Penso che non ci sia nulla di più adatto a descrivere la condizione di Dannazione Eterna. 

Stevenson non poteva sapere niente del Connettivismo, visto che quando produsse il cortometraggio il movimento era ancora in uno stato embrionale. Possiamo però dire che la sua opera è di un estremo interesse e che può essere ritenuta connettivista per via della sua stessa intima natura. 

La Notte dell'Essere

Fu con questa consapevolezza che concepii e realizzai un blog assieme al mio fraterno amico P., il cui nick è Nodens, negli ormai lontani giorni della piattaforma Splinder. Era il 2004. Il portale aveva come titolo La Notte dell'Essere (l'indirizzo era darkmans.splinder.com). Lo utilizzammo per postare immagini tratte da fotogrammi di film che mostravano strani effetti quantistici a causa di un disturbo nella masterizzazione. Le figure umane si sparpagliavano, si ibridavano tra loro e con l'ambiente circostante. Osservare quelle sequenze comunicava sensazioni molto disturbanti. Purtroppo non siamo riusciti a continuare con questo progetto, che non ha comunque riscosso grande plauso nel Web. Il blog esiste ancora, è stato importato prima sulla piattaforma Iobloggo, poi abbandonata a causa della sua decadenza, e infine su Blogspot, dove è consultabile: 


In Cant, un gergo furbesco inglese, darkmans significa "notte".     

Ibridismi verbali  

Ricordo quando io e Nodens, ci ponemmo una domanda per gioco, per sdrammatizzare: cosa succederebbe se provassimo a ibridare un piccione con un filantropo? Ecco il risultato a dir poco mostruoso, purtroppo soltanto a livello di linguaggio scherzoso e non di corpi fisici: 

antropiccionofilo
antropofilopiccione
filopiccionantropo
filantropiccione
picciofilantropo
piccioantropofilo 

Questa operazione, forse un po' infantile, ebbe su di noi l'effetto di una boccata di gas esilarante e ci recò non poco sollievo.

sabato 1 giugno 2019


CON GLI OCCHI DI DOMANI

Anno: 2006
Regia: Mario Gazzola, Walter L'Assainato
Sceneggiatura:
Mario Gazzola, Walter L'Assainato 
Montaggio: Walter L'Assainato
Soggetto: Walter L'Assainato, liberamente ispirato al
      romanzo L'occhio del Purgatorio, di Jacques Spiltz
Fotografia: Walter L'Assainato
Interprete: Vito Longo
Durata: 15,19 min
Genere: Fantascienza, horror
Sottogenere: Distopia, cyberpunk 


Sinossi (da Posthuman.it):
"Con gli occhi di domani" (Regia di Mario Gazzola, Walter L'Assainato - prodotto da posthuman 2006 - 15 minuti) è una storia difficilmente classificabile. Si potrebbe definire un horror metafisico, ambientato in un futuro di tecnologie utopiche e ossessioni. Il protagonista di questa storia è un restauratore. Disperatamente in cerca di modi per verificare se il suo restauro durerà nel tempo. Il B45 è il libro che sta cercando di restaurare... ma qualcosa turba il suo lavoro...

Trama:
Il protagonista del cortometraggio, il dottor Spitz, ha un solo scopo nella propria esistenza: restaurare libri ed essere sicuro della durata del suo lavoro nel tempo. Il problema è che accusa gravi disturbi percettivi. Quando si prepara da mangiare, non vede il cibo. Agisce come per automatismo, portandosi alla bocca "bocconi di niente" e meravigliandosi che abbiano "sempre lo stesso sapore". Presto si capisce il perché. Egli vede ogni cosa come sarà nel futuro. Si è rivolto a uno scienziato offrendosi come cavia di una perigliosa sperimentazione. Così gli è stato praticato un innesto cerebrale in grado di influenzare la sia visione delle cose. Il punto è che i suoi nervi ottici non gli mandano all'encefalo soltanto le immagini dei suoi volumi in restaurazione. Egli vede i bambini come vecchi decrepiti e malati di morbo di Alzheimer, vede gli edifici come ruderi. Il sovraccarico cognitivo lo annienta, costringendolo ad abusare di tranquillanti, fino a giungere al limite estremo della sopportazione. Come Edipo, Spitz si acceca. Si squarcia i globi oculari servendosi di un coltello arrugginito, rendendo un cielo rosso e tiepido di sangue il suo stesso campo visivo, che una volta aveva abbracciato il mondo intero oltre l'orizzonte del presente. Oltre il punto di annichilimento che costituisce il presente.

Recensione:
A causa dell'innesto di un microchip nel cranio, l'infelice restauratore acquista un potere inaudito, quello di scrutare nel crepitante mare di entropia che chiamiamo "futuro", riuscendo a fissare negli occhi il collasso della funzione d'onda ontologica che lo farà diventare presente. Egli sposta la definizione della propria esistenza e del mondo che lo circonda, proiettandola come uno spettro nel reame di ciò che non esiste. Una lacerazione nel tessuto della realtà, una falla nella nostra esperienza presentacea, che lascia irrompere ciò che normalmente non possiamo vedere. Le conseguenze sono destabilizzanti. Il rumore, il ronzio, le variabili fisiche sfocate, prive di definizione. L'Orrore. La mole di informazioni che ne deriva e la loro natura annichilente portano l'uomo alla follia - o forse a una consapevolezza così estrema da essere incompatibile con la sopravvivenza. "Con gli occhi di domani"... ma potremmo benissimo dire "con gli occhi dei Demoni". Ogni cervello contiene un interruttore. Normalmente è spento. Se viene attivato - e in questo caso a farlo è la tecnologia cibernetica - si entra in un universo di una vastità inconcepibile, il cui potere distruttivo è tale da ridurre l'Essere a un pugno di mosche morenti. Questo corto è un capolavoro del Connettivismo!

martedì 28 maggio 2019


IL COMUNISTA

Autore: Guido Morselli
Anno di scrittura: 1964-65
Lingua: Italiano  
Prima edizione: 1976
Altre edizioni: 1981, 2014 
Editore: Adelphi
Collana: Narrativa contemporanea; Fabula 
Pagine: 359 pagg.

Genere: Romanzo
Sottogeneri: Narrativa psicologica, politica, fantapolitica
Codice EAN: 9788845908378


Trama: 
Walter Ferranini è un comunista di Reggio Emilia, deputato del PCI. Duro e puro, è talmente idealista da vivere in condizioni di grande austerità anche a Roma, città eterna di crapule, bagordi e depravazioni, capitale di ogni corruzione e decadenza, madre dei vizi. Egli ha un carattere spigoloso, tanto da sembrare "tagliato con l'accetta in un legno ruvido". Il dogma marxista gli impone di credere che la natura dell'essere umano sia buona, sebbene la sua personale esperienza gli suggerisca piuttosto il contrario. Inizia così, in modo silente e inavvertito, un dissidio ideologico. Dapprima strisciante, il dubbio si insinua nel suo intelletto, per diventare poi sempre più manifesto. Se da una parte il PCI è per Ferranini una Chiesa, una specie di conventicola religiosa in cui egli stesso ricopre la carica di Vescovo, dall'altra gli eventi lo portano a simpatizzare per il torinese Roberto Mazzola, un dissidente che con le sue idee eterodosse si è attirato la censura degli inquisitori comunisti. Eppure l'eretico Mazzola è un comunista vero in tutto e per tutto, uno stalinista genuino che ha resistito alla destalinizzazione divenuta all'improvviso il nuovo Pensiero Unico del Partito, dopo anni di stalinismo professato come unica possibilità ideologica. L'uomo di Reggio, pur portando avanti la propria esistenza in condizioni apparentemente coerenti, ha tuttavia un punto debole di non poco conto: la sua relazione adulterina con Anna "Nuccia" Corsi, moglie del cornuto Cesare Lonati. Questa sensuale vulnerabilità gli attira presto le attenzioni degli organi inquisitoriali del PCI, con conseguenze tutt'altro che piacevoli. A complicare la situazione è l'amore struggente che Ferranini continua a provare per la sua ex moglie americana, Nancy Demarr, da cui il Destino l'ha separato anni prima. Farà di tutto per ricongiungersi a lei, anche a costo di camminare nella neve, in mezzo alla tormenta, venendo quindi ricoverato in ospedale. Non avrà fortuna, come in nessuna sua impresa dalla sua infanzia in poi: non riuscirà a rimettersi insieme all'adorata Nancy, perderà Nuccia, sarà trattato con gelo dalla dirigenza del Partito e da quelli che considerava amici. In buona sostanza, la sua vita sarà come un albero ridotto a segatura di rodilegno. 

Recensione:
Un libro eccellente che ho amato fin da subito. Ho sempre considerato i vincenti come nemici da odiare e sono invece incline a solidarizzare coi perdenti, genere a cui io stesso appartengo. Non ho vergogna ad ammetterlo. In fondo, come diceva Michael Ende, le storie dei vincenti sono tutte uguali e quindi oltremodo noiose, mentre ogni perdente è un caso a sé. Non c'è una sola storia di uno sconfitto che sia assimilabile a un'altra, per questo vale la pena di immergersi nella loro lettura.


N.B. 
I grassetti nei brani morselliani citati nel seguito sono miei, allo scopo di evidenziare parole degne della massima attenzione. 

Il formaggio invernengo 

Una parola che non conoscevo: invernengo (variante vernengo). Dicesi del parmigiano reggiano ottenuto dal latte raccolto da ottobre ad aprile; in Lombardia si chiamava invernengo il grana padano con simili caratteristiche. Più in generale, secondo i vocabolari della lingua italiana, l'aggettivo indica prodotti agricoli a maturazione tardiva, inclusi i cereali. La radice della parola è chiaramente inverno, stagione in cui questo genere di alimenti pregiati veniva prodotto, con l'aggiunta del ben noto suffisso germanico -ing che forma i patronimici e numerosi aggettivi, importato dalla lingua longobarda. Si può considerare lo stravagante vocabolo come un interessante ibrido romanzo-germanico. Un aggettivo ormai desueto, formato in modo simile, è maggengo "del mese di maggio". Riporto il brano in cui si menziona il formaggio invernengo, perché è una preziosa testimonianza di un tempo ormai scomparso e una miniera per noi antropologi. 

- Abbiamo preso il caffè, - fece Amos con la buona volontà di distrarlo - e ci siamo scordati il formaggio. Che reggiani siamo?
Avanzava il cameriere per sparecchiare, gli ordinarono di portarne. Ripresero a mangiare in silenzio, e solo Bignami Vittorio trovò modo di ammirare le 'ciccette' di due forestiere floreali e fuori stagione (tedesche, inglesi? bisogna venire a Roma per vederne), che si mettevano a desco in quel momento a due passi da loro. Amos commentava il formaggio reggiano, a bocca piena: - Questo è nostro autentico,
invernengo. Latte di due mungiture. Una volta ce n'era tanto poco in mercato che non arrivava, non dico a Roma, nemmeno a Bologna. Dopo la guerra, sono state le bacine di ferro al posto dei secchioni di legno, sono state le stufe elettriche nelle casere a fare crescere il rendimento, e tu sai, Ferranini, che per questo ci sono voluti i consorzi dei lavoratori come la CAP, e le cooperative, ci sono voluti i Collina, i Maccaferri e (diciamolo!) i Bignami. Del lavoro ne abbiamo fatto, tu che ci sgridi. Sono miliardi che non vanno più in tasca ai padroni, se li spartiscono i lavoratori.

Per maggiori informazioni e approfondimenti rimando a una fonte autorevole: 


Non smetterò mai di lamentarmi dell'Oblio che inghiotte ogni cosa, facendo scomparire anche dettagli di cose quotidiane a cui tutti siamo abituati, particolari a cui nessuno sembra più interessarsi.

Un sorprendente neologismo 

Morselli ci lascia intravedere qualcosa della vita intima del deputato Ferranini e della sua amante. Ovviamente, data l'epoca, non possiamo aspettarci i pompini: anche in contesti adulterini la sessualità era gravata da fin troppi tabù. Possiamo però gustarci un vocabolo morboso, il verbo "nucciare"

- La vita privata piace anche a te, chi è che dice: nucciare? Ho voglia di nucciare? Su sgelati, da bravo, chi l'ha inventata quella parola?
Ferranini non era forse un ossessivo ma era sfornito di senso umoristico, questo di sicuro. E abituato a prendere le cose sempre sul serio ne faceva merito alla sua origine: noi emiliani siamo tutti così.
- Non c'entra. La colpa è tua che me l'hai fatta trovare.
 


La formazione è unica nel suo genere. Almeno questa è la conclusione a cui mi porta la mia limitata e infelice esperienza col gentil sesso. Questo è un verbo derivato da un nome proprio: nucciare viene da Nuccia, che è un ipocoristico di Anna (deriva da una semplice abbreviazione di Annuccia). Resto sempre stupefatto davanti a queste bizzarre formazioni che oscurano il nome d'origine. Il record lo batte forse il piemontese Notto per Giuseppe (da Pinotto, a sua volta diminutivo di Pino, che è da Giuseppino). Sarebbe interessante cercare di capire cosa abbia spinto Morselli a inventare il verbo nucciare, se la cosa abbia una radice nel suo oscurissimo passato.     

La Rivoluzione nelle ferrovie 

Nessuno al giorno d'oggi ha la benché minima nozione del Piano Keller. Deve essere una di quelle note a piè di pagina in libri storici altamente specialistici. Morselli ci illustra per sommi capi questa realtà obliata. Keller fu un collaboratore di Lenin che riorganizzò le ferrovie russe. Le ferrovie italiane, in mano a militanti comunisti, erano state predisposte per la Rivoluzione. Il compagno Panciroli ce ne parla: 

"... secondo il nostro piano le linee Piacenza - Arezzo e Ferrara - Ancona sono divise in tanti trochi, ognuno affidato a un gruppo, suddiviso in varie squadre per i diversi compiti. Perché sono previsti due tipi d'intervento: l'operazione E (esercizio), e l'operazione 5 (sabotaggio e interruzione del traffico). Ho una squadra al deposito di locomotive, una che si occupa della linea, un'altra della rete aerea, una quarta degli scambi e segnali eccetera." 

All'organizzazione rivoluzionaria descritta da Morselli è subentrata un'entropia diffusa: assenza di manutenzione, malfunzionamenti, disservizi continui, neghittosità cronica, occasionali incidenti e via discorrendo.

Le opinioni di Ferranini sul dialetto 

Ferranini ritiene un bene la decadenza del dialetto emiliano. Il dogma comunista afferma "Proletari di tutto il mondo unitevi". Il punto è che per unirsi bisogna intendersi, fa notare il ruvido deputato. La necessità impellente è a suo avviso "raggiungere almeno il livello nazionale e lasciar perdere il reggiano, il modenese o il piemontese". L'uso della lingua locale è visto come "retorica borghese, magari mascherata da sinistrismo", il cui scopo è mettere in satira il mondo dei lavoratori. L'ideologia comunista fu ostile ai dialetti almeno quanto quella fascista. Eppure lo stesso Ferranini si lascia scappare una parola emiliana italianizzata: sgurare, da sgurèr "pulire, dirozzare". L'etimologia è dal latino secūris "scure": *secūrāre "passare la scure".    

Cooperative che impiantano camorra 

Sono rimasto particolarmente colpito da un brano in cui si parla di una gestione un po' disinvolta dei lavoratori, un malcostume che in Italia non è certo una novità. I responsabili, mirabile dictu, non erano capitalisti borghesi, bensì marxisti che almeno a parole condannavano ogni sfruttamento:   

Erano arrivati verso mezzogiorno nella Bassa, e visitarono il Mobilificio Operaio di Fratta Po, che l'Ancillotti presentava come una roccaforte del partito e un esemplare di organizzazione aziendale. Ferranini, critico, si provò a fare qualche domanda e venne in chiaro questo: il mobilificio non era per niente in regola coi contributi, e non ne teneva nessuna contabilità; e su trentaquattro uomini ben quattro, meridionali immigrati, non avevano neppure il libretto di lavoro.
Il ragioniere Bolognesi, il dirigente, messo alle strette tirò fuori che "si era in famiglia" e che la gente stava meglio così, senza tante trattenute e formalità. Ferranini gli fece notare che nel più vecchio dei tre laboratori le seghe circolari mancavano di dispositivi di sicurezza, prescritti da una legge che pure è assai poco esigente in materia di prevenzione degli infortuni. Gli disse, tranquillo: - Io porterò i fatti a conoscenza degli organi competenti. Le tue ragioni le farai valere in quella sede. Se hai in testa di metterti in regola, bene, se no mi impegno personalmente a farti sospendere il lavoro. - Siccome il ragionier Bolognesi brontolava, bella solidarietà, e lasciava capire che in Federazione c'era chi lo avrebbe difeso (vedi Viscardi), Ferranini aggiunse: - Ti posso garantire che la tua tessera 59 è in pericolo. Essere comunisti significa essere pronti a sacrificarsi,
non a impiantare camorra. Mi capisci? Te lo dice il compagno Ferranini, uno che anche oggi sta pagando di persona. - Fubini lo guardò. 

Ogni ideologia, per quanto utopista possa sembrare, è lesta ad accomodarsi con i poteri del mondo. 

Le genti di Kiev e la proprietà privata 

Tale era la fama dell'Ucraina tra i comunisti, che Reggio Emilia era soprannominata "la Kiev d'Italia". Il reggiano era "l'Ucraina d'Italia"

- Cari miei, c'è poco da ridere. Siamo individualisti, cioè antisocialisti, pensiamo alla terra come alle ciccette delle ragazze. Abbiamo la concupiscenza della proprietà, però usiamo il linguaggio collettivistico.

E ancora:  

- In Russia potranno essere meno avanti di noi come tecnica, mettiamo macchine e sementi, fertilizzanti e insetticidi, silos e caseifici, imballaggi e lascia pur dire, ma quella mentalità, la concupiscenza, loro l'hanno superata. La differenza è tutta qui, e mettetevela in testa, altrimenti avrò sempre predicato per niente.

L'esperienza mi ha dimostrato che le genti di Kiev hanno superato il concetto di proprietà privata... degli altri! 

Contro l'ottimismo cornucopiano 

Il lavoro è una maledizione, una condizione afflittiva. Ferranini è molto turbato dalla consapevolezza di questa realtà e si chiede se le cose potranno mai cambiare. Si chiede se la dannazione lavorativa un giorno avrà fine, se la Rivoluzione libererà l'essere umano da ogni incombenza e dalla fatica a cui il presente opprimente lo condanna. Alla fine, dopo un lungo elucubrare, e deducne che la risposta a questa angosciante domanda è negativa. Non è possibile vagheggiare una società in cui il lavoro - con tutte le sofferenze che comporta - potrà essere superato. Proprio questo è il motivo del dissidio ideologico, del conflitto che mette l'ottimo Ferranini contro l'ortodossia della sua Chiesa, il Partito. Le sue conclusioni sono quelle degli antichi Gnostici e dei Manichei: la Natura è intrinsecamente maligna, il mondo materiale si oppone agli esseri viventi e li tortura senza sosta. Il Cosmo non è la casa del genere umano, è piuttosto la sua prigione, il girone di Malebolge in cui avviene la sua degradazione, in cui ogni sua speranza viene distrutta.      

Materiale profetico in Morselli 

Sono consapevole del fatto che saperlo desterà grande stupore, ma è così: Il comunista contiene forse la prima menzione documentabile del concetto di Padania, solo in seguito articolato in una labile costruzione politica da Umberto Bossi e dal partito da lui fondato.

Passare il suo Po, familiare e selvatico, nascosto dai pioppi. Il suo Po malinconico. (C'era il comitato interprovinciale da riunire. Il Po, gente mia, non ha ponti. Il nostro fiume serve solo per le inondazioni. Noi che siamo padani, non emiliani o lombardi e nemmeno italiani...).  

Ferranini intravede con nitidezza la falla che porterà il Partito Comunista Italiano alla rovina.  Si tratta di un'antinomia che è sfuggita a tutti, sia alla base degli iscritti che alla classe dirigente. Se si favorisce il culto della personalità e si incoraggiano gli elementi più dotati, questi si inorgogliscono e perseguono soltanto i propri fini egoistici. Così si va contro il collettivismo. Se non si favorisce il culto della personalità, se si ostacolano gli elementi più dotati, il Partito finirà con l'essere guidato dai mediocri, che non saranno in grado di gestire nulla. Anche così si va contro il collettivismo. Un bel paradosso, vero?  
E infatti oggi c'è il Partito Democratico. Il Piddì. 

P.S.  
Se la memoria non mi fallisce, l'ultimo ad aver fatto cenno al concetto stesso di collettivismo fu un certo Fausto Bertinotti, che in un'occasione disse di sognare ancora l'abolizione della proprietà privata. Indossava una giacca di cachemire.

La Casta

Morselli preconizzò la crisi ontologica della Sinistra. Non si limitò ad anticipare il gergo della Lega Lombarda di Bossi: nel suo romanzo troviamo anche un'anticipazione di un altro linguaggio, quello del Grillismo. Non soltanto: vengono denunciati anche i radical chic. Dietro le parole evocate dallo scrittore nichilista scrutando il futuro come un aruspice etrusco, si cela una verità tragica. Ecco due passi che dovrebbero far meditare chiunque: 

Ci sono dunque i Pisani e i Magrò, i comunisti in cui il comunismo è raffinatezza di cultura escludente. Una casta. 

E ancora: 

E si voltò a guardare l'orologio. Era un professore che ha fretta di mettere fine all'esame. Come il compagno Pisani a Torino: professori infastiditi dagli esaminandi sciocchi, preti impazienti di richiudere il tabernacolo. La casta degli illuminati di fronte a profani presuntuosi come lui, come Mazzola. 

Il linguaggio simbolico, che distingue Homo sapiens dagli altri animali, diventa una peste, troppo spesso si trasforma nelle sbarre di un carcere da cui non si può evadere!  

Una pugnalata da Italo Calvino! 

Sì, ne sono convinto e professo un'opinione che ai lettori apparirà come minimo controversa. In poche parole, Italo Calvino fu responsabile del suicidio di Guido Morselli. Lo spinse alla morte. Ciò che gli inflisse si può chiamare in un solo modo: un colpo di pugnale nella schiena. Ein Dolchstoß in den Rücken - per usare l'augusta lingua di Hegel e di Nietzsche. Sono della stessa idea dell'Ispettore Derrick: assassino non è soltanto chi preme il grilletto. La mia idea non è poi così peregrina. C'è chi parla esplicitamente di "delitto editoriale" - e ben a ragione. Riporto in questa sede, a pubblica edificazione, le invereconde parole scritte da Italo Calvino al Morselli: 

    Torino, 5 ottobre 1965 

    Caro Morselli,
    finalmente ho letto il Suo romanzo. So d’aver tardato oltremisura e che non c’è nulla che spazientisca un autore quanto queste lunghe attese: ma la lettura dei manoscritti è un lavoro supplettivo per cui devo rubare del tempo al lavoro e alle altre letture che riempiono – ahimè senza margine – le mie giornate feriali e festive, inverno ed estate. Ed è anche un lavoro – devo dirglielo subito – che, quando si tratta di romanzi politici, faccio senza nessuna speranza. La politica continua a interessarmi, e così la letteratura (con tutto ciò che questo nome implica) ma dal romanzo politico non mi aspetto nulla, né in un campo d’interessi né nell’altro. Credo cioè che si può fare opera di letteratura creativa con tutto, politica compresa, ma bisogna trovare forme di discorso più duttili, più vere, meno organicamente false di quello che è il romanzo oggi. Trattando i problemi che stanno a cuore si possono scrivere saggi che siano opere letterarie di gran valore, valore poetico dico, con non solo idee e notizie, ma figure e paesi e sentimenti. Delle cose serie bisogna imparare a scrivere così, e in nessun altro modo.


E ancora: 

…] direi che ci vorrebbe più consapevolezza dell’operazione linguistica che sta facendo; dove ogni accento di verità si perde è quando ci si trova all’interno del partito comunista; lo lasci dire a me che quel mondo lo conosco, credo proprio di poter dire, a tutti i livelli. Né le parole, né gli atteggiamenti, né le posizioni psicologiche sono vere. Ed è un mondo che troppa gente conosce per poterlo “inventare”. Qui è la grande delusione a cui necessariamente va incontro il “genere” che Lei ha scelto, il romanzo di rappresentazione quasi fotografica d’ambienti diversi, il romanzo storico-privato.

Questa è la chiusura della lettera desolante: 

    […] Come vede il libro ho cercato di leggerlo in tutte le sue dimensioni, e mi sono accanito a smontarlo e rimontarlo: insomma ci ho preso gusto e mi ci sono arrabbiato, non rimpiango il tempo (un viaggio a Milano in treno, andata e ritorno) che ho impiegato a leggerlo, posso dire che mi ha mosso pensieri e ci ho imparato.
    Spero che Lei non s’arrabbi per il mio giudizio. Si scrive per questo e solo per questo: non per piacere, o stupire, o “aver successo”.
    Un cordiale saluto
    Suo Italo Calvino


Così apprendiamo che l'autore de Il barone rampante avrebbe letto il ponderoso romanzo di Morselli in un viaggio in treno a Milano... da Alfa Centauri! Già questa è una dichiarazione di disonestà intellettuale. A meno che non sia dotato di poteri mentalistici prodigiosi, non penso che un essere umano possa leggere in poche ore un libro di circa 35o pagine. Non rientra nelle possibilità della specie Homo sapiens. Punto. Questo è un dato di fatto. Lo uso spesso e volentieri per smascherare gli impostori che si fregiano del titolo di "lettori bulimici", quelli che affermano di leggere un migliaio di libri in un anno (ossia più di un libro ogni santo giorno!). Chiunque affermi di leggere un libro come Il comunista in un giorno è soltanto un buffone: probabilmente il manoscritto di Morselli è stato cestinato dopo un'occhiata superficiale. Francamente preferisco quell'altro Calvino, il Riformatore di Ginevra, quello che odiava i bambini e li definiva "piccoli fetenti"

Queste sono parole, di tutt'altro tenore, tratte dal risvolto del romanzo, pubblicato da Adelphi: 

Il comunista racconta un caso di dissenso ideologico, ma non è un romanzo ideologico. Anche se è impressionante l’anticipo con cui questo romanzo, scritto nel 1964-65, tocca problemi e prospettive degli anni successivi, bisogna dire che qui a Morselli preme soprattutto ricomporre uno strato di realtà, un agglomerato di psicologie, di modi di vita, di affinità e di conflitti all’ombra di via delle Botteghe Oscure. Come ogni vero romanziere, Morselli non si preoccupa di giudicare, ma di dare vita e forma. Così, il quadro che ci mostra abbraccia insieme gli elementi più grandiosi e affascinanti come quelli più duri e meschini della vita interna del P.C.I., senza che mai quei caratteri siano usati per una dimostrazione. 

E ancora:

Come già nei suoi romanzi precedenti, anche questa volta Morselli sa calarsi con prodigioso mimetismo in una nuova realtà, il P.C.I., presenza imponente nella vita italiana, forse troppo imponente se finora i romanzieri italiani sembrano essersi del tutto bloccati davanti a essa. È perciò quasi un’altra ironia della sorte, fra le molte legate al suo nome, che a cimentarsi in questa difficile impresa, e a riuscire nella prova, sia stato un outsider in ogni senso come Morselli, aiutato soltanto dalla sua rara capacità di aprire le porte di mondi sigillati e da una chiaroveggente attrazione per il concreto. 

Purtroppo capita che ci voglia un suicidio perché sia resa giustizia all'opera di un grande! 

venerdì 24 maggio 2019


ADESSO VIENE LA NOTTE

Autore: Ferruccio Parazzoli
Anno: 2008
Lingua: Italiano
Editore: Mondadori
Collana: Scrittori italiani e stranieri
Tipologia narrativa: Romanzo 
Genere: Thriller teologico, politica, fantapolitica
Codice ISBN-10: 8804577908
Codice ISBN-13: 978-8804577904

Pagine: 123 pagg., rilegato

Sinossi (da www.libreriauniversitaria.it):
Sconcerto e scandalo. Paolo VI denuncia la presenza del Diavolo nell'intera società, "un essere oscuro e conturbante che semina errori e sventure nella storia umana". Un Satana scassone e buffonesco raccoglie la sfida e scommette, con un Dio troppo sicuro di sé, di scardinare nel Vicario la saldezza della Fede mettendolo di fronte alle sofferenze del Giusto. Ha inizio la diabolica messa in scena di una delle più buie storie italiane: il sequestro e l'assassinio di Aldo Moro abbandonato al proprio assurdo destino contro il cui tragico epilogo a nulla serviranno le suppliche del Papa al suo Dio, ai politici, alle Brigate Rosse. Paolo VI morirà tre mesi dopo avere pronunciato nella basilica lateranense, assente la salma dello statista, il discorso di esequie in cui chiede conto a Dio del suo silenzio. "Adesso viene la notte" saranno le ultime parole sul letto di morte. In una serie di serrate sequenze Ferruccio Parazzoli affronta il dramma della Fede di fronte ai cinismi della Politica e ai crimini della Storia.


Recensione:  
Certo, coloro che lessero questo testo parazzoliano quando uscì, nell'ormai lontano 2008, non avrebbero mai potuto immaginare la piega che avrebbero assunto gli eventi. Soltanto qualche anno più tardi, nel 2012, uscì un altro testo dello stesso autore, Eclisse del Dio Unico, da intendersi come l'atto di abiura. Nella sostanza Parazzoli rinunciava alla Chiesa di Roma e alla sua dottrina, dichiarandosi panteista. Sull'intera faccenda è calato un silenzio di piombo. Nessuno ne parla. Eppure esiste sempre qualcuno che le cose le ricorda e che non tace. Ecco, io sono tra questi e non mi arrendo. Adesso viene la notte testimonia il conflitto interiore che sconvolge il Parazzoli, preludendo alla trasformazione descritta in Eclisse del Dio Unico. Paragono il processo alle forze ctonie e magmatiche che in una crisalide sciolgono e riassemblano i tessuti del bruco. Soltanto con l'emergere della farfalla si può comprendere l'intima teleologia di questa riorganizzazione cellulare.       

Il dialogo tra Dio e Satana 

Questa è la dialettica teologica parazzoliana, su cui si regge l'impianto del presente romanzo: 

1) Dio è un prete marchigiano, rozzo, grossolano e approssimativo nella sua lingua italiana male articolata, ricca di inflessioni dialettali, capace di esprimere soltanto concetti sfocati. Tutti i suoi ragionamenti sono rudimentali, appena abbozzati, quasi ai limiti della demenza. Quando rimane a corto di argomenti, il tirannello si mette a fare le bizze, a ricordare che lui ha creato tutto e tutti, pretendendo per questo l'ultima parola. Deludente. Un ragazzotto affetto da trisomia 21 forse potrebbe fare di meglio.
2) Satana è un dottissimo gesuita di Tubinga, rotto ad ogni artificio logico e teologico. I suoi ragionamenti sono acuti e penetranti. A impedirgli di mangiarsi il marchigiano Dio in un boccone è in buona sostanza un dogma del catechismo cattolico, che l'autore del romanzo non se la sente di sfidare. Satana non può nulla contro Dio, che or della fine è il suo stesso Creatore, ripete la vocina stridula di una maestrina delle elementari. 

3) Sia Dio che Satana indossano l'abito talare: coloro che li osservano non sospettano nulla e pensano di avere a che fare con due chierici della Chiesa di Roma. Due preti. Dio e Satana: "nulla di più nero e nulla di più prete" (cit.). 

Piaccia o no, Satana vince. Prevale sulla stupidità delle creature e del loro preteso Creatore. La sua trappola elaborata ha la meglio su tutto. Non è affatto "scassone e buffonesco": dalla sua è il ferreo rigore della logica. Schiaccia e crocifigge il Papa. Frega un Dio che è infantile, a cui non resta che battere i piedi per terra, millantando di aver inventato la Morte. Un Dio che millanta perché non ha inventato proprio nulla, nemmeno le feci. Si ha a questo punto il fondato sospetto che il prete marchigiano sia soltanto un costumante, un pazzo convinto di essere quello che le genti chiamano "l'Onnipotente". Un oligofrenico che dovrebbe stare in un reparto di psichiatria a sbavare, anziché ammorbare il mondo con le sue ripugnanti pantomime. 

Un tragico errore di valutazione 

Ecco quanto scrive Parazzoli su Satana, sminuendone tragicamente la figura:

Autunno 1972

Come sostengono gli esorcisti, e contrariamente a quanto si pensa, Satana non ha una grande fantasia e neppure grandi mezzi per indurre gli uomini in tentazione, specie se il soggetto sul quale impegna la sua scommessa con Dio, questo antico gioco che si svolge tra Cielo e Inferno, ha già scoperto e vinto gli assalti basati su vecchi trucchi da repertorio, quali in sesso, il denaro, il potere. In tal caso rimane a Satana un repertorio da baraccone, articoli piuttosto fastidiosi e in qualche caso assai debilitanti, ma non decisivi per vincere la partita.
   Tutto questo, è ovvio, Satana lo sa, ma non rinuncia a metterlo in atto, non almeno finché la sua intelligenza - tanto più pericolosa quanto mediocre e, quanto a questo, non meno pericolosa della stupidità che, però, è soltanto un retaggio umano - non riesce a partorire un'idea che, anche se prova di originalità, è volta a scalfire nell'intimo la coscienza che l'uomo ha del senso da attribuire alla proprioa vocazione nella vita e, soprattutto, è volta a minare la base su cui fonda la propria fiducia. La vittoria di Satana, nel gioco con Dio, sarà tanto più completa quanto più la fiducia alla quale fa ricorso l'uomo nelle maggiori difficoltà si chiama fede in Dio. Un Dio sempre presente e onnipotente, come vuole quel Catechismo che non per nulla recitava il parroco di campagna nei giardinetti di San Giovanni in Laterano.


Certo, un Dio marchigiano. E vi pare plausibile? Gli esorcisti scadono in esorcicci. Sono pieni di vanità e di superbia, credono di poter parlare a Satana da pari a pari. Credono di poterlo dominare e manipolare con formule superstiziose. Credono che obbedisca ai loro comandi. Non lo vedono nei mafiosi e in altri assassini spregevoli, grandi finanziatori della Chiesa Romana e delle sue nocive opere idolatriche, ma lo vedono in poveri handicappati che vomitano e imprecano facendo colare dalla bocca distorta fiotti di saliva. 

Il Silenzio di Dio 

Quando una dottrina monoteista, come quella cattolica per esempio, non riesce a rendere conto della realtà dei fatti, non può fare altro che andare alla deriva in una condizione di autismo profondo. Chi la professa non ha altre risorse che uscirsene con trovate grottesche quanto illogiche. "Non si muove foglia senza che Dio non voglia", dicono alcuni. Benissimo, allora Dio muove la mano di ogni omicida ed è omicida egli stesso. Muove la volontà di ogni peccatore ed è peccatore egli stesso. Egli ha ispirato Mengele ed è responsabile di ogni sua azione. Lui è proprio il colpevole di ogni crimine compiuto da Heydrich e da Eichmann. Altri dicono che "Dio permette il Male perché lo usa per fare il Bene". Certo, certo. Si può pensare che se un padre snaturato abusa sessualmente dei suoi figli, lo faccia per il loro bene, per insegnare loro qualcosa? Non siamo ridicoli! Poi ci sono quelli, ancora più squallidi, che riducono il Male a un banale frutto di una chimera chiamata "Libero Arbitrio". Come giudichereste voi un padre che permette il rapimento del proprio figlioletto da parte di produttori di snuff pedofili e cannibali? Come giudichereste voi un padre che permette che il suo bambino cada in un precipizio per non turbare la sua libertà? Lo riterreste un buon padre o un mostro? Mi è persino capitato di incontrare persone che si chiedevano come mai esiste il Male (si Deus bonus est, unde malum?), ma poi non ne volevano sapere di ascoltare la mia risposta manichea (il Male non è assenza, è opera del Dio Malvagio). Ebbene, il tanto strombazzato "Silenzio di Dio" è la misura dell'ignoranza di coloro che negano la realtà del Male e poi non sanno come spiegarsi le martellate che tutti gli esseri viventi ricevono senza tregua. 
Ricordo un giornalista, uno dei pochi esseri di quella tristissima categoria ad avere un barlume di dignità, che disse qualcosa di importante mentre commentava gli orrori dell'Afghanistan dei Talebani. Egli definì la religione come "quella cosa che rende insopportabile la condizione umana". Quindi ne tracciò la genesi nella stoltezza dei popoli, che "cerca di far quadrare l'Infinito nel finito". Che dire di più?


Una singolare eresia parazzoliana

L'ambientazione è la camera e studio privato del Papa. Con immenso stupore ho letto queste righe: 

Sa che deve farlo. Quell'uomo, del quale ha visto l'immagine oscura contro lo stipite della finestra mentre la folla gridava «Viva il Papa!», aspetta ormai soltanto questo. È stato condannato a morte due volte, dagli amici e dai nemici. Il Regista ha condotto bene il dramma. Il Papa non ha scelta. Se Dio non risponde, toccherà a lui rispondere, non più nel nome di Dio, ma nel proprio: Giovanni Battista Montini, Concesio, Brescia, 26 settembre 1897, secondogenito di Giorgio Montini e Giuditta Alghisi.
«Io scrivo a voi, uomini delle Brigate Rosse...» Si ferma. Ha un istante di perplessità. Uomini? È giusto chiamarli uomini? E come, altrimenti Se è certo che abbiano un'anima, come è certo che l'hanno poiché l'anima non viene da Dio ma nasce dal basso, con il corpo, se è certo che abbiano un'anima, a chiunque l'abbia spetta il nome di uomo. Quanto alla sua immortalità, che ognuno se la guadagni.


Materialismo: l'anima non è infusa da Dio a ogni uomo, ma ha la sua origine nel corpo.
Neopelagianesimo: la Salvezza viene dalle opere.
Addirittura l'immortalità per il pontefice parazzoliano - secondo le parole che l'autore gli mette in bocca - è condizionata: se uno agisce rettamente se la guadagna, altrimenti la sua anima si dissolve con gli elementi corporali.
Mi piacerebbe proprio sapere cosa avrebbe pensato Papa Montini di tutto questo.


Altre recensioni e reazioni nel Web 

Segnalo senz'altro la recensione di Alessandro Zaccuri, apparsa su Carmillaonline


Questo è l'incipit, che trovo molto suggestivo: 

"Nel Vangelo secondo Giovanni, poco prima di donare la vista al cieco nato, Gesù pronuncia una sentenza indecifrabile e allusiva. Le opere del Padre, afferma, devono compiersi alla luce del giorno perché poi venit nox, viene la notte, e al sopraggiungere delle tenebre nessuno può più operare, neppure colui che pure si proclama «luce del mondo». Il Paolo VI che Ferruccio Parazzoli elegge a protagonista del suo Adesso viene la notte (Mondadori, pagine 128, euro 13,00) è, al contrario, un Papa notturno, impegnato in lunghe veglie di preghiera, lettura, meditazione e lotta contro il Demonio. La prima scena del libro — che conserva ben riconoscibile l’impronta dell’originario e mancato progetto teatrale — descrive infatti l’appartamento privato del Pontefice a poche settimane dalla sua morte, con gli operai ancora indaffarati a rimuovere le tracce delle ripetute battaglie fra il Vicario di Cristo e l’Avversario del genere umano: pareti scurite dallo zolfo, pentacoli, sedie dalle gambe spezzate e, sotto il letto, un deposito innominabile di insetti soffocati."

Una cosa mi ha colpito nella recensione di Zaccuri. Il Papa Notturno, sfinito dalla lotta contro l'Avversario, "mette in guardia i fedeli sull’autentica natura del male: non soltanto un’agostiniana ‘deficienza’, ma anche e specialmente «un’efficienza, un essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore»". Ebbene, ammettendo questa autentica ontologia del Male, si allontana dal dogma di Nicea su cui si fonda il Cristianesimo mainstream, per addentrarsi senza nemmeno accorgersene in pieno territorio del Manicheismo.  Un barlume di Verità filtra nel testo di Parazzoli, una particella di Luce nella tenebra compatta e solida.

Qualcuno ha commentato persino in un luogo squallido come Amazon.it!


Glauco Cartocci  vorrebbe vedere il dramma parazzoliano recitato a teatro: 

"Nato come testo per uno spettacolo teatrale, chissà perché non fu mai realizzato. Peccato, perché questa breve pièce potrebbe risultare al meglio con le luci di scena. L'idea di narrare il rapimento Moro alla luce delle sue ripercussioni su Paolo VI è ottima e ben condotta da Parazzoli. L'antica disputa fra Dio e il Diavolo, con evidenti echi e citazioni della storia di Giobbe, finisce per riproporre il sempiterno interrogativo sulla presenza (o meglio, sull'assenza) di Dio nelle vicende di tutti i giorni, anche qualora riguardino il suo più "stretto collaboratore", ovvero un successore di Pietro. (Peccato per un evidente lapsus a un certo punto, che tuttavia non inficia il risultato complessivo). Il libro merita, e parecchio, coinvolgente e struggente al tempo stesso."

Un maggior numero di interventi lo troviamo su Anobii.com.


Saturdaycure scrive: 

Troppo lontano dalle mie corde.
Come quando ti raccontano una storia affascinante , grottesca finanche, ma proprio non riesci a trovarci un senso , una ragione.
Scivola via.
Troppo.


Carissimo (/-a?) Saturdaycure, il senso non ce lo trovi perché or della fine hai i mezzi per trovarcelo. Dal punto di vista filosofico lo devi prendere per quello che è. Devi però riconoscere che come documento ha comunque un certo interesse storico, coglibile da tutti i lettori.

Più interessante dal punto di vista teologico e filosofico è la recensione anobiana di Sinclair, intitolata La notte di una nazione. Invito a leggerla, anche se non condivido il pensiero di chi l'ha scritta. 

"Ma se Parazzoli in questa sua surreale e allegorica opera teatrale, successivamente trasposta in romanzo, trova alla fine rifugio nella fede e nella speranza cristiana di una vittoria del Bene - evento ineluttabile vista la nullità categorica del Male - cosa resta ad un laico? Il dolore per l'incapacità dello Stato di proteggere uno dei suoi più alti rappresentanti, nel bene o nel male simbolo vivente di un regime comunque democratico?"

Una speranza malriposta, come spesso accade. La stessa frase "speranza cristiana nella vittoria del Bene" è di per sé surreale e contraddittoria. Se si spera che il Bene trionfi, significa che non si è affatto certi che ciò possa accadere. Altrimenti si parlerebbe di "certezza cristiana nella vittoria del Bene". Una simile certezza l'ha soltanto il coglione di cui narra la famosa barzelletta di Nino Manfredi, quello scemo che stava per affogare e mandava via i canotti di salvataggio, uno dopo l'altro, convinto che Dio stesso l'avrebbe tratto dal pericolo - per poi sentirsi rinfacciare da San Pietro, Custode del Paradiso: "Ahó! Tre canotti t'avemo mannato!"

Sempre restando in tema notturno, VittorioC giunge a un'interessante conclusione: 

Ma “Adesso viene la notte” non è un libro sul caso Moro. E’ piuttosto il tentativo, lucido e provocatorio, di spiegare la lunga notte del mondo politico italiano negli ultimi trent’anni.

Anche il mondo politico, proprio come la Chiesa di Roma, è passato attraverso un processo di metamorfosi, che lo ha infine portato alla presente discarica di immondizia.