lunedì 19 settembre 2016


NOSFERATU IL VAMPIRO

Titolo originale: Nosferatu, eine Symphonie des
     Grauens
Traduzione del titolo originale: Nosferatu, una
     sinfonia dell'Orrore
Paese di produzione:
Germania
Anno: 1922
Durata: 84 min
Colore: B/N; colorizzato
Audio: muto
Genere: orrore; propaganda antisemita
Regia: Friedrich Wilhelm Murnau
Soggetto: Bram Stoker (romanzo), adattamento di
    Henrik Galeen
Sceneggiatura: Henrik Galeen
Produttore: Prana-Film G.m.b.H.
Fotografia: Günther Krampf, Fritz Arno Wagner
Musiche: Hans Erdmann
Scenografia: Albin Grau
Costumi: Albin Grau

Interpreti e personaggi:
    Gustav von Wangenheim: Hutter
    Max Schreck: Conte Orlok
    Greta Schröder: Ellen Hutter
    Alexander Granach: Knock
    Georg H. Schnell: Harding
    Ruth Landshoff: Annie
    John Gottowt: professor Bulwer
    Gustav Botz: dottor Sievers
    Max Nemetz: capitano del Demeter
    Wolfgang Heinz: primo marinaio
    Albert Venohr: secondo marinaio
    Guido Herzfeld: oste
    Hardy von Francois: medico dell'ospedale
    Heinrich Witte
Location:
    Mar Baltico
    Helgoland (Germania)
    Lauenburg (Germania)
    Lubecca (Germania)
    Pomerania (Germania)
    Rostock (Germania)
    Wismar (Germania)
    Dolný Kubín (Slovacchia)
    Monti Tatra (Slovacchia)
    Castello di Orava (Slovacchia)
    Oravský Podzámok (Slovacchia)
    Váh (Slovacchia)
Versione sonorizzata: Waldemar Roger (1930),
     Die zwölfte Stunde
, aka Eine Nacht des Grauens
Restauri:
    Image Entertainment con 2 rimasterizzazioni
         pubblicate nel 1998 e nel 2001;
    Eureka Entertainment con 2 rimasterizzazioni
         pubblicate nel 2001 e nel 2007;
    Kino International con 2 rimasterizzazioni
         pubblicate nel 2002 e nel 2007.

Trama:

Hutter è un giovane agente immobiliare che vive nella città fittizia di Wisborg. Il suo datore di lavoro lo invia in Transilvania da un nuovo cliente, il Conte Orlok. Hutter non dà peso ai funesti presentimenti della moglie, Ellen, che affida alle cure dell'amico Harding prima di partire per il rischioso viaggio. Raggiunto un villaggio dei Carpazi, si ferma in una taverna. Le genti del luogo sono terrorizzate alla sola menzione del nome del Conte e gli sconsigliano di proseguire per il suo castello, considerato un luogo maledetto. Incurante di quelle che considera superstizioni, Hutter raggiunge la sua destinazione e viene accolto dal Conte, che presto rivela la sua natura demoniaca. L'agente immobiliare si risveglia con segni di morsi sul collo e presto sospetta che il suo ospite sia proprio Nosferatu, l'Uccello della Morte di cui era scritto in un libro da lui trovato alla locanda. Durante un giro di esplorazione raggiunge una cripta e scopre il Conte che dorme nella sua bara. In preda all'orrore, dalla finestra della sua stanza assiste alla partenza di un carico di bare piene di terriccio contaminato, che teme possano essere dirette proprio a Wisborg. Il sinistro nobiluomo parte assieme al macabro carico. A questo punto Hutter fugge dal maniero e si mette subito in viaggio per rientrare nella sua città. Ritrova sua moglie, che per tutto il tempo era stata in preda alla febbre e sconvolta da oscuri presagi. Ben presto Hutter si accorge che la propria salute è stata minata dai mefitici influssi del Vampiro. Nel frattempo le bare del Conte vengono trasportate su una zattera lungo il fiume e caricate su una nave. Durante la traversata si scatena un'epidemia a bordo e i marinai muoiono uno dopo l'altro. Le casse di rivelano piene zeppe di ratti. Il capitano è l'ultima vittima. Quando la nave arriva a Wisborg sembra essere abbandonata. Il Conte Orlok passa inosservato e si trasferisce nella casa che ha acquistato. La nave viene ispezionata dalle autorità portuali e i medici capiscono che l'equipaggio è stato ucciso dalla peste. Si scatena il panico e cominciano a registrarsi in città numerosi decessi causati dal morbo. La nuova dimora del Non Morto è situata proprio di fronte a quella di Hutter. La creatura delle Tenebre osserva dalla finestra Ellen, pensando di farne la sua prossima vittima. La donna non si perde d'animo: saputo che il solo modo per sconfiggere un vampiro è di trattenerlo fino ad esporlo alla luce del sole, decide di sacrificarsi per il bene comune. Si offre così a Nosferatu permettendogli di soddisfare la bramosia di sangue. Riesce nel suo intento. Come i raggi del sole che sorge sorprendono il Conte intento a nutrirsi, per lui è la fine. Assieme all'emissario del Male scompaiono sia la pestilenza che la maledizione di Hutter.   

Recensione:  

Pilastro portante del genere horror e massima manifestazione dell'espressionismo nel cinema, il Nosferatu di Murnau è stato definito da Mymovies.it "il solo film vampirico ammesso nelle discussioni colte dei critici". La complessità di questa pellicola è tale che difficilmente può essere esaurita in un singolo intervento. Cercherò in ogni modo di iniziare un'analisi, seppur abbozzata.  


Oppressione e censura!

Pochi film hanno patito come questo persecuzioni ad opera dei tribunali e del potere di Mammona. Non avendo pagato i diritti d'autore per l'adattamento del romanzo Dracula di Bram Stoker, Murnau ha pensato di mettersi al riparo da azioni legali con un semplice stratagemma, cambiando tutti i nomi dei personaggi, l'ambientazione e introducendo alcune significative modifiche alla trama. Tutto ciò non è stato sufficiente ad evitare che la moglie del defunto autore irlandese, Florence Balcombe, lo denunciasse per plagio. Nel 1925 Murnau perse la causa e il tribunale ordinò che tutte le copie del Nosferatu venissero distrutte. Il regista riuscì a salvare miracolosamente i negativi, così nel 1929 il film ricomparve negli Stati Uniti, dove nel frattempo i diritti d'autore dell'opera di Stoker si erano estinti. Se l'iniqua tirannia dei diritti d'autore fosse riuscita a prevalere, noi non conosceremmo questo capolavoro, sarebbe stato perduto per l'eternità. 


Il contesto storico

Il film riflette la durissima realtà della Germania di Weimar con le sue spaventose tensioni e le sue contraddizioni insanabili. Senza dubbio si tratta di un adattamento del romanzo di Bram Stoker, ma di certo non è soltanto questo. La sconfitta della Germania nella Grande Guerra ha provocato nella popolazione una crisi ontologica insanabile e senza precedenti, ponendo fine al mito dell'Invincibilità. I Tedeschi non poterono trovare modo di spiegare la disfatta, così nacque la Dolchstoßlegende, ossia la "Leggenda della pugnalata alle spalle". La ricerca del colpevole non si materializzò soltanto nella ricerca di un concreto capro espiatorio: produsse la pervasiva e ineliminabile consapevolezza di una presenza mostruosa, aliena alla natura della Nazione, che aveva reso possibile la sua nemesi. Ebbene, questa presenza sinistra si incarna proprio nel mito del Vampiro. Non sarebbe possibile spiegare il Nosferatu di Murnau scorporandolo dal contesto che l'ha visto nascere. Tutto questo fa del film un documento storico preziosissimo. 

 

Nosferatu e il Nazionalsocialismo

Esiste una rigogliosa tradizione esegetica che interpreta il capolavoro di Murnau come un'opera profetica che utilizzò il Vampiro e la Peste per preconizzare l'ascesa del Nazismo e la sua diffusione in Europa. Ricordo addirittura una recensione, comparsa una trentina di anni fa su un quotidiano d'ispirazione cattolica, che parlava senza mezzi termini del "dilagare dei pestilenziali ratti di fogna nazisti". A parte il fatto che definire un gruppo di persone "pestilenziali ratti di fogna" è un tipico strumento retorico del Nazionalsociasmo, cosa che rende il giudizio a dir poco paradossale. Il punto è questo: coloro che identificano il Conte Orlok con Adolf Hitler sono in errore. Il regista ha plasmato il mostro con un intento completamente diverso: quello di rappresentare la figura dell'Ebreo tratta dalla più feroce propaganda antisemita. L'Ebreo nelle sue caratteristiche di propalatore dell'Internazionalismo Socialista e al contempo di rappresentante del capitalismo usuraio. In altre parole, Nosferatu rappresenta un Geltjude, ossia un "ebreo del denaro", che inganna le genti con la Socialdemocrazia per portare alla dissoluzione tutti gli stati non semiti. Vediamo che in Germania l'Internazionalismo era avvertito come un pericolo gravissimo alla sopravvivenza dei concetti stessi di Nazione e di Popolo (Volk) e paragonato in modo ricorrente alla peggiore di tutte le piaghe: la peste. Il trionfo del Marxismo, si legge nel Mein Kampf, equivarrebbe per l'umanità a cingersi il capo con la corona funebre. Non a caso il Conte Orlok, il Non Spirato (questo significa in rumeno Nosferatu), ha tutti i tratti fisici caricaturali e grotteschi che la propaganda antisemita attribuiva all'Ebreo, ad esempio il caratteristico naso aquilino. Il suo nutrirsi di sangue sottratto ai viventi è senza dubbio una metafora dell'attività usuraia. La corruzione del sangue di coloro che sono parassitati da questa spaventosa creatura rappresenta l'avvelenamento del Volk. La somiglianza con la propaganda convulsa di Julius Streicher è stridente. Non è vero, nel modo più assoluto, che i Nazisti hanno cercato di piegare alle esigenze della loro propaganda le tematiche del film di Murnau: è invece vero e di per sé evidente che tale film ha preso la metafora della peste da quella stessa fonte che ha alimentato la propaganda del Nazionalsocialismo nella sua forma più virulenta e violenta. Non è stato necessario piegare nulla: la metafora era già diffusa e utilizzabile così com'era

A quanto ho potuto appurare, gli errori marchiani di questo filone maggioritario della critica corrente sono riconducibili all'opera del saggista Siegfried Kracauer, che fuggì dalla Germania all'ascesa della NSDAP. Un dettaglio che mi pare altamente significativo. Egli ha semplicemente diffuso la sua esegesi per rendere torbide le acque. Per dare un'idea di questi argomenti, riporto un estratto di un articolo di Fred Thom in cui si parla dell'identificazione del Conte Orlok con Adolf Hitler (la traduzione è mia):

"Mentre la tesi del Nazismo necessita un'elaborata spiegazione politico-storica che gli interessati possono studiare nel libro di Kracauer, è chiaro che il vampiro simboleggia Hitler. Nosferatu lascia il suo paese per espandere il suo potere all'estero. Il suo morso rende pupazzi delle sue vittime, servitori corpo e anima del potente padrone, fanatici ciechi che rappresentano il popolo tedesco, mentre Knock, il suo servo all'estero, è forse confrontabile a un collaborazionista. I ratti che il Conte porta con sé nella sua imbarcazione per propagare nel paese straniero, portando con sé la peste, simboleggiano l'ideologia nazista che si diffonde attraverso l'Europa. Inoltre, questo è confermato sapendo che il Nazismo fu esso stesso ritenuto come la peste nera ai suoi tempi. A causa di ciò, Nosferatu è senza dubbio un film visionario, la telecamera di Murnau è una sorta di sfera di cristallo che proietta al mondo l'avvertimento del regista riguardo a un futuro cupo."  

Coloro che vedono Hitler nel Vampiro commettono una fallacia evidente e questo per un motivo molto semplice: guardano il film con gli occhi dei moderni e lo interpretano usando i criteri del mondo contemporaneo. Si rifiutano di guardare un prodotto tedesco dell'epoca di Weimar con gli occhi di un tedesco dell'epoca di Weimar. Utilizzano le attuali categorie proiettandole indietro nel tempo in un contesto in cui sarebbero state considerate incomprensibili. Attualmente le masse sono ipersensibili a qualsiasi tematica relativa al razzismo e all'antisemitismo. Gli errori di Kracauer attecchiscono facilmente perché un moderno tenderà facilmente a identificare un mostro con Hitler. Viene trascurato il fatto che all'epoca in cui il Nosferatu di Murnau fu prodotto, l'antisemitismo razziale era dilagante. La sua diffusione era capillare e non soltanto in Germania. Non capire questo e non tenerne conto è pura e semplice follia. In altre parole, una critica come quella di Kracauer e del suo emulo Fred Thom è puro e semplice revisionismo


Antisemitismo novecentesco e
antisemitismo moderno

Non ha senso neppure il meme che vorrebbe Murnau "traumatizzato e terrorizzato dall'antisemitismo", cosa incredibile che ho avuto occasione di scoprire nel Web. Chi prova orrore e sgomento per qualcosa non fa il fulcro di una sua opera. E perché mai Murnau avrebbe dovuto provare orrore e sgomento per qualcosa che era sentire comune? Il fatto che il mondo moderno non abbia riconosciuto la natura del Vampiro e della Peste, indica evidentemente che questi memi antisemiti sono de facto quasi estinti, con buona pace dei buonisti che in preda alla droga continuano a parlare come se sui palazzi di Berlino garrisse tuttora lo Hakenkreuz, come se il Führer ormai ultracentenario tenesse ancora i suoi discorsi a Norimberga. Se così non fosse, ci sarebbe un immediato riconoscimento di questo linguaggio e dei suoi simboli da parte delle masse, il che a quanto pare non avviene. All'ipersensibilità verso il concetto di antisemitismo non corrisponde la capacità di riconoscerne le manifestazioni. Nell'epoca moderna esiste un antisemitismo diffuso e popolare, ma si esprime in modo diverso: non ha base razziale e non segue affatto la natura memetica dell'antisemitismo del secolo XIX e della prima metà del XX. Questo antisemitismo moderno è essenzialmente di sinistra e coincide con l'antisionismo, propagato dagli insegnanti buonisti nella fucina di demenza che è la scuola, quegli stessi insegnanti che hanno trasformato il Nazionalsocialismo in una realtà metastorica. Eppure il Nazionalsocialismo è defunto quando Hitler si è fulminato ingurgitando il cianuro e sparandosi nel cervello, quando Goebbles ha avvelenato i suoi sei figli uccidendosi a sua volta assieme alla moglie. Ma si sa, con il pianeta che sta sprofondando nel baratro a causa della dissennatezza degli umani, c'è sempre qualcuno pronto a giurare che il vero problema sono i fantasmi del '45.


Nosferatu e la globalizzazione

Come ulteriore obiezione a Fred Thom posso riportare due significative citazioni tratte dal Mein Kampf, che riproduco in questa sede per necessità di conoscenza:

"L’Ebreo è e rimane un parassita, uno scroccone, che come un bacillo pernicioso si espande su larghe aree quando qualche area favorevole lo attrae. L’effetto prodotto dalla sua presenza è come quello di un vampiro: ovunque si stabilisca, il popolo che gli garantisce ospitalità è presto o tardi costretto alla morte." 
Adolf Hitler

"L’Ebreo è la larva di un corpo in corruzione, una pestilenza, peggio della peste nera del passato ed è un portatore di bacilli della peggior specie, l’eterno fungo divisore dell’umanità, il calabrone scansafatiche che s’introduce presso gli altri, il ragno che succhia lentamente il sangue delle nazioni, una banda di topi che si battono a sangue, il parassita nel corpo di altri popoli, il parassita tipico, uno scroccone, che va a moltiplicarsi come un microbo dannoso, l’eterna sanguisuga, il parassita delle nazioni, il vampiro dei popoli."
Adolf Hitler

E non è questo un riassunto sintetico della vicenda mostrata da Murnau nel suo Nosferatu? Non basta. Questo è quanto afferma Fred Thom, a proposito di Nosferatu e della globalizzazione:

"Il film coincide con l'inizio della globalizzazione e in particolare con l'investimento di capitali stranieri nell'economia locale. Il Conte, che è ovviamente un predatore, qui incorpora il fenomeno della globalizzazione, a quell'epoca considerata un pericolo. Certo, la più chiara allusione è quella che egli investe nel reale Stato tedesco. Questo tema dell'investimento di capitale straniero è confermato da una delle scene che fu tagliata dalla versione finale. Quando Nosferatu è visto mentre viene attaccato nella strada da un ladro e pugnalato al cuore, anziché il sangue, vediamo monete d'oro sul suolo."  

Teufel! E questo non è antisemitismo allo stato puro? Julius Streicher non avrebbe potuto esprimersi in modo più chiaro di quanto ha fatto Murnau in quella scena perduta! Fred Thom contraddice così quanto aveva detto poco prima a proposito di Nosferatu e del Nazismo. Nosferatu con il denaro al posto del sangue non è semplicemente Nosferatu il Capitalista nell'accezione moderna del termine: un tedesco dell'epoca di Weimar vi avrebbe visto all'istante Nosferatu l'Ebreo.


Il sole che sorge: una spiegazione

Murnau profetizzò l'avvento del Nazionalsocialismo in un modo che la critica non ha compreso e che l'opinione pubblica moderna troverebbe sconvolgente. Nel film non è infatti la pestilenza a rappresentare l'ascesa del Partito di Hitler, ma il sorgere del sole.

C'è un'altra cosa da puntualizzare a questo proposito: il mito del sole che uccide i vampiri ha la sua origine proprio nel film di Murnau. Non esisteva in precedenza. Il Dracula di Bram Stoker è sì indebolito dalla luce solare, ma in caso di necessità è ben capace di muoversi in pieno giorno: Van Helsing spiega che il vampiro nelle ore diurne è confinato nella sua forma puramente materiale e perde la capacità di metamorfosi. Se la memoria non m'inganna, nel romanzo si narra che quando Jonathan Harker e i suoi compagni si trovavano durante il giorno in un appartamento londinese usato dal Conte come nascondiglio, erano in ansia per via del possibile arrivo del proprietario. Dall'uscita del Nosferatu di Murnau in poi, di vampiri in grado di camminare e di operare alla luce del sole a quanto mi consta non si è più parlato.


Criptozoologia transilvana

In una sequenza del film si vede un esemplare di un animale che con la fauna della Transilvania non ha nulla a che spartire. Colpisce per la sua incongruità. Sembra proprio una iena striata (Hyaena hyaena), ben riconoscibile dal tipico disegno della pelliccia sulla zona ventrale, anche se ha la testa insolitamente piccola e con fattezze volpine. La sua spettrale comparsa avviene nel bel mezzo di una tempesta nei Carpazi, mentre Hutter si trova all'osteria. I cavalli ne avvertono la presenza e sono colti dal terrore. Poco dopo l'animale mostruoso compare di nuovo e questa volta lo si vede più da vicino. Nel suo sguardo c'è qualcosa di umano! Cos'è la bestia dal pelo variegato? Un'ombra suscitata dall'Erebo o forse una delle tante possibili metamorfosi di Nosferatu? Non dobbiamo infatti dimenticare che al Vampiro sono attribuiti molti strabilianti poteri che di rado trovano piena traduzione nel mondo del cinema: secondo la tradizione può apparire infatti in diverse forme animali diverse da quella classica del pipistrello, come ad esempio la zecca, il ragno, il lupo e il ratto. Perché dunque il Conte Orlok non potrebbe essersi trasformato in un animale carognaro affine alla iena? 


Max Schreck, realtà e leggenda

L'attore che interpreta il Conte Orlok, Max Schreck, aveva un nomen omen. Infatti in tedesco Schreck significa "spavento". Nonostante fosse un uomo nato da una donna e dotato di corpo composto da carne, sangue e ossa, su di lui fiorirono presto leggende a dir poco stravaganti. Alcuni dissero che dietro lo pseudonimo di Schreck si nascondesse in realtà lo stesso Murnau travestito. Per altri invece Schreck era un vampiro autentico, trovato da Murnau nel corso di un suo viaggio nei Carpazi. Eppure abbiamo le prove che l'attore che interpretò in modo tanto magistrale il Conte Orlok non era un personaggio fantomatico. Il suo vero nome era Friedrich Gustav Max Schreck. Nato a Berlino-Friedenau nel 1879, non era uno sconosciuto nel mondo del cinema. Una cosa è certa: non si nutriva di sangue umano. Fu stroncato da morte improvvisa e prematura dopo aver recitato il ruolo del Grande Inquisitore nel Don Carlos, a Monaco di Baviera nel 1936.


Altre differenze tra Orlok e Dracula

Mentre il Dracula di Bram Stoker trasmette la condizione di vampirismo alle sue vittime, Orlok ha un morso che provoca semplicemente la malattia e la morte. In altre parole, egli è incapace di trasmettere la propria condizione ai viventi del cui sangue si nutre. Può sembrare un dettaglio di poco conto, mentre in realtà è di capitale importanza. Infatti è proprio questa impossibilità di trasformare le vittime in vampiri a rendere possibile il finale ottimistico. Quando la luce del sole trionfa, Hutter guarisce come per incanto dalla consunzione causata dal morso del Conte Orlok. La moglie Ellen muore e non risorge in forma vampirica. Il finale del Nosferatu di Herzog, come vedremo, è drammaticamente diverso e questo sancisce una diversità ontologica insanabile tra i due lavori.  


Una sessualità torbida

Il sentire dei Weimariani in materia di sesso era molto diverso dal nostro. Nel primo dopoguerra a Berlino si svolgevano spettacoli ributtanti di pedofilia e di bestialità, in cui bambini erano costretti ad accoppiarsi con adulti e persino con animali, ma alcune sequenze del film di Murnau erano definite pornografiche. Hutter, a tavola col Vampiro, taglia il pane nel modo tradizionale (a mio parere piuttosto illogico), facendo scorrere il coltello nella pagnotta verso il suo pollice, che finisce così col tagliarsi. Il Conte Orlok, eccitatissimo alla vista del sangue, cerca di succhiarlo. Un chiaro atto di fellatio omosessuale. Carico di erotismo è anche l'abbandono di Ellen tra le braccia di Nosferatu, anche se mostrato solo per pochi istanti: è la manifestazione di un invincibile cupio dissolvi mentre il suo sangue fugge nell'avida bocca del tenebroso amante, il cui assalto evoca una volta di più motivi antisemiti cari a Julius Streicher.  


Alcune curiosità

L'oste, un robusto sassone di Transilvania dotato di imponenti baffoni biondi, somiglia in modo stupefacente ad Alois Schicklgruber, il padre di Adolf Hitler.

Fu eseguita una colorizzazione della pellicola, il risultato è semplicemente osceno. Se ne può vedere un saggio su Youtube. Ogni ombra risulta abolita, ogni profondità è cancellata. Il Conte Orlok vi appare in abiti sgargianti e sembra essersi trasformato come per incanto nel Grande Puffo. Per i responsabili di questo orrendo crimine proporrei un processo davanti a un tribunale militare prussiano. 

Il film fu bandito in Svezia per "eccessivo orrore". La piaga del buonismo politically correct già imperversava in quell'infelice nazione nella prima metà dello scorso secolo. Potessero le genti del Nord tornare ad avere il sangue ardente dei Vichinghi!


Un furto sacrilego 

Per serendipità mi sono imbattuto in una notizia a dir poco inquietante. Nel 2015 ignoti profanatori si sono serviti di spranghe per violare la tomba del regista, sepolto del cimitero di Stahnsdorf, quindi hanno staccato e trafugato la testa dal suo cadavere imbalsamato. Le altre tombe della famiglia non sono state toccate, il che porterebbe ad escludere un semplice atto vandalico. Nei pressi della sepoltura violata sono stati rinvenuti residui di cera, il che ha portato gli investigatori a supporre legami con il mondo dell'occultismo e dei riti satanici. E se il movente fosse stato la vendetta? 

Altre recensioni nel Web

Riporto questi link a post oltremodo interessanti, la cui lettura raccomando senz'altro: 




giovedì 15 settembre 2016

IL FARNETICANTE RIDICOLO MARAVOT

Espongo al pubblico ludibrio il seguente sito farlocco, di certo un prodotto dell'Accademia di Lagado:

www.maravot.com/Etruscan_Phrases_a.html

Ovviamente non lo linko per non regalargli visite, anzi raccomando a chi voglia entrarvi di usare un sito che anonimizza le visite: 


L'autore del sito Maravot, certo Mel Copeland, parte dalla falsa idea (molto diffusa tra i dilettanti, soprattutto albanesi) che le Tavole Iguvine siano scritte in etrusco; da questa base erronea egli ricostruisce uno pseudo-etrusco interamente formato a partire da radici latine e addirittura da forme romanze, alterandone le desinenze e reinterpretandole allo scopo di provare la natura italica della lingua.

Poco importa a questo webmaster che sia di per sé evidente la natura del tutto dissimile della lingua delle Tavole Iguvine e di quella del Liber Linteus. Il fatto che l'una non serva ad interpretare l'altra non lo tiene nella minima considerazione: egli pretende di piegare la realtà dei fatti alle sue idee deliranti. La sua nociva invenzione dello pseudo-etrusco italico è da esporre alla gogna e all'irrisione come monito ai ricercatori.

Il principio su cui si fonda è quello della grossolana assonanza. Tra le "perle" del sito si può menzionare la coniugazione HV "io ho", HE "tu hai", HA "gli ha". Incredibile dictu, Mel Copeland ha tratto queste false agnizioni direttamente dalla lingua italiana! Ha preso parole italiane fatte e finite, le voci della coniugazione del verbo avere, quindi le ha proiettate indietro nel tempo fino a trapiantarle all'epoca dei Lucumoni. Inutile dire che tutto ciò farebbe ridere persino i polli.

Riporterò a questo punto un singolare aneddoto il cui scopo è quello di far comprendere la natura degli osceni abusi introdotti da Mel Copeland nel Web. Ricordo che un amico da giovane affermava di parlare il cinese. Caspita, ero davvero stupito, nella mia ingenuità di quell'epoca, da una simile capacità. Ecco che egli sciorinava i primi quattro numerali cinesi, che fornisco con a fianco la trascrizione in ortografia anglosassone:

unci (oonchie)
dunci (doonchie)
trinci (treenchie)
cali-calinci (kaly-kaleenchie)
 

Non andava oltre nella numerazione: evidentemente non era riuscito a costruire forme convincenti per le unità più alte. A queste voci cantilenate aggiungeva, come prova della sua presunta dimestichezza col mandarino, anche una frasettina che a sua detta i mariti cinesi avrebbero rivolto alle mogli prima di coricarsi:

cià-ciu-cia-chì (chah-choo-chah-kee)

Il punto è che questa sequenza di sillabe ha effettivamente senso compiuto... ma in dialetto milanese. Per coloro che ignorano l'idioma meneghino, darò la traduzione della frase: "Dai, succhia qui". Davvero poco a che fare con la lingua del Celeste Impero. 

C'è tuttavia una grande differenza, nonostante l'analogia nel metodo, tra questo pseudo-cinese e lo pseudo-etrusco di Maravot. Il primo è un prodotto ingenuo della gioventù spensierata ed esuberante. Il secondo è un prodotto doloso, una nociva menzogna che ha lo scopo di contaminare la Scienza, traviando gli sprovveduti per far loro credere cose molto distanti dalla realtà dei fatti. 

Riporto infine i numerali autentici del cinese mandarino:

一  yī "uno"
二 
èr "due"

三  sān "tre"
四 
sì "quattro"

wŭ "cinque"
liù "sei"
qī "sette"
bā "otto"
jiŭ "nove"
shí "dieci" 

lunedì 12 settembre 2016

I LIMITI INTRINSECI DEL PALLOTTINISMO

Una caratteristica comune tra gli archeologi è il pretendere di pronunciarsi su questioni linguistiche e rifiutare ogni confronto con gli interlocutori che hanno competenze diverse: l'archeologia appare fin troppo spesso come setta dogmatica che di fronte ad avverse argomentazioni ne nega l'esistenza e si chiude nell'autismo. A quanto pare manca alla maggior parte degli archeologi il metodo scientifico e tale carenza risulta ben evidente ogni volta che essi cercano di dedicarsi all'indagine linguistica.

Massimo Pallottino giustamente ha cercato l'etimologia etrusca di lemmi latini problematici: in un lampo di felice intuizione è riuscito a trovare nell'etrusco tus "letto" il corrispondente e l'antenato del latino torus "letto". Poi non è stato in grado di proseguire. Non ha infatti potuto comprendere che tus - torus dimostra la presenza del rotacismo in proto-latino: *tozos > torus - o meglio, non ha potuto capire le conseguenze cruciali e altamente produttive di questa assunzione, che non si limitano certo a una sola parola. Non ha capito che è possibile che anche altri vocaboli latini con -r- intervocalica risalgano a parole etrusche con -s-, e ha cercato in modo sistematico corrispondenti etruschi con -r-. Per contro Pallottino ha suggerito forme etrusche con -r- anche quando la corrispondente voce è attestata in latino arcaico e mostra invece -s-, fallendo in modo grossolano. Ad esempio ha cercato erroneamente nella base etrusca lar- il prototipo del latino Lares, nonostante il Carmen Arvale dimostri che anticamente si diceva Lases - il che prova che l'antenato etrusco di Lares era il teonimo Lasa e non la radice lar-.

La metodologia da applicare è la seguente:
1) individuare un lemma latino problematico, sospettato di essere di origine etrusca;
2) cercare la forma latina arcaica attestata (anche nell'antroponimia);  
3) cercare un termine etrusco (anche nell'antroponimia) che sia adatto a spiegare il lemma latino in questione.

Un'incompleta applicazione del metodo scientifico può portare a risultati simili a quelli prodotti dal Pallottino per il caso Lares. Così vediamo etimologie difettose proposte da Massimo Pittau, che pure è un linguista e che ha vigorosamente attaccato l'approccio degli archeologi agli studi etruschi. Prendiamo ad esempio il lemma etrusco fanu (con i suoi derivati). Come già Pallottino, anche Pittau è incline a vedere in esso l'antenato del latino fanum /'fa:num/ "tempio, luogo santo". Eppure sappiamo che il latino arcaico aveva fasnom. La forma etrusca corrispondente al vocabolo latino in questione non potrebbe mai essere fanu, in quanto in etrusco l'antico nesso -sn- non diventa -n- come in latino. Dovremmo avere semmai *fasnu o *faśnu, posto che f- sia un corrispondente corretto - il che non è detto. Infatti considerazioni etimologiche ci permettono di far risalire il latino antico fasnom a una forma con *dh-, da paragonare a greco θεός (thes) < *thesos, e all'armeno dik' "divinità pagane". L'origine ultima di questa radice è sconosciuta: è tradizionalmente considerata indoeuropea perché presente in alcune lingue di ottima tradizione indoeuropea: greco, armeno, latino e osco. Anche i dettagli dei singoli esiti di questa radice non sono esenti da problemi: ad esempio la vocale -a- del latino fanum rispetto alla vocale breve -e- del greco θεός, alla vocale lunga del latino fe:stus, fe:ria, e alla vocale lunga -ii- dell'osco fiisnam (acc.). La parola latina ha un vocalismo che è come un pugno in un occhio e che ha portato alcuni a postulare una variante della protoforma con una vocale indistinta (schwa) -ə-.

Siccome in caso di isoglosse tra etrusco e indoeuropeo, a forme IE con *dh- corrispondono forme etrusche in θ-, dovremmo aspettarci di trovare come parallelo una parola etrusca *θasnV o *θaśnV (V indica una vocale non determinabile), al momento non attestata. Sarà esistita? Non sarà esistita? Per ora nessuno lo sa, ma se il latino fanum ha avuto un corrispondente etrusco genuino (non dovuto a prestito), dovrebbe essere quello da me ricostruito.

In sintesi ci sono queste possibilità:

1) *fasnV o *faśnV - se è stato l'etrusco a prendere il lemma dall'italico (latino arcaico, etc.); 
2) *θasnV o *θaśnV - se è stato l'italico a prendere il lemma dall'etrusco (che a sua volta potrebbe aver preso a prestito il lemma da una lingua IE in una fase più antica); 
3) le forme in questione non esistono, la radice non ha avuto origine dalla lingua etrusca e non vi è mai giunta come prestito.

La questione non può ancora essere decisa con gli scarsi dati a nostra disposizione. Occorre attendere tempi migliori.

L'etrusco fanu invece è un participio passato passivo formato con il classico suffisso -u che si trova in moltissimi altri casi. Il significato deducibile dal contesto delle iscrizioni è "dichiarato". Giulio Facchetti sostiene questa interpretazione esplicitamente. Per quanto mi riguarda, concordo appieno con le sue conclusioni, anche se non ho una chiara idea sull'origine ultima della radice. Oltre a questo, egli ha identificato nella forma finora enigmatica zarfneθ che ricorre nel Liber Linteus un composto che contiene questo fan- in forma foneticamente ridotta. Il primo membro del composto è corradicale di zeri "rito", così zar-fn-eθ "che dichiara rituale". Forse la radice etrusca fan- corrisponde in qualche modo alla forma IE *bha:- che si trova nel latino for, fa:ris, fa:tus sum, fa:ri: "dire", con l'aggiunta di un'estensione in consonante nasale. Sergei Starostin nel suo database The Tower of Babel riporta i discendenti di questa radice nelle seguenti lingue: sanscrito, armeno, greco antico, slavo, proto-germanico, latino, osco. Rimando al sito per una trattazione più approfondita.  

Proto-IE: *bhā-
Meaning: to say

   Old Indian: sa-bhā́ f. `assembly, congregation'
   Armenian: ban, gen. -i `Wort, Rede, Vernunft, Urteil, Sache'; bay, gen. bayi `Wort, Ausdruck' (*bhǝti-s)
   Old Greek: phǟmí `sage', pháskō, inf. att. phánai̯, hom. phámen, ipf. éphǟn, inf. phásthai̯, aor. phǟ̂sai̯, pf. m. péphatai̯, ipv. pephásthō, va. pható- `sagen, erklären, behaupten'; phǟ́mǟ f. `Ausspruch, Kundgebung, Gerücht, Ruf, Rede'; phǟ̂mi-s, -ios f. `Rede, Gerede', pl. phḗmata = rhḗmata, phásmata Hsch., hüpo-phǟ́tǟ-s m. `Deuter, Ausleger', hüpo-, pro-phǟ́tōr m. `id.', pháti-s f. `Ausspruch, Gerücht, Kunde', phási-s `id.', phátǟ-s `pseústēs' Hsch., phōnǟ́ f. `Laut von Menschen und Tieren, Ton, Stimme, Aussprache, Rede, Sprache, Äusserung'
    Slavic: *bā́jātī, *bā́jǭ; *bāsnь; *bālьjь
    Germanic: *bō-n-ī(n-) f., *ba-nn-a- vb., *ba-nn-a- m., etc.
    Latin: for (Gramm.), fārī, fātus sum `sprechen', fācundus, -a `redegewandt', fātum, -ī n. `Schicksalsspruch, Orakel, Weissagung; Schicksal, Geschick', fāma f. `Sage, Gericht, Kunde; öffentliche Meinung (Gerede der Leute); Ruf, Leumund; guter und schlechter Ruf', fābula f. `Rede, Gerücht; (erdichtete) Erzählung, Sage, Fabel; Theaterstück'; fateor, fatērī, fassus sum `zugestehen, einraumen; bekennen, kundtun'; fās n. (indecl.) `das göttliche Recht'; nefās `Unrecht, Sünde'; fascinum n., fascinus, -ī m. `Behexung'; īnfāns, -antis `wer noch nicht sprechen kann'
    Other Italic: Osk faamat `ēdīcit', faammant `ēdīcunt', famatted `ēdīxīt, iussit'; fatíum `fārī'

L'origine ultima della radice è oscura. Il fatto stesso che la forma proto-indoeuropea sia ricostruibile con una vocale -a:- depone a favore di un antichissimo prestito. Come si vede le cose non sono tanto semplici: è un ginepraio che non può essere facilmente districato. Per giungere a conclusioni sicure sono necesari studi molto lunghi e complessi che difficilmente potrebbero essere portati a compimento da una sola persona. Le competenze di Pallottino in materia di lingue indoeuropee diverse dal latino erano abbastanza labili e ben lontane da quanto richiesto per esplorare un vasto paesaggio di rovine sprofondate nell'Oblio. Tale esplorazione tra l'altro all'archeologo romano non interessava minimamente, dato che era uno studioso politicizzato, cosa che lo portà a decretare la sostanziale illiceità di ogni seria ricerva volta a determinare l'origine degli Etruschi e la natura della loro lingua.

sabato 10 settembre 2016

QUANDO LA LINGUISTICA TIPOLOGICA È INUTILE, ABUSIVA E NOCIVA

Negli ultimi anni si è andata imponendo sempre più la cosiddetta linguistica tipologica, che consiste in un procedimento comparativo il cui fine è ricercare fenomeni strutturali comuni alle lingue, senza considerare in alcun modo la loro parentela genealogica. Le caratteristiche individuate da questi studi possono riguardare elementi morfologici o sintattici, come l'ordine delle parole nella frase. Si vengono così a definire diversi "tipi linguistici". Le tipologie morfologiche individuate sono le seguenti: 

1) Lingue agglutinanti
2) Lingue isolanti
3) Lingue flessive
   - Sottotipo: Lingue sintetiche
  
   - Sottotipo: Lingue analitiche

4) Lingue polisintetiche

Rimando al materiale reperibile nel vasto Web per approfondimenti. Se a qualcuno non basta, esistono i libri. Per quanto riguarda le tipologie sintattiche, sono state definite due diverse classificazioni. La prima è relativa al posizionamento del soggetto, del verbo e dell'oggetto all'interno delle frasi. Abbreviando il soggetto in S, il verbo in V e l'oggetto in O, ecco i tipi linguistici individuati:


La seconda classificazione tipologica sintattica prevede la distinzione seguente: 

1) Lingue ergativo-assolutive
2) Lingue nominativo-accusative 
3) Lingue sia ergative che accusative
4) Lingue attivo-stative 

Tutto splendido, schematico, cristallino come acqua di fonte e ben definito dal punto di vista logico. La linguistica tipologica dovrebbe essere un sublime giardino di perfezione. Di cosa dunque mi lamento? 

In poche parole: il problema è il seguente. Nel mondo anglosassone, così affetto da psicorigidità, gli studiosi tendono automaticamente a credere che le classificazioni di natura tipologica siano ipso facto anche genealogiche, nonostante nella definizione stessa di questa branca della linguistica sia fatta esplicita menzione del fatto che si tratta soltanto di classificazioni strutturali. Così ci si imbatte spesso in proposizioni futili che condizionano la ricerca, specialmente quando dallo studio delle singole lingue si passa allo studio della loro evoluzione nel tempo e della loro origine. Elenco alcuni pregiudizi di base: 

1) Due lingue appartengono a una stessa tipologia, quindi devono essere imparentate.
2) Due lingue non possono essere imparentate se appartengono a tipologie diverse.
3) Da una serie di lingue con una data struttura tipologica deve essere ricostruita una protolingua con uguali caratteristiche.

Da questi principali errori ha origine un vero e proprio perniciosissimo stupidario, che appesta il mondo accademico con aberrazioni di ogni tipo. 

Il basco è una lingua ergativo-assolutiva, quindi i suoi parenti vengono ricercati per necessità tra le lingue ergativo-assolutive. Se qualcuno proponesse una lontana parentela con una lingua non ergativo-assolutiva, sarebbe considerato un mezzo deficiente e guardato dall'alto in basso con spocchia da accademici che in realtà sono emeriti minchioni. Questo non perché ci sia del falso nella proposta, ma perché essa è scartata a priori.

Un altro esempio significativo è quello della tipologia sintattica dell'ipotetica protolingua dell'Umanità: a volte si trovano articoli su qualche quotidiano online cha aggiornano sullo stato delle ricerche, garantendo che l'ordine sintattico nella lontana preistoria doveva essere OSV. Viene poi fornito a titolo esplicativo il classico esempio della frase di Yoda "tuo padre lui è" non è calzante perché il verbo "essere" non regge l'accusativo - lo imparano anche i bambini alle elementari durante le lezioni di grammatichina e di analisi logica. Meglio sarebbe dunque citare come esempio un'altra sentenza del Maestro Yoda: "Quando lo scolo fatto sei volte tu avrai, dritto non piscerai".

Quando si considera l'evoluzione delle lingue, è futile cercare di classificare le lingue in funzione dell'ordine delle parole nella frase: tale ordine può infatti cambiare nel corso della loro storia. Basti citare il caso del latino, che ammette frasi come philosophum non facit barba "la barba non fa il filosofo", in cui l'ordine OVS sarebbe dai linguisti tipologici considerato un'anomalia inaccettabile se paragonato all'ordine SVO tipico delle lingue romanze. Eppure le lingue romanze sono derivate dal latino. Quello di cui certi accademici psicorigidi non tengono conto è un fatto molto semplice: l'usura fonetica degli apparati grammaticali porta a ridefinire nuove strutture, a rendere rigido qualcosa che prima era più libero. Le lingue del genere umano non sono sistemi in equilibrio. Quando dalla consunzione dei morfemi nasce l'ambiguità, la sopravvivenza impone di far scattare un sistema che permetta di risolvere il problema alla radice.

Per fissare le idee, in latino forme come canis (soggetto) e canem (oggetto) sono ben distinte a livello fonetico, mentre in italiano abbiamo una sola forma, cane, sia per il soggetto che per l'oggetto. Di conseguenza un romano poteva dire ursus laniavit canem "l'orso straziò il cane", ma anche canem laniavit ursus o ursus canem laniavit. Per dire "il cane straziò l'orso" si può scegliere tra canis laniavit ursum, ursum laniavit canis o canis ursum laniavit, senza problema alcuno. In italiano c'è invece una sola alternativa possibile: esprimere il soggetto e l'oggetto tramite la posizione nella frase: "l'orso straziò il cane" è una frase del tutto diversa da "il cane straziò l'orso"

La stessa esagerata importanza attribuita alla linguistica tipologica deriva dalla rigidità dell'inglese moderno: gli anglofoni reputano la propria lingua il centro dell'universo e proiettano su ogni cosa le proprie categorie mentali. Dal ritenere tali categorie "innate" al crederle intrinseche al linguaggio in quanto tale, il passo è più breve di quanto non sembri. Per la maggior parte degli anglosassoni, è sufficiente che una lingua posponga l'aggettivo al nome per essere automaticamente etichettata come "difficile", figuriamoci se ha caratteristiche come una diversa collocazione del verbo o l'ergatività. La natura sclerotica della sintassi dell'inglese, in cui una regola ammette ben poche eccezioni o non ne ammette affatto, porta a pensare che in tutte le lingue viga una stessa struttura inviolabile, assoluta e definibile in poche parole, quando invece vediamo che in molte lingue convivono diversi schemi sintattici. Il rischio di fraintendimento è molto elevato. La ricerca sulle origini genetiche delle lingue rischia di essere disturbata e di venire meno. 

Il caso del norreno

Oltre a quanto visto per la lingua di Roma, si possono fare infiniti esempi. In antico nordico la ricchezza dell'apparato morfologico dei sostantivi e degli aggettivi rende possibile una grande libertà sintattica, inconcepibile nelle lingue germaniche odierne come ad esempio l'inglese. È sufficiente riportare alcuni esempi salienti per vedere come le tipologie sintattiche SVO e OVS convivano nella lingua dei Vichinghi senza alcun problema. Questo dovrebbe bastare a gettare forte discredito sulle pretese di certi linguisti tipologici, se il buonsenso governasse.

Dalle parole dvergr "nano", eiga "possedere" e baugr "anello", si hanno due diversi modi per tradurre la frase "il nano ha un anello"

dvergrinn á baug
baug á dvergrinn

La prima frase è SVO, la seconda è OVS. Non sussiste alcuna ambiguità per via della morfologia: il nominativo maschile singolare di dvergr e di baugr è marcato da un suffisso rotico -r che manca nell'accusativo. In inglese si direbbe "the dwarf has got a ring", con un ordine rigido. Invertendo i membri si otterrebbe una frase senza senso: "*a ring has got the dwarf", vietata dalla logica delle cose. Il verbo to have (got) non si presta a usi metaforici, si eviti quindi di pensare al Gollum e al suo famoso tessoro. Nemmeno nel mondo dei Puffi può accadere che un oggetto inanimato sia il proprietario di un essere animato. 

Passiamo ora a una frase più complessa: "Olaf vide la vecchia donna". Queste sono le due traduzioni possibili in norreno: 

Óláfr sá konu þá ina gǫmlu Konu þá ina gǫmlu sá Óláfr 

Anche in questo caso, la prima frase è SVO e la seconda è OVS. Si noterà che in inglese abbiamo "Olav saw the old woman". Invertendo i membri della frase si inverte in automatico anche il significato, dando origine a "The old woman saw Olav", ossia "la vecchia donna vide Olaf". Se vogliamo invertire il senso nella frase norrena, dobbiamo cambiare la morfologia. Così per dire "la vecchia donna vide Olaf" abbiamo le seguenti possibilità: 

Óláf sá kona sú in gamla Kona sú in gamla sá Óláf.

Decisamente troppo per una mente irrigidita in schemi e schemini per necessità banali, che si limita all'ABC del mondo detestando ogni indagine.

martedì 6 settembre 2016

ANCORA SULLA LONTANANZA DELLA LINGUA NEOEBRAICA DA QUELLA SCRITTURALE

Riporto in questa sede la mia traduzione dell'abstract di un articolo oltremodo interessante di Ghil'ad Zuckermann dell'Università di Adelaide, intitolato Hybridity versus Revivability: Multiple Causations, Forms and Patterns.   


«Lo scopo di questo articolo è suggerire che per via di causazioni multiple ubiquitarie, il revival di una lingua non più parlata è improbabile senza la fertilizzazione incrociata dalla lingua (o dalle lingue) del revivalista. Così, ci si aspetta che gli sforzi di rivitalizzazione risultino in una lingua con una struttura genetica e tipologica ibrida. L'articolo evidenzia costruzioni morfologiche e categorie salienti, illustrando la difficoltà nel determinare una singola fonte per la grammatica della lingua di Israele. L'impatto europeo in queste caratteristiche è evidente tra le altre cose nella struttura, nella semantica e nella produttività. Essendo un articolo piuttosto che non un lungo libro, questo scritto non tenta di essere grammaticalmente esaustivo, ma piuttosto di gettare nuova luce sul parziale successo del revival linguistico in generale, e in particolare sulla genetica della lingua israeliana.
La causazione multipla è manifesta nel Principio di Congruenza, secondo il quale se una caratteristica esiste in più di una lingua che contribuisce <alla lingua rivitalizzata>, è più plausibile che persista nella lingua emergente. Questo articolo discute la causazione multipla
(1) nell'ordine costitutivo,
(2) nel sistema dei tempi verbali,
(3) nell'accrescimento della copula,
(4) nei calchi, e
(5) nella corrispondenza fono-semantica in israeliano (Zuckermann 1999, in modo un po' equivoco a.k.a. ‘ebraico rivitalizzato’ / ‘ebraico moderno’).
Ciò suggerisce che la realtà della genesi linguistica è di gran lunga più complessa di quanto permesso da un semplice sistema di albero familiare. È improbabile che le lingue ‘rivitalizzate’ abbiano un solo genitore. Parlando in generale, mentre la maggior parte delle forme dell'israeliano sono semitiche, molti dei suoi schemi sono europei. Si assume che
(1) mentre l'ebraico era sintetico, l'israeliano – seguendo lo Yiddish ecc. – è molto più analitico;
(2) l'israeliano è una lingua "habere" (cf. latino habere ‘avere’, che regge l'oggetto diretto), in forte contrasto con l'ebraico(*);
(3) le lingue europee talvolta dettano il genere delle parole israeliane coniate;
(4) la produttività (nascosta) e la semantica del sistema dei modelli verbali dell'israeliano, presumibilmente completamente ebraico sono, di fatto, spesso europee;
(5) in ebraico c'era una polarità di concordanza di genere tra nomi e numerali, es. ‘éser banót ‘dieci ragazze’(**) contro ‘asar-á baním ‘dieci ragazzi’(***) (femminile). In israeliano c'è un più semplice sistema europeo, es. éser banót ‘dieci ragazze’, éser baním ‘dieci ragazzi’;
(6) lo Yiddish ha plasmato la semantica del sistema verbale israeliano nel caso dell'incoatività;
(7) seguendo lo ‘standard medio europeo’, le proclitiche israeliane be- ‘in’, le- ‘a’ e mi-/me ‘da’, così come la congiunzione coordinata ve- ‘e’, sono fonologicamente meno dipendenti che in ebraico;
(8) la formazione di parole in israeliano abbonda di meccanismi europei come le parole macedonia.»

(*) Le lingue "habere" indicano il possesso con un verbo, mentre le lingue "non-habere" utilizzano una frase esistenziale (NdT)
(**) Più propriamente 'dieci figlie' (NdT)
(***) Più propriamente 'dieci figli' (NdT) 

Alcuni esempi concreti 

Lo stato costrutto non è più realmente produttivo, così anziché dire 'em ha-yéled "la madre del bambino", si dice ha-íma shel ha-yéled.

Abbondano costruzioni verbali analitiche che nella lingua biblica sono inconcepibili. Così sam tseaká "urlò" (lett. "mise un urlo"), natán mabát "guardò" (lett. "diede uno sguardo"), heíf mabát "guardò" (lett. "gettò uno sguardo"). Si tratta palesemente di calchi dallo Yiddish, es. gébṇ a kuk "dare uno sguardo" per "guardare".

Lo Yiddish ha dato un'infinità di calchi nella fraseologia corrente. Le radici usate sono genuinamente ebraiche, ma il loro uso idiomatico è Yiddish e non ha nulla a che vedere con la mentalità di un antico parlante di una lingua semitica. 
m
á nishmá "come stai?" (lett. "cosa si sente?"),
     cfr. Yiddish vos hert zikh
khamúda-le "ragazza carina", formato da khamuda
     "carina"
 e dal suffisso Yiddhish -le;
miluim-nik "riservista", formato da milu
ím
     "riserva"
  (lett. "riempimento") e dal suffisso
     Yiddish -nik.

Esiste un massiccio uso di mezzi produttivi internazionali (suffissi e prefissi):
bitkhon-
íst "uno che valuta tutto dalla prospettiva
     della sicurezza nazionale"
: suffisso -ist 
kiso-lógya "arte di trovarsi un seggio in
     parlamento"
: suffisso -logya 
anti-hitnatkut "anti-disimpegno" : prefisso anti-
post-milkhamt
í "postbellico": prefisso post- 
pro-arav
í "pro-arabo": prefisso pro-
Alle orecchie del Re Davide questi elementi sarebbero suonati alieni come se fossero giunti dalla lingua delle genti di Altair o di Vega: non avrebbe avuto nemmeno la minima idea della natura di queste sillabe o della loro origine. 

Le forme ebraiche sono state riplasmate, reinterpretate per adattarsi agli schemi delle lingue europee. Così anziché il corretto yesh l-i ha-séfer ha-zè "è a me questo libro" (i.e. "io ho questo libro) - in cui ha-séfer ha-zè "questo libro" è il soggetto - si dice yesh l-i et ha-séfer ha-zè "io ho questo libro" - in cui et ha-séfer ha-zè "questo libro" è l'oggetto, come si evince anche dall'uso della particella accusativa et. La forma yesh l-i "è a me" non sembra essere più compresa ed è vista come traduzione dello Yiddish ikh hob, khob "io ho"

Si ha un uso massiccio di prestiti dallo Yiddish per formare verbi:
la-khróp "russare" < Yiddish khr
ópṇ 
le-fargén "non invidiare" < Yiddish farg
ínən 
le-hafl
ík "schiaffeggiare" < Yiddish flik "buffetto"
le-hashpr
íts "spruzzare" < Yiddish shprits "spruzzo"
le-hashv
íts "vantarsi" < Yiddish shvits "sudore"
le-katér "gemere" < Yiddish kótər "gatto maschio" 

Si ha un uso massiccio di prestiti internazionali (in genere inglesi) per formare verbi: 
le-daskés "discutere" < discuss
le-fakés "focalizzare" < focus
le-flartét "flirtare" < flirt
le-hasn
íf "sniffare coca" < sniff
le-natrél "neutralizzare" < neutralize
le-tarpéd "sabotare" < torpedo

Rispetto ai contenuti dell'articolo, aggiungo alcune note sulla consunzione fonetica. Nella lingua parlata in Israele in questi tempi si sono prodotte numerose e singolari contrazioni che la renderebbero assolutamente incomprensibile agli Antichi. Così avviene che il termine biblico avikhem "vostro padre" è sostituito da aba shelkhem, che a rigor di logica, stando alla pronuncia vigente, dovrebbe suonare /a'ba ʃel'xem/. Invece è in auge una sua contrazione /abaʃ'xem/. Ditemi voi cosa avrebbe capito Isaia.

Commenti e considerazioni

Noi ci opponiamo ad ogni interazione tra la lingua madre del revivalista e la lingua oggetto di rivitalizzazione. Un buon prodotto non deve mostrare calchi che non sarebbero comprensibili a un parlante della lingua estinta su cui quella da rivitalizzare si fonda. Noi rifiutiamo il concetto di carattere genetico e tipologico ibrido. Soprattutto insidiosi sono i calchi grammaticali, specialmente quelli di natura sintattica. Il caso del neoebraico insegna. La conlang neoebraica è una lingua profondamente differente da quella biblica e non può in nessun caso essere vista come un suo sviluppo naturale nell'ambito di un'evoluzione storica continua. È una creazione artificiale in larga misura abusiva. Se ignorassi la natura irreversibile di ogni evento e di ogni processo di questo mondo, direi che il neoebraico necessiterebbe di un profondo processo di riforma. Sono tuttavia pienamente consapevole che un simile progetto fallirebbe prima ancora di cominciare. 

Una soluzione semplice

È chiaro che ormai la lingua di Israele è ben consolidata nell'uso e che evolverà seguendo il suo percorso, finendo col divenire ancor più irriconoscibile. In ogni caso non posso fare a meno di notare che molti problemi sarebbero stati evitati se fosse stato scelto l'aramaico come lingua ufficiale dello Stato di Israele.

LA LINGUA NEOEBRAICA: I COSTI DELLA RIVITALIZZAZIONE

Spesso si loda l'opera di resurrezione della lingua ebraica, presentandola come il caso di maggior successo nell'opera di revival linguistico - se non l'unico davvero riuscito - ma non si considerano alcuni effetti collaterali. Già ho introdotto l'ostico argomento in un post in cui commentavo un'affermazione di Amos Oz, facendo notare come la lingua neoebraica sia una conlang a tutti gli effetti e come si discosti non poco dall'ebraico biblico. Ora analizzerò un'altra questione.

I sistemi usati dallo Stato di Israele per imporre il neoebraico come unica lingua possono essere considerati pertinenti al concetto di etnocidio. Il Governo di Israele ha infatti stabilito l'affermazione di un'unica cultura ebraica - recente e ricostruita secondo criteri abbastanza arbitrari, emanazione artificiale del Movimento Sionista - decretando l'annientamento sistematico di tutte le genuine identità ebraiche della Diaspora. Pochi sanno della persecuzione dei parlanti Yiddish e della distruzione sistematica della lingua Karaim.

A chi voglia approfondire l'argomento rimando senza indugio a un documento oltremodo interessante di Elizabeth Freeburg dell'Università di Yale, intitolato The Cost of Revival: The Role of Hebrew in Jewish Language Endangerment.


Queste cose le genti non le sanno e non le vogliono sapere, perché non suscitano alcun interesse: la loro analisi richiede l'uso di uno strumento piuttosto impopolare chiamato "cervello". L'istituzione scolastica, fucina di demenza e propalatrice della peste della political correctness e di numerose altre storture, non si occupa affatto di questioni linguistice, giudicate futili. La vulgata si limita infatti alle solite baggianate isteriche sugli Israeliani cattivi e sui poveri Palestinesi, appiattendo la realtà tridimensionale e facendone una sfogliatina di banalità perché sia assimilabile dagli intelletti larvali degli studenti-zombie.  

Lo Yiddish era giudicato treif dalle autorità, ossia non kosher, ancor più impuro della carne di porco. In alcuni casi, come ci dice la Freeburg, i parlanti Yiddish furono addirittura minacciati e fatti oggetti di intimidazioni in perfetto stile mafioso: l'uso dell'idioma avito doveva essere scoraggiato con ogni mezzo. La lingua Yiddish resiste ed è tuttora rigogliosa soltanto presso la setta dei zeloti Haredim, gli Ultraortodossi. Questi parlano soltanto Yiddish, perché la lingua delle Scritture, chiamata Loshn Kovdesh (ebraico lāshōn qādōsh), è loro proibito parlarla per scopi profani. Così essi distinguono nettamente la lingua biblica dal neoebraico, chiamato Ivrít, che pure rifiutano per quanto possibile - arrivando a uno stile di vita che potremmo definire isolazionista. 

La lingua Karaim appartiene al ceppo delle lingue altaiche: è in sostanza una varietà di turco con influenze ebraiche nel lessico. In origine era parlato in Crimea e trovo ragionevole concludere che si tratti di un discendente dell'originaria lingua dei Khazari, popolazione di ceppo turco convertita all'Ebraismo tra la fine del VIII secolo e l'inizio del IX. L'immigrazione di Karaiti nello Stato di Israele fu forte nell'ultimo dopoguerra. Essi portarono con sé la loro lingua, che era usata anche per scopi liturgici. Il successo nella sua eradicazione fu tale che su 30.000 Karaiti etnici che attualmente vivono in Israele, non si trova nemmeno un singolo parlante di Karaim.

Solo in apparenza meno drammatica è la situazione del giudeo-spagnolo, detto anche Ladino o Judezmo. Si tratta di una varietà di castigliano con influenze ebraiche ed aramaiche, che nello Stato di Israele è ancora parlato da circa 70.000 persone. Se però si considera che attualmente i parlanti nel mondo sono in tutto 100.000, e che soltanto nel 1977 in Israele erano ben 300.000, si capisce che il declino della lingua è vertiginoso. Parlato quasi soltanto da persone anziane, il Ladino non viene più appreso dai giovani e si pensa che possa scomparire nel giro di una o due generazioni. Tutto segue senza ostacoli il piano generale: attrarre nel Paese di Canaan il maggior numero possibile di minoranze linguistiche ebraiche per estinguerle. 

sabato 3 settembre 2016

IL CRONOVISORE DI ERNETTI: UN COLOSSALE INGANNO


Un pezzo forte della propaganda complottista è il famoso cronovisore di Padre Pellegrino Ernetti, che merita di essere discusso in dettaglio per le sue profonde implicazioni filosofiche. Trattasi di un ipotetico macchinario in grado di captare immagini e suoni del passato, traducendo i segnali in immagini simili a quelle di un comune televisore. A detta dei sostenitori della teoria cospirazionista, il cronovisore sarebbe stato consegnato alle autorità ecclesiastiche, che lo avrebbero smontato e nascosto nei sotterranei del Vaticano.  

Gli antefatti

Isaac Asimov in un suo racconto abbastanza datato, Il cronoscopio (The Dead Past, 1956), descrive una macchina che rende possibile visualizzare eventi passati. Questo dispositivo immaginario, inventato dal fisico dei neutrini Sterbinski, è controllato dal Governo, che per ovvi motivi non ne permette l'uso e proibisce la ricerca in quel campo. Per questo il protagonista del racconto, che vorrebbe vedere con i suoi occhi i fasti, gli splendori e le miserie della città di Cartagine, prende la risoluzione di costruirsi in clandestinità un proprio cronoscopio. Constaterà presto che l'apparecchio non è in grado di andare nel passato oltre un periodo di poco più di un secolo: l'osservazione delle gesta della potente famiglia dei Barca gli resterà preclusa.


L'annuncio di una fantomatica scoperta

Il monaco benedettino Padre Pellegrino Maria Ernetti (1925-1994), filosofo, musicologo, fisico ed esorcista, era di certo un gran lettore di fantascienza e amava in particolare gli scritti di Asimov. Negli anni cinquanta dello scorso secolo fu impegnato in studi sulla natura del tempo e fu così che decise di sfruttare le idee contenute nel racconto asimoviano Il cronoscopio, pubblicato per la prima volta sulla rivista Astounding proprio nell'aprile del 1956. A sua detta, alle ricerche avrebbe partecipato Padre Agostino Gemelli (1878-1959) assieme a un gruppo di dodici eminenti scienziati la cui identità fu tenuta nascosta (in seguito trapelarono i nomi di Enrico Fermi e di Wernher von Braun). Nel 1972 fu dato l'annuncio della costruzione dell'apparecchio chiamato cronovisore o macchina del tempo: sul diciottesimo numero de La Domenica del Corriere comparve un'intervista a Padre Ernetti in cui si illustravano per sommi capi i principi di funzionamento del congegno e le sue mirabolanti proprietà. Tuttavia una cosa salta all'occhio leggendo le tonnellate di materiale reperibile nel Web: l'anno di inaugurazione del cronovisore sarebbe stato il 1956. Una coincidenza?

La censura del Vaticano e il nuovo interesse 

Dopo l'intervista pubblicata su La Domenica del Corriere, le gerarchie del Vaticano hanno dato forti segni di irritazione, imponendo all'ecclesiastico troppo esuberante una ferrea censura: del cronovisore non si doveva parlare più. Detto, fatto. Non se ne parlò più per oltre un decennio, finché nel 1989 il fisico Padre Luigi Borello pubblicò un libro, "Le pietre raccontano", in cui attaccava vigorosamente le ricerche sul cronovisore, nella cui reale esistenza affermava di non credere affatto. In risposta agli attacchi del Borello, Padre Ernetti scrisse una lettera, ribadendo i risultati ottenuti tramite la sua "macchina del tempo". Pochi anni dopo, siamo nel marzo 2000, comparve negli Stati Uniti un libro di Peter Krassa, "Il cronovisore di Padre Ernetti - la costruzione e la scomparsa della prima macchina del tempo del mondo", che conteneva testimonianze critiche. Nel 2002 fu il turno di un amico dell'Ernetti, il teologo e parapsicologo Padre François Brune, autore di un altro libro sull'argomento, "Le nouveau mystère du Vatican", in cui si ventilava l'ipotesi cospirazionista. Fu un successo clamoroso. Da allora gli ambienti dei complottisti sono in fermento e ne parlano senza sosta.  


La propagazione del suono
non è di natura elettromagnetica
 

Per essere un fisico, Padre Ernetti doveva avere per la verità una preparazione non troppo sinottica. In particolare doveva ignorare anche i più rudimentali fondamenti dell'acustica. Questo è quanto dichiarò nell'intervista comparsa su La Domenica del Corriere n. 18: «L'intera elaborazione si basa su un principio di fisica accettato da tutti, secondo il quale le onde sonore e visive, una volta emesse, non si distruggono ma si trasformano e restano eterne e onnipotenti, quindi possono essere ricostruite come ogni energia, in quanto esse stesse energia.»  Altri sconcertanti farfugliamenti, sempre dalla stessa fonte: «La procedura di funzionamento della macchina è la stessa utilizzata dagli astronomi che, calcolando gli anni-luce, riescono a ricostruire l’aspetto di una stella spentasi da migliaia di anni.» Ecco i componenti del cronovisore:

 1) Un certo numero di antenne e di transduttori in una non meglio specificata quanto fantomatica lega metallica, con la funzione di rilevare le onde sonore e visive legate agli eventi passati;
 2) Un modulo capace di orientarsi automaticamente in funzione delle onde sonore e visive captate;
 3) Numerosi dispositivi in grado di decodificare le onde, registrando le immagini e i suoni risultanti.

Sull'aspetto del macchinario c'è poco accordo: per alcuni era simile a un grosso tostapane, per altri aveva l'aspetto di un batiscafo. Quello che sfuggiva all'inventore del cronovisore è che le onde visive e le onde sonore di cui parlava non hanno la stessa origine. La propagazione delle onde elettromagnetiche è descritta dalle equazioni di Maxwell, mentre la propagazione del suono in un mezzo è un fenomeno meccanico. Eppure Padre Ernetti affermò il seguente sproposito: «Il suono e la luce sono energie. La luce può trasformarsi in suono e viceversa.» E ancora: «Il suono, una volta emesso, inizia un processo di disgregazione in altri tipi di onde sonore che l’orecchio umano non è in grado di udire. Dal suono disgregato si può tornare al suono originario, così come dalla materia disgregata si può ricostruire la sua forma originaria, secondo i principi della teoria atomica.» Assurdità sesquipedali che dimostrano l'assoluta e colpevole ignoranza delle nozioni basilari della fisica. Le conseguenze di tutto ciò sono gravi e smontano già da sole la favoletta. 

Non esistono in Natura le onde televisive

Ernetti è partito dall'idea che ogni evento emetta onde analoghe a quelle che codificano i programmi televisivi, con la parte video modulata in ampiezza e la parte audio modulata in frequenza ed entrambe le informazioni contenute nello stesso canale. Questa però è una pura e semplice assurdità. Essendo le onde sonore di natura totalmente diversa dalle onde elettromagnetiche, non esiste alcuna connessione possibile tra le ipotetiche tracce visive e le altrettanto ipotetiche tracce acustiche lasciate da un dato evento in un etere immaginario, che usando un vocabolo ben poco scientifico il monaco volpone chiamava "sfera astrale". Usare l'aggettivo immaginario è ancora generoso, visto che è stata dimostrata l'inesistenza di un mezzo speciale in cui la radiazione elettromagnetica si propaga (vedi interferometro di Michelson).

L'energia di Ernetti è una baggianata New Age

Incapace di afferrare semplici concetti della fisica, il costruttore del tostapane cronovisivo andò a schiantarsi contro il più ingannevole scoglio: quello dell'energia. La Scienza ci insegna che "l'energia è la grandezza fisica che misura la capacità di un corpo o di un sistema fisico di compiere lavoro, a prescindere dal fatto che tale lavoro sia o possa essere effettivamente svolto." (Fonte: Vocabolario Treccani). Questa definizione scientifica per il religioso era un tabù: non solo la ignorava bellamente, ma si inoltrò in un profluvio di cazzate che affondano le loro radici nello squallido supermarket del misticismo orientale. Questo è l'assunto di base di tutte le scempiaggini, il dogma energetico che si legge su centinaia di siti farlocchi e di blog: "Tutto è energia, inclusi i nostri pensieri, la nostra intenzione e le nostre emozioni. La nostra mente può davvero modificare la materia e la realtà". All'origine di questo meme c'è stato di certo un drogato che ha equivocato l'equazione di Einstein E = mc2. Ormai il contagio è tanto esteso che nemmeno l'Ordalia di una revolverata nel cranio riuscirebbe a rimuovere queste assurde credenze.


Il problema dell'iconografia di Cristo

Padre Ernetti affermò molte altre cose assolutamente inverosimili. Disse ad esempio che grazie al suo marchingegno aveva assistito alla Passione di Cristo. Non solo: a sua detta aveva filmato le sequenze dall'inizio alla fine. Invitato a produrre le prove di quanto asserito, l'ecclesiastico rilasciò una foto che mostra il volto di Gesù. Non passò molto tempo che si scoprì l'origine di tale immagine. Il volto di Cristo era stato tratto dalla foto di una scultura che si trova nel Santuario dell'Amore Misericordioso di Collevalenza, una frazione di Todi. Pressato, il callido Ernetti, che potrebbe figurare in una versione miniata del Roman de Renart come la Volpe, disse serafico che tali immagini si ispiravano alle indicazioni di una mistica visionaria che a sua detta aveva assistito alla Passione. Circola anche un'altra foto in cui Cristo cammina assieme ad alcuni apostoli: uno è verosimilmente Pietro e - incredibile dictu - nella versione completa dietro il gruppetto si vede un discepolo che fa fumo con la motocicletta! L'immagine è stata prodotta manipolando la foto da una crosta di proprietà del fratacchione. Qual è il problema? Semplice. Cristo siamo abituati a immaginarlo come un uomo alto e robusto, con capelli lunghi e barba. All'origine di tutto ciò sta la cosiddetta iconografia siriaca, che si impose soltanto a partire dal IV secolo. Nelle comunità paleocristiane, Cristo era invece raffigurato come un giovane imberbe. La più antica immagine di Cristo nota è quella del Buon Pastore, molto distante da tutto ciò che ci è familiare. Alcuni rappresentavano Cristo come l'Orfeo della tradizione classica o come un filosofo, per altri doveva invece essere un uomo brutto (es. San Giustino) o addirittura dal viso deforme (es. Clemente Alessandrino, Eusebio di Cesarea). Inutile dire che i primi Cristiani erano più vicini all'epoca in cui Gesù visse rispetto a tutti i ciarlatani e i visionari dei nostri tempi.


Cristo non ebbe la fisionomia di un franco
o di un burgundo
 

All'iconografia siriaca si sovrappose poi un nuovo modo di concepire la figura di Gesù. A seguito delle invasioni delle popolazoni germaniche sul finire dell'Impero Romano d'Occidente, si formò nei cosiddetti Regni Romano-barbarici una classe dominante di origine nordica. L'aristocrazia germanica nei regni di Franchi, Burgundi, Visigoti, Longobardi, Svevi, lasciò una traccia profondissima anche dopo che le corrispondenti popolazioni avevano cessato di essere entità etniche distinte. I nobili nel Medioevo discendevano proprio da quella aristocrazia, che diede origine alle caratteristiche stereotipate con cui ancora oggi si immagina il sovrano tipo. Ad esempio il Re Gambrinus nelle insegne di così tante birrerie e ristoranti: un uomo alto, slanciato, con volto allungato, barba e capelli lunghi di color castano chiaro. Proprio come Gesù, che è ritratto precisamente nello stesso modo. Alto, slanciato, volto allungato, barba e capelli lunghi che possono essere castani, in genere di una tonalità chiara, ma anche biondi o addirittura rossicci. Come un Re dei Franchi o dei Burgundi. La Sindone di Torino è certamente un falso, perché non mostra un uomo di fisionomia mediorientale, ma un nobile franco o burgundo. Per difendere l'iconografia tradizionale fu tentato di tutto. Gli esoteristi tedeschi e lo stesso Adolf Hitler giunsero a credere che Cristo fosse figlio di un legionario romano di sangue germanico chiamato Panthera. Stranamente i Nazisti condividevano proprio l'idea espressa nel Talmud, che faceva risalire la nascita di Gesù proprio a una relazione adulterina di Maria con un legionario. Ho sempre sostenuto l'esistenza di profonde relazioni tra il Nazismo e l'oggetto del suo odio, gli Ebrei - e questo fatto è una prova ulteriore. Questo però ci porta lontano e approfondiremo il discorso in altra sede. Tornando a noi, il Cristo di Ernetti ha anche le vesti tipiche dell'iconografia tradizionale. Sembra uscito da una rappresentazione artistica, per il semplice fatto che è uscito da una rappresentazione artistica.

Altre pretese informazioni recuperate

Stando a Padre Ernetti, il cronovisore avrebbe permesso a lui e agli altri sperimentatori di indagare numerose epoche, evocando per prima cosa un discorso di Benito Mussolini, per procedere a ritroso giungendo a Napoleone, immortalato nell'atto di abolire la Serenissima Repubblica di Venezia. Avrebbero fatto seguito tre esplorazioni del mondo romano con cattura di queste meraviglie: 1) scene di un mercato dell'epoca dell'Imperatore Traiano; 2) la Prima Catilinaria declamata da Cicerone (le cui doti oratorie avrebbero impressionato profondamente gli astanti); 3) la rappresentazione del Thyestes di Quinto Ennio, avvenuta a Roma nel tempio di Apollo il 169 a.C. Il Thyestes è una tragedia andata in gran parte perduta (si pensa che sia giunto a noi solo un decimo del testo), di cui l'Ernetti avrebbe trascritto interamente il testo. Il risultato, a quanto pare deludente, comprenderebbe soltanto una piccola aggiunta originale al materiale già noto. La sua pretesa di autenticità è stata confutata sulla base di argomenti linguistici dalla Professoressa Katherine Owen Eldred di Princeton. In ogni caso il testo prodotto dall'ecclesiastico non si trova da nessuna parte e non mi è possibile analizzare meglio la questione. Si dice che l'inventore del cronovisore fosse un fine latinista, cosa che mi lascia piuttosto scettico. Se la sua conoscenza della lingua di Roma fosse stata paragonabile a quella che aveva della fisica, allora un illetterato avrebbe potuto produrre un testo dotato di maggior senso.  

Conseguenze luttuose dell'eventuale divulgazione

Questo è quanto affermato da Renzo Allegri nel corso della sua intervista a Don Borello:

«Il Papa, i cardinali, gli scienziati, gli uomini politici che videro il cronovisore in funzione si resero subito conto della grande pericolosità di quello strumento. Se quella macchina fosse stata divulgata avrebbe sconvolto l’esistenza dell’intera umanità. Il cronovisore capta tutto ciò che è avvenuto, senza distinzione, senza poter selezionare. Non ci potrebbero più essere quindi segreti di Stato, segreti scientifici, industriali, commerciali, diplomatici, segreti personali. Non ci potrebbe più essere vita privata. Quella macchina in mano a governanti senza scrupoli avrebbe potuto instaurare la più feroce delle dittature. Furono perciò tutti concordi, compreso Padre Ernetti, a non divulgarla. Venne smontata e consegnata alle autorità ecclesiastiche».

Ecco il punto. Se il miracoloso tostapane in grado di catturare il passato fosse entrato in tutte le case, sarebbero fiorite tonnellate e tonnellate di sequenze pornografiche generate dalle corna! Milioni di mariti avrebbero potuto catturare le sequenze delle loro consorti intente a succhiare i bischeri e a farsi penetrare. Pensate, i padri e le madri avrebbero scoperto le loro figlie con l'uccello in bocca. Anche i figli e le figlie dandosi da fare avrebbero trovato prove delle scelleratezze dei loro genitori. Tutti sarebbero rimasti sconvolti e la società umana sarebbe finita! A meno che non si fosse subito imposto un "nuovo paradigma": quello enunciato da Valentina Nappi, che preconizza una società in cui "fare pompini è naturale come respirare"

Il giocattolo immaginario 

Quando ero piccolo condividevo con alcuni miei compagni di scuola una fantasia ingenua quanto assurda, quella dell'esistenza di un'automobile chiamata Zimparpai, che sarebbe stata in grado di compiere molti prodigi, tra cui quello di viaggiare nel tempo. Ecco, il cronovisore non è poi molto lontano dalla mitica Zimparpai.

Nel libro di Padre Brune si riporta infine che Padre Ernetti in punto di morte avrebbe rivelato senza mezzi termini a un suo nipote che il cronovisore non è mai esistito. La sua era una pia frode per spingere gli scienziati a compiere ricerche per poter giungere alla costruzione di un vero sistema per catturare immagini e suoni dal passato. Questo progetto gli stava così a cuore perché sperava di poter dimostrare una volta per tutte la realtà storica del Cristianesimo. Niente da fare, i complottisti non desistono e non tengono in benché minimo conto la possibilità di un inganno. Spuntano come funghi i siti che delirano di connessioni esoteriche assurde, facendo saltare fuori gli immancabili Templari, l'inesistente Priorato di Sion, le colossali stronzate su Rennes-le-Château, i Rosacroce, gli Illuminati, i Rettiliani, i Rothschild e quant'altro.  

Link e altre risorse 

Per approfondimenti riporto una serie di link a siti trovati nel Web sull'argomento. Per prima cosa riporto siti che sono opera di sostenitori dell'autenticità del cronovisore e che nella migliore delle ipotesi scarsamente attendibili. Vi sono tuttavia riportate informazioni di una certa utilità.   





Nel seguito riporto i link ad alcuni video: 




Infine aggiungo i link ad alcuni siti che sono opera di persone apertamente scettiche sull'esistenza del cronovisore. Peccato che si tratti di pagine un po' scarne.