lunedì 16 gennaio 2017

L'ILLUSIONE DELL'IPNOSI REGRESSIVA E DELLO SPIRITISMO

Un grande flagello pseudoscientifico è la stolta credenza che tramite pratiche ipnotiche sia possibile a un individuo regredire a vite precedenti, ricordandole in toto o in parte. Il fondamento di questa teoria è semplice: essendo possibile a un manipolatore della congrega degli psicologi far regredire una persona fino all'infanzia, se questa regressione procede oltre il limite della nascita, ecco che si entra nel campo di una precedente esistenza terrena. Mi si obietterà che la cosa potrebbe di per sé essere di un notevole interesse. Il punto è che si tratta di un colossale imbroglio. A questa conclusione si può giungere facilmente analizzando i risultati delle osservazioni compiute dagli psicologi sui pazienti fatti regredire fino a epoche anteriori alla loro venuta al mondo, e in particolare sugli xenoglossi. Se l'ipnosi regressiva avesse un benché minimo fondamento, ne otterremmo conoscenza. Invece non si ottiene nulla che abbia più valore di un monticolo di stronzi di pollo. Vedete, vorrei che fosse vero. Vorrei che si potesse risalire a epoche passate. Vorrei sentire le voci degli Antichi. Invece devo riconoscere che tutto questo è impossibile.

Non è difficile imbattersi in alcune narrazioni relative a soggetti ipnotizzati che sarebbero regrediti per secoli. Ricordo in particolare il caso del soggetto che si reputava un vichingo; sarebbe anche riuscito a produrre, seppur con enorme fatica, un elenco di parole "norrene". Che io sappia, questo glossarietto non è mai stato pubblicato e doveva essere abbastanza penoso: dubito fortemente che consistesse in complessi versi eddici. Significativo è anche il caso del soggetto che si reputava un sumero e che non è stato mai in grado di richiamare alla memoria nemmeno una parola di sumerico. Considerata la struttura fonetica semplicissima di tale lingua isolata, non gli sarebbe stato difficile balbettare parole come LU "uomo", LUGAL "re" (lett. "uomo grande"), E "casa", EGAL "palazzo" (lett. "casa grande"), A "acqua", ABA "lago" (lett. "nicchia d'acqua"), AN "cielo", EME "lingua", INIM "parola", MUNUS "donna", GUD "bue", UR "cane", URU "città", LAM "abbondanza", LAL "miele" e via discorrendo. Avrebbe potuto evitare parole con suoni poco familiari, come UḪ "insetto, parassita", etc. Invece niente. Nemmeno una sillaba. Il punto è che non conoscendo nulla della lingua di Sumer, non poteva certo improvvisarla, non ci vuole Sherlock Holmes per capirlo. La Thomason riporta nel suo saggio Xenoglossy il caso di una ragazza che sotto ipnosi affermava di essere stata una squaw Apache il cui bizzarro nome era Chloe. Anche se pungolata di continuo dall'ipnotizzatore, Ralph Grossi, faceva di tutto per resistere alla richiesta di pronunciare parole della sua lingua. Se le fosse stato richiesto del sesso orale con spargimento di sperma in bocca, forse sarebbe stata meno riluttante. Quando alla fine riportò alla mente una lista di parole, se ne uscì con ritrovati incompatibili con la fonotattica della lingua in questione. Ad esempio, molti vocaboli contenevano la rotica /r/ - cosa impossibile nella lingua genuina degli Apache - ed erano assenti diversi suoni peculiari, come le occlusive laterali sorde. Se questi soggetti tornassero davvero con la mente ad altre vite, o se fossero posseduti da spiriti, dovrebbero pensare e parlare soltanto nella lingua del contesto corrispondente. Dovrebbe venir loro spontaneo. Se non lo fanno - e non lo fanno - significa che è un imbroglio.

Trovo assolutamente futile e ridicola l'idea secondo cui un ipnotizzato dovrebbe sperimentare difficoltà a rievocare la propria lingua in caso di "incarnazioni" molto antiche. Perché mai dovrebbero esserci difficoltà? Non esiste una sola motivazione razionale di tutto questo. Se ammettiamo la spiegazione soprannaturale fornita dagli ipnotizzatori, allora affermiamo che lo spirito deve precedere la mente di un soggetto che ha un corpo di carne, deve essere libero da qualsiasi pastoia e riportare semplicemente ciò di cui è stato testimone. Eppure i medium non lo credono. Questo per un semplice motivo: tremano loro le chiappe del culo e si cagano in mano di fronte a qualsiasi indagatore che usi la logica consequenziale come guida. Consapevoli del fatto che gli xenoglossi producono solo patacche, fanno leva sulle menti suggestionabili di persone ignoranti, rifuggendo gli autentici esperti di lingue che potrebbero facilmente confutare tutte le loro baggianate, facendo cadere su di loro un grande discredito.  

Ricordo nitidamente un caso ancor più sorprenente: quello dello pseudoetrusco spiritico. I parapsicologi Giovanna B. e Francesco L. Oscott hanno scritto il libro Gli Etruschi parlano. Alla scoperta della lingua etrusca (1984), pubblicato da Edizioni Mediterranee. Nel volume si descrivono le comunicazioni fatte da "spiriti" che secondo gli autori dicevano di appartenere al popolo dei Rasna. Valendosi di argomenti linguistici, si può certo dire che si tratta di un falso montato ad arte. Ancora a distanza di anni, il professor Giulio Facchetti ha giustamente schernito gli autori di questa baggianata medianica, dicendo che il soggiorno nell'oltretomba evidentemente aveva danneggiato la memoria degli spiriti degli etruschi. Passo brevemente in rassegna i numerosi aspetti inverosimili che ho potuto riscontrare:

1) Gli "spiriti" usano un frasario da grammatici, ricorrendo ad esempio al termine "genitivo" quando spiegano come formare i numerali ordinali a partire dai numerali cardinali. 
2) La forma *etpam "affinché, per" è di certo un grossolano errore di lettura del vocabolo genuino etnam "quindi; allo stesso modo", a cui è stato attribuito un diverso significato dai medium.  
3) Uno pseudo-pronome *sas è tradotto con "vi", senza alcun marcatore dell'accusativo analogo a quello di mini "me" (da mi "io"), un "te" < *un-n(i), col suffisso assorbito dalla radice (cfr. une "a te", unχva "le tue cose", nel Liber Linteus; unas "di te", attestato su vasi), cn "lui, lei" (da ca "egli, ella"), enan "ci" (cfr. enaś "di noi", nel Liber Linteus; zuci enesci "nella nostra determinazione", sul Cippo di Perugia), unum "vi" (con -m < -n per effetto della vocale labiale).
4) I numerali 
śa "quattro" e maχ "cinque" sono assurdamente invertiti: viene detto che *mach vale "quattro" e *sa vale "cinque". Questo scontenta tanto coloro che con me affermano che śa è "quattro" e huθ è "sei", quanto tutti coloro che reputano invece che valga huθ "quattro", śa "sei", per includere l'etrusco nel novero delle lingue indoeuropee.
5) I genitivi non sono formati correttamente. Così abbiamo genitivi in -e da nomi femminili in -a, cosa che va contro ogni basilare principio di conoscenza della lingua etrusca.
6) I termini pseudoetruschi *crap "bucchero nero" e *punu "nero" sono pure e semplici invenzioni; si trova una radice crap- in etrusco genuino, che ha tutt'altro significato.
7) Molte parole sono prese dal latino e almeno una dal greco. Così si ha *val "saluta" (latino vale "stammi bene") e *thalaths "mare" (greco thalatta, thalassa). 

8) La locuzone *acra *reltha "campi abbandonati" è chiaramente una deformazione del latino *agra relicta, errato per agri relicti. Lat. relictus "abbandonato" è da re-linquo "abbandono": è un composto, dalla cui errata interpretazione i medium hanno formato una radice pseudoetrusca *rel- "abbandonare". In etrusco il suffisso -θa, ça va sans dire, non marca il participio passato passivo.
9) La forma *punenth "a combattere" è una deformazione del latino pugnans "che combatte" o pugnando "combattendo".  
10) Le voci del verbo "andare" (es. *veit "va", *veet "era andata", *vetne "andò", *vet "andava", *vunt "passano") appaiono formate su esiti romanzi del verbo latino vadere, proprio come le forme italiane vado, vai, va, vanno
11) Il verbo *fer "egli porta" e il verbo *vit "vide" sono chiari latinismi.
 
12) Alcune parole non latine e non greche corrispondono nella forma a parole etrusche attestate, ma viene dato loro significato del tutto dissimile da quello accertato o supposto con ottime basi usando il metodo combinatorio e il metodo bilinguistico. Così *mec "con", *span "stima", *thepres "proteggerà". In realtà abbiamo meχ "popolo; pubblico", śpan- "piano; piatto"; Θefri(e), Θepri(e) "Tiberio", antroponimo formato dalla radice θefri-, θepri- "fiume", donde deriva anche il nome del Tevere.
13) Si notano numerose preposizioni che non hanno alcun riscontro: oltre ai già citati *etpam "per" e *mec "con", abbiamo *veve "in", *men "su", *ut "col", *thil "coi". Si vede con la massima chiarezza che *ap "da" è null'altro che il latino ab "da" (davanti a vocale). La forma *ethtve "nel", anche abbreviata in *tve, è nata da un fraintendimento di una parola di tutt'altro significato (cfr. (h)eitva "grande", etve
θaure "nel grande sepolcro"). Dove sono i locativi sintetici in -θ, -θi?
14) Si esibisce un uso inverecondo della pseudologica. Se metà delle parole sono giuste, dicono gli autori, si deduce che debbano esserlo anche le altre. Tuttavia non ne consegue: è un evidente caso della fallacia logica chiamata non sequitur

Esistono, com'è naturale attendersi dagli ambienti dell'occultismo, numerosi esempi di pseudoegiziano spiritico. Ovviamente la pronuncia è quella egittologica, che è completamente falsa e ben distante dalla realtà. Se uno spiritista usa la falsa pronuncia egittologica Ra, o una pronuncia ibrida Amon-Ra, si squalifica da sé, ma pochi entrano in un simile dettaglio. Di certo ra significa "sole" nella lingua delle Hawaii, non in quella della Terra dei Faraoni. Certo mi farebbe una profonda impressione uno spiritista che pronunciasse /re:aʿ/ o /ri:aʿ/ (pronuncia ricostruibile con sicurezza dalle trascrizioni babilonesi, il cui vocalismo persiste nel copto ), ma è chiaro che significa pretendere troppo: cose simili non accadono. Dato il basso livello culturale delle persone coinvolte, è inverosimile attendersi che siano studiose di vocalizzazione delle antiche parole egizie, che conoscano il copto e via discorrendo.

Talvolta gli stessi testimoni di una pretesa xenoglossia sono affetti da uno strano pudore. Non gli si riesce ad estorcere la citazione di una sola parola. Balbettano, nicchiano, si esprimono in termini vaghissimi. Accade proprio questo nel caso di uno xenoglosso di cui ha scritto la Thomason. Costui affermava in ipnosi di essere stato un cavaliere nella Normandia del XIV secolo. Interrogato su quale lingua parlasse, se ne uscì a dire che la sua lingua era il gaelico, una lingua celtica parlata in Irlanda e in Scozia. La Thomason si affretta a dire che tale lingua non è parlata in Normandia e non lo è mai stata in passato. Questo potrebbe non essere del tutto vero: assieme ai Vichinghi giunsero anche alcuni coloni dall'Inghilterra e altri dall'Irlanda. Questi ultimi potrebbero aver portato con sé la lingua irlandese, che avrebbe potuto essere parlata per qualche tempo in ambito domestico. Il XIV è tuttavia un'epoca troppo tarda per trovarne residui. Come se dovesse parlare di stimolazione orale dell'ano, la Thomason è imbarazzatissima e afferma che la lingua "gaelica" del cavaliere di Normandia avrebbe qualcosa del francese e qualcosa del latino, non essendo tuttavia né francese né latino. La studiosa non fornisce dettagli che possano chiarire di più, anche se trapela chiaramente che si tratta di un pastone immondo e insensato di parole biascicate. A un certo punto si legge che un parlante francese avrebbe ascoltato la glossolalia, trovandovi assonanze con la propria lingua madre. Mi pare talmente assurdo da meritare soltanto dileggio! Le frasi raccolte hanno qualcosa del francese? Bene, voglio poterle analizzare, è un mio diritto. Questo pudore non giova alla Scienza: trovo che sia necessario esporre le porcate degli xenoglossi e dei glossolalici per confutare le affermazioni di psicologi, parapsicologi ed esorcisti.

Ora domando questo agli eventuali lettori: tutte le pataccate sopra esposte dovrebbero appartenere al dominio della demonologia?

Sorprende che il CICAP non sia all'altezza di questi argomenti. Nessuno in quell'organizzazione vuole davvero sporcarsi le mani con la merda. Sulle pagine del sito del CICAP si trovano alcuni tentativi di confutazione dell'origine paranormale dei fenomeni della xenoglossia e della glossolalia (tra loro confusi, si noti). Si tratta però di tentativi appena abbozzati, condotti senza utilizzare l'arma più potente: la linguistica. Pare evidente che Piero Angela e la sua progenie non reputino la linguistica una scienza, così la considerano inutile. Si invoca dunque l'intervento del CICACICAP (Comitato Italiano per il Controllo della Affermazioni del CICAP) benemerita associazone della Nazione Oscura Caotica. Mi appello al Presidente Lukha B. Kremo affinché faccia intervenire sulla questione Roberto Quaglia, presidente onorario del CICACICAP.

giovedì 12 gennaio 2017

LE INCONSISTENZE DEGLI XENOGLOSSI E DEI GLOSSOLALICI

Il termine xenoglossia non appartiene al linguaggio della Chiesa di Roma, come molti potrebbero credere. A coniare il vocabolo a partire da radici elleniche è stato il medico e fisiologo francese Charles Robert Richet nei primi anni del XX secolo. A quanto pare, il massimo studioso di xenoglossia non deve essere cercato tra gli esorcisti della corte papalina: era lo psichiatra Ian Stevenson della University of Virginia Medical School, deceduto nel 2007. Quel luminare ha posto la distinzione tra xenoglossia recitativa (recitative xenoglossy) e xenoglossia di risposta (responsive xenoglossy). Nel primo caso il soggetto è in grado di pronunciare singole frasi, in genere brevi, senza saper conversare nella lingua straniera. Nel secondo caso il paziente è in grado di rispondere in modo sensato a domande che gli sono poste. Il professor Stevenson riteneva autentico il fenomeno e per darne spiegazione ipotizzava che in certe condizioni uno spirito incarnato potesse ricordare lingue parlate in una vita precedente. In altre parole, gli era necessario sconfinare nella religione e nello spiritismo, essendo incapace di spiegare i fatti tramite il semplice ricorso al metodo scientifico. Tutto ciò non è poi così distante dagli enunciati di Padre Amorth e di Milingo, che consideravano gli xenoglossi posseduti da Satana. La linguista Sarah Grey Thomason, dell'Università di Pittsburgh, nel 1995 ha composto sull'argomento il saggio Xenoglossy, disponibile online gratuitamente e scaricabile in formato pdf: 


La Thomason riporta alcuni interessanti casi americani di presunta xenoglossia, tra cui uno relativo allo svedese, un altro al tedesco e un altro ancora al bengali. Ne traccerò brevemente i limiti e le inconsistenze. I casi in questione sono stati studiati sul campo da Stevenson, dato che lo psichiatra non si fidava dei dati riportati in letteratura e non descritti con sufficientemente rigore. Lo studio risale al 1974, epoca abbastanza sospetta, dato il colossale abuso di sostanze stupefacenti diffuso in modo capillare in ogni strato della società americana e anche nel mondo accademico.

1) Primo caso. Una casalinga trentasettenne di cui si danno solo le iniziali non separate da punti, TE, ipnotizzata dal marito, manifestò la personalità maschile di un certo Jensen Jacoby, che si esprimeva in svedese. La donna rispondeva a domande in inglese usando l'inglese e a domande in svedese usando lo svedese - pur con qualche difficoltà di comprensione.  

2) Secondo caso. Una casalinga di nome Dolores Jay manifestò, sempre in stato di ipnosi, una fantomatica personalità maschile rispondente al nome di Gretchen, che si esprimeva in uno strana varietà di tedesco. Anche questa volta si trattava di xenoglossia di risposta, soltanto che la donna non sembrava in grado di articolare i responsi in inglese. Tuttavia se le venivano poste domande in inglese capiva e formulava proposizioni apparentemente sensate in tedesco. 

3) Terzo caso. Una donna indiana di nome Uttara Huddar, che parlava in modo fluente il marathi, senza essere ipnotizzata manifestò una personalità maschile rispondente al nome di Sharada, che si esprimeva in un bengali abbastanza buono. Alcune informazioni fornite da Sharada, così riporta la Thomason, sarebbero state verificate, permettendo di localizzare una famiglia corrispondente alle descrizioni in Bangladesh. Non si tacerà che Uttara Huddar è stata scoperta durante un ricovero in ospedale psichiatrico, dettaglio non trascurabile.     

Il punto è che tutti i soggetti in questione erano stati esposti in un qualche modo alla lingua in analisi, anche se spesso in modi non scontati. Vediamo di passare in rassegna le evidenze.

1) TE proveniva da famiglia cosmopolita di stirpe Ashkenazi, con una spiccata dimestichezza per le lingue: era abituata allo yiddish, al polacco e al russo. Si è poi scoperto che era stata esposta a una trasmissione televisiva in svedese, le cui frasi ricordava ancora a distanza di anni. La dichiarazione scritta dal marito, secondo cui lei non sarebbe stata mai esposta a una lingua scandinava, era dunque una dichiarazione mendace. La vicenda mi ricorda un film in cui John Candy aveva imparato alla perfezione lo svedese a furia di guardare film porno prodotti nel paese nordico e non doppiati!

2) Dolores Jay alias Gretchen si esprimeva in un tedesco artefatto la cui pronuncia era distorta e di origine ortografica. Così pronunciava schön "bello" come se fosse la parola inglese shown. Se avesse sentito la pronuncia tedesca genuina, l'avrebbe invece assimilata a shane. A volte distorceva una parola inglese: anziché il corretto blau "blu", utilizzava il fantomatico blü, con vocale bemollizzata. Si è poi scoperto che anni prima dello studio si era procurata un vocabolario tedesco, mandando a memoria molti vocaboli. Siccome mancava ogni guida alla pronuncia, li aveva pronunciati come erano scritti, secondo l'ortografia inglese.

3) Uddara Huddar crebbe in una città babelica dello stato del Maharashtra in cui viveva una comunità di circa 10.000 Bengalesi. Possibile che non abbia mai sentito nemmeno una parola di quella lingua? Non è affatto possibile. Deve aver quindi sviluppato almeno una competenza passiva ascoltando i discorsi della minoranza linguistica bengalese. Si scoprì che non solo era stata esposta al bengali, ma che sapeva persino scriverlo avendo letto un romanzo in quella lingua. Non era una donna incolta: aveva studiato persino il sanscrito!  

Una domanda: c'era proprio bisogna di ricorrere alla reincarnazione per spiegare simili pataccate? 

Se soltanto si indaga abbastanza a fondo, si scopre che non esiste uno solo xenoglosso che sia stato in grado di ricostruire una parte utile del lessico e anche un abbozzo di grammatica di una lingua esistente a lui del tutto estranea. Insisto sull'assoluta inattendibilità dei prodotti degli xenoglossi, che si rivelano sempre inutili ai fini della conoscenza.

Con i prodotti dei glossolalici le cose non sono molto migliori. Ricordo di aver letto molti anni fa, in epoca pre-Internet, di un caso di glossolalia che in realtà può essere definito un abuso di credulità pubblica: una ragazza molto religiosa si esprimeva nella cosiddetta "lingua di Dio", che a giudizio del suo padre spirituale sarebbe stata un idioma neolatino. L'articolista riportava che le caratteristiche erano intermedie tra il provenzale antico e il portoghese. A quell'epoca vigeva l'uso di due pesi e due misure. Se un glossolalico era cattolico, i media si mostravano creduli e spesso riportavano le opinioni favorevoli di un teologo. Se un glossolalico era di altro tipo, allora era considerato un folle e non poteva sperare di suscitare il minimo interesse in nessuno.

Ovviamente è di un'ingenuità assoluta e figlia dell'ignoranza più belluina l'idea di attribuire a Dio una lingua derivata, simile al provenzale e al portoghese, che sono chiari esiti del latino volgare. Se un religioso ammette che Dio sia la causa di ogni cosa, come potrà attribuirgli come propria lingua un idioma derivato? È chiaro che è impossibile. Postilla: tutte le lingue terrestri a noi note sono lingue derivate, inclusi l'ebraico (è una forma di cananeo) e il sumerico (le sue radici presentano segni evidenti di forte evolutività). Gli Ebrei non ebbero l'ebraico come prima lingua, e questo è dimostrato dal fatto che tale forma di cananeo non spiega numerosi antroponimi e toponimi - di cui spesso gli stessi autori dei testi biblici hanno proposto etimologie popolari (es. Babele, Noè, Sodoma, etc.). Ne consegue questo: per coerenza nessun religioso dovrebbe pensare che Dio possa avere come propria lingua tali idiomi, in tutto e per tutto umani, i cui suoni derivano da usura umana da precedenti protoforme più complesse. 

Ribadisco con forza le conclusioni già espresse in un mio precedente intervento. Se questi glossolalici producessero testi tanto sorprendenti, allora perché non vengono diffusi? Perché non si hanno dizionari e grammatiche delle varie "lingue di Dio"? Perché non circola nemmeno una frase? Semplice: perché si tratta di pastoni incoerenti, senza né capo né coda. Come se non bastasse, le persone che raccolgono tali testi sono incompetenti, non capiscono nulla di linguistica, non hanno conoscenze di alcun tipo di alcuna lingua concreta, e sarebbero capaci di definire una lingua "arabo" o "portoghese" soltanto sulla base della sua sonorità. A questo proposito, possiamo ben citare la cosiddetta glossolalia marziana, descritta nel blog Retroguardia 2.0, quaderno elettronico di critica letteraria a cura di Francesco Sasso e di Giuseppe Panella:


"E’ il caso di Hélène Smith (Catherine-Élise Muller), la medium studiata e analizzata da Théodore Flournoy dell’Università di Ginevra, che parlava una lingua “marziana” simile al sanscrito e, per questo, osservata anche da de Saussure. La signorina Smith si rivolgeva a Flournoy in una lingua che la donna sosteneva derivare direttamente da Marte; successivamente la mutò in una lingua che de Saussure definì “sanscritoide” e che assomigliava a un linguaggio indiano. Ma i suoni che essa emetteva erano solo apparentemente indù – costituivano un linguaggio privato, una lingua “inventata” che andava al cuore della comunicazione aggirandola."

Immaginiamo che uno psicologo senza alcuna competenza in filologia germanica mi sottoponga il seguente testo, attribuito a uno spiritello che afferma di aver fatto parte del popolo degli Ostrogoti:

o:lu bo:lus analuth mi:nanans sinfli:ksn samiths

Si capisce all'istante che questa lingua non è gotico. Non si tratta di una xenoglossia: è una glossolalia. I motivi della classificazione del testo sono i seguenti:

1) nessuna parola ha un senso compiuto;
2) non si trova nemmeno una corrispondenza con il materiale noto;
3) la struttura grammaticale stessa è incoerente e non corrisponde alla morfologia di una frase di senso compiuto (es. non c'è un verbo in forma finita riconoscibile).

Chiunque abbia qualche conoscenza della lingua di Wulfila, anche senza parlarla fluentemente o possederne l'intero vocabolario, sa per certo che il testo prodotto, nonostante la fonotattica delle parole somigli a quella del gotico, non è formulato nella lingua dei Goti. Proprio come il grammelot di Celentano non è inglese, e qualsiasi parlante anglosassone può dirlo per certo. Che Ferdinand de Saussure affermasse che la glossolalia marziana fosse "sanscritoide" sembra implicare per certo che il linguista francese non avesse la benché minima nozione della lingua sacra dell'India. Che si potrebbe pensare di un latinista che facesse passare il testo detto "lorem ipsum" per una lingua che assomiglia al latino? Quindi tutti i linguisti "possibilisti" sono in malafede, agiscono con disonestà intellettuale e sono nella sostanza chierici traditori.

Insisto sulla limitatezza estrema dei prodotti dei glossolalici, privi di grammatica e spessissimo anche di traduzione certa, appena abbozzati, influenzati dalla fonetica della lingua in cui sono stati cresciuti. La sola eccezione a me nota è la lingua Enochiana, che pur avendo origini glossolaliche, è stata elaborata da una mente potente come quella dell'esoterista John Dee, e deve essere piuttosto definita una conlang. Se potessi occuparmi di glossolalici e xenoglossi, userei i metodi più rigorosi, tanto da rasentare la ferocia delle leggi dello spartano Licurgo e dell'ateniese Draconte. Registrerei ogni singolo fonema emesso e lo analizzerei con implacabile logica consequenziale, comminando punizioni severissime in caso di scoperta di una frode. Così dubito molto, solo per fare un esempio, che un anglofono americano che realizza /r/ come un flap e che possiede il rotacismo delle antiche /t/ e /d/ intervocaliche, possa uscirsene con una glossolalia dotata di un suono /r/ trillato come quello dell'italiano. Non mi aspetto neppure che un francese se ne esca con una glossolalia dotata di un suono /r/ trillato, dato che ha una rotica uvulare nella sua normale conversazione. Dunque gli spiriti soggiaciono agli usi fonetici delle nazioni della Terra?

domenica 8 gennaio 2017


SULLE MALATTIE DEGLI ISLANDESI 

La povertà degli Islandesi e la dispersione della loro piccola comunità su una così vasta estensione del paese, rendono quasi impossibile che i medici praticanti possano ottenere una sussistenza indipendente nell'isola. Per ovviare, per quanto possibile, a questo male, un piccolo stanziamento medico è assicurato con le spese pubbliche, e consiste in un medico sovrintendente, che ha il titolo di Landphysicus, un farmacista e cinque medici subordinati, che risiedono in differenti parti dell'isola. Il medico e il farmacista sono stanziati nelle vicinanze di Reykjavik, dove è loro fornita come residenza una casa che per forma e accomodamento è superiore alle comuni abitazioni islandesi. Indipendentemente da tale provvigione e dall'uso di un po' di terra annessa alla casa, il Landphysicus ha un salario annuo di 600 dollari reali, con la libertà di avvalersi dei profitti di ogni pratica che la sua situazione può offrire.
Il presente possessore dell'ufficio è il Dott. Klog, nato in Islanda ma educato a Copenhagen. Dei praticanti del paese, uno è stanziato sulla costa meridionale dell'isola, un altro sulla costa orientale, un terzo su quella settentrionale e due nella provincia occidentale. Il lettore comprenderà facilmente quale sia la carenza di assistenza medica del paese, tanto che si menziona che alcuni distretti, sottoposti alle cure di un singolo individuo, si estendono per circa 200 miglia lungo la costa, con una larghezza variabile da dieci a trenta miglia. Abbiamo avuto l'opportunità, mentre eravamo in Islanda, di vedere due dei praticanti del paese, entrambi uomini molto rispettabili e ben informati sulla loro professione. Uno di loro, il Sig. Paulson, era già stato notato, possedendo egli una più vasta conoscenza della storia naturale dei suoi paesani.
Con l'eccezione di tre ospedali, in cui pochi lebbrosi incurabili ricevevano assistenza gratuita, non esisteva alcuna istituzione medica sull'isola. Questi ospedali sono mantenuti a spese pubbliche e con un metodo degno di essere notato per la sua singolarità. In un certo giorno specifico, nel periodo dell'anno in cui la pesca sulle coste è più abbondante e fortunata, ad ogni barca da pesa nell'isola è richiesto di contribuire alla parte di un uomo sulla cattura che ha fatto; una provvigione è aggiunta per legge, in modo che, se il numero di pesci catturati da ogni barca quel giorno non raggiunge una quota di cinque per ogni pescatore, il contributo agli ospedali dovrà essere rimandato fino alla prossima volta, quando il prodotto di un giorno di pesca sarà uguale o eccederà questa quota.
Parlando delle malattie dell'Islanda, sarà necessario alludere soltanto a quelle che forniscono un qualche aspetto peculiare o interessante, o che sono in maniera più specifica connesse al clima e al modo di vivere degli abitanti. La dieta degli Islandesi consiste quasi solamente di cibo animale, di cui il pesce, sia fresco che essiccato, costituisce di gran lunga la più larga parte. Durante l'estate, essi hanno latte e burro in grande abbondanza; ma del pane e di ogni altro cibo vegetale c'è la più grande scarsità e, tra le classi più basse, la quasi totale privazione. La mancanza di pulizia nelle abitudini personali e domestiche della gente è stata oggetto di frequenti allusioni; è un grave impedimento alla loro situazione, la rimozione della quale potrebbe probabilmente essere compiuta tramite sacrificio di altre abitudini, ancor più essenziali alle loro esistenze confortevoli. Come effetto di queste circostanze nel modo di vivere degli Islandesi, le malattie cutanee, che insorgono da uno stato cachettico del corpo, sono incredibilmente frequenti tra loro e appaiono nelle loro forme peggiori. Lo scorbuto e la lebbra sono comuni nell'isola, ricorrendo specialmente nei distretti di Gutbringe e di Snæfell Sussols e in altre parti della costa occidentale, dove gli abitanti dipendono soprattutto dalla pesca, e dove i pascoli sono inferiori in estensione e in produzione. Lo scorbuto (kreppusot), come appare in Islanda, non presenta una peculiarità di sintomi degna di nota. La malattia si osserva ricorrere con maggior frequenza in quei periodi in cui c'è una carenza di cibo tra gli abitanti, o quando la neve e il gelo dell'inverno seguono immediatamente a una stagione autunnale umida. Per la sua cura si applica una dieta vegetale, per quanto le circostanze degli Islandesi permettano di avvalersi di un simile mezzo. Frutti di ogni tipo sono ricercati da loro; ma qualche vantaggio deriva dall'impiego della cochlearia (officinalis et darica), del trifolium repens, delle bacche e delle cime del juniperus communis, e del sedum acre; piante che sono indigene nell'isola.
La lebbra degli Islandesi (likthra, holdsveike o spitelska) esibisce, in molte circostanze, tutti i caratteri essenziali della genuina elefantiasi, o lepra arabum, ed è una malattia del tipo più formidabile e devastante. Tumori non dolenti della faccia e degli arti sono in genere tra i primi sintomi del morbo, accompagnati da gonfiori delle guandole salivari, inguinali e ascellari. Le narici, le orecchie e le labbra sono progeressivamente affette da tumefazione e deformità. La pelle, nel suo insieme o in differenti parti del corpo, diventa spessa e dura, esibendo spesso una superficie lucida o untuosa, talvolta ruvida e scabra che, in un periodo più avanzato del morbo, mostra numerose fessure e spaccature. I sensi sono di solito molto affievoliti e generalmente ricorre l'anestesia delle estremità. La voce assume una particolare raucedine e un tono nasale, spesso con gonfiore delle tonsille ma senza ostacoli alla deglutizione, fino a che la malattia è progredita grandemente nel paziente: il respiro e la materia trasudata sono estremamente fetidi, i capelli e le unghie di frequente si staccano e cadono. I tumori nelle diverse parti del corpo gradualmente diventano ulcere maligne che spurgano una materia acre ed insana. In questo stato spesso il paziente si trascina in una lunga vita o, quando la malattia ha un decorso più veloce, tutti i sintomi si aggravano rapidamente ed egli è condotto in uno stato di estrema debolezza e squallore. 
Quando si considera quanto spesso sia inefficace il trattamento di questa malattia nelle regioni più fortunate, non desterà sorpresa che in Islanda i tentativi di cura siano generalmente inutili, anche laddove possa essere ottenuta assistenza medica alle condizioni del paziente. Lassativi, diaforetici e altri mezzi, a volte persino la venesezione, sono impiegati nei primi stadi o con intenzioni di profilassi. Le piante indigene che i nativi impiegano come rimedi sono il ginepro, il vaccinium myrtillus, la rhodiala-rosea e la dryas octopetula; l'ultima di queste, in particolare, cresce in grande abbondanza nell'isola. Questi rimedi, tuttavia, sembrano essere di scarso aiuto nel contrastare qualsiasi sintomo urgente della malattia.

Non sembra esistere alcun documento scritto in Islanda sulla prima comparsa della lebbra nel paese. Il Cavaliere Bach, nella sua lettera al Dott. Van Troil sul soggetto, pensa che sia probabile che il morbo sia stato portato in Islanda dall'Asia o dal Sud
dell'Europa, al tempo delle Crociate, alle quali - egli afferma - gli Islandesi parteciparono assieme alle altre nazioni d'Europa. Dalla Storia Ecclesiastica dell'Islanda, risulta che quest'ultima affermazione non è ben fondata, ma sebbene non parteciparono alle guerre sante, gli Islandesi ebbero in quel periodo un'intima connessione con il continente Europeo. Il morbo di cui stiamo parlando, una volta introdotto, si sarebbe prontamente sviluppato, in parte per il suo carattere contagioso, ma forse principalmente per via del cibo e delle abitudini personali della gente. Nel resto dell'Europa scomparve gradualmente, come conseguenza del progressivo miglioramento nei modelli di vita in tutte le classi della società.

Le devastazioni compiute dal vaiolo in Islanda sono state tali da rendere questa malattia importante persino nella storia politica dell'isola. Introdotta dal continente in diversi periodi, e questi in genere distanti l'uno dall'altro, si è  diffusa rapidamente e nella sua forma più virulenta, producendo effetti quasi privi di paragone nella storia di questo morbo spaventoso. Il più notevole caso ebbe luogo nel 1707, durante quell'anno la mortalità ammontò, secondo la stima più accurata, a circa 16.000 anime, più di un quarto dell'intera popolazione in quel periodo. Molte simili occorrenze sono registrate nella storia dell'Islanda, sebbene nessuna ebbe effetti così estremamente disastrosi. Qualche anno fa il vaccino fu introdotto in quest'isola dalla Danimarca, ma a causa dell'esiguità della popolazione e della sua dispersione su una superficie tanto vasta, questo finì presto disperso, e al tempo del nostro arrivo (nel Maggio 1810), abbiamo trovato la pratica dell'inoculazione (vaccinazione) completamente sospesa. Vista questa circostanza, abbiamo preso con noi alcune croste di vaccino, con il progetto di raccomandare questo metodo in seguito proposto dal Sig. Bryce. Quasi immediatamente dopo il nostro arrivo, abbiamo inoculato molti bambini a Reykjavik e in seguito in altre parti del paese; avendo una comunicazione con il Landphysicus sull'argomento, abbiamo avuto la soddosfazione di sapere, prima del nostro ritorno in Gran Bretagna, che la crosta di vaccino si era fatta strada in ogni parte dell'isola. L'adozione del piano di inoculazione dalle croste, assicurerà senza dubbio agli abitanti una permanente continuità di questa benedizione.
Gli Islandesi hanno occasionalmente sofferto molto per via del morbillo, proprio come
per il vaiolo: nel 1797 seicento persone sono state uccise da questa malattia.
Non si può dire che la sifilide esista in Islanda. Singoli casi sono talvolta sorti da
comunicazione con stranieri, ma la malattia è sempre stata intercettata prima di fare qualsiasi progresso nel paese.
La psoriasi è una malattia quasi universale in Islanda, comparendo indiscriminatamente
in tutte le classi di abitanti. Nessuno stigma è associato ad essa e non sembra nemmeno che sia tentata una cura, sebbene il rimedio più efficace si trovi con tanta abbondanza nel paese.
Le affezioni viscerali infiammatorie sono molto comuni tra gli Islandesi. La natura
variabile del clima e la costante esposizione all'umidità e al freddo nell'occupazione della pesca, danno una forte tendenza ai malanni polmonari e, sul numero annuo di morti nell'isola, una percentuale molto grande è riferibile a questa causa. Questo fatto è stato accertato dall'esame di certi registri statistici, che sono tenuti ogni anno dai preti di molte parrocchie e trasmessi al Vescovo di Reykjavik. In queste affezioni polmonari e specialmente nel caso di tisi, il lichen islandicus è molto impiegato dai nativi; possiede una reputazione tra loro, che l'esperienza dei suoi effetti in altri paesi sembrerebbe garantire scarsamente. Come rimedio emolliente, tuttavia, forse è in qualche modo in grado di allevviare i sintomi e, come articolo di dieta, in quei casi può certo essere vantaggioso.
Le affezioni infiammatorie dei visceri addominali sono molto comuni tra gli Islandesi,
principalmente, forse, in conseguenza della peculiare natura della dieta a cui sono abituati. È possibile che questa disposizione sia causata dal trattamento dei bambini nella loro infanzia. Una madre in Islanda raramente allatta i suoi figli, ma li nutre con latte di vacca o di pecora, che il poppante succhia da un pezzo di straccio inumidito o da una spugna. Quando, data l'estrema povertà o altre circostanze, il latte non è disponibile, un piccolo pesce o della carne, arrotolata in un panno di lino e posta in bocca al poppante, è il sostituto più comunemente usato. La dieta degli Islandesi dà così molta disposizione ai vermi, e gli ascaridi sono osservati con particolare frequenza.

Il clima e le occupazioni della gente, in particolare quelle della pesca, rendono le affezioni reumatiche molto comuni. Si dice che la gotta ricorra occasionalmente, ma si può dubitare che non sia qualche modificazione dei reumatismi che ha ottenuto quel nome.
L'ipocondria è una malattia frequente tra i nativi dell'Islanda, indotta probabilmente
dalle circostanze fisiche della loro situazione e dal lungo confinamento nelle loro abitazioni, che è necessario durante la stagione invernale. Tuttavia il temperamento generale degli Islandesi non appare melanconico, e la vivacità del loro carattere di frequente contrasta con la miseria delle loro condizioni di vita.
Oltre alle malattie che ho già descritto, ho avuto l'opportunità di vedere, mentre ero
in Islanda, casi di epilessia, isteria, amenorrea, menorragia, asma, ittero, etc. Non ho notato alcun caso di febbre idiopatica, né intermittente, né continua, tuttavia sono stato informato che a volte appare tra gli abitanti in una forma ben definita; un effetto, senza dubbio, delle vaste estensioni di pantani e suolo palustre, che si formano anche nei distretti più popolosi dell'isola.
Un singolare morbo deve essere ancora descritto, gli effetti del quale, anche se
limitati a piccoli focolari, sono eminentemente disastrosi in tutta la loro estensione. Questa è la malattia chiamata Ginklofe dagli Islandesi, il tetano o trismus neonatorum degli scrittori medici, che invade i bambini ad una molto tenera età e quasi invariabilmente si dimostra fatale nel suo esito. Ricorre molto raramente, se non affatto, nella terraferma dell'Islanda, ma è confinato principalmente in un gruppo di isole chiamato Westmann-Eyar, situato sulla costa meridionale. La popolazione di Heimaey non arriva ad annoverare le 200 anime, ed è quasi interamente sostenuta dalla migrazione dalla terraferma; a stento si conosce di un solo caso di sopravvivenza di un bambino all'infanzia. Durante una grande parte dell'anno, l'isola è del tutto inaccessibile a causa delle tempeste, delle correnti e della natura della costa. Gli abitanti sono quindi quasi del tutto abbandonati alle loro risorse. Il principale alimento è un uccello marino, chiamato fulmar, che si procurano in grande abbondanza, usando le uova e la carne dell'uccello e salando quest'ultima come cibo invernale. Gli effetti distruttivi delle eruzioni vulcaniche del 1783 sui prodotti della pesca intorno a queste isole, hanno privato gli abitanti di questo cibo. Non hanno nessun cibo vegetale, e ci sono solo poche vacche e pecore sull'isola.
Le conseguenze disastrose di questa malattia ha indotto il Governo Danese a dare una
direttiva ufficiale al Landphysicus d'Islanda, a visitare le isole Westmann, al fine di investigare la sua natura e le sue cause. Questo gentiluomo si è recato in quelle isole durante l'estate del 1810 ed è rimasto sul luogo tre settimane. Anche se non ha visto un caso della malattia, ha ottenuto tutte le informazioni sui fatti dai preti e dagli abitanti che avevano avuto bambini. I sintomi del morbo sono in breve questi. Molto presto dopo la nascita si osservano strabismo e rotolamento degli occhi; ricorre il sussultus tendinum, e i muscoli della schiena sono spesso tesi e irrigiditi, edidentemente da un incipiente spasmo. Questi sintomi infallibilmente denotano l'avvicinarsi dell'esito della malattia. Avendo continuato durante un periodo variabile tra uno e sette giorni dalla nascita, generalmente si innesca il trisma, a volte assieme ad opisthotonos, che in senso stretto è chiamato ginklofe; a volte con emprosthotonos, a cui i nativi danno il nome di klums. Il trisma impedisce la deglutizione e quando il parossismo diventa più violento, il bambino muore. Quando ricorre il raro evento di un esito favorevole, è annunciato da una diarrea critica o da un'eruzione esantematosa, con evacuazione del meconio.
La seguente tabella, che include un periodo di 25 anni, mostra la mortalità in seguito a questa malattia nelle isole Westmann e mostra anche i giorni entro cui è avvenuta la morte.

Bambini      giorni di vita        |   Bambini         giorni di vita  

1   ............ 2               |   18 ............ 9
8   ............ 3               |   10 ............ 10
14 ............ 4               |   2   ............ 11
16 ............ 5               |   1   ............ 12
22 ............ 6               |   1   ............ 13
73 ............ 7               |   5   ............ 14
16 ............ 8               |   1   ............ 21 


Si vede, da questa tabella, che il numero di morti durante il settimo giorno superano di gran lunga le altre, e anche che sono più frequenti quelle avvenute durante il quattordicesimo giorno rispetto a quelle avvenute nei giorni immediatamente precedenti o seguenti. Dalla proporzione che questi casi di esito fatale apportano all'intera popolazione dell'isola, è probabile che siano stati pochi casi di ricovero, se non nessuno, durante il periodo incluso nella tabella. Gli abitanti non hanno fatto ricorso ad alcun metodo di cura.
Si sa che questa malattia prevale in altre parti del mondo, ed è in particolare stata
descritta nelle Indie Occidentali e nell'isola di Minorca. Esiste anche in Svizzera e in alcuni dei distretti settentrionali della Scozia, specialmente nell'isola di St. Kilda, i cui abitanti, nella loro dieta e modi di vita, somigliano molto ai nativi delle isole Westmann. Le cause scatenanti sono molto oscure. Può essere presunto, tuttavia, che devono variare in modo considerevole, quando la malattia appare in paesi tanto diversi rispetto al clima e alla situazione degli abitanti. Si può ragionevolmente supporre che la sua occorrenza nelle isole Westmann sia connessa con la dieta straordinaria dei nativi, e questo è molto probabile, dato che sembra che il morbo sia stato più frequente quando la pesca fu distrutta dall'eruzione vulcanica nel 1783. Indipendentemente da ogni effetto che la peculiarità della costituzione della madre può avere sulla prole, la pratica di dare al bambino un cibo animale forte e oleoso quasi subito dopo la nascita, creerà necessariamente irritazione dei visceri, predisponendo ad affezioni spasmodiche. Il Dott. Klog, in qualche osservazione che ha fatto sull'argomento, l'attribuisce agli effetti dell'aria marina e dell'atmosfera umida; ma, se queste cause avessero un'influenza considerevole, ci aspetteremmo che la malattia fosse più comune in diverse parti del mondo, di quanto sia in realtà riscontrato. 

Tratto da "The medical and physical journal, Volume 27. From January to June, 1812",
del dottor Henry Holland, 
traduzione in italiano eseguita dal sottoscritto. 

mercoledì 4 gennaio 2017

I VERMI DEL CORPO UMANO VIVENTE E LE MALATTIE VERMINOSE

Le mosche costituiscono un'estesissima famiglia di esseri, le cui larve si sono oramai riscontrate in quasi tutte le parti dell'umano organismo, non eccettuate le più recondite. Fecondissime nel riprodursi, mentre giusta i calcoli di Gleichen un pajo di mosche domestiche danno nel corso di un anno 2208420 individui, non è meraviglia, se in mancanza di sostanze putrescenti animali e vegetali morte, che formano il prediletto loro pascolo, vadano ad insinuarsi nelle diverse cavità dell'uomo ancora, onde nutrirsi ed ivi deporre le loro uova. Egli è inoltre da aggiungersi, che nel fervore dell'estate le mosche nella libera atmosfera vaganti facilmente insinuano le proprie uova nelle carni degli animali uccisi, massime se queste sieno tenere, e saporite, non che nella sostanza polposa de' migliori frutti, e che queste sono per consefuenza in un con siffatti cibi dall'uomo inghiottite. Sia nell'uno come nell'altro modo gli esseri, che se ne sviluppano, diventano molestissimi all'umana salute in ragione e del loro numero, e delle parti dell'organismo, nelle quali si sono svolti. Infiniti sono perciò gli esempj di affezioni veramente gravi dalla presenza de' bachi e delle larve di loro suscitate.
Già De-Ger e Bonnet ebbero a rimarcare il caso singolare di non poche larve della mosca comune deposte per seccesso. Walbon scrisse putre un'eccellente memoria, che ha per soggetto la narrativa d'una malattia terribile, sofferta da una donzella, cagionata da una straordinaria quantità di larve di mosche annidate nel suo corpo, le quali eliminate si cangiarono in altrettante mosche nere abdomine tenuissimo, nitidissimo (452). Il Dott. Sparr espose un'altra non meno curiosa storia (453), da cui risulta, che dimesse da un infermo molte larve di mosca, queste dopo qualche tempo in numero di trenta si cangiarono  in altrettante mosche meteoriche. Di larve di mosche dall'alvo eliminate ne fanno particolare menzione Bonté, Sparmann, Odhelio (454) e non pochi altri accreditati Autori.
Per vomito ancora sono state queste larve in molti casi rigettate. Osiander ne vide alcune vomitate dalla sua inferma, che nutriva nel proprio seno più vermi, e molte specie di insetti. Werner dimostrò all'evidenza (455), che le pretese ascaridi pedate del ventricolo descritte da Andry, da Redi e da Van-Phelsum non erano che vere larve di mosche.
In un colle orine se ne sono pure vedute sortire dall'umano organismo. Tulpio ragiona di una femmina affetta da insoffribile dolore di testa e de' lombi, la quale sul finire della malattia ogni giorno deponeva unitamente all'orina da cinque in sei vermetti bianchi non dissimili da quelli, che si osservano nel formaggio imputridito (456). Alghisi e Bianchi descrivono alcune di siffatte larve sortite insieme colle orine (457): e lo stesso fenomeno è stato da Werlhof indicato (458). Un caso singolare sotto di questo rapporto si è quello, che mi venne gentilmente comunicato dall'indefesso Sig. Dott. Panada. Una femmina Padovana d'anni 22, di lassa costituzione di corpo, trovandosi nel quarto mese di gravidanza incominciò a vedere nelle orine di recente deposte alcuni piccoli vermicelli grossi quanto una linea e mezza circa, e lunghi appena un quarto di pollice del piede di Parigi, d'un color bianco-latteo, rotondi, col corpo ad anelli, e colla testa dura, nera, e munita di due piccioli filamenti, che sorgevano ai lati d'un'apertura, e colla coda subacuminata e del pari nera. Arrivata al sesto mese di gravidanza abortì senza veruna causa sensibile, e dopo il seguito aborto affatto cessì la comparsa degli accennati esseri viventi nell'orina. Per quanto sorprendenti sieno per riuscire queste osservazioni, esse non arriveranno per altro mai a superare in questo genere il caso riferito da Bianchi, da cui risulta, che
le uova delle mosche possono penetrare fino nel torrente della circolazione dell'uomo ed isvolgersi in un dato punto del sui sistema sanguigno. Si legge nell'opera, che spesso abbiamo citata, di Bianchi (459), che eseguitasi la sezione di un cadavere nello Spedale Pammatone di Genova si rinvenne dilatata in un follicolo la vena spermatica sinistra, aperto il quale ne sortì un insetto vivo colla testa subrotonda, fornito d'occhj, di due antenne, di sei gambe, di due ale, convesso nel dorso, di color cenericcio segnato di punti neri, che aveva in una parola tutti i caratteri d'una vera mosca.

Dalle narici non di rado vedute si sono eliminarsi le larve delle mosche. I Medici-naturalisti confuse le hanno coi vermi nasali distinti col nome di rinarj. Non di rado avviene, che odorando una rosa o qualche altro fiore le picciole uova delle mosche ivi deposte entrino nelle narici e perfini ne' seni frontali, ove sviluppandosi le relative larve divengono causa di fenomeni morbosi pericolosissimi, i quali non cedono se non dietro la loro uscita. Boerahave ne cita un esempio (460), e Bianchi ebbe occasione di osservarne nello spazio di quaranta giorni eliminate dal naso cento settantaquattro. Analoghe osservazioni sono riferite da Ernst, da Razouz, da Kilgour, da Teugelman (461), e da altri distinti Scrittori. Insigne poi si è l'osservazione in proposito registrata da Wohlfart (462), e non meno di questa pregievole parmi il caso, che ebbi campo di rilevare in un giovane contadino seguendo le stesse ricerche da Wohlfart additate. Un agricoltore di 24 anni all'incirca trovavasi già da qualche tempo tormentato da fierissimo dolore di testa fissato principalmente alla radice del naso ed ai seni frontali, entro i quali accusava sentire un particolar formicolìo: non valsero gli opportuni sussidj a sollevarlo per quanto ripetuti e variati si fossero; solo evacuava dalle narici un muco concreto e secco, che aveva l'aspetto d'una sostanza poliposa. Passò sei mesi circa in sì infelice situazione, allorchè giunse nel Dicembre dell'anno 1804 nello Spedale di Crema, ove ricevuto lo si osservò rosseggiante in viso, colla  bocca e colle fauci tumefatte, rosse e dolenti, e col dolore frontale talmente aumentato, che bene spesso cadeva in accessi di vero delirio. Praticati que' sussidj, che atti sono a togliere l'orgasmo flogistico in tali parti, e in seguito ordinata essendosi l'introduzione nelle narici di vapori d'aceto, venne sorpreso da replicati starnuti, dietro i quali gettò fuori dall'una e dall'altra narice una quantità di vivi vermicelli. Nell'atto di questa eliminazione fu assalito da vertigine e da offuscamento di vista. Liberato da questi vermi gli si rallentò il penoso dolor frontale, che lo afflisse fino a quell'epoca; ma gli rimase nelle narici e nell'interno della fronte un'ingrata sensazione di pienezza e di tensione unitamente ad uno scolo di materia acquosa, acre, ed ebbe a soffrire la perdita dell'odorato non che una certa quale impossibilità a servirsi di questa strada per l'importante ufficio della respirazione. Coll'uso continuato de' vapori e delle injezioni emollienti si superarono altresì questi incomodi, così che in breve tempo ricuperò il senso dell'odorato, e pienamente ristabilito potè restituirsi in seno della propria famiglia. Per causa dell'offerta malattia non seppe riferire che di avere spesse fiate in ore calde dormito a faccia scoperta ne' mesi di Maggio e di Giugno ne' luoghi, ove si suole conservare il latte, i quali erano inondati da numeroso stuolo di mosche di diverse specie. I pretesi vermicelli particolarmente esamitati offrirono i caratteri tutti di quelli, che in un caso a press'a poco consimile potè osservare Wohlfart, e che quest'illustre Signore erroneamente distinse col nome di strongli (Tav. V. Fig. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 18. 20. 21. 22. 23. 24.). Presentavano un corpo oblungo diviso in più anelli (Fig. 13.); collocati in un vaso contenente un poco di terra vi si appiattarono totalmente e divennero nerastri e duri (Fig. 14.): ivi conservati per una serie di giorni diedero uscita a mosche di color rossiccio, fornite d'occhj, di antenne filamentose e di proboscide, col dorso azzurro-chiaro a striscie nere (Fig. 15.), e col rimanente del corpo di color giallo-chiaro punteggiato in nero, e della stessa tinta nel centro fregiato (Fig. 16.): spremuto il ventre di queste mosche sortirono ravvolte in più glomeri le picciolissime loro uova (Fig. 17.), Tali vermicelli erano adunque altrettante larve della mosca carnaria, ed in fatti esaminati col microscopio veduti si sono forniti di undici anelli compresi quelli della testa e della coda col capo uncinato, e particolarmente segnati d'una distinta fenditura (Fig. 18. 19. 20.): le antenne e la proboscide della mosca, che ne sortì, contemplate esse pure sotto del microscopio, nulla lasciarono a desiderare sul conto de' caratteri, che diconsi proprj di questi insetti (Fig 21. 22. 23. 24.). Il Sig. Dott. Locatelli, che con distinto successo esercita la pratica della Medicina nelle vicinanza di Roma, mi fece graziosamente comunicare un caso analogo: una femmina della terra di Anticoli Corrada incomodata da grave e diuturno dolore frontale, sorpresa da replicato starnuto, gettò fuori dalle narici ventidue vermicelli della grossezza degli accennati, quali ingranditi colla lente sono rappresentati sotto la Fig. 25. Questo dotto Medico li riconobbe tosto per vere larve di mosche, riputandole principalmente sprigionate dalle uova di quelle mosche comuni all'agro Romano, di color turchino, che ronzano all'intorno delle materie escrementizie. Venni del pari informato dall'esimio Sig. Dott. Picolli di Milano, che in quello Spedale si presentò un contadino da quattro mesi tormentato da feroce dolore di fronte, ove trattato coi vapori emollienti e con una massa pillolare composta di muriato di mercurio e di estratto di aconito napello scaricò dalle narici in varie riprese diciotto larve non differenti dalle indicate, e in simil guisa riacquistò la perduta salute. Già l'insigne nostro Vallisneri descrisse la nascita, la vita, le metamorfosi ed i costumi delle mosche, che annidano nel naso e ne' seni frontali di alcuni quadrupedi ed eziandio dell'uomo. Sia coll'odorare i fiori i più graditi, oppure che le mosche allettate dal sudiciume della mucosità nasale amino deporre le uova nel naso dell'uomo dormiente, egli è certo, che non di rado sono nell'interno delle narici introdotte le vere uova di questi insetti. Il natural calore delle parti, e l'abbondante mucosità, che vi si separa, ne provocano l'incubazione; ne sbucano piccolissimi vermicelli, che seguendo l'orma della fluente mucosità s'inerpicano lentamente, e si rintanano nelle cavità frontali superando le foci, che le mettono in comunicazione colle nasali. Colà vivono, crescono e si nutrono del muco destinato a lubricare que' seni: colla loro presenza destano localmente e consensualmente una serie di morbosi irritamenti, che render possono l'uomo vertiginoso, e stolidamente delirante e feroce. -- 

Queste larve sono nell'esteriore composte di nove anelli o meglio di nove articolazioni senza annoverarne quelle due, che appartengono alla testa ed alla coda. Immature si  mostrano tutte bianche, ad eccezione di due macchie nere, che si riscontrano nella loro  parte posteriore coperte d'una fessura labbiata, in cui si rimarca l'orificio di due trachee (Fig. 18. c). Il capo lo dissimo già munito di due uncini di sostanza cornea (Fig. 18. a a) e piegati all'ingiù, de' quali sembrano servirsi per punti d'appoggio  all'oggetto di camminare: ad essi paralleli sorgono superiormente due papille coperte d'una membrana trasparente, che terminano in una punta ottusa segnata da una macchia oscura; desse sono non molto dissimili dalle pieghevoli corna delle lumache, mentre le ritirano e le allungano, le manifestano e le appiattano a capriccio, e probabilmente sono destinate allo stesso ufficio, a quello cioè di esaminare il luogo, per dove devono camminare. Alzano acora, abbassano, cuoprono e discuoprono i menzionati due uncini ritirandoli entro una certa cavernetta, che è scavata al di sotto delle notate papille, con quello stesso meccanismo, che si osserva nelle ugne de' gatti e ne' denti canini o feritori delle vipere. Del resto tali larve si muovono con celerità; gettate nell'acqua salata vi vivono per alcuni giorni, ed immerse nell'acqua fresca si conservano vivacissime. Sono internamente organizzate di trachee, di esofago, di ventricolo, di intestini, non che d'un apparato vascolare conveniente. Giunte poi al sommo della maturanza, o, come dicono i Naturalisti, al punto dell'ultima perfezione escono dal naso abbandonando il vecchio loro soggiorno, e si scorgono dispostissime ad insinuarsi  sotterra. In questa nuova dimora ritirano al di dentro la testa, non che la coda, si fanno più bervi, più rotonde, più corpacciute, più nere, e le tenere ed arrendevoli loro spoglie stranamente s'indurano (Fig. 14.). In siffatta guisa acquistano le larve la condizione di crisalide, e non appariscono in tale figura che i nove anelli del loro corpo. Ivi l'animale dimette le usitate spoglie, e con curiosissima metamorfosi si cangia in una vaga mosca di sesso differente, di varj e graziosi colori ornata, la quale rotto il carcere fuori se n'esce vagando nel nobilissimo elemento dell'aria. Ordinariamente s'impiega lo spazio di quaranta giorni per questa singolare metamorfosi. Celebra la mosca nostra i liberi e graziosi suoi imemei col proprio maschio, che ad eccezione del sesso e della minor grossezza è di struttura non dissimile, e nasce pure da larve socie ugualmente nutrite. Deposita poi le fecondate sue uova fra le sozzure e sopra le parti fetide degli animali: non di rado le depone nell'interno lembo del naso di alcuni quadrupedi, non che degli uomini dormienti a cielo scoperto, laddove mediante l'aria inspirata sono trasportate nella sommità delle narici.

Nelle orecchie pure si possono incubare ed isvolgere, quale avviene nel naso, le larve delle mosche. Interessante è il caso esposto da Drovin (463) di una femmina, la quale dopo d'essere stata pel corso di due mesi tormentata da continuo pertinace dolore nell'interno dell'orecchio destro, col farvi instillare un miscuglio di olio d'amandole amare, d'olio d'assenzio e di alcool se ne liberò dopo uscite sei picciole larve, ed una settima assai grossa, tutte viventi, le quali si rivelarono appartenere al genere delle mosche. Larve analoghe dall'orecchio umano sortite si vedono delineate nell'opera di Bianchi (464); ed un caso non dissimile dal riferito si legge in una memoria di Daquin (465).
Ben sovente nel tessuto cutaneo rinvengono le uova delle mosche un opportuno ricetto,
epperciò non è da meravigliarsi, se nelle eruzioni cutanee acute e croniche osservate si sieno le larve delle mosche. Paullini pretende di averle scoperte nelle pustole del morbillo e del vajuolo. Sauvages nel ricordare una particolare influenza vajuolosa attesta, che le pustole all'aria esposte venivano forate dalle mosche, le quali vi deponevano le uova, d'onde uscivano alcune larve bianchissime: siffatte larve mantenute per alcuni giorni chiuse in vasi di vetro da Razous si convertirono in altrettante mosche (466). Nelle pustole cutanee d'una negra osservò Bosse queste stesse larve e le descrisse nel Giornale di Medicina di Parigi. Negli Atti Elvetici si legge l'osservazione di Berdot fatta sul conto d'una pustola spuntata sull'omero di un atrofico, la quale essendosi rotta mandò fuori più vermicelli articolati e forniti di uncini sulla testa. Le piaghe immonde e sucide esposte all'aria nella stagione estiva formicolano pure non di rado di esseri di apparenza verminosa, che traggono origine dalle uova in esse dalle mosche deposte. Questo fenomeno è stato già conosciuto da Omero, come si scorge nel Lib. XIX. dell'Iliade, laddove Achille trovasi in pena, perché le mosche riempir potessero di vermi le ferite dell'ucciso Patroclo intanto che egli si affrettava di vendicarlo colla morte di Ettore. Ne' leprosi famigliarissime sono tali larve, e ben lungi dall'essere la lepra fomentata da vermi particolari, altro non sono che larve di mosche quegli esseri, che ne riempiono le schifosissime piaghe, come è stato da Murray pienamente dimostrato (467), e come si può vedere dalla qualità istesssa di questi supposti vermi delineati nella Tavola V. La naturale loro grandezza e figura (Fig. 26.), gli undici anelli, da cui risultano, le estremità in un lato uncinata e nell'altro munita di due stimmate corrispondenti ad uguali trachee disposte al lungo del corpo dell'insetto (Fig. 27.), e in fine i piedi bisolcati dalle produzioni della membrana abdominale (Fig. 28.), sono altrettanti caratteri proprj delle larve delle mosche. Nella malattìa da Sauvages distinta col nome di malis (468) ben sovente la superficie del corpo si vede coperta da larve consimili. Fu, al dire di Salzmann, trasferito l'anno 1718 nello Spedale di Strasbourg un giovanetto, che nella superficie del corpo era diseminato da sorprendente copia di vermicelli, di lungheza e grossezza diversa, insinuati per metà nel tessuto cutaneo: essi ne divorarono in un modo veramente orrendo le parti molli; l'interno del cadavere non ne offrì la benchè minima traccia. Riferisce Enrico di Bra, che l'anno 1696 serpeggiò nella Westfalia e nelle annesse provincie una malattia assai feroce e particolare insieme, perché tutte le parti del corpo andavano con celerità l'una dopo l'altra sorprese da dolori corrosivi, intanto che spuntavano diversi tumori in vicinanza delle articolazioni, e de' piedi in particolare, che passati in suppurazione mandavano fuori molti vermetti articolati simili alle ascaridi vermicolari. Una malattia press'a poco uguale scoppiò nello stesso tempo in Transilvania, come si raccoglie da una lettera scritta da Eurnio a Foresto.

Vi sono delle larve di alcune specie di mosche, le quali con maggior frequenza vedute si sono annidate nell'umano organismo. Quelle della mosca domestica in numero di duecento e più sono state evacuate dal naso di un bambino di otto in nove mesi, giusta l'osservazione di Tengmalm (469). Il verme orinato da un infermo di Tulpio (470) offre tutti i caratteri d'una larva di questa specie: come pure di tal indole pare essere l'ascaride conosoma, in conformità delle riflessioni a suo luogo indicate. Gli animali e gli uomini arrivano talvolta con pena a garantirsi dalla mosca meteorica, la quale ne insidia continuamente le orecchie, onde pascesi degli umori ivi separati e deporvi eziandio le proprie uova. Si pretende ancora, che le sue larve possano svilupparsi e soggiornare nell'umano ventricolo, daddove sono espulse col metodo stato da Nouffer impiegato pel trattamento delle tenie inermi. La mosca carnaria, che si diletta delle calde vivande, e che sopra di esse depone viventi le sue larve, è pure all'uomo infestissima: di tal specie sembrano essere le larve da Wohlfart, da Locatelli e da me vedute dal naso evacuate; e larva appartenente a questo essere pare doversi giudicare l'ascaride stefanostoma del Sig. Lenz, come si è gia dimostrato. Sui cadaveri sono evidentissime le larve deposte da queste mosche, le quali crescono prontamente, perché toccano in sei, sette giorni il termine della loro grandezza. Sogliono insinuarsi sottterra per cangiarsi in ninfe, e quindici o diciotto giorni dopo di questa metamorfosi ne sorte l'insetto perfetto. La mosca putrefatta depone le proprie uova nelle piaghe immonde, ove incubate se ne svolgono le larve, che si osservano nelle piaghe de' leprosi e nelle efflorescenze cutanee: tali larve le rilevò Osiander ancora frammezzo ai varj insetti deposti dalla già enunciata sua inferma in compagnìa di quelle della mosca camaleonte e della mosca pendola. Le larve di quest'ultima le rimarcò Odhelio per seccesso eliminate.

Tratto da "Memorie fisico-mediche sopra i principali vermi del corpo umano vivente e le così dette malattie verminose" di Valeriano Luigi Brera, 1811.

domenica 1 gennaio 2017

INTERVISTA DI PIETRO FERRARI AL PROFESSOR GIUSEPPE CAMERINI

Biologo, studioso di entomologia, il professor Giuseppe Camerini ci ha gentilmente concesso la seguente intervista. 

1) Professore, gli escrementi sono, insieme alla morte, il grande tabù dell'umanità contemporanea. Eppure ciascuno di noi, uomo o donna che sia, ne produce ogni giorno. Sul pianeta terra vivono più di sei miliardi di persone. A quanto stima che ammonti il quantitativo di feci prodotto quotidianamente da questa enorme massa di individui?

   Se mi permette parto dalla sua prima considerazione, prima di arrivare a quantificare la massa di escrementi prodotti sulla terra. Mi riferisco a quanto afferma a proposito dello sterco come tabù. Non a caso lei accosta morte ed escrementi. Certamente questi due attributi che tanta paura evocano nella mente umana sono parte integrante della vita. Gli escrementi sono il sottoprodotto del metabolismo catabolico, sono - in quanto prodotto metabolico - un veicolo di trasformazione. Negli escrementi c’è la parte di noi che di continuo abbandoniamo fino a quando siamo vivi, prima di abbandonare alla natura per intero il nostro corpo. Negli escrementi lei trova non solo la parte di mondo che passa attraverso il nostro corpo senza essere digerito o assimilato, ma anche la frazione di rifiuto di noi stessi, ciò che è stato nostro e che diventa - o meglio ritorna ad essere - parte del cosmo che ci circonda. E poi ci sono aliquote di ciò che di alieno il nostro corpo possiede, pensi ad esempio ai batteri simbionti o commensali del nostro intestino. Comunque, tornando alla seconda parte della domanda, va detto che, sì, ormai sulla Terra siamo oltre 7 miliardi di esseri umani, che ovviamente producono in via continuativa una certa quantità di feci: diciamo che si può stimare cautelativamente in 200 grammi/giorno la quantità di escrementi prodotti, per un equivalente di 1.400.000 tonnellate/giorno di sterco umano. 

2) Che fine fanno le feci umane? Qual è il loro destino all'interno della biosfera? Che ne è stato delle feci prodotte dagli Etruschi e dagli antichi Romani?

   Il destino delle feci umane non è diverso da quello degli escrementi degli altri animali e, più in generale, dei cascami che derivano da tutti gli altri organismi viventi. La degradazione biologica e la mineralizzazione, ovvero la riconversione della sostanza organica al mondo minerale, trasforma le feci in composti semplici, come anidride carbonica, acqua, sali minerali. Questi composti riavviano la catena alimentare quando vengono assorbiti dai vegetali autotrofi capaci di fotosintesi. Quanto alle feci dei Romani e degli Etruschi, direi che ne potrebbe trovare traccia nell’adipe di un orso bianco al Polo nord o nella corteccia di un notofago di una foresta cilena. Quello che voglio dire è che la materia sulla Terra è in continua circolazione attraverso i suoi elementi: acqua, aria suolo. 

3) Se la biosfera è un sistema che ricicla gli stessi elementi, i componenti chimici elementari del cibo di cui ci nutriamo (frutta, verdura, carni di animali) derivano da un ciclo di trasformazione della materia di cui le feci prodotte dai nostri antenati sono parte integrante?

   Certo, ciò che resta dei rifiuti organici è trasferito nello spazio e nel tempo in un percorso di rigenerazione che non conosce sosta: “mors tua vita mea” dicevano i latini. Non c’è nulla di più effimero degli escrementi, eppure la vita non ne può prescindere; d’altra parte la vita è mutamento continuo, incessante: eccezion fatta per i luoghi estremi ove le temperature sono prossime allo zero, lo sterco è rapidamente colonizzato dai decompositori. E’ esso stesso materia, inoculato di organismi degradatori: gli escrementi “vengono alla luce” già intrisi dei germi che se ne cibano, poi intervengono organismi di taglia maggiore. Questi ultimi sono attirati in maniera potente dalle molecole che dallo sterco si liberano nell’aria. 

4) L'uomo per poter vivere deve mangiare. Il nostro corpo è una macchina che va alimentata con regolarità. Essa, tuttavia, per poter funzionare deve anche espellere gli "scarti della lavorazione". Da cosa sono costituite esattamente le feci umane e a cosa è dovuta la loro caratteristica maleodoranza?

   Le feci umane, come già ricordato, sono costituite da scarti del cibo non assimilato, ma anche da batteri (in gran parte morti) che sono il risultato della crescita continua della comunità batterica simbionte che popola il nostro intestino. La maleodoranza si deve alla presenza di composti organici volatili (aldeidi, mercaptani…) che si formano prevalentemente nell’intestino crasso, per effetto dei batteri, che trasformano le sostanze organiche di cui le feci sono ricche. 

5) Non si dà vita senza defecazione. Quello tra vita ed escrementi è un rapporto talmente stretto che le due cose talvolta sembrano quasi coincidere. Qual è la quantità di feci prodotta da un essere umano nell'arco di una vita media?

   Una persona di 60 Kg che vivesse 70 anni produrrebbe circa 5.000 kg di escrementi, una quantità equivalente a quasi 100 volte il suo peso. 

6) L'uomo è, a conti fatti, un organismo digestore?

   Gli esseri viventi sono dei reattori biochimici straordinari; al loro interno sono attivi centinaia e centinaia di enzimi, tra i quali certamente quelli digestivi, quindi la sua non è un’affermazione paradossale… 

7) Qual è il ruolo degli escrementi nell'ecosistema? Considerato che tutte le creature defecano, è lecito affermare che la produzione escrementizia sia il tratto più caratteristico della vita animale?

   Gli escrementi come tali non svolgono una funzione, sono parte della funzione generale della vita, vale a dire la rigenerazione. Tutto ciò che è vivente tende a rigenerarsi. L’attributo principale dei viventi è la capacità di riprodursi, processo che è possibile per effetto di altri attributi peculiari dei viventi: la nascita, la crescita, la capacità di adattarsi all’ambiente, la necessità di assumere energia sotto forma di cibo. Gli escrementi rappresentano un veicolo che determina un flusso continuo di materia ed energia per rigenerare l’ecosistema, sono parte integrante di quello che è stato definito il cerchio della vita: il continuo ricircolo fra mondo minerale e biologico degli elementi vitali che unitamente al flusso unidirezionale della radiazione solare sostiene la vita. Pertanto la produzione di escrementi e altri prodotti di rifiuto è uno dei tratti caratteristici della vita animale, ma anche uno dei tratti fondamentali del ciclo biogeochimico degli elementi della vita (carbonio, azoto, fosforo, zolfo etc.). 

8) Lo smaltimento degli escrementi nelle megalopoli pone problemi non lievi. Quant'è elevato il rischio di una contaminazione da colibatteri fecali negli acquedotti e nelle falde acquifere?

   L’addensamento degli esseri umani in spazi ristretti pone sempre problemi di carattere igienico e sanitario; in particolare, la trasmissione di agenti infettivi risulta facilitata dal notevole grado di promiscuità tra i viventi stessi. E’ un problema più generale, che riguarda tutti gli esseri viventi; uno dei compiti principali delle api operaie che presidiano l’alveare è la rapida eliminazione (intesa come rimozione dalla colonia) di individui morti che possono essere focolaio di malattie infettive. Nel caso degli escrementi, essi possono veicolare le cosiddette infezioni a trasmissione oro-fecale: colera, salmonellosi, enterocoliti. Quando la rete distributiva delle acque potabili e quella fognaria non sono in contatto e non viene utilizzata acqua di scarico per l’irrigazione di verdure da consumare fresche, il rischio di contaminazione è molto basso, se nel contempo sono rispettate le norme igieniche elementari (pulizia periodica del corpo, pulizia delle mani dopo atto fisiologico, pulizia delle mani prima dei pasti etc.). 

9) In talune aree particolarmente disagiate nonché densamente popolate del pianeta (penso alle baraccopoli di Nairobi) le fogne sono a cielo aperto. Quali pericoli comporta per i residenti tali situazione?

   In questo caso il rischio di contaminazione è elevato perché la mancanza di un sistema di collettamento e trasporto sotterraneo delle acque nere espone facilmente le persone ad una contaminazione diretta e mette a rischio le riserve di acqua per uso potabile, con effetti devastanti. Una delle principali cause di mortalità infantile nei Paesi più poveri è data dalle diarree conseguenti a infezioni enteriche. L’effetto di queste diarree è quello di disidratare gravemente l’organismo dei bambini, con effetti anche letali. 

10) Quali insetti sono attirati dalle feci umane? Tali insetti si nutrono attivamente di feci o si limitano a deporvi le uova?

   Principalmente Ditteri Brachiceri, mosche per usare un termine più… divulgativo, ma anche Coleotteri. Non tutte le mosche, ovviamente, ma un buon numero di specie può nutrirsi degli escrementi, altre si limitano a deporre le loro uova, e gli escrementi saranno il pabulum [nutrimento, ndr] per le larve, altre ancora si nutrono di escrementi e vi ovidepongono. 

11) Le mosche che si posano sulle feci sono le stesse che depongono le uova sugli orifizi dei cadaveri? O si tratta di specie diverse?

   Esistono mosche capaci di colonizzare allo stato larvale sia i cadaveri animali che gli escrementi, come ad esempio i Ditteri Calliforidi. La fauna che colonizza i cadaveri comprende sia specie più strettamente carnivore che specie più generaliste, in grado di sfruttare sia la carne in decomposizione che gli escrementi.

12) Insetti a parte, esistono animali coprofagi?

   Sì, esistono animali almeno in parte coprofagi: il capovaccaio, ad esempio, un piccolo avvoltoio un tempo diffuso anche in diverse regioni italiane (e oggi specie minacciata di estinzione) ha abitudini anche coprofaghe. Non a caso era venerato dagli antichi Egizi, tanto da costituire un simbolo geroglifico; in questo caso la protezione che si accordava a questo animale era giustificata dal prezioso ruolo di spazzino che esso svolgeva, oltre alla venerazione che gli Egizi tendevano a dirigere verso quegli animali (come gli stessi scarabei stercorari) capaci del miracolo biologico di rendere appetibile alla vita un prodotto di scarto della vita, vale a dire l’escremento.
La coprofagia è abbastanza comune tra i Roditori e i Lagomorfi (es. coniglio selvatico), anche se, come nel caso del capo vaccaio, non rappresenta l’abitudine alimentare prevalente.

13) Vi è chi sostiene che i gas intestinali dei bovini contribuiscano all'effetto serra. Può dirsi altrettanto delle flatulenze prodotte da sette miliardi di esseri umani? 

   I gas intestinali contengono metano, molecola clima-alterante, ma è ragionevole ritenere che la quantità di biogas (contenente metano) liberata dagli organismi viventi abbia un effetto sul clima (in termini di incremento dell’effetto serra) trascurabile rispetto all’abnorme quantità di anidride carbonica emessa dalle attività umane per effetto del consumo di combustibili fossili.