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martedì 16 gennaio 2018


SILENCE

Titolo originale: Silence
Lingua originale: Inglese, giapponese, latino
Paese di produzione: Stati Uniti, Taiwan, Messico,
     Italia, Regno Unito, Giappone
Anno: 2016
Durata: 161 min
Colore: Colore
Audio: Sonoro
Rapporto: 2.35: 1
Genere: Drammatico, storico
Regia: Martin Scorsese
Soggetto: Shūsaku Endō (romanzo)
Sceneggiatura: Jay Cocks, Martin Scorsese
Produttore: Barbara De Fina, Randall Emmett,
    Vittorio Cecchi Gori, Martin Scorsese, Irwin
    Winkler, Emma Tillinger Koskoff, Gaston
     Pavlovich
Casa di produzione: Cappa Defina Productions,
    Cecchi Gori Pictures, Corsan, Emmett/Furla/
    Oasis Films, Sikelia Productions, AI-Film,
    Fábrica de Cine, SharpSword Films, IM Global
Distribuzione (Italia): 01 Distribution
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Musiche: Kim Allen Kluge, Kathryn Kluge
Scenografia: Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo
Costumi: Dante Ferretti
Interpreti e personaggi:    
    Andrew Garfield: Padre Sebastião Rodrigues
    Adam Driver: Padre Francisco Garupe
    Liam Neeson: Padre Cristóvão Ferreira
    Tadanobu Asano: interprete
    Ciarán Hinds: Padre Alessandro Valignano
    Shinya Tsukamoto: Mokichi
    Yōsuke Kubozuka: Kichijiro
    Issei Ogata: Inoue Masahige
    Yoshi Oida: Ichizo
    Nana Komatsu: Monica (Haru)
    Ryo Kase: Juan (Chokichi)
    Yasunari Takeshima: Haku
    Tetsuya Igawa: gesuita
    Béla Baptiste: Dieter Albrecht
Doppiatori italiani:   
    Davide Perino: Padre Sebastião Rodrigues
    Gianfranco Miranda: Padre Francisco Garupe
    Alessandro Rossi: Padre Cristóvão Ferreira
    Niseem Onorato: interprete
    Stefano De Sando: Padre Alessandro Valignano
    Taiyo Yamanouchi: Mokichi
    Simone D'Andrea: Kichijiro
    Oliviero Dinelli: Inoue Masahige
    Hal Yamanouchi: Ichizo
    Jun Ichikawa: Monica (Haru)
    Raffaele Carpentieri: Haku
    Massimiliano Manfredi: gesuita
    Alessandro Budroni: Dieter Albrecht

Trama:

Il film inizia con un prologo che mostra il missionario Cristóvão Ferreira deportato assieme a un gran numero di convertiti in una valle piena di sorgenti termali, la cui acqua bollente e caustica è usata come strumento di tortura. Egli è impotente di fronte alle autorità giapponesi, impossibilitato a fornire qualsiasi assistenza ai convertiti. Qualche anno dopo, a Macao, il gesuita italiano Alessandro Valignano riceve una notizia ferale: sottoposto a torture raccapriccianti, Padre Cristóvão Ferreira ha abiurato. I giovani gesuiti portoghesi Sebastião Rodrigues e Francisco Garupe non vogliono crederci e decidono di partire per il Giappone alla ricerca del loro padre spirituale. In una taverna trovano un giapponese, il pescatore alcolizzato Kichijiro, che su compenso accetta di guidarli nell'arcipelago. Arrivati di notte nel villaggio costiero di Tomogi, i due preti sono sorpresi di trovare una comunità di miseri pescatori di fede cristiana che vivono nel terrore, nascosti come topi per sfuggire ai persecutori. Presto i due preti rimangono sconvolti nel vedere che un anziano samurai, conosciuto come "Inquisitore" dai villici, ne cattura alcuni e li fa crocifiggere su una scogliera, in modo che finiscano soffocati dall'alta marea. I martiri affrontano la morte cantando, e quando sono morti, i loro corpi vengono cremati per impedire che i loro resti ricevano esequie cristiane e diventino oggetti di culto. A questo punto Garupe e Rodrigues, credendo che sia stata la loro presenza a sppingere lo Shogunato a terrorizzare le genti di Tomogi, decidono di separarsi. Garupe si reca nell'isola di Hirado (nota ancor oggi per la presenza di albini dai capelli rossi), mentre Rodrigues si reca nell'isola di Goto, dove Ferreira è stato visto per l'ultima volta prima di apostatare. Quando Rodrigues giunge a destinazione, scopre che il villaggio di Goto è stato distrutto. Dopo varie peripezie, il prete viene tradito da Kichijiro, imprigionato e condotto a Nagasaki. Si ritrova in cella con altri convertiti e viene condotto davanti all'Inquisitore, il terribile e potentissimo Inoue Masashige, con cui ha un lungo dialogo. La sua sola possibilità è abiurare la sua fede calpestando una lastra di bronzo con l'immagine di un crocefisso, detta fumi-e in giapponese. Viene sottoposto a crudeli pressioni ed è costretto a vedere il suo compagno Garupe mentre viene affogato, senza poter fare nulla per aiutarlo. Kichijiro, avvezzo al tradimento come all'ubriachezza e al gioco d'azzardo, viene catturato e presto rilasciato dopo aver calpestato senza troppi problemi la fumi-e. La resistenza di Rodrigues è spezzata quando gli vengono mostrati alcuni cristiani che soffocano negli escrementi, appesi a testa in giù. L'Inquisitore gli spiega che essi hanno già rinnegato Cristo più e più volte, e che soltanto la sua apostasia li salverebbe da morte atroce quanto certa. A questo punto il gesuita sente la voce di Cristo che gli dice di cedere, di calpestare l'immagine. "Calpesta pure! È per essere calpestato da voi che sono venuto in questo mondo, è per condividere i vostri dolori che mi sono caricato della croce". Rodrigues viene condotto da Ferreira, che ha cambiato nome e ora si chiama Sawana Chūan. L'ex padre spirituale lavora in un tempio e compone confutazioni della dottrina cattolica. Prende con sé quello che fu il suo allievo e gli spiega l'arcano. Gli dimostra la futilità di ogni tentativo di cristianizzare il Giappone. Passano molti anni. Rodrigues ha sposato la vedova di un samurai, ereditando il nome del defunto, Okada San'emon. Assieme a Ferreira è incaricato di riconoscere gli oggetti cristiani: quelli che mostrano disegni a forma di croce o altre peculiarità usate dai fedeli per testimoniare in modo criptico la loro religione. Alla fine, quando l'ex gesuita muore, viene cremato. Proprio alla fine, prima che il suo corpo sia divorato dalle fiamme, si vede che in una mano tiene un minuscolo crocefisso, proprio quello che gli era stato donato quando era stato accolto a Tomogi.

Recensione: 

Questo film, che considero un capolavoro, è basato su Silenzio (沈黙 Chinmoku), un romanzo dello scrittore giapponese Shūsaku Endō, pubblicato nel 1966. Il tema su cui è incentrata la narrazione è quello di un Dio silenzioso, che non risponde alle invocazioni del credente nelle avversità, pur accompagnandoli. Endō fu influenzato in questo dalle sue dolorose esperienze di discriminazione religiosa in Giappone, di razzismo subìto in Francia e di consunzione causata dalla tubercolosi. Il regista, che pure ha ammesso qualche difficoltà nel rendere i temi spirituali più profondi del romanzo dello scrittore giapponese, riesce a rappresentare bene un Cristo che si annulla per amore degli esseri umani, delle loro debolezze e della loro natura fragilissima. Anche per amore di Giuda e di Kichijiro, pronto a tradire infinite volte e a chiedere con somma sfacciataggine l'assoluzione. Contenuti che di certo stridono con l'arroganza che la Chiesa Romana ha dimostrato nel corso dei secoli dovunque ha avuto il potere.  

Incomunicabilità 

Le difficoltà che le genti del Giappone hanno sempre avuto nel comprendere la natura del Cristianesimo sono ben spiegate da Ferreira a Rodrigues. All'inizio i missionari utilizzarono il termine dainichi per tradurre "Dio", perché pensavano che la parola nipponica esprimesse tale concetto. Il punto è che si sono inganati, in quanto i Giapponesi non comprendevano l'esistenza di un'entità corrispondente a Dio. Il nome dainichi indicava soltanto una personificazione del sole, identificato con Buddha nel corso di un complesso processo di sincretismo. Così fu abbandonato e sostituito con Deusu, adattamento alla fonetica giapponese del latino Deus. Il problema è che per un giapponese il nome Deusu non ha significato alcuno, è soltanto un'etichetta straniera applicata a un contenitore vuoto, come sarebbe per noi il nome Xenu. All'inizio i due gesuiti si illudono di vivere in una comunità paleocristiana dei tempi di Nerone, ma presto si rendono conto che in tutto questo c'è qualcosa di strano. Il loro mondo di illusioni comincia a incrinarsi quando una giovane sposa sostiene di essere in "paraiso", e padre Garupe smentisce seccamente. Il termine "paraiso" non era inteso come una fumosa destinazione ultraterrena, ma come uno stato di estasi puramente terrena provata durante la celebrazione della messa, in presenza del prete, che era considerato un essere soprannaturale.

Cristo, il Buddha dell'Occidente

Il buddhista Zen Sessō Sōsai nella sua opera Taji jasu ron "Repressione della fede nociva" (1648), argomenta che Cristo sarebbe stato un eretico occidentale che operò una sistematica sostituzione lessicale, cambiando Brahma in Deusu; i devas del Cielo di Brahma in anjos (angeli); il Palazzo Celeste (tentō) in Paraiso; il Regno degli Umani (nindō) in Purgatorio; l'Inferno (jigoku) in Inferno; l'unzione (kanjō) in Bautismo; la contrizione (sange) in Confissão; le Dieci Buone Leggi (jūzenkai) nei dieci Mandamentos; le monache (bikuni) in virgem; il bastone del prete (shakujō) in excomungado; il cibo originale (jihi-rintō) in maçã (mela); i grani del rosario buddhista (juzu) in contas. Certo, Sōssai doveva essere molto ingenuo per pensare che Cristo parlasse portoghese; tuttavia, per paradosso, proprio le argomentazioni del monaco anti-kirishitan dimostrano quanto fosse facile per un giapponese dotto assimilare il Cristianesimo al Buddhismo. Quando i missionari sbarcarono nell'arcipelago, la loro religione fu subito considerata una setta buddhista occidentale. Prima che si sviluppasse una feroce reazione alla fede straniera, in Giappone era normale pensare che Cristo fosse semplicemente un Buddha vissuto in terre sconosciute e remote. 

Non è nutella! 

L'unico difetto da me trovato in questo splendido film è relativo alla tortura spaventosa chiamata ana-tsurushi. Non è infatti mostrato chiaramente in cosa consisteva. Le cavità in cui i cristiani venivano messi ad agonizzare erano profonde, ma Scorsese le dipinge come superficiali, appena in grado di contenere la testa. La cosa più importante, tuttavia, è che non si mostra bene il contenuto di tali fosse, che rendeva quella tortura così temuta. In una scena del film si intravede per pochi istanti una sostanza marrone, insolitamente uniforme, cremosa e mantecata, tanto da sembrare golosa nutella. No, ragazzi miei, quella cosa non era nutella: era merda! Nonostante Scorsese si sia adoperato per evitare agli spettatori la scabrosa vista di una massa di sterco e di altre immondizie, ricordo ancora cosa accadde quando vidi il film al cinema: un'anziana signora brianzola rimase comunque inorridita, perché comprese che lì dentro c'erano le feci.

Un'assurda accusa da parte di Ferrara

Cercando recensioni nel Web, appena visto il film, mi sono subito reso conto che Giuliano Ferrara era sul piede di guerra. Sul suo quotidiano online, che evito come la peste, esprimeva opinioni confuse e rabbiose, affermando che nel film i preti avrebbero seguito "logiche mondane". Non ho potuto approfondire la cosa, essendo la piena lettura del quotidiano disponibile solo a pagamento e non avendo la benché minima intenzione di dare a un tale personaggio nemmeno il fantasma di un centesimo forato. Evidentemente la causa di tutto ciò è molto semplice: né Ferrara né i cattolici-belva hanno la benché minima idea di cosa significhi subire una persecuzione feroce. Essi sono forse convinti, credo per un'intossicazione ideologica, che un ecclesiastico non possa in alcun modo rinunciare alla propria fede cattolica. Beh, che dire? Possono strepitare quanto vogliono, ma l'abiura di Ferreira è realtà storica, non opinione. I preti perduti sono realtà storica: la figura di Rodrigues è ispirata al missionario siciliano Giuseppe Chiara. Come è realtà storica l'efficacia dell'opera dei Tokugawa nell'eradicazione della Chiesa Romana dal Giappone.

Il film di Scorsese è un remake

L'opera di Endō era già stata trasposta in pellicola nel lontano 1971. Guardando questo film, a quanto pare disponibile soltanto nell'edizione originale, si ha come l'impressione di vedere una copia "diminuita" e "contratta" del remake del 2016. Tuttavia si nota che molte riprese e ambientazioni devono essere state usate proprio da Scorsese come fonte di ispirazione.


SILENCE (1971)

Titolo originale: Chinmoku (沈黙)
Anno: 1971
Paese: Giappone
Lingua: Giapponese, inglese(1), latino(2)  
Sottotitoli: Giapponese
Regia: Masahiro Shinoda
Soggetto: Sh
ūsaku Endō
Durata: 129 min
Musica: Tōru Takemitsu
Fotografia: Kazuo Miyagawa
Distribuzione: Toho
Interpreti e personaggi:    
    David Lampson: Padre Rodrigues
    Don Kenny: Padre Garrpe(3)
    Tetsuro: Tamba
    Shima Iwashita

(1) Sono in inglese (sottotitolati in giapponese) i dialoghi di Padre Rodrigo con Padre Garrpe, che a rigor di logica avrebbero dovuto essere in portoghese.
(2) Le formule in latino hanno una pronuncia che ricorda quella accademia inglese.
(3) Anche nel romanzo di End
ō si ha Garrpe, che poi Scorsese ha saggiamente mutato in Garupe. La forma Garrpe viola la fonotattica della lingua portoghese ed è possibile che alla sua origine ci sia un refuso ormai non identificabile, che Endō avrebbe propagato.

PRESTITI LATINI E PORTOGHESI NEL LINGUAGGIO DEI CRISTIANI GIAPPONESI

I prestiti latini e portoghesi giunti in Giappone tramite l'attività dei missionari della Chiesa Romana sono chiamati kirishitan: questa parola deriva direttamente dal portoghese cristão ed era il nome dato ai fedeli della nuova religione importata da Occidente. 

La lingua giapponese ha una fonotattica rigidissima. Il sillabario katakana, usato per trascrivere foneticamente i suoni della lingua, comprende le seguenti sillabe:

ア a     イ i     ウ u     エ e     オ o
カ ka   キ ki    ク ku   ケ ke  コ ko     キャ kya    キュ kyu     キョ kyo
サ sa    シ shi   ス su   セ se   ソ so     シャ sha     シュ shu     ショ sho
タ ta    チ chi   ツ tsu  テ te   ト to     チャ cha     チュ chu     チョ cho
ナ na   ニ ni    ヌ nu   ネ ne   ノ no     ニャ nya     ニュ nyu     ニョ nyo
ハ ha   ヒ hi    フ fu    ヘ he    ホ ho    ヒャ hya     ヒュ hyu     ヒョ hyo
マ ma  ミ mi   ム mu  メ me  モ mo   ミャ mya   ミュ myu     ミョ myo
ヤ ya       ユ yu      ヨ yo        

ラ ra   リ ri    ル ru    レ re   ロ ro     リャ rya     リュ ryu     リョ ryo 
 ワ wa  ヰ wi    ヱ we   ヲ wo 

ガ ga   ギ gi    グ gu    ゲ ge   ゴ go     ギャ gya     ギュ gyu     ギョ gyo
ザ za   ジ ji     ズ zu     ゼ ze   ゾ zo     ジャ ja     ジュ ju     ジョ jo
ダ da   ヂ (ji)   ヅ (zu)  デ de ド do     ヂャ (ja)     ヂュ (ju)     ヂョ (jo)
バ ba   ビ bi    ブ bu   ベ be   ボ bo     ビャ bya     ビュ byu     ビョ byo
パ pa   ピ pi    プ pu   ペ pe   ポ po     ピャ pya     ピュ pyu     ピョ pyo

Esiste un solo suono non sillabico, n, scritto col carattere ン, e in aggiunta esistono consonanti sillabe con consonante doppia, causate da antiche contrazioni. Allo stesso modo le vocali lunghe, marcate nella trascrizione in caratteri romani con un trattino sulla lettera, nelle parole native sono nate dalla contrazione di antichi iati.

Si vede quindi che per essere adottata, una parola latina o portoghese ha dovuto piegarsi ai vincoli imposti dalla lingua ospite. Questi sono i cambiamenti automatici delle sillabe per adattare un prestito:

di > ji
du > zu
fa > ha
fe > he
fi > hi
fo > ho
si > shi
 
ti > chi
tu > tsu

Non esistono in giapponese nessi consonantici come /tr/, /kr/, etc. Si inserisce quindi una vocale per rendere pronunciabili questi suoni. Questa vocale può dipendere dalla qualità della vocale che segue la liquida. Gli esiti possono essere complessi, nel caso siano coivolte sillabe impossibili, che subiscono in automatico i mutamenti descritti sopra:

tri > *tiri > chiri
tru > *turu > tsuru
 

Questo è un elenco di prestiti kirishitan dal latino ecclesiastico:

abemaria "Ave Maria" < Ave Maria
anima "anima" < anima
Deusu "Dio" < Deus
dochiriina "dottrina" < doctrina

ekereja
"chiesa"(1) < ecclesia
gur
ōria "gloria" < gloria
hiidesu
"fede" < fides
Iezusu, Iezu, Zezu
"Gesù" < Iesus
keredo "Credo" < Credo
kontemutsusu mundi
"disprezzo del mondo"
     < Contemptus Mundi
miisa
"messa" < missa
orasho "orazione, preghiera" < oratio
Pāteru nausuteru "Padre Nostro"(2) < Pater Noster
perusōna
"persona" < persona
sarube-rejiina "Salve Regina" < Salve Regina
supiritsu(su) "Spirito" < Spiritus

(1) Varianti: ekerejia, ekereshia.
(2)
Varianti: Paaternun
ōsuteru, Haaterunōsuteru.

Questo è un elenco di prestiti kirishitan dal portoghese:

anjo "angelo" < anjo
aruchiigo
"articolo"(3) < artigo
arutaru "altare" < altar
ba(p)uchizumo "battesimo" < baptismo
   (attuale batismo)
bateren "prete" < padre "padre"
bensan "benedizione" < benç
ão
biruzen "vergine" < virgem
bisupo "vescovo" < bispo
chishipirina
"disciplina" < disciplina
Deusu Hiriyo
"Dio Figlio" < Deos Filho
Deusu Paatere "Dio Padre"(4) < Deos Padre
domingo
"domenica" < domingo
esukiritsuura
"scrittura" < escritura
eukarisucha
"eucarestia" < eucaristia
garasa
"grazia" < graça
inheruno "inferno" < inferno 
iruman "frate" < irm
ão "fratello"
jūizo "giudizio" < juizo
karisu
"calice" < calis
katekizumo "catechismo" < catequismo
    (attuale catecismo)
kinta
"giovedì" < quinta (feira)
kirishitan "cristiano" < cristão
Kirisuto "Cristo"(5) < Cristo
konchirisan
"pentimento" < contriç
ão
konhes
ōru "confessore" < confessôr
konhisan "confessione" < confissão
kurusu
"croce" < cruz
kuwarezuma
"quaresima" < quaresma
kuwaruta
"mercoledì" < quarta (feira)
mandamento
"comandamento" < mandamento
mandamentosu
"comandamenti" < mandamentos
maruchiru "martire" < mártir
morutaru "mortale"
(6) < mortal
nataru "Natale" < Natal
osucha, osuchia "ostia" < hóstia
pan "pane eucaristico" < p
ã
paraiso
"Paradiso" < Paraiso
pashon
"passione" < pax
ã (attuale paixão)
pasukuwa
"Pasqua" < Páscoa
pekadoru
"peccatore" < pecador
penitenshia
"penitenza" < penitencia
poroshimo
"prossimo" < pr
óximo
Purugat
ōrio "Purgatorio" < Purgatorio
rozario "rosario" < rosario
sabato
"sabato" < sabbado

sakaramento "sacramento" < sacramento
sakirirejo
"sacrilegio" < sacrilegio
Sanchiishima Chirindaade
"Santissima Trinità"
       < Santíssima Trindade
Santa Maria
"Santa Maria" < Santa Maria
santo "santo" < santo
santosu "santi" < Santos
saserud
ōte "sacerdote" < sacerdote
sekunda
"lunedì" < secunda (feira)
sesuta
"venerdì" < sexta (feira)
supiritsuaru "spirituale" < spiritual
terusha
"martedì" < tercia (feira)
zejun
"digiuno" < jejum
zencho
, zenchiyo "pagano" < gentio

(3) Hiidesu no aruchiigo "articolo di fede".
(4) Forme come Paatere e bateren sono adattamenti diversi della stessa parola, che hanno avuto origine da persone diverse in occasioni diverse. 
(5) Nei testi più antichi si trova Kirishito.
(6) Nanatsu no morutaru toga "i sette peccati mortali".

Dopo la repressione della rivolta di Shimabara, il Cristianesimo smise di avere un'esistenza visibile e divenne catacombale. I suoi fedeli furono conosciuti come Kakure Kirishitan, ossia "Cristiani nascosti". Non esistendo più il clero, la loro religione subì interessanti cambiamenti. Per sopravvivere furono costretti ad adottare le forme esteriori del Buddhismo e dello Shintoismo, cosa che presto influenzò in modo profondo le loro stesse credenze.

Molti dei prestiti latini e portoghesi sopra riportati caddero in disuso. Alcune forme odierne attestate tra i Kakure Kirishitan superstiti sono ancor più stravaganti. Ad esempio, bauchizumo "battesimo" nelle comunità della Prefettura di Nagasaki si è alterato fino ad arrivare a suonare bautsurujima, interpretato con falsa etimologia come "isola che cambia i luoghi". In modo ancor più strano, Paxã (attuale Paixão) "Passione", si è alterato fino a diventare hassen, intrpretato con falsa etimologia come "ottomila". A volte si ha soltanto una vaga idea dell'origine di una parola: Eucaristia è diventato addirittura hachinichi-no-shichiya, interpretato con falsa etimologia come "settima notte dell'ottavo giorno". La parola anjo "angelo" si è mantenuta quasi immutata foneticamente, ma ha assunto un diverso significato, finendo con l'essere scritto coi caratteri che significano "luogo di eremitaggio".

Per approfondimenti rimando al lavoro di Miyazaki Kentaro, consultabile alla seguente pagina: 

lunedì 15 gennaio 2018

DA PERSECUTORI A PERSEGUITATI


LO SHOGUN TOKUGAWA IEYASU
E LA FINE DEL SECOLO CRISTIANO
DEL GIAPPONE

Nel XVI secolo il Giappone conobbe uno dei periodi più turbolenti della sua storia millenaria. L'Imperatore non aveva più alcun potere e il paese era teatro di sanguinose lotte tra i signori feudali, i Daimyō. Il feudalesimo giapponese era sorto da condizioni molto diverse da quelle che avevano portato all'analoga istituzione in Occidente, e aveva causato una frammentazione del potere. 

In questo scenario di devastazione e di lotte fratricide, il Cristianesimo approdò nel Paese del Sol Levante. Era il 1549 quando Francesco Saverio, braccio destro di Ignazio di Loyola, sbarcò nel porto di Kagoshima, nell'isola di Kyūshū. Se gli inizi furono difficili per i missionari gesuiti a causa della lingua, una volta consolidata la loro presenza il successo della nuova religione fu travolgente. Le conversioni si moltiplicavano anno dopo anno, e molti Daimyō abbracciarono la nuova fede. L'isola di Kyūshū cambiò al punto che la città di Nagasaki divenne quasi interamente cristiana. In una simile terra di conquista, diversi ordini religiosi si stabilirono dopo i Gesuiti, facendosi concorrenza in modo non sempre leale: ferveva l'attività di Domenicani, Francescani ed Agostiniani.


I mercanti spagnoli e portoghesi portarono ricchezza e persino traffico di schiavi. Ebbe inizio un'epoca di interscambi. Alcuni feudatari consideravano persino l'idea di impiantare ambasciate stabili in Spagna, in America Latina e a Roma. Grande era l'interesse per il Messico e il flusso di ricchezze che ne proveniva, e furono compiuti viaggi transoceanici. La situazione di tolleranza religiosa e di benessere non poteva però durare a lungo. La pretesa universalista del Cristianesimo dei missionari si scontrava con una mentalità tendenzialmente sincretista. Nel processo di evangelizzazione emersero gravi tensioni dovute non solo all'attrito tra gli ordini ecclesiastici e i locali monaci buddhisti e shintoisti, ma anche a episodi di coercizione. Diversi Daimyō convertiti alla nuova religione iniziarono a perseguitare i bonzi, e anche da parte del popolo in gran parte convertito non erano rare azioni violente. Molti cominciarono a diventare scettici notando le aspre rivalità tra i diversi ordini. 


È impossibile condensare i molteplici dettagli dei convulsi eventi di quei decenni, data la grande complessità della società giapponese dell'epoca e dei rapporti tra i vari clan aristocratici. L'adozione delle armi da fuoco aveva segnato un inasprimento dei conflitti, e finì col determinare l'emergere dei più potenti feudatari, che avviarono il processo di unificazione politica. Tre di loro rimasero: Oda Nobunaga, Hideyoshi Toyotomi e Tokugawa Ieyasu. Questi nobiluomini erano molto diversi per origine e carattere.

Oda Nobunaga era affascinato dalla cultura occidentale. Possedeva collezioni di armature, armi e opere d'arte importate dall'Europa con immenso dispendio e fu il primo giapponese a vestirsi come un europeo. Pur non convertendosi, favorì i Gesuiti, e durante il suo governo fu edificata la prima chiesa cattolica su suolo nipponico.

Alla sua morte gli succedette Hideyoshi Toyotomi, che non vedeva di buon occhio la fede dei missionari. Il clima diventò sempre più ostile ai Cristiani, al punto che ci furono le prime esecuzioni. Un cristiano di nobile origine, Paolo Miki, fu torturato e inchiodato sulla croce nel 1596 assieme a 25 suoi compagni giunti sul luogo dell'esecuzione stremati da trenta giorni di marcia ininterrotta. A tutti era stato amputato l'orecchio sinistro in segno d'infamia. Queste crocifissioni non ebbero l'effetto sperato, anzi crearono un sentito culto dei martiri. Sentendo prossima la fine, Hideyoshi nominò cinque reggenti, di cui uno era Tokugawa Ieyasu


Alla morte di Hideyoshi, nel 1598, divampò la guerra tra le fazioni capeggiate dei reggenti, finché il clan Tokugawa acquisì sempre più potere. Nel 1600 Ieyasu vinse la battaglia di Sekigahara, abbatté ogni oppositore e tre anni più tardi gli venne concesso il titolo di Shogun. Il nuovo padrone del Giappone aveva sessant'anni e passò il resto della sua vita a creare e a consolidare una nuova struttura statale che da lui prese il nome di Shogunato Tokugawa. Spostò la capitale da Kyoto a Edo, l'attuale Tokyo. Le riforme sociali iniziate dal predecessore furono portate a compimento: fu sancita una rigida separazione in classi, con permesso ai soli samurai di portare armi.

Tokugawa Ieyasu era una sintesi di tutte le doti che fanno un condottiero eccezionale. Ardimento e prudenza, qualità la cui coesistenza può sembrare paradossale, in lui si fondevano. Partecipò a ben novanta battaglie e riuscì ad assicurare al Giappone istituzioni stabili e un periodo di più di duecento anni di pace.

Oltre all'intelligenza e all'istruzione, aveva una grande lungimiranza che gli permise di compiere scelte assennate nelle strategie e nella gestione dei giochi di alleanze. Conosceva la cultura e la storia europea, come provato dalle sue corrispondenze, ma salta agli occhi la differenza tra la sua lucidità e l'ingenuo ottimismo di Nobunaga. La percezione del pericolo in cui si trovava il Giappone divenne a un certo punto netta. Non dimentichiamoci comunque che proprio all'epoca in cui lo Shogunato Tokugawa veniva fondato, l'Europa era dilaniata da conflitti e vi imperversava l'Inquisizione.


Agnostico, Ieyasu pensava che nessuna religione dovesse interferire con il funzionamento dello Stato, e le guardava tutte con sospetto. Tollerava unicamente quelle che potevano essere usate come strumenti per assicurare il buon governo. All'inizio pensò che i nuovi venuti potessero contrastare lo strapotere di un clero buddhista decadente e corrotto, ma i gravi disordini fomentati dai preti e dai frati lo convinsero che il Cristianesimo fosse malvagio e assimilabile alla pazzia. Maturò anche la certezza che dietro l'evangelizzazione si nascondesse un complotto volto a gettare il Giappone in balia della Spagna e del Portogallo, riducendolo a una terra schiava e senz'anima come era accaduto alle Filippine e al Messico. Così scrisse: "La masnada cristiana è venuta nel Giappone non solo per mandarvi le sue navi da commercio a scambiare delle merci, ma anche per diffondervi una cattiva legge e sovvertire la retta dottrina, mirando a mutare il governo dello Stato per poter così prendere il possesso del Paese. È questo il seme di grandi discordie e deve essere distrutto". 

Alcuni storici ritengono che dietro il suo cambiamento si celassero elementi inglesi e olandesi, quindi protestanti, che lo avrebbero in un qualche modo influenzato mettendo in cattiva luce gli ecclesiastici cattolici. È tuttavia più probabile che il vero motore del cambiamento dei tempi fosse il dotto neo-confuciano Hayashi Razan, che odiava in modo feroce e irriducibile la religione cristiana. 

L'Editto del 1614 proibiva il Cristianesimo e decretava l'immediata espulsione di tutti i preti e i frati operanti su suolo giapponese. Stabiliva altresì la morte per tortura a chiunque non abiurasse la sua fede, europeo o nativo che fosse. Si parla poco dell'effetto che sortì questa legge nell'immediato, ma di certo moltissimi cristiani furono trucidati senza esitazione, bruciati sul rogo a fuoco lento, trafitti da canne, smembrati pezzo per pezzo. Ieyasu era ben consapevole di come il martirio fosse altamente considerato dai perseguitati, e di certo riteneva inefficienti i sistemi repressivi di Toyotomi, in quanto concedevano ai Cristiani quanto desideravano mutando ogni sconfitta in vittoria. Per questo motivo era indispensabile indurre a rinnegare Cristo con ogni mezzo concepibile, non importa quanto crudele.


I cadaveri non erano normalmente seppelliti, perché non doveva essere permessa l'esistenza di reliquie di sorta. Venivano invece fatti a pezzi e le membra interrate a grande distanza, oppure bruciati per far sì che le ceneri potessero essere disperse in mare. La motivazione ufficiale era sarcastica: "ridurre i rischi di resurrezione". Ogni pressione psicologica era coltivata con raffinata perversione, e cominciò il costume di costringere i sospetti a calpestare immagini sacre. In accordo con le rigide divisioni sociali, i nobili convertiti venivano trattati meglio dei popolani: potevano scegliere tra l'esilio e il seppuku. Moltissimi fuggirono nelle Filippine, dove loro lontani discendenti vivono ancora e sono chiamati Mestizos. L'unico vescovo del Giappone scomparve proprio nell'anno dell'Editto, e per questo nessuno poté più consacrare preti e frati.

Ieyasu morì due soli anni dopo, nel 1616, ma il potere passò al figlio Hitedata, ancor più determinato. A questi successe Iemitsu, che di certo era ritenuto dalla Chiesa di Roma un demone. Sotto il suo dominio, verso gli anni '30 del secolo, era operativa una vera e propria Inquisizione contro i Cristiani, che dovevano essere sterminati completamente senza distinzione di sesso, età o condizione sociale. Razan continuava la sua opera di ideologo dello Shogunato. Le torture avevano in breve raggiunto una perfezione tecnica che neppure nel XX secolo sarebbe stata superata. Getti d'acqua in velocità studiati per dilaniare lo stomaco e provocare riflussi di sangue dalla bocca e dal naso, strumenti acuminati di ferro per scavare sotto le unghie e i polpastrelli rendendo ogni attimo un inferno. In particolare era molto usato un supplizio chiamato ana-tsurushi, la tortura del pozzo. Il condannato veniva calato a testa in giù in un pozzo riempito per metà di escrementi e di altre sozzure. Era sospeso su una lurida superficie di sterco, orina, sputi, vomito, e con la testa lambiva il liquame. I miasmi lo soffocavano ma non lo facevano morire subito: i più resistenti potevano durare in quell'oscena agonia anche più di una settimana. Un piccolo taglio sulla fronte o dietro un orecchio gli faceva perdere il sangue goccia a goccia. I Domenicani, che erano particolarmente numerosi nella clandestinità, furono tutti intercettati dai Ninja e sparirono uno dopo l'altro nei pozzi fecali, il loro sangue disperso nelle cloache. Nel 1933 il Padre Provinciale dei Gesuiti Cristóvão Ferreira fu calato nel pozzo, e non si può certo definire eroico il suo comportamento: dopo neanche sei ore di supplizio abiurò. Collaborò attivamente con le autorità, tradendo molti dei suoi vecchi compagni e facendoli mandare a morte.


Nel 1637 scoppiò una rivolta nell'isola di Kyūshū, causata dall'eccessiva tassazione che gravava sui contadini. Essa raccolse il consenso di un gran numero di Cristiani, che in quei distretti erano ancora numerosi. I ribelli si asserragliarono nel castello di Shimabara sotto la guida di Masuda Shirō, che assunse il nome cristiano di Jerome. Per sedare l'insurrezione lo Shogunato consumò molte vite umane e risorse. Quando alla fine gli assedianti riuscirono a prevalere, constatarono che i ribelli avevano decapitato decine di statue buddhiste. Così li uccisero tutti decapitandoli, formando una collina con migliaia di teste recise. Le leggi anticristiane divennero ancora più severe e sistematiche, al punto che ogni giapponese doveva dimostrare di non appartenere al culto proibito calpestando un crocifisso una volta all'anno sotto gli occhi dei funzionari. Queste disposizioni vennero abolite soltanto nel 1873.

mercoledì 22 novembre 2017

UN'ISCRIZIONE GIAPPONESE SU UNA XILOGRAFIA DI HANS BALDUNG?


Hans Baldung, detto Grien, nacque a Schwäbisch Gmünd (Germania, Baden-Württemberg) nel 1485 circa e morì a Strasburgo nel 1545. Fu un allievo del fulvo Albrecht Dürer, ed egli stesso famoso pittore, disegnatore, incisore e xilografo. Proprio una xilografia ha attratto la mia attenzione per un dettaglio di non poco conto. Si tratta del Sabba delle streghe, che risale al 1510 ed è conservato al Germanisches Nationalmuseum di Norimberga. Se si guarda quest'opera con attenzione, noterà che una delle streghe nude ha tra le gambe un vaso su cui si vede chiaramente un'iscrizione enigmatica. Non è difficile riconoscerne i caratteri: si tratta della scrittura sillabica giapponese denominata katakana e di un ideogramma numerico. A quanto sembra, nessuno ci ha mai fatto caso.


Questo è un prospetto del sillabario katakana:


Questi sono i caratteri giapponesi usati per trascrivere i numeri:


Possiamo azzardarci a leggere l'iscrizione, completando alcuni tratti mancanti: 

ワ三スイエ

Traslitterazione:

...WA-SAN-SUI-E

WA significa IO in antico giapponese (potrebbe essere un arcaismo)
SAN significa TRE
SUI significa ACQUA ed è sinonimo di MIZU
Il tratto superiore del kana エ è insolitamente obliquo. Il segno ricorda molto un kana oggi obsoleto usato per trascrivere la sillaba YE, come sintesi dei segni delle due sillabe I e E. Tuttavia questo kana sintetico è stato introdotto all'inizio dell'Era Meiji, quindi dopo il 1868: il suo uso in un testo del XVI secolo sarebbe un anacronismo.

La forma SANSUI "tre acque" esiste ed è documentata.

Questa è la traduzione ipotetica del frammento: "... io le tre acque..."

Probabilmente dopo WA SAN SUI c'era un verbo. Qualcosa come "io le tre acque faccio scaturire" o qualcosa del genere. Il giapponese è una lingua SOV (soggetto-oggetto-verbo), quindi quanto affermo non è così peregrino.

Resta il fatto che prima di WA c'è un altro carattere, che non si legge. Potrebbe essere la parte finale di una parola, essendo l'iscrizione circolare. La stessa sillaba WA potrebbe essere la particella del soggetto, una specie di marca del nominativo, che in giapponese suona proprio in questo modo. Tutto ciò rende quasi impossibile cogliere il significato esatto dell'iscrizione originale. Non sono un esperto di lingua giapponese, ma credo che sia più probabile la prima ipotesi da me enunciata, con WA "io" e SAN "tre".

È curioso notare che i primi due caratteri del testo trascrivono foneticamente la parola WASAN, che significa "matematica" (etimologia da WA "giapponese" e SAN "computo"). Nell'uso comune la parola in questione si trascrive in ideogrammi (kanji) come 和算. Tuttavia questa interpretazione non è possibile e si può confutare con facilità, in quanto si sa per certo che WASAN è un termine coniato nell'Era Meiji, esattamente negli anni '70 del XIX secolo, per distinguere la matematica nativa da quella occidentale.  

Il punto è questo:

1) Non può trattarsi di una coincidenza: i caratteri sono chiaramente leggibili e non hanno la benché minima possibilità di somiglianza con qualsiasi cosa sia stata partorita in Occidente;
2) Nel 1510 non poteva essere presente in nessuna nazione europea alcuna nozione dell'esistenza del sillabario katakana e dei kanji dei numerali: fu soltanto nel 1542 che i primi navigatori portoghesi giunsero nell'arcipelago nipponico, e per molto tempo giunsero nel vecchio continente soltanto nozioni fumose sulla cultura isolana da poco scoperta. 

Come si spiega dunque il vaso dipinto da Baldung? Questi sono i veri misteri, non le baggianate dei complottisti!
Anche se i navigatori portoghesi giunsero in Giappone una trentina di anni dopo la creazione della xilografia di Baldung, è pur sempre vero che gli isolani intrattenevano da secoli rapporti con la Corea e con la Cina. Il vaso, venduto a un mercante cinese, potrebbe aver viaggiato verso Occidente giungendo infine in Germania, dove lo stesso Baldung deve averlo visto con i propri occhi e riprodotto. Se l'iscrizione è stata riportata a memoria, questo può spiegare l'esecuzione difettosa dei caratteri, con lievi distorsioni e tratti mancanti.

giovedì 26 gennaio 2017


ROGUE ONE

Titolo originale: Rogue One: A Star Wars Story
Lingua originale: Inglese
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 2016
Durata: 133 minuti 
Colore: colore
Audio: sonoro
Rapporto: 2.35:1
Genere: Fantascienza, azione
Regia: Gareth Edwards
Soggetto: John Knoll, Gary Whitta
Sceneggiatura: Chris Weitz, Tony Gilroy
Produttore: Kathleen Kennedy, Allison Shearmur,
    Simon Emanuel
Produttore esecutivo: John Knoll, Jason D.
    McGatlin
Casa di produzione: Lucasfilm
Distribuzione (Italia): Walt Disney Studios Motion
    Pictures
Fotografia: Greig Fraser
Montaggio: Jabez Olssen, John Gilroy, Colin
    Goudie
Effetti speciali: Neil Corbould, John Knoll
Musiche: Michael Giacchino
Scenografia: Doug Chiang, Neil Lamont
Interpreti e personaggi   
    Felicity Jones: Jyn Erso
    Diego Luna: Cassian Andor
    Ben Mendelsohn: Orson Krennic
    Donnie Yen: Chirrut Îmwe
    Mads Mikkelsen: Galen Erso
    Alan Tudyk: K-2SO
    Riz Ahmed: Bodhi Rook
    Jiang Wen: Baze Malbus
    Forest Whitaker: Saw Gerrera
Doppiatori italiani   
    Valentina Favazza: Jyn Erso
    Francesco Venditti: Cassian Andor
    Stefano Benassi: Orson Krennic
    Enrico Pallini: Chirrut Îmwe
    Davide Marzi: Galen Erso
    Christian Iansante: K-2SO
    Emiliano Coltorti: Bodhi Rook
    Dario Oppido: Baze Malbus
    Roberto Stocchi: Saw Gerrera 

Trama:
Siamo in un'epoca che precede di poco i fatti del primo Guerre Stellari, l'Episodio IV. Galen Erso è uno scienziato che,
dopo aver collaborato per anni con l'Impero Galattico, si è ritirato su Lah'mu, un umido pianeta sperduto e situato come tanti altri nel famigerato ano della Galassia. Vive isolato in quella desolazione nebbiosa assieme alla moglie Lyra e alla figlia Jyn Erso, facendo l'agricoltore. L'Impero riesce comunque a localizzarlo. Accade così che un giorno l'esule riceve la visita del Direttore Imperiale Orson Krennic e dei suoi uomini, che lo vogliono per completare la progettazione della Morte Nera. Dopo qualche tentativo di convincere Galen Erso con le buone a seguirlo, Krennic passa alle maniere forti. Lo scienziato viene catturato, sua moglie finisce uccisa in uno scontro a fuoco, mentre Jyn riesce a fuggire. La bambina si nasconde in una buca, da cui viene tratta dal ribelle Saw Gerrera. Dopo quindici anni, Galen convince il pilota imperiale rinnegato Bodhi Rook a raggiungere l'Alleanza Ribelle e a consegnare un messaggio per rendere nota l'esistenza della nuova arma di distruzione planetaria. Qualcosa va storto e il messaggero cade nelle mani della fazione estremista capeggiata da Gerrera. Jyn langue in un campo di prigionia imperiale su un pianeta fangoso. I ribelli la fanno evadere per cercare di risalire a Galen Erso e ucciderlo, impedendogli di portare a termine la costruzione della Morte Nera. Assieme al droide K-2SO e all'ufficiale ribelle Cassian, la ragazza raggiunge il pianeta desertico Jedha, quasi una copia di Tatooine, per incontrare Gerrera. Questi le mostra il messaggio avuto da Rook. Nello scritto il progettista rivela di aver messo scientemente un punto debole nella Morte Nera in modo tale da renderne possibile l'annientamento (curiosamente l'errore lo si ritroverà tal quale nella seconda Morte Nera e nella stazione Starkiller). Nel frattempo il Governatore Tarkin si mostra scettico riguardo a questo progetto, così Krennic per convincerlo sperimenta la potenza di fuoco della Morte Nera sulla città di Jedha City, distruggendola. Si scatena l'inferno e Gerrera rimane ucciso in un crollo. Rook, Jyn e il monaco cieco Chirrut Îmwe fuggono sul pianeta Eadu, dove Galen è costretto a servire in un centro di ricerca dell'Impero. Mentre lo scienziato rivela al Direttore Krennic di aver tradito l'Impero, provocando la rappresaglia, i ribelli assaltano il centro di ricerca. Galen Erso rimane ucciso. Jyn sa che i file del progetto della More Nera si trovano nell'immenso database imperiale sul pianeta Scarif, così spinge affinché l'Alleanza Ribelle organizzi una spedizione per sottrarli. La maggior parte del comando dell'Alleanza respinge la proposta sia perché ritiene che la ragazza parli senza prove concrete, sia perché si cagano tutti in mano per la paura alla sola idea di una simile impresa. A questo punto Jyn Erso decide di raccogliere un gruppo di volontari e di compiere ugualmente l'impresa, eludendo la sorveglianza. Ecco che nasce il nome in codice Rogue One, che designa il gruppo clandestino. Su Scarif inizia l'operazione. Jyn, Cassian e K-2SO riescono a infiltrarsi e a sottrarre i piani, coperti dai ribelli che compiono azioni d'attacco per sviare l'attenzione delle truppe imperiali. Quando l'Alleanza Ribelle viene a sapere cosa sta accadendo, coloro che si erano mostrati codardi serrano le chiappe spingendosi dentro gli stronzi: ripreso coraggio decidono di andare su Scarif ad aiutare Jyn e i suoi. Il Grand Moff Tarkin perde la pazienza e ordina di raggiungere Scarif con la Morte Nera, allo scopo di annientare il centro informatico del pianeta. Jyn e i suoi moriranno come martiri, riuscendo però a inviare i piani della Morte Nera alla nave di comando dell'Alleanza Ribelle. Darth Vader a questo punto guida una spedizione per assaltare la nave che ha captato i piani. Tuttavia questi vengono trasmessi alla Principessa Leia Organa, il cui volto si dipinge di gioia, ignara del fatto che il Signore Nero dei Sith è già sulle sue tracce.

Recensione:  
Un film decisamente migliore di Star Wars: Il Risveglio della Forza, nonostante tutti i suoi limiti. Tecnicamente è uno spin-off, inteso come primo film della serie Anthology, formata da una serie di episodi tra loro indipendenti e ambientati in vari periodi dell'arco temporale della Storia Galattica descritto dalla Saga di Guerre Stellari. Non mi dispiace affatto, nonostante la mia mente forse troppo critica non esiti a riscontrarvi numerose imperfezioni.

Etimologia di Jedha

Anche se il nome Jedha rimanda chiaramente per assonanza alla città saudita di Jedda - ed è possibile che il toponimo mediorientale l'abbia davvero ispirato - è chiaro che la sua origine deve essere la stessa radice del termine Jedi. Possiamo pensare che significhi "Luogo dei Jedi". Sulla capitale del pianeta si trovava infatti un grande tempio della setta Jedi degli Whill, rinomato a livello galattico e ritenuto di capitale importanza. Per inciso, le Cronache degli Whill sono menzionate nel libro Guerre Stellari, tratto dall'Episodio IV e scritto dallo stesso George Lucas. Per quanto riguarda l'etimologia di Jedi, siamo ben lungi dall'averla individuata con sicurezza. Appartiene a uno strato di parole antiche, come Sith, Darth, Padawan, midichlorian, Moff e via discorrendo. Mentre l'etimologia di Sith è stata chiarita - la parola nell'antica lingua di Ziost e di Korriban significa "supremo", "divino", "perfetto" - l'origine di Jedi è ancora avvolta nel mistero. A questo proposito si possono avanzare due ipotesi: 

1) George Lucas avrebbe adattato il vocabolo giapponese jidaigeki (時代劇), che indica un genere di dramma teatrale, cinematografico o televisivo dedicato alle gesta dei Samurai. Si tratta di una parola composta, formata a partire da geki "dramma" e da jidai "età". In un'occasione il regista avrebbe dichiarato di aver dato vita ai Cavalieri Jedi e al loro peculiare modo di intendere la realtà ispirandosi alla dottrina di una setta buddhista Zen del Giappone.
2) George Lucas avrebbe tratto ispirazione dal Ciclo di Barsoom di Edgar Rice Burroughs (da non confondersi col tossicomane William Seward Burroughs, autore tra le altre cose di Checca). Nella conlang barsoomiana o marziana si trovano i vocaboli Jed "Re" e Jeddak "Imperatore". Tra l'altro, lo stesso Lucas progettava di trasporre in un film i romanzi di E.R. Burroughs su Barsoom, di cui era grande estimatore. 

Personalmente propenderei per la seconda ipotesi, pur essendo la semantica tutt'altro che soddisfacente. Quello che appare lampante è che in Jedha deve essere presente un suffisso -ha di valore locativo, anche se non sono riuscito a trovare altri esempi della sua applicazione.

Etimologia di Rogue 

George Lucas immagina che il genere umano abbia colonizzato nell'arco di molti millenni la galassia lontana in cui si svolge la Saga, portando con sé la lingua inglese. Con passar del tempo da questo inglese colloquiale si sarebbe formata la lingua franca detta Basic, che avrebbe assorbito strati di vocaboli non umani, pur conservando un nucleo di parole di origine remota e terrestre. Per questo motivo il nome di Luke Skywalker è formato a partire da quello dell'Apostolo Luca e da un composto che significa "Camminatore del Cielo". Quello che Lucas non è mai riuscio a capire è l'estrema evolutività della lingua inglese, testimoniata dall'abisso che separa i versi del Beowulf da quelli di Bob Dylan. Così si postula che numerosi monosillabi siano articolati dai Jedi e dagli Imperiali secondo la pronuncia attuale. Tra questi vocaboli c'è anche quello che dà origine al titolo del film. Il termine inglese rogue /roʊ̯g/ è glossato come "idle vagrant" e si può tradurre in italiano con "vagabondo". Di certo deriva dall'inglese gergale roger, pronunciato /'roʊ̯gə/ con la consonante /g/ occlusiva ("dura") e usato per indicare un accattone, un uomo che si finge povero per estorcere ai passanti l'elemosina. In ultima istanza le sue radici affondano nel verbo latino rogare "richiedere". Si deve in ogni caso menzionare il fatto che rogue in inglese ha anche diversi altri significati, come "imprevedibile", "solitario" (detto di animali, specie dell'elefante), "ingannevole", "disruttivo" (detto di onde). In francese esiste rogue "arrogante" (antico rogre), che è un prestito dal norreno hrokr "esuberanza, eccesso". Anche se non ha la stessa origine dell'inglese rogue nel senso di "vagabondo", è ben possibile che sia il giusto etimo della stessa parola in altre sue accezioni, specialmente in riferimento a onde anomale o ad animali solitari ed aggressivi. È stata avanzata l'ipotesi di un'origine della parola inglese dal bretone rog "altezzoso", ma questo è impossibile, dato che la parola bretone è un presito dal francese importato dai Normanni e non una parola celtica genuina. L'italiano arrogante ha la stessa origine del rogue che stiamo trattando: è un dottismo derivato dal latino arrogare (< ad- + rogare). Il famoso Rugantino di Roma ne è una variante, formata da un precedente *Arrogantino, cfr. ruganza "arroganza". Queste sono le meraviglie della filologia: dimostrare che Rogue One e Rugantino hanno qualcosa in comune. 

Un portento artificiale

Più ci penso e più giungo alla conclusione che l'attimo in cui la Morte Nera eclissa il sole di Jedha è genio assoluto. Possiamo dire che è anche un Gedanken, ossia un esperimento concettuale: un caso di portento funesto artificiale, interamente di produzione umana. C'è qualcosa di sinistro e di sommamente inquietante. Se l'eclisse di sole porta disgrazia quando è naturale, che dire di un eclisse di sole che è stato prodotto artificialmente da una Stella della Morte costruita dall'uomo? Tutto l'orrore del futuro incalzante è implicito nell'umana macchinazione, cosa che finora non è mai stata davvero vista. 

Tentativi di adattamento tecnologico

Quando iniziò la Saga di Guerre Stellari, nel lontano '77, si aveva un'idea molto limitata della tecnologia futuribile. Soprattutto non si concepivano i prodigiosi sviluppi dell'informatica sul finire del XX secolo e agli inizi del XXI. Il concetto stesso di Internet era tanto fantascientifico da essere al di fuori della portata anche per le menti più sognatrici. Gli stessi artefici delle reti militari e universitarie degli anni '70, da cui sarebbe nato il World Wide Web, non avevano il benché minimo sentore degli sviluppi che sarebbero seguiti. Così Star Wars è nato con una tecnologia assolutamente rozza, spesso nella totale ignoranza delle leggi della Fisica. Con Rogue One, a distanza di tanto tempo, si è sentita la necessità di colmare il gap tecnologico tra la Saga e il nostro mondo, introducendo ad esempio il concetto di file. La Principessa Leia Organa riceve dei file con i piani della Morte Nera, tratti da un archivio informatico. Nel '77 invece la nobildonna alderaaniana riceveva schede perforate che subito nascondeva in quel barattolo arrugginito conosciuto come R2-D2 alias Ci-Uno Pinotto. Ora facciamo un esperimento. Guardiamo Rogue One e subito dopo l'Episodio IV che è il suo naturale seguito. Sostenere il confronto è impossibile. Assisteremmo al prodigio dei file che si trasformano per incanto in manufatti preistorici. Vedremmo la tecnologia fare passi da gigante all'indietro, come un gambero. Persino l'azione indiavolata di Rogue One diventerebbe calma quasi piatta. Posso garantire che non riusciremmo a reggere il contrasto stridente tra due mondi che non si saldano.      

Un'assurdità sesquipedale

I due droidi C-3PO (ex D-3BO) e R2-D2 (ex C1-P8) compaiono in una scena lampo sulla luna selvosa di Yavin. Il robot dorato strilla come una femminuccia, in preda a un'angoscia isterica: "SCARRI?! VANNO SU SCARRI?!" Nemmeno Scarif riesce a dire in modo corretto. Il nome del pianeta diventa SCARRI. Un'apparizione estemporanea quanto molesta: mi è bastata la vocina stridula di quell'arga di latta per guastarmi l'umore. Ora, la presenza degli osceni barattoli in quel contesto non ha assolutamente senso. I due ammassi di ferraglia appartenevano al seguito della Principessa Leia, la cui nave fu abbordata da Darth Vader nei pressi di Tatooine. Infatti i due robot, che nemmeno si conoscevano, riuscivano a lanciarsi in una capsula e a mettersi in salvo sul pianeta desertico ruotante attorno a una stella doppia. Al mercato dei droidi, in seguito l'omuncolo dorato dirà di aver già lavorato in passato col la lattina blu e grigia, ma la sua è da intendersi come una grossolana menzogna per convincere lo zio di Luke a non separare la coppia. Gli stupidissimi archeorobot, dopo lunghe peripezie, arrivavano sul quarto satellite di Yavin una volta liberata Leia dalla sua prigione nella Morte Nera. Non ci erano mai stati prima. Siccome la Battaglia di Scarif è avvenuta prima della distruzione della Morte Nera, e siccome la nave di Leia ha ricevuto i piani della Morte Nera solo alla fine del film Rogue One, come diamine facevano a essere alla base della Resistenza sulla luna di Yavin? Impossibile. Non basta: la comparsa di C-3PO e di R2-D2 negli episodi I, II e III della saga è un'assurdità escogitata per far contente le macchinette smerdanti chiamate "bambini" e tenerle buone durante le proiezioni. Per me vale, come se fosse stata pronunciata nella lingua dei miei Padri, la frase di Obi Wan Kenobi pronunciata alla vista del pigolante congegno cilindrico: "Veramente non ricordo di aver mai posseduto un droide". Quando ho sottoposto la questione ad alcuni fan di Star Wars, ho provocato in loro reazioni isteriche. Uno di loro, virile come una vagina, si è messo a strillare che i droidi appartenevano a Bail Organa e che per questo erano su Yavin 4, inviperito come se fosse stato testimone reale di fatti che, forse si dimenticava di comprendere, sono puramente immaginari.

Un difetto irritante  

Nella trama sono inserite alcune sequenze il cui intento è quello di dare spiegazione di fatti a noi ben noti occorsi in altri film. Ad esempio, proprio mentre la distruzione di Jedha City incombe e tra le sue vie si scatena il pandemonio, in mezzo alla folla eterogenea compare un individuo odiosissimo che abbiamo già visto nel primo Guerre Stellari, quello del '77: si tratta di un disgustoso e sudicio omiciattolo che sembra avere uno scroto penzolante al posto del naso. Si tratta del ribaldo che nel bar di Mos Eisley si vantava di essere stato condannato a morte su dodici sistemi diversi. Secondo alcuni commentatori con lui c'era anche un trichecoide già visto su Tatooine, ma non deve essere rimasto impresso nella mia retina e non lo rammento. Questa tecnica, a cui è dato il nome di cameo, a mio avviso è nociva e dovrebbe essere abolita. Inserendo un cameo, gli artefici del film vogliono far passare lo spettatore per un idiota e introducono fastidiose discontinuità nella narrazione, dal momento che c'è qualcosa di subliminale e di intrusivo in queste sequenze informative aggiunte in modo fulmineo quando uno meno se le aspetta. Torniamo ora al criminale sporchissimo dal naso a forma di scroto e al suo compare con la faccia che sembra un deretano. Che ci facevano su Jedha? Come hanno fatto a fuggire su Tatooine, dove Luke e Obi-Wan li ritroveranno un po' di tempo dopo? Ricordiamoci che il pianeta era sotto occupazione imperiale e supersorvegliato. Sarebbe come pensare di vedere El Chapo farsi una pizza proprio sotto gli occhi della Polizia di Stato americana a due passi dalla frontiera.  

Star Wars e le sue infinite contraddizioni 

Abbiamo visto nell'Episodio II - L'attacco dei cloni, che i piani della Morte Nera appartenevano al Conte Dooku, il separatista galattico ispirato alla figura di Umberto Bossi. Già, rammento bene quegli eventi: il Conte Dooku alias Bossi Galattico, interpretato da un superbo e tenebroso Christopher Lee (già Saruman), aveva ricevuto i progetti dell'esiziale pianeta artificiale su Geonosis, un mondo desertico abitato da creature da incubo simili a pterodattili umanoidi, i cui consessi parevano strepitar di diavoli a Malebolge. Si deduce quindi che il progetto della Morte Nera antecedeva di molto l'Impero, situandosi ai tempi della Vecchia Repubblica sull'orlo della guerra civile. Del fantomatico progettista Galen Erso non si fa menzione da nessuna parte. Come conciliare queste due versioni contraddittorie della nascita della Morte Nera? Semplice: non è possibile. Quando si deve gestire un'immensa mole di informazioni e di creazioni scaturite dalla fantasia di un gran numero di ideatori, non si può pretendere coerenza alcuna. Le inconsistenze si moltiplicano col passare degli anni, arrivando a pullulare e a brulicare come larve in una carcassa. Ogni illusione di controllo è vana. Più si cerca di capire qualcosa, più si sprofonda senza rimedio in un sogno confusionario privo di qualsiasi logica consequenziale. Le cose sono anche peggiorate da quando Lucas e i suoi prestanome hanno cominciato a manifestare segni evidenti di autorazzismo.

domenica 18 dicembre 2016

IL NORRENO ALTO: UNA VARIANTE ARCAIZZANTE DELLA LINGUA ISLANDESE ALTA


A partire dalla Lingua Islandese Alta è possibile costruire facilmente una nuova conlang davvero singolare e sorprendente: il Norreno Alto. È sufficiente restaurare in toto l'ortografia antica e la pronuncia originale norrena per ogni parola della Háfrónska! Non è difficile. Vediamo di procedere con ordine.

Nel corso dei secoli, in Islanda è avvenuta una rotazione consonantica che ha portato /b/, /d/, /g/ a diventare /p/, /t/, /k/, producendo al contempo l'aspirazione degli originali /p/, /t/, /k/ in /ph/, /th/, /kh/ (tranne che in alcuni contesti, come nei nessi /sp/, /st/, /sk/). Si sono verificati alcuni fenomeni di palatalizzazione. Le vocali lunghe sono quasi tutte diventate dittonghi e si sono formate nuove vocali lunghe a partire da quelle brevi: così da /a:/ si è sviluppato il dittongo /au/; da /o:/ si è sviluppato il dittongo /ou/; da /e:/ si è sviluppato il dittongo ascendente /jɛ(:)/. Le vocali lunghe ǿ /œ:/ e ǽ /ɛ:/ si sono confuse e si sono dittongate in /ai/. Il dittongo originale /au/ è diventato /øɪ/. La rotica /r/ finale di parola preceduta da consonante ha sviluppato una vocale /ʏ/. Diverse vocali hanno subìto cambiamenti nella qualità: la vocale bemollizzata /y(:)/ è diventata /ɪ(:)/, mentre /u/ è diventata la vocale bemollizzata /ʏ/.

Per dare un'idea dei mutamenti in questione riporto una serie di confronti tra la pronuncia antica e quella moderna:

fara /'fara/ "andare" > fara /'fa:ra/
nafn /navn/ "nome" > nafn /na:pn/
ek /ɛk/ "io" > ég /jɛ:γ/
skips /skips/ "della nave"
> skips /skɪfs/
vinr /winr/ "amico"
 > vinur /'vɪ:nʏr/
lopt /loϕt/ "aria" > loft /lɔft/
upp /upp/ "su" > upp /ʏhp/

sjálfr /sja:lvr/ "sé" > siálfur /'sjaulvʏr/
kné /kne:/ "ginocchio" > hné /n̥jɛ:/
vín /wi:n/ "vino"
 > vín /vi:n/
fótr /fo:tr/ "piede"
> fótur /'fouthʏr/
fǿtr /fœ:tr/ "piedi" > fætur /'faithʏr/

haukr /haukr/ "falco" > haukur /'høɪkhʏr/
einn /einn/ "uno"
einn /eitn/
ey /ey/ "isola" > ey /ei/ 

kapp /kapp/ "contesa" > kapp /khahp/ "zelo"
kenna /'kɛnna/ "insegnare"
> kenna /'kjhɛnna/ 
gabb /gabb/ "imbroglio" > gabb /kapp/

piltr /piltr/ "ragazzo"piltur /'phɪlthʏr/
bað /bað/ "bagno"
 > bað /pa:ð/

tveir /tweir/ "due" (m.)tveir /thveir/
dagr /daγr/ "giorno"
 > dagur /'ta:γyr/ 
detta /'dɛtta/ "cadere" > detta /'tɛhta/ 
standa /'standa/ "stare in piedi" > standa /'stanta/

Forse Braekmans non si è posto la questione, essendo più che altro interessato alle lingue moderne. Io penso di andare ben oltre. Cosa accadrebbe se riportassimo indietro le lancette della Storia? Per fissare le idee, cominciamo con un semplice esempio. La parola blandlauf per dire "lattuga", con la fonetica in uso in Islanda nel nostro tempo suona /'plantløɪv/. Orbene, ai tempi delle saghe sarebbe invece suonata /'blandlauv/. Possiamo dunque elencare una serie di lemmi nelle due varianti (solo in pochi casi la pronuncia sarà identica).

Háfrónska: Alhirðir /'alhɪrðɪr/ "Papa"
Norreno Alto: Alhirðir /'alhirðir/
   norreno al- "grande, tutto", hirðir "pastore":
lett. "Grande Pastore". Pur essendo i sostenitori della Lingua Alta quasi tutti pagani e pur essendo il Presidente Pétur Thorsteinsson un pastore luterano, non nasconderò che questa kenning mi pare venata di ideologia papista. Forse è il belga Braekmans che aderisce al Papismo.

Háfrónska: Austurheimur /'øɪstʏrheimʏr/ "Asia"
Norreno Alto: Austrheimr /'austrheimr/
    norreno austr "oriente", heimr "paese":
lett. "Paese dell'Oriente".

Háfrónska: árbækur /'aurpaikhʏr/ "annali"
Norreno Alto: árbǿkr /'a:rbœ:kr/
    norreno ár "anno", bǿkr "libri":
lett. "libri degli anni".

Háfrónska: ástblóm /'austploum/ "rosa"
Norreno Alto: ástblómi /'a:stblo:mi/
   norreno ást "amore", blómi "fiore" (m.)
In islandese moderno bl
óm "fiore" è neutro, nella lingua antica esisteva la forma maschile blómi.

Háfrónska: Bauni /'pøɪnɪ/ "Fabiano"
Norreno Alto: Bauni /'bauni/
    norreno baun "fagiolo, fava":
L'antroponimo è formato a partire dall'etimologia latina. Ne consegue che per tradurre Fabiana si deve usare Bauna.

Háfrónska: bjarnapi /'pjartnaphɪ/ "gorilla"
Norreno Alto: bjarnapi /'bjarnapi/
   norreno bjorn "orso", api "scimmia":
lett. "scimmia-orso".

Háfrónska: dauðaduft /'tøɪðatʏft/ "DDT"
Norreno Alto: dauðadupt /'dauðaduϕt/
   norreno dauði "morte", dupt "polvere":
lett. "Polvere della Morte"

Háfrónska: draumdropar /'trøɪmtrɔ:phar/ "laudano"
Norreno Alto: draumdropar /'draumdropar/
   norreno draumr "sogno", dropar "gocce":
lett. "gocce dei sogni".

Háfrónska: Eirfjöll /'eirfjœtl/ "le Ande"
Norreno Alto: Eirfjǫll /'eirfjɔll/
     norreno eir "rame", fjǫll "montagne" (fjall "montagna"):
lett. "Montagne del Rame", per via della falsa etimologia dal Quechua anta "rame". In realtà l'oronimo deriva dal Quechua anti "oriente".

Háfrónska: erlingsköttur /'ɛrtliŋkskhœhtʏr/
    "ocelot"
Norreno Alto: erlingskǫttr /'ɛrliŋgskɔttr/
   norreno erlingr "discendente di un conte", kǫttr "gatto":
lett. "gatto del piccolo conte". La kenning nasce dall'assunzione che l'ocelot stia al giaguaro come il conte al Re. Si noterà che il termine ocelot è derivato dal Nahuatl ocēlōtl /u'se:lu:tl/, che indica il giaguaro.

Háfrónska: Fjaðranaðra /'fjaðranaðra/
     "Quetzalcoatl"
Norreno Alto: Fjaðranaðra /'fjaðranaðra/
   norreno fjǫðr "piuma", naðra "serpente":
lett. "Serpente Piumato". Il teonimo Nahuatl significa "Serpente-Quetzal": quetzalli /ke'tsalli/ indica un uccello dalle piume preziose.

Háfrónska: fjörvatn /'fjœrvatn/ "acquavite"
Norreno Alto: fjǫrvatn /'fjɔrwatn/
     norreno fjor "vita", vatn "acqua":
lett. "acqua della vita". Un chiaro calco.

Háfrónska: frónberg /'frounperx/ "basalto"
Norreno Alto: frónberg /'fro:nberγ/
   norreno Frón "Islanda", berg "roccia":
lett. "roccia d'Islanda".    

Háfrónska: Glæpanet /'klaiphanɛth/ "Cosa Nostra,
     mafia"
Norreno Alto: glǿpanet /'glœ:panɛt/
   norreno glǿpr "crimine", net "rete":
lett. "Rete del Crimine"

Háónska: glæpaþegn /'klaiphaθɛγn/ "mafioso"
Norreno Alto: glǿpaþegn /'glœ:paθɛγn/
   norreno glǿpr "crimine", þegn "uomo (libero)":
lett. "uomo del crimine".

Háfrónska: gramdýr /'kramti:r/ "leone"
Norreno Alto: gramdýr /'gramdy:r/
    norreno gramr "feroce", dýr "bestia":
lett. "bestia feroce".

Háfrónska: Guðsteinn /'kvʏθsteitn/ "Pietro"
Norreno Alto: Guðsteinn /'guθsteinn/
   norreno Guð "Dio", steinn "pietra":
Lett. "Pietra di Dio"

Háfrónska: gullúlfur /'kʏtlu:lvʏr/ "sciacallo"
Norreno Alto: gullúlfr /'gullu:lvr/
   norreno gull "oro", úlfr "lupo":
lett. "lupo d'oro". Detto così per via del colore dorato del pelo. 

Háfrónska: Gyðingaguð /'kjɪðɪŋkakvʏð/ "Geova,
     Jahveh"
Norreno Alto: Gyðingaguð /'gyðiŋgaguð/
   norreno gyðingar "ebrei", Guð "Dio":
lett. "Dio degli Ebrei". Un termine che rappresenta il punto di vista del paganesimo, del tutto privo di connessioni con la lingua ebraica.  

Háfrónska: hábróðir /'hauprouðir/ "abate"
Norreno Alto: hábróðir /'ha:bro:ðir/
   norreno hár "alto", bróðir "fratello":
lett. "alto fratello". 

Háfrónska: hákóngur /'haukhouŋkʏr/ "Imperatore"
Norreno Alto: hákonungr /'ha:konuŋgr/
   norreno hár "alto", konungr "re":
lett.
"Alto Re".

Háfrónska: heljardís /'hɛljarti:s/ "demone femmina,
     diavolessa"
Norreno Alto: heljardís /'hɛljardi:s/
   norreno Hel "Inferno", dís "dea"
lett. "Dea dell'Inferno"

Háfrónska: Hinn Frelsandi /hɪtn 'frɛlsantɪ/
     "Il Messia"
Norreno Alto : Hinn Frelsandi /hinn 'frɛlsandi/
   norreno frelsa "liberare":
lett. "Il Liberatore". Termine autarchico, non corrisponde all'originale parola ebraica, che significa invece "Unto"

Háfrónska: hirðisþjónn /'hɪrðɪsθjoutn/ "diacono"
Norreno Alto: hirðisþjónn /'hirðisθjo:nn/
   norreno hirðir "pastore", þjónn "servo":
lett. "servo del pastore"

Háfrónska: Hlautgarður /'l̥øɪthkarðʏr/ 
     "Teotihuacan"
Norreno Alto: Hlautgarðr /'l̥autgarðr/
   norreno hlaut "sangue sacrificale", garðr "fortezza; corte":
lett. "Città del Sangue Sacrificale". Si noterà che il toponimo non è la traduzione letterale dal Nahuatl Teōtīhuacān /teu:ti:'waka:n/ "Luogo dove si diventa Dei". Era una città dei Toltechi, che non offrivano sacrifici umani.

Háfrónska: Hlautverjar /l̥øɪthvɛrjar/ "Aztechi"
Norreno Alto: Hlautverjar /l̥autwɛrjar/
   norreno hlaut "sangue sacrificale", -verjar "uomini":
lett. "Uomini del Sangue Sacrificale". La lingua Nahuatl o azteca è chiamata hlautverska. Termine autarchico, che non corrisponde alla traduzione di nāhuatl /'na:watl/ "il giusto suono"

Háfrónska: hleifvörður /'l̥eivvœrðyr/ "Lord"
Norreno Alto: hleifvǫrðr /l̥eivwɔrðr/
   lett. hleifr "pagnotta", vǫrðr "guardiano":
lett. "Guardiano del Pane". È un calco dall'anglosassone hlāfweard "guardiano del pane", che è l'origine della parola inglese moderna. 

Háfrónska: Hórsalir /'hoursa:lɪr/ "Babilonia"
Norreno Alto: Hórsalir /'ho:rsalir/
     norreno hóra "prostituta", salir "dimore":
lett. "Dimore delle Prostitute". Si noterà che rima con Jórsalir "Gerusalemme".

Háfrónska: hræfugl /'r̥aifʏγl/ "avvoltoio"
Norreno Alto: hrǽfugl /'r̥ɛ:fuγl/
    norreno hrǽ "cadavere", fugl "uccello"
lett. "uccello dei cadaveri". Un'antica kenning che indicava il corvo sul campo di battaglia. 

Háfrónska: hræúlfur /'r̥aiu:lvyr/ "iena"
Norreno Alto: hrǽúlfr /'r̥ɛ:u:lvr/
    norreno hrǽ "cadavere", úlfr "lupo"
lett. "lupo dei cadaveri". Un'antica kenning, anche se non si riferiva all'animale africano.

Háfrónska: Hvíthettungar /khvi:thɛhtyŋkar/
     "Ku Klux Klan"
Norreno Alto: Hvíthettungar /'ʍi:thɛttuŋgar/
   norreno hvi/tr "bianco", hettungar "cappucci":
lett. "Cappucci Bianchi". Non traduce il nome della setta, formato dall'alterazione bizzarra del greco kyklos "cerchio".

Háfrónska: Illandi /'ɪtlantɪ/ "Ahriman"
Norreno Alto: Illandi /'illandi/
    norreno illr "cattivo", andi "spirito":
lett. "Spirito Maligno".

Háfrónska: jarpapi /'jarphaphɪ/ "orango"
Norreno Alto: jarpapi /'jarpapi/
   norreno jarpr "bruno, rossiccio", api "scimmia":
lett. "scimmia bruna". Un termine molto autarchico, che non traduce l'originale malese orang utan "uomo della foresta".

Háfrónska: Jóvaldur /'jouvaltʏr/ "Ippocrate"
Norreno Alto: Jóvaldr /'jo:valdr/
   norreno jór "cavallo" (poet.), -valdr "dominatore":
lett. "Dominatore di Cavalli". È la traduzione del greco Hippokratēs.

Háfrónska: Jóvaldseiðurinn /'jouvaltseiðʏrɪtn/
     "Giuramento di Ippocrate"
Norreno Alto: Jóvaldseiðrinn /'jouvaldseiðrinn/
   norreno jór "cavallo" (poet.), -valdr "dominatore", eiðr "giuramento":
lett. "Giuramento del Dominatore di Cavalli".

Háfrónska: Karl hinn Rauði /'khartl (h)ɪtn 'røɪðɪ/
      "Karl Marx"
Norreno Alto: Karl hinn Rauði /'karl hinn 'rauði/
   norreno Karl "Carlo", rauðr "rosso":
lett. "Carlo il Rosso". Un vichingo che udisse questo nome potrebbe credere soltanto che si riferisca a un uomo con i capelli rossi. 

Háfrónska: Langbarðagráðaostur
        /'lauŋkparðakrauðaɔstʏr/
"gorgonzola"
Norreno Alto: Langbarðagráðaostr
        /'laŋgbarðagra:ðaostr/

   norreno Langbarðar "Longobardi", gráði "zaffiro", ostr "formaggio":
lett. "formaggio blu dei Longobardi". Il colore delle muffe è paragonato a quello dello zaffiro. 

Hafrónska: Ljósberi /'ljouspɛri/ "Lucifero"
Norreno Alto: Ljósberi /'ljo:sbɛri/
   norreno ljós "luce", -beri "portatore":
lett. "Portatore di Luce". È la traduzione letterale del nome latino Lucifer, da lux "luce", -fer "che porta".

Háfrónska: loðfíll /'lɔθfi:tl/ "mammut"
Norreno Alto: loðfíll /'loθfi:ll/
   norreno loði "pelliccia", fíll "elefante"
lett. "elefante con la pelliccia". Non si capisce perché sia stata mantenuta la parola fíll, che è un prestito medievale dall'arabo fīl, mentre sono state espunte parole più antiche come biskup "vescovo", keisari "Imperatore", munkr "monaco" e prestr "prete". Forse la causa è da ricercarsi nel fatto che Braekmans, ignaro dell'etimologia della parola, si è lasciato ingannare dalla sua sonorità, ritenendola nativa.   

Háfrónska: manngera /'matnkjɛ:ra/ "personificare"
Norreno Alto: manngera, manngøra /'manngɛra,
        'manngøra/
   norreno maðr "uomo", gera, gøra "fare":
lett. "fare uomo", "fare persona".

Háfrónska: mölvax /'mœlvaks/ "canfora"
Norreno Alto: mǫlvax /'mɔlwaks/
   norreno mǫlr "tarma", vax "cera":
lett. "cera delle tarme".

Háfrónska: náhaukur /'nauhøɪkhʏr/ "avvoltoio"
Norreno Alto: náhaukr /'na:haukr/
    norreno nár "cadavere", haukr "falco":
lett. "falco dei cadaveri". È una kenning antica che indicava il corvo sul campo di battaglia.

Háfrónska: Nornasáldin /'nɔrnasaultɪn/ "selezione
      naturale"
Norreno Alto: Nornasáldit /'nornasa:ldit/
    norreno Nornir "le Norne", sáld "setaccio":
lett. "Setaccio delle Norne". In norreno sáld è di genere neutro, così vuole l'articolo neutro -it

Háfrónska: Rauðvirki /'røɪðvɪrkhɪ/ "Cremlino"
Norreno Alto: Rauðvirki /'rauðwirki/
   norreno rauðr "rosso", virki "fortezza":
lett. "Castello Rosso".

Háfrónska: refapi /'rɛ:vaphɪ/ "lemure"
Norreno Alto: refapi /'rɛvapi/
    norreno refr "volpe", api "scimmia:
lett.
"volpe-scimmia". Termine autarchico.

Háfrónska: sómaherjar /'soumahɛrjar/ "Samurai"
      (pl.)
Norreno Alto: sómaherjar /'so:mahɛrjar/ 

   norreno sómi "onore", -herjar "guerrieri":
lett. "Guerrieri dell'Onore". Termine autarchico, non traduce la parola giapponese, che è dal verbo samurau, saburau "servire in armi un signore". Il neologismo gioca su un'assonanza fonetica, come in numerosissimi altri casi. In Háfrónska si usa il singolare somaherji, retroformato dal plurale; in norreno esistevano solo forme plurali di composti in -herjar.  

Háfrónska: sómaherjaréttur /'soumahɛrjarjɛhtʏr/ 
     "sushi"
Norreno Alto: sómaherjaréttr /'so:mahɛrjare:ttr/

   norreno s
ómi "onore", réttr "piatto":
lett.
"piatto del samurai".

Háfrónska: spáspjöld /'spauspjœlt/ "tarocchi"
Norreno Alto: spáspjǫld /'spa:spjɔld/ 
   norreno spa/ "profezia", spjǫld "tavolette":
lett.
"tavolette della profezia".

Háfrónska: Stórhólmur /'stourhoulmʏr/ "Hiroshima"
Norreno Alto: Stórhólmr /'sto:rho:lmr/ 
   norreno stórr "largo", hólmr "isolotto fluviale":
lett. "Isola Larga". È l'esatta traduzione del toponimo giapponese, che deriva da hiroi "largo", shima "isola".

Háfrónska: Sunnálfa /'sʏnnaulva/ "Africa"
Norreno Alto: Sunnálfa /'sunna:lva/
   norreno sunna "sole", hálfa "regione, parte":
lett. "Regione del Sole". 

Háfrónska: Svartrefur /'svarthrɛ:vʏr/ "Zorro"
Norreno Alto: Svartrefr /'swartrevr/
   norreno svartr "nero", refr "volpe":
lett.
"Volpe Nera". Una traduzione letterale del nome con l'aggiunta di un aggettivo.   

Háfrónska: svefnurtaæta /'svɛpnʏrtaaitha/
     "lotofago"
Norreno Alto: svefnurtaǽta /'swevnurtaɛ:ta/
   norreno svefnurt "papavero" (da oppio); -aeta "mangiatore":
lett. "mangiatore di oppio". Il fitonimo svefnurt deriva da svefn "sonno".

Háfrónska: tröllfugl /'thrœtlfyγl/ "moa"
Norreno Alto: trollfugl
   norreno troll "giagante, mostro", fugl "uccello":
lett. "uccello mostro, uccello gigante". Un termine autarchico che potrebbe essere usato anche per indicare l'epiornite del Madagascar. Il Maori moa deriva da una radice che nella lingua d'origine di tutti i Polinesiani indicava il pollo. 

Háfrónska: Tvífljótaland /'thvi:fljouthalant/ "Iraq"
Norreno Alto:
Tvífljótaland /'twi:fljo:taland/
   norreno tví- "due", fljót "fiume", land "terra":

lett. "Te
rra dei Due Fiumi". Traduce Mesopotamia. 

Háfrónska: Umheimur /'ʏmheimʏr/ "Natura"
Norreno Alto: Umheimr /'umheimr/
   norreno um "intorno", heimr "paese, mondo":
lett. "mondo che sta intorno", ossia "ambiente"


Háfrónska: úlfabaunir /'u:lvapøɪnɪr/ "lupini"
Norreno Alto: úlfabaunir /'u:lvabaunir/
    norreno úlfr "lupo", baunir "fagioli, fave":
lett. "fagioli dei lupi". Si tratta di un calco.

Háfrónska: Valland /'vatlant/ "Italia"
Norreno Alto: Valland /'walland/
   norreno Valland, toponimo che indicava la Francia o l'Italia. L'origine ultima è da valr "parlante romanzo", da non confondersi con gli omofoni valr "caduto in battaglia" e valr "falco".

Háfrónska: þungapi /'θu:ŋkaphɪ/ "gorilla"
Norreno Alto: þungapi /'θuŋgapi/
    norreno þungr "pesante, massiccio", api "scimmia":
lett. "scimmia massiccia". Uno dei molti nomi autarchici per indicare specie di scimmie.

Per assurdo, se un vichingo piovesse dalla sua epoca e si trovasse davanti a questo mondo sconosciuto, un parlante del Norreno Alto potrebbe aggiornarlo rapidamente e fargli comprendere una realtà altrimenti ostica e impenetrabile. Persino gli squallidi sviluppi della Pornocrazia Italiana potrebbero essere messi in una tale forma poetica da renderli degni di qualche interesse.