venerdì 20 dicembre 2019

HAITI, L'ISOLA MALEDETTA

Già abbiamo avuto occasione di occuparci di una delle più spaventose peculiarità dell'isola di Haiti: gli zombie! Abbiamo pubblicato anni fa un contributo che speriamo non sia caduto nel Nulla blogosferico. Lo riproponiamo a pubblica edificazione:  
 
 
 
 
Ora torniamo a parlare di questo raccapricciante argomento. Sulla piattaforma Quora, che dovrebbe essere un luogo in cui si acquisisce e si condivide la conoscenza, mi sono imbattuto in una testimonianza di estremo interesse. La domanda che è stata posta da un utente ormai non identificabile è "¿Conoces cuál ha sido el único zombie documentado?", ossia "Conosci qual è stato l'unico zombie documentato?". L'utente Richard Reina, venezuelano, ha dato una risposta che riporto in questa sede nella lingua originale, senza mutare alcun carattere o alcuno spazio nel testo. 


«El caso más documentado referido al fenómeno zombie ha sido la historia del haitiano Clairvius Narcisse. La historia comienza en 1962, cuando Clairvius entra en disputa con su hermano por la posesión de unas tierras. Su hermano lo intoxica, y según cuenta Clairvius, él se sintió muy mal y se dirigió a un hospital, donde le fue detectado edema pulmonar e hipotensión. 
 
También sufrío una fiebre muy alta, y describió una sensación de cosquilleo en la piel. Tiempo más tarde, fue declarado muerto… 
 
Sin embargo, Narcisse cuenta que no estaba para nada muerto: Podía escuchar todo lo que sucedía a su alrededor; podía escuchar a su hermana Angelina llorando junto a su cama, y escuchó todo su funeral ; sólo que se encontraba incapaz de moverse y responder. Incluso, cuenta que pudo sentir el clavo que atravesaba su ataúd y que le dejaría una cicatriz en su frente. 
 
Narcisse fue enterrado el 2 de Mayo de 1962. Tiempo después, un sacerdote de la religión vudú, además de otros individuos, llegarían a su tumba, sacarían su cuerpo del ataúd y lo golpearon profusamente, luego lo amarrarían y lo llevarían lejos de su casa. 
 
Al parecer, usaron con él una pasta hecha con la hierba Datura. Esta hierba supuestamente posee efectos alucinógenos y de pérdida de la memoria; en ese estado habría permanecido durante unos dos años, en compañía de otros en similar condición, todos a disposición de un bokor (brujo) que los tenía trabajando en una plantación. 
 
Este bokor moriría asesinado, por lo que no hubo quien siguiera suministrando los alucinógenos al grupo; sin embargo, el único que conservó a duras penas su cordura fue Clairvius. El narra que durante muchos años tuvo a su familia en el radar, pero no se acercaba a ellos por temor a represalias de su hermano. Sin embargo, una vez muerto éste, ya en 1980, se acercó a su hermana mientras ella estaba en el mercado, presentándose por un apodo familiar que sólo los más íntimos conocían. 
 
La identidad de Clairvius fue confirmada por el psiquiatra haitiano Lamarque Douyon , quien preparó un cuestionario de preguntas que Narcisse respondió correctamente. Adicionalmente, recabó el testionio de unos 200 testigos que avalaban que Clairvius era quien decía, incluyendo por supuesto a personas de su íntimo círculo. 
 
Todo lo anterior motivó un ávido interés periodistico. En particular, la Universidad de Harvard envió a Wade Davies, un etnobotanista, para investigar el caso. Los resultados de su investigación se muestran en el libro La Serpiente y el Arcoiris, de donde derivó en 1988 la película de Wes Craven del mismo nombre. 
 
Muestras del polvo zombie del mismo tipo que se habría utilizado con Clairvius fueron analizados en laboratorios. En particular, se pudo identificar un potente neurotóxico, la tetrodotoxina (TTX), que bajo determinadas condiciones puede inducir un estado catatónico similar al descrito por Clairvius. 
 
Sin embargo, hay reservas entre científicos con la teoría del TTX para inducir un estado catatónico. Se alega que el control de la dosis debe ser muy preciso, y que la concentración encontrada en el polvo no es suficiente para zombificar a un humano. 
 
A la historia de Clairvius Narcisse se debe en gran medida la incorporación del fenómeno zombie a la cultura popular.» 

Questa è la traduzione da me eseguita: 

«Il caso più documentato relativo al fenomeno zombie è stata la storia dell'haitiano Clairvius Narcisse. La storia è cominciata nel 1962, quando Clairvius è entrato in disputa con suo fratello per il possesso di alcune terre. Suo fratello lo ha avvelenato, e secondo quanto racconta Clairvius, egli si è sentito molto male e si è diretto a un ospedale, dove è stato trovato affetto da un edema polmonare e da ipotensione. 
 
Soffriva anche di febbre molto alta, e ha descritto una sensazione di solletico nella pelle. Poco tempo dopo è stato dichiarato morto… 
 
Tuttavia, Narcisse racconta che non era affatto morto: poteva ascoltare tutto ciò che succedeva intorno a lui; poteva ascoltare sua sorella Angelina che piangeva accanto al suo letto, e ha ascoltato tutto il suo funerale, solo che si trovava incapace di muoversi e di rispondere. Racconta anche che ha potuto sentire il chiodo che attraversava la sua bara e che gli avrebbe provocato una cicatrice sulla fronte. 
 
Narcisse è stato inumato il 2 maggo 1962. Tempo dopo, un sacerdote della religione voodoo e altri individui sarebbero giunti alla sua tomba, avrebbero portato via il corpo dalla bara per colpirlo abbondantemente, quindi lo avrebbero legato e portato lontano dalla sua casa. 
 
A quanto pare hanno usato una pasta fatta con l'erba Datura. Presumibilmente questa erba ha effetti allucinogeni e di perdita di memoria; in quello stato sarebbe rimasto per circa due anni, in compagnia di altri in condizioni simili, tutti a disposizione di un bokor (stregone) che li faceva lavorare in una piantagione. 
 
Questo bokor sarebbe morto assassinato, quindi non c'era nessuno che continuasse a fornire gli allucinogeni al gruppo; comunque, l'unico che a malapena manteneva la sua sanità mentale era Clairvius. Dice che per molti anni ha avuto la sua famiglia sul radar, ma non li ha avvicinati per paura di rappresaglie da parte di suo fratello. Tuttavia, una volta che questi è morto, nel 1980, si è avvicinato a sua sorella mentre era nel mercato, presentandosi a un soprannome di famiglia che solo i più intimi sapevano. 
 
L'identità di Clairvius è stata confermata dallo psichiatra haitiano Lamarque Douyon, che che ha preparato un questionario con domande a cui Narcisse ha risposto correttamente. Inoltre, ha ottenuto la testimonianza di circa 200 testimoni che hanno garantito che Clairvius era colui che ha detto; tra questi, naturalmente, le persone della sua cerchia ristretta. 
 
Tutto ciò ha motivato un avido interesse giornalistico. In particolare, l'Università di Harvard ha inviato Wade Davies, un etnobotanico, per indagare sul caso. I risultati di la sua ricerca sono mostrati nel libro The Serpent and the Rainbow (Il Serpente e l'Arcobaleno), da cui è derivato 1988 il film di Wes Craven con lo stesso titolo. Campioni di polvere di zombie dello stesso tipo che sarebbe stato usato con Clairvius sono stati analizzati nei laboratori. 
 
In particolare, si è potuta identificare una potente neurotossina, la tetrodotossina (TTX), che in determinate condizioni può indurre uno stato catatonico simile a quello descritto per Clairvius. 
 
Tuttavia ci sono riserve tra gli scienziati circa la teoria della TTX usata per indurre uno stato catatonico. Si sostiene che il controllo della dose deve essere molto preciso e che la concentrazione trovata nella polvere non è sufficiente per zombificare un essere umano. 
 
Alla storia di Clairvius Narcisse è dovuta in gran parte l'incorporazione del fenomeno zombie nella cultura popolare.»

Gli orrori di Haiti sono innumerevoli. Servirebbe un'enciclopedia per enumerarli tutti, ma forse non basterebbe. Se si vuole documentare il fenomeno della zombificazione servendosi di prove in grado di affrontare il giudizio della Scienza, qualcuno può sempre dire che non è un'impresa alla portata degli studiosi, che le difficoltà sono insormontabili. Il fatto è che tali prove non sono davvero mancanti. Il problema è piuttosto un altro: quelle sono terre estremamente isolate in cui ci si scontra con realtà sociali inconcepibili, che non possono essere contrastate con la sola forza di volontà. Si è immersi in un clima di orrida fermentazione, in cui i cervelli sono guastati dal puzzo delle cloache, delle fosse comuni e dell'omertà. Non credo proprio che il fenomeno dei morti viventi sia una cosa tanto rara da essere considerata eccezionale, come forse piacerebbe all'opinione pubblica. Direi piuttosto che è una cosa comunissima, solo che gli stregoni non vogliono che gli stranieri lo sappiano, in modo tale da poter portare avanti indisturbati i loro aberranti soprusi ai danni della popolazione posseduta dal terrore. 
 
Questo è quanto si trova su Wikipedia a proposito del caso Clairvius, che a parer mio è soltanto la punta dell'iceberg: 


«Davis ipotizza che la morte di Narcisse sia stata solo apparente, frutto di una droga somministrata dal suo persecutore bokor(1). Si tratta di un forte paralizzante, che porta il corpo in uno stato di paralisi: la tetrodotossina. La stessa sostanza è contenuta nel rospo delle canne, nonché nel pesce palla. 
 
Per quanto riguarda la privazione della memoria, la volontà, la cieca obbedienza agli ordini dello stregone bokor, Davis ed altri studiosi hanno avanzato almeno tre concause. La prima, che la tetrodotossina possa mantenere l'effetto paralizzante su alcuni circuiti del cervello, anche dopo la ripresa dell'attività motoria, in modo da inibire alcune facoltà umane. La seconda, che il bokor abbia somministrato ulteriori droghe ed allucinogeni alla vittima per causare gli effetti sopracitati. La terza, di natura psicologica, tiene conto della considerazione di cui gode il vudù nella superstizione della popolazione di Haiti. Tali input culturali, uniti ad una forte autosuggestione, avrebbero fatto credere a Narcisse di essere davvero un morto vivente. La suggestione sarebbe stata tale da impedirgli una qualunque reazione al presunto sortilegio di cui era caduto vittima.» 

(1) The UneXplained, Chapter Mesoamerica And South America: Zombies - Shuker, Karl P.N. Carlton Books Limited, 1996

mercoledì 18 dicembre 2019


L'ORRIBILE SEGRETO DEL DOTTOR HICHCOCK

Titolo originale: L'orribile segreto del dottor Hichcock
AKA: L'orribile segreto del dr. Hichcock; L'orribile segreto
     del dott. Hichcock
Titolo inglese: The Horrible Dr. Hichcock
Lingua originale: Inglese
Paese di produzione: Italia
Anno: 1962
Durata: 88 min
Rapporto: 2,35:1
Genere: Orrore
Regia: Riccardo Freda (con lo pseudonimo di Robert
     Hampton)
Aiuto regista: John M. Farquhar
Soggetto: Ernesto Gastaldi (come Julian Berry)
Sceneggiatura: Ernesto Gastaldi
Produttore: Luigi Carpentieri, Ermanno Donati (per Panda
     Cinematografica)
Distribuzione in italiano: Warner Bros.
Fotografia: Raffaele Masciocchi (come Donald Green)
Montaggio: Ornella Micheli (come Donna Christie)
Musiche: Roman Vlad
Scenografia: Franco Fumagalli (come Frank Smokecocks)
Fonico: Jackson McGregor
Trucco: Bud Steiner, Annette Winter
Costumi: Inoa Starly
Interpreti e personaggi:
    Barbara Steele: Cynthia Hichcock
    Robert Flemyng (come Robert Fleming): dott. Bernard
       Hichcock
    Harriet White: Martha, la domestica
    Silvano Tranquilli (come Montgomery Glenn): dott. Kurt
       Lowe
    Maria Teresa Vianello (come Teresa Fitzgerald):
       Margaretha Hichcock
    Evaristo Signorini (come Evar Simpson): Ispettore Scott
    Neil Robinson (non accredato): assistente del dott.
       Hichcock
    Spencer Williams
    Al Christianson
    Nat Harley
Doppiatori originali:
    Maria Pia Di Meo: Cynthia Hichcock
    Gualtiero De Angelis: Bernard Hichcock
    Micaela Giustiniani: Martha
    Wanda Tettoni: Margaretha Hichcock
Distribuzione della pellicola: 
    Uscita in Italia Italia: 30 giugno 1962
    Uscita negli Stati Uniti Stati Uniti: 2 dicembre 1964
    Uscita in Francia Francia: 9 dicembre 1964
Incassi (botteghino italiano): 142 milioni di lire

Trama: 
Inghilterra, Anno del Signore 1885. Siamo in piena epoca vittoriana, a Londra. Il dottor Bernard Hichcock è un famoso medico e chirurgo che nasconde un terribile quanto insospettabile segreto: la necrofilia. A dire il vero la sua è una necrofilia non troppo spinta, dato che ad attrarlo è più che altro l'assenza di sensi dell'oggetto della sua concupiscenza. In altre parole, si accoppia soltanto con donne esanimi o morte da poco, non con cadaveri in decomposizione. Non ama inalare i lezzi mercaptanici, si limita ad eccitarsi all'idea che la vita abbia appena abbandonato il corpo che sta stringendo. La fama del luminare è dovuta all'impiego di un anestetico innovativo da lui stesso inventato e sperimentato con successo in diversi interventi. La sostanza, un liquido ambrato e iniettabile, non gli serve soltanto nella sala operatoria. Ne fa uso anche nel talamo coniugale con la moglie Margaretha. I giochi sessuali della coppia sarebbero considerati piuttosto deprimenti dalle donne moderne. In pratica le cose funzionano così: il dottor Hichcock inietta l'anestetico alla bionda consorte facendola sprofondare in uno stato che simula la morte, quindi la possiede carnalmente fino ad immetterle il genetico nel canale procreativo. Un giorno qualcosa va storto: la bellissima Margaretha non si risveglia. Muore così, all'improvviso, senza che nell'accaduto si possa trovare un senso. Il dottore necrofilo ha una terribile crisi e decide di abbandonare all'improvviso la sua dimora signorile, in cui ogni cosa gli ricorda la consorte morta in modo così assurdo. Lascia Londra dopo aver affittato la casa alla domestica Martha, a cui lascia anche il gatto. Dopo dodici anni esatti, nel 1897, il dottor Hichcock fa ritorno nella città, portando con sé la sua nuova moglie, Cynthia, che è una brunetta magrissima con qualche problema mentale. Il chirurgo conduce la consorte nella sua lussuosa abitazione, la stessa in cui un tempo viveva con Margaretha. Ad accogliere la coppia c'è Martha, con il gatto miracolosamente ancora vivo e vegeto dopo tanti anni. Subito accade qualcosa di inquietante. Si sentono urla disumane, che la domestica giustifica prontamente attribuendole a una sua sorella demente, venuta a vivere con lei durante gli anni di assenza del dottore. Subito promette anche che provvederà a metterla in un ricovero già il giorno dopo. Nel corso della notte, durante una tempesta, Cynthia sente dei passi rumorosi in corridoio, mentre qualcuno cerca di aprire la porta della camera chiusa a chiave. L'accaduto le scuote i nervi. Il mattino, a colazione, il marito non dà peso al suo racconto, liquidandolo come una fantasia isterica. Una sera, durante un ricevimento, Cynthia conosce il giovane dottor Kurt Lowe, che tra una galanteria e l'altra afferma di essersi fatto trasferire da Vienna non appena aveva saputo che il dottor Hichcock aveva ripreso il suo posto a Londra. Mentre attraversa il giardino di casa, a notte fonda, la donna sente una voce femminile che proferisce terribili minacce contro di lei. Poco dopo, rincasata, vede Martha che entra in un passaggio segreto. Cynthia lascia passare qualche giorno, quindi va a curiosare nel cunicolo, dove scorge la domestica nell'atto di servire una donna, forse la sorella pazza che non deve essersi mai mossa dal maniero degli Hichcock. La strategia del marito cambia di colpo: adesso fa di tutto per far credere a Cynthia di essere di nuovo sprofondata nella follia. L'atmosfera si fa tesa e insostenibile. In Cynthia nasce un profondo sospetto nei confronti del marito, tanto da credere che voglia avvelenarla. Così fa finta di bere il latte che lui le porta a colazione e lo versa in un vaso mentre nessuno la guarda. Si reca da Kurt e gli chiede di analizzare le tracce del latte rimaste nel bicchiere. Tornata a casa, perde i sensi e si ritrova chiusa in una bara. Muovendosi in preda alla disperazione e al terrore, riesce a far cadere la bara, che si fracassa. Liberatasi, si rende conto di essere nella cripta della famiglia Hichcock. Quella era la cassa che conteneva il corpo di Margaretha! La situazione precipita. Kurt si accorge dalle analisi che il latte conteneva una gran quantità di veleno, così corre al castello. Cynthia viene appesa a testa in giù in una sala adibita a tempio di Satana e interamente tappezzata di tessuto nero. Qui il dottor Hichcock, che è l'ufficiante del culto demoniaco, rivela la verità alla sua vittima. Sua intenzione è di dissanguarla per ridare la giovinezza a Margaretha, che non è affatto morta. Dopo la partenza del chirurgo da Londra, la moglie che credeva essere defunta si è risvegliata nella tomba, urlando come un'ossessa. Martha è così sopraggiunta a liberarla. L'anossia aveva reso demente la povera Margaretha, che era stata curata dalla domestica. Ecco svelato il mistero della fantomatica sorella di Martha. Margaretha ha atteso dodici lunghi anni di ricongiungersi col suo amore necrofilo e fin dalla prima volta che ha visto Cynthia ha desiderato ucciderla in modo atroce. Quando tutto sembra perduto, Kurt fa irruzione nella stanza e interrompe il rito satanico, ingaggiando un'aspra lotta corpo a corpo con il dottor Hichcock. Nella colluttazione si sviluppa un incendio che subito divampa con furia. Kurt fa precipitare il necrofilo dal balcone e getta Margaretha tra le fiamme, quindi fugge portando Cynthia in salvo. Il fuoco catartico consuma il castello maledetto.      


Recensione: 
Senza dubbio questo film horror ha avuto il merito di portare sugli schermi una parafilia molto controversa: l'attrazione sessuale per i cadaveri. Certo, c'è chi dice che ne parla in modo incomprensibile, tra mille nascondimenti e allusioni. Poi c'è chi dà la colpa alla censura se lo spettatore disattento capisce poco. Il punto è che si parla proprio di necrofilia, su questo non ci possono essere dubbi. Quando lessi la voce "necrofilia" sull'Enciclopedia Treccani (ero un liceale foruncoloso, un nerd), vi trovai le parole di un compilatore annientato dall'orrore più assoluto, che riteneva tale pratica la massima depravazione morale documentabile in un esemplare di Homo sapiens. La naturale tendenza degli umani è quella di edulcorare la realtà dei fatti. Per questo motivo si evita di menzionare il fatto che i cadaveri decomposti puzzano di formaggio. Sì, è così, i loro effluvi pestilenziali sanno di formaggio fortissimo misto a merda grassa! Sono come il durian, l'immondo frutto indonesiano. Il dottor Hichcock è un necrofilo non olfattivo. La necessità di descrivere così la sua perversione potrebbe essere nata proprio da un radicato tabù verso gli odori più schifosi, dalla necessità assoluta di rimuovere qualcosa di troppo atroce per poter essere contemplato nel pieno della propria consapevolezza. Per questo la necrofilia si riduce a un'attrazione feticistica verso la mancanza di sensi. 
 
 
Un tema ricorrente 
 
Il dottor Bernard Hichcock trae il suo cognome proprio da quello del mitico Alfred Hitchcock, giusto con una lievissima variante ortogravica (il suono affricato viene reso con -ch- anziché con -tch-). Si tratta di un omaggio all'augusto regista inglese, che era un gentiluomo e ha saputo apprezzare il pensiero. Le ispirazioni hitchcockiane del film di Freda sono molteplici, a partire dalla struttura narrativa, chiaramente tratta da Rebecca - La prima moglie (1940). Un uomo ricchissimo e affascinante fa colpo su una donna, la sposa e la conduce nel proprio castello, ma presto emergono i problemi. C'è un terzo incomodo, un'arcigna governante, e soprattutto l'ingombrante presenza di un fantasma: quello della prima moglie, morta in circostanze drammatiche e tenute nascoste. Se si presta attenzione ai particolari, si scopre che anche in Amanti d'oltretomba di Mario Caiano (1965) si trova qualcosa di molto simile.  

Incoerenze e contraddizioni 

In una celebre e suggestiva scena il dottor Hichcock rimane terrorizzato dal fantasma della sua defunta consorte Margaretha, bionda, esangue e avvolta in una candida camicia da notte che sembra un sudario. La figura femminile giunta dall'Ade suona il pianoforte mentre fuori si scatena una tempesta. Il medico necrofilo la segue nella pioggia battente, ma quando rientra in casa i suoi abiti e i suoi capelli sono perfettamente asciutti. Nel database IMDb è segnalato questo futile errore tecnico, ma nessuno sembra essersi accorto di una più grave inconsistenza logica. Quando si avvicina il finale, ci si rende conto che il dottor Hichcock era sempre stato d'accordo con la sinistra governante Martha, da cui aveva appreso che Margaretha era sopravvissuta alla sepoltura prematura, emergendo demente dalla bara infranta nella cripta umida. Il piano, studiato nei minimi dettagli, aveva proprio il fine di provocare l'impazzimento di Cynthia. Ma allora perché il dottore è inquietato dalla comparsa della prima moglie durante la tempesta e la crede uno spettro? Le due cose non combinano, cozzano tra loro. 
 
La ricostruzione della medicina di epoca vittoriana tentata da Freda non mi sembra plausibile. Nel corso di un intervento, il dottor Hichcock ordina una trasfusione di plasma. Non credo che fosse una pratica così scontata. Anche l'anestetico iniettabile il cui aspetto somiglia a quello del passito di Pantelleria mi pare un po' troppo avveniristico: a quei tempi per le operazioni chirurgiche si usavano piuttosto sostanze inalabili, come l'etere etilico, il cloroformio e il protossido di azoto - e si trattava di scoperte recenti, risalenti giusto a due decenni prima della fuga del luminare necrofilo da Londra. Le proprietà anestetiche del protossido d'azoto furono scoperte già nel 1796 da Priestley e Humphry Davy, ma il primo uso pratico di tale sostanza in un intervento chirurgico si ebbe soltanto nel 1846. Risale agli anni '40 del XIX secolo anche il primo uso dell'etere etilico e del cloroformio come anestetici nelle operazioni. Se si analizzano i dialoghi del film, si scoprono dettagli molto interessanti. A un certo punto il dottor Hichcock afferma quanto segue: "È evidente che il mio anestetico rallenta la dinamica generale dell'organismo." Tutto ciò è anacronistico. Non era nemmeno concepibile che un anestetico potesse funzionare in questo modo.  
 
I rapporti tra i sessi sono molto disinvolti, un po' troppo per una narrazione che si svolge negli anni in cui imperversava la rigida moralità vittoriana. Dubito molto che a una donna sposata sarebbe stato consentito viaggiare in carrozza assieme a un uomo che non fosse suo marito. Lo scandalo che ne sarebbe scaturito sarebbe stato immenso, al punto che nessuna avrebbe mai corso un rischio simile. Non dico che Londra fosse come Kabul sotto i Talebani, ma poco ci mancava. Esistevano realtà spaventose, che al giorno d'oggi sarebbero inconcepibili - e che certo Freda non immaginava nemmeno nei suoi incubi. Non erano rari i casi in cui la masturbazione femminile era curata cauterizzando o asportando chirurgicamente il clitoride. Vi erano uomini che indossavano penose cinture di castità per impedire la benché minima erezione e che ritenevano l'eiaculazione paragonabile all'omicidio perché comportava la morte degli homunculi spermatici.  
 
Erodoto e la necrofilia egiziana 
 
Ero ancora al liceo quando lessi di uno strano costume degli antichi Egiziani, riportato dallo storico greco Erodoto. Quando una bella donna moriva, il suo corpo non veniva consegnato subito agli imbalsamatori: si aspettava che sopraggiungessero il rigor mortis e i primi segni di decomposizione. Questo perché in epoca remota era stato scoperto un imbalsamatore nell'atto di congiungersi sessualmente col cadavere di una donna. Era per così dire un orribile dottor Hichcock ante litteram. Nella Terra dei Faraoni tutto era preso seriamente e un singolo caso poteva dare origine a consuetudini millenarie. Non era come in Italia, dove regnano l'inefficienza e la corruzione, dove imperversa lo sfacelo. Date le loro ossessioni per la purezza, le genti del Nilo pensavano di scongiurare un'insopportabile contatto con l'impurità, seguendo leggi draconiane. Non veniva loro in mente che potessero esistere necrofili di tipo diverso, attratti proprio dai cadaveri putrefatti e capaci di usare entrate diverse dalla vagina (la prima cosa che diventa inutilizzabile post mortem). Eppure sono stati trovati papiri con testimonianze illustrate di sacerdoti estremamente perversi, con buona pace dei loro ipocriti voti di castità, che arrivavano a ingerire gli escrementi delle prostitute e a leccare loro il cunnus dalle grandi labbra escisse. Non mi sorprenderebbe se tra loro ci fosse stato qualche soggetto avvezzo ad avere contatti sessuali coi morti!    
 
Improbabili traduzioni 
 
Ricordo che un tale Vasapolli ebbe il cognome tradotto con Kisschicken, dal momento che in napoletano vasà significa "baciare". In modo simile, lo scenografo Franco Fumagalli ha tradotto il proprio nominativo con Frank Smokecocks. A dire il vero sarebbe stato più coerente tradurre Vasapolli con Chickenkisser, alla lettera "Baciatore di Polli", e Fumagalli con Cocksmoker, alla lettera "Affumicatore di Galli". Secondo alcuni studi etimologici, il capostipite dell'inclita stirpe dei Fumagalli era proprio un affumicatore di galli, ossia un ladruncolo vissuto in epoca medievale che stordiva il pollame col fumo di un rogo, in modo tale da poterlo sottrarre più agevolmente. L'usanza di tradurre il proprio cognome per apparire un nativo americano era molto comune negli anni '60. Non dimentichiamo che il compositore Stelvio Cipriani fu noto con lo pseudonimo di Steve Powders, che si attribuì per falsa etimologia traducendo "cipria" con "powder". Altri pseudonimi anglosassoni non sono invece riconducibili direttamente a un nominativo italiano (es. Robert Hampton per Riccardo Freda, etc.), eppure si capisce all'istante che sono fittizi, grazie a una specie di sesto senso. 

 
Altre recensioni e reazioni nel Web: 
 
Alcuni interventi postati sul Davinotti hanno a mio avviso un certo interesse. Le riporto in questa sede. 
 
 
Homesick ha scritto: 
 
"Classico del gotico italiano, oggi resiste più per le spettrali, raffinate policromie fotografiche che la storia, traballante e imbastita con i tòpoi dei romanzi neri ed elementi hitchcockiani da Rebecca (l’ossessione del marito per la consorte scomparsa) e Il sospetto (il bicchiere di latte). Il cast si adatta a rivestire personaggi fissi del genere: il mad doctor Robert Flemying, la moglie instabile e impaurita Barbara Steele, l’eroe innamorato e decisivo in extremis Silvano Tranquilli e l’ambigua governante Harriet White. Romanticismo e necrofilia in un binomio certo ardito per l’epoca.
MEMORABILE: La discesa nella cripta; viva nella bara."
  
 
Il recensore Homesick avrebbe potuto citare anche un film di Roger Corman in cui una donna viene sepolta viva e si trova all'interno della bara, riuscendo a liberarsi proprio come ha fatto Cynthia: I vivi e i morti (House of Usher, 1960), liberamente tratto dal racconto di Edgar Allan Poe La caduta della casa degli Usher (The Fall of the House of Usher).  
 
Faggi ha scritto: 
 
"Audacia all'italiana squisitamente folle in questo melodramma necrofilo, visionario, dai cromatismi che ipnotizzano, impreziosito dalla dedizione alla causa di attori mossi da fili magici - Barbara Steele iconica, inesorabile, impressionante. Cosa importa dell'intreccio? Quasi nulla; è l'evocativo immaginifico a tessere la tela; è la superficie smaltata di fantasticherie lugubri a colpire con esattezza espressiva - nel cerchio di genere. E infine è impossibile resistere alle curiose citazioni da Hitchcock, un divertimento stanarle." 
 
Nicola81 ha scritto: 
 
"Senza i pesanti interventi della censura sarebbe stato senz'altro più comprensibile e, quindi, probabilmente anche migliore. Dovendo però giudicare quello che ho visto, non posso esprimere un giudizio positivo. Un film curato nelle atmosfere e nella messa in scena (veri e propri marchi di fabbrica del gotico italiano), ma troppo lento e non certo recitato benissimo (neppure l'iconica Steele offre qui una prova memorabile). Per fortuna Freda, con lo pseudosequel Lo spettro, saprà riscattarsi alla grande..." 
 
Trivex ha scritto: 
 
"Tenebroso, sofisticato ed allucinato (le espressioni dipinte sul volto del professore), prodotto dell'epoca creativa italiana. Accompagnato da un tema musicale che sa di morte/o, come una serenata al defunto e al suo odore. È una sottile nenia malata e oscura che conduce alla maledizione ed al trapasso; ma quest'ultimo viene vissuto come una esperienza eccitante e seducente. Non è esplicito (per le risapute ragioni) e per questo non trova il podio tra le pellicole antiche e disturbanti: per qualcuno un pregio, per altri un limite. Genio e sregolatezza." 
 
Jdelarge ha scritto: 
 
"Film coraggioso quello di Freda, che infatti ha dovuto soccombere alle censure dell'epoca, le quali hanno reso la pellicola quasi incomprensibile. Si parla di necrofilia, ma la trama passa in secondo piano (anche per i motivi sopracitati) per lasciare spazio a una fotografia gotica eccezionale, ricca di colori assurdi, aiutata da una bellissima scenografia. I dialoghi sono rarissimi perché è l'atmosfera quella che conta. Il film è d'importanza fondamentale per quanto riguarda il genere; testimoni illustri i primi horror di Argento.
MEMORABILE: I piedi visti dal buco della serratura." 

domenica 15 dicembre 2019


AMANTI D'OLTRETOMBA 

Paese di produzione: Italia
Lingua: Italiano
Anno: 1965
Durata: 105 min
Colore: B/N
Genere: Orrore, thriller
Sottogenere: Horror soprannaturale
Regia: Mario Caiano (come Allen Grünewald)
Soggetto: Mario Caiano, Fabio De Agostini
Sceneggiatura: Mario Caiano, Fabio De Agostini
Produttore: Carlo Caiano
Produttore esecutivo: Mario Cotone
Produttore supervisore: Pietro Nofri  
Casa di produzione: Emmeci
Fotografia: Enzo Barboni
Montaggio: Renato Cinquini
Musiche: Ennio Morricone
Scenografia: Mario Giorsi
Costumi: Mario Giorsi
Trucco: Duilio Giustini
Interpreti e personaggi:
    Barbara Steele: Muriel/Jenny
    Paul Müller: Dottor Stephen Arrowsmith
    Helga Liné: Solange
    Marino Masè (come Lawrence Clift): Dottor Derek Joyce
    Giuseppe Addobbati (come John McDouglas):
        Maggiordomo
    Rik Battaglia: David
Doppiatori italiani:
    Noemi Gifuni: Muriel
    Luisella Visconti: Jenny
    Nino Dal Fabbro: dottor Stephen Arrowsmith 
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: Nightmare Castle 
   Francese: Les Amants d'outre-tombe
   Olandese: De griezel minnaar

 
Trama: 
Scozia. Epoca vittoriana. Una terra in cui il sole non giunge. Il dottor Stephen Arrowsmith è un famoso scienziato che vive in un lugubre castello. Ha in moglie la sensualissima Muriel, fedifraga e a sua volta da lui cornificata con la matura assistente Solange. Una assistente più che matura, addirittura passa. Il dottor Arrowsmith non soltanto incarna lo stereotipo dello scienziato pazzo, ma è anche un uomo perverso e ben fornito di istinti sadici: se vivesse ai nostri tempi, sarebbe di certo un produttore di snuff movies. Si diverte a seviziare le rane nel suo laboratorio ctonio, traendo piacere da ogni istante della loro sofferenza, e conduce perigliosi esperimenti con l'elettricità. Per un po' Muriel si consola col cognac, poi passa al sesso col giardiniere, un energumeno che porta un nome tutto sommato abbastanza banale: David. Il dottor Arrowsmith scopre la tresca, così cattura gli amanti e si diverte a torturarli. Mentre David è immobilizzato, Muriel è legata al letto e lo scienziato sadico le fa cadere addosso l'acido, goccia dopo goccia, ustionandole i seni e il ventre, corrodendola, procurandole dolori infernali e godendo del suo strazio. Poi, dopo aver dilaniato atrocemente le carni della donna, la bacia sulla bocca. L'amante, che è un gorilla, freme per la gelosia. In un'estrema convulsione maledice il torturatore e apostrofa Muriel chiamandola "cagna". Tanto è tutto inutile: viene ucciso di torture e sfigurato assieme alla donna, tramite una spietata elettrocuzione. Il dottore diabolico estrae il cuore dal petto dei due amanti e lo ripone in un'urna di vetro, quindi usa il loro sangue per ringiovanire la perfida Solange. Il suo piano è semplice: impadronirsi dell'eredità della defunta consorte, la vera detentrice delle ricchezze. Subentrano alcuni problemi non trascurabili: prima di morire, Muriel ha affermato che le sue cospicue sostanze andranno alla sorellastra Jenny, che è mentalmente instabile e conduce un'esistenza precaria passando da un manicomio all'altro. La soluzione escogitata dallo scienziato pazzo è il matrimonio con Jenny. Non gli sembra difficile far interdire una donna tanto psicolabile e incamerare tutti i suoi averi. Le nozze avvengono come programmato. Una volta entrata nella sua nuova dimora, Jenny comincia ad avere incubi: ode il suono di due cuori che battono e la voce di Muriel che la istiga ad uccidere il marito. Data la situazione congravescente, il dottor Derek Joyce viene invitato al castello per curare la donna. Dopo varie vicissitudini, il giovane medico scopre l'urna con i cuori degli amanti uccisi. Questo fa sì che i due ritornino dall'Oltretomba come orridi spettri assetati di vendetta, riuscendo ad ottenerla. Muriel brucia vivo il dottor Arrowsmith nei sotterranei dove straziava le rane, mentre David priva Solange del sangue fino a ridurla a uno scheletro. A questo punto il dottor Joyce pone fine all'infestazione sovrannaturale distruggendo i due cuori tra le fiamme del camino, quindi fugge assieme a Jenny da quel luogo infernale.  

 
Recensione:
Il bianco e nero opprimente e plumbeo è stato una manna per questa pellicola, che altrimenti avrebbe rischiato la damnatio memoriae come tanti altri prodotti degli anni '60. Ottima la colonna sonora composta da Ennio Morricone. Mentre le sequenze si avviano alla conclusione, ci si aspetterebbe uno splendido incendio, sola forza purificatrice in grado di spazzare via ogni maledizione e ogni impurità. Questo purtroppo non avviene, dato che per malaugurata scelta del regista piove a dirotto e le fiamme non potrebbero attecchire. Nascondendo in me l'essenza di un piromane simile a Nerone, non posso tacere la mia delusione per questo finale mancato. Ci sono soltanto i due cuori degli amanti, trafitti da uno stiletto, che ardono una volta gettati nel camino. L'elemento sovrannaturale degli spettri sanguinanti è a parer mio un po' troppo invadente, stride quasi con il razionalismo illuministico del sadico dottor Arrowsmith. Questo personaggio, per certi versi squallido, è il vero elemento innovatore della pellicola. Introduce qualcosa di originale, del tutto inaspettato ai tempi in cui il film fu girato: l'uso voluttuario della tortura. Al giorno d'oggi non si potrebbero mai girare scene simili. Le femministe e i buonisti politically correct insorgerebbero, tuonando contro la rappresentazione di atti di violenza su una donna (costoro riterrebbero il giardiniere irrilevante in quanto di sesso maschile). Poi si leverebbe qualche altra Erinni ad accusare a destra e a manca di apologia della tortura, etc. etc. Ne nascerebbe un caso mediatico, un casino inenarrabile. Poi ci si stupisce, Diabole Domine, se la Settima Arte è fottutamente morta, affogata in un lago di liquame fatto di remake fecali. Poi ci si stupisce se in fondo in fondo si rivorrebbero i vecchi trash. 
 

Alcune note sui personaggi femminili 
 
Barbara Steele si sdoppia: da una parte la versione corvina e infera, Muriel, dall'altra la versione bionda e angelica, Jenny. Francamente preferisco di gran lunga Muriel, con tutto il suo carico di potere seduttivo misto a malvagità. Jenny mi sembra piuttosto insostanziale, non ha mordente, sembra essere appena abbozzata. Questo non è certo l'unico caso di doppia interpretazione dell'attrice in uno stesso film: la vediamo impegnata in un doppio ruolo anche in altre pellicole gotiche, come La maschera del demonio (aka Black Sunday, di Mario Bava, 1960), I lunghi capelli della morte (1966) e Un angelo per Satana (1966). Teo Mora nel suo ponderoso saggio Storia del cinema dell'orrore (Fanucci Editore, 1977) commentò Amanti d'oltretomba con queste parole: 
 
"Se la donna è la protagonista incontrastata dell'horror italiano, non lo è mai come in questo film, dove Barbara Steele si sdoppia nei due ruoli tipici dell'eroina perseguitata e ridotta alla follia e della vendicatrice implacabile."
 
C'è anche un altro personaggio femminile degno di nota. La vampirica Solange, interpretata da Helga Liné, è un enigma. Non sono state spese molte parole su di lei, eppure è abbastanza rilevante nella trama. Custodisce segreti oscuri, ricatta, manovra, trasforma in Male ogni cosa con cui viene a contatto. Non si sa da dove provenga, non si capisce come sia entrata nella vita del dottor Arrowsmith (che a quanto pare preferisce la sua compagnia a quella della moglie). L'unica cosa certa è la sua immensa avidità, la sua bramosia di impadronirsi del denaro e della vita altrui, il che mi fa supporre un'origine slava. Deve trattarsi di un vurdalak o di qualcosa del genere.  


Il boia sadico 

È certamente notevole l'interpretazione di Paul Müller nei panni del dottor Aerosmith. Me lo immagino coi capelli rossi come il fuoco. Mentre infligge spaventosi tormenti alle sue vittime, i suoi occhi brillano come tizzoni infernali. Sarebbe un errore assimilare questo personaggio ad altri scienziati pazzi di celluloide. A muoverlo non è il desiderio di emulare Prometeo, bensì l'unione tra il proprio innato sadismo e un istinto primordiale quanto invincibile: la vendetta. A scatenare la sua ira e la sua volontà distruttrice è stato il disprezzo provato nei suoi confronti dalla moglie, una donna che odia in modo profondo l'intelligenza dell'uomo, essendo invece attratta dalla bruta animalità. Più simile al Divino Marchese che a Victor Frankenstein, il torturatore scozzese ha una complessità di cui forse nemmeno gli artefici della pellicola erano consapevoli.    

Curiosità 

Il regista Mario Caiano aveva avuto la brillante idea di evidenziare le scene truculente con una pacchiana colorazione rossa. Per fortuna il budget piuttosto scarno lo ha convinto a desistere dall'insano proposito. Se la sua trovata fosse stata realizzata, oggi avremmo qualcosa di veramente inguardabile. 
 
La sceneggiatura originale si intitolava Orgasmo. Cosa abbastanza assurda, dato che non c'è molto di erotico nel film. L'idea dei cuori degli amanti estirpati, trafitti e in seguito combusti, richiama in modo abbastanza vago il racconto di Edgar Allan Poe intitolato Il cuore rivelatore (The Tell-Tale Heart). 
 
Caiano disse che l'ispirazione per questo film  gli venne dall'amore per l'attrice Barbara Steele e per il genere gotico, a cui si avvicinò leggendo per la prima volta l'opera di Poe, nel 1943. Affermò anche di non essere stato influenzato da Mario Bava e di non ricordare di aver visto alcun suo film in quell'epoca, forse con una sola eccezione, La maschera del demonio. Se devo esser franco, mi sa tanto di excusatio non petita
 
Lo pseudonimo Allan Grünewald usato da Mario Caiano per firmare il film ha una spiegazione molto semplice e razionale: Allan è il secondo nome di Edgar Allan Poe, mentre il cognome è quello di Matthias Grünewald (1480 - 1528), un pittore rinascimentale famoso per le tinte cupe usate nei suoi dipinti. Joris-Karl Huysmans ne era ossessionato e descrisse con parole indimenticabili la Crocifissione di Issenheim nel romanzo Là-bas (L'abisso, 1891).  

 
Altre recensioni e reazioni nel Web: 

Nel mondo anglosassone e non solo, Amanti d'oltretomba ha avuto un buon riscontro, mentre in Italia è sprofondato quasi subito nell'Oblio.
 
«Come sottolineato in altre occasioni, la fantascienza all'italiana è un genere cinematografico che non ha mai incontrato grandi consensi presso il pubblico nostrano (specialmente quando ad occuparsene sono stati produttori di Cinecittà, poveri di mezzi e talora anche di fantasia) e che raramente è andato oltre il fenomeno d'imitazione. Più remunerativo è stato invece il sottogenere della fantamedicina che meglio si conciliava con il timido permissivismo degli anni '60 e consentiva di reinterpretare i collaudati schemi dell'horror, del feuilleton e del thriller. In questo senso, il film di Mario Caiano è uno dei prodotti più interessanti del periodo e più conosciuti all'estero.»
(Fantafilm)

Lo stesso Paul Müller ha dichiarato: «Per me questo era un ottimo film ma non ha avuto successo forse perché era troppo fatto bene e diverso per il genere del film dell'orrore".» 
 
Si trovano alcuni interventi interessanti sul Davinotti. Ne riporto alcuni in questa sede, a pubblica edificazione. 
 

Faggi ha scritto:

"Horror melodrammatico o melodramma macabro - comunque folle - dove, come in un fumetto horror all'italiana di quelli che verranno (il pensiero va, non a caso, al rinomato "Oltretomba"), può accadere di tutto infischiandosene della logica; lasciando che il clima e il tono - cupi, morbosi, lugubri, erotici, squisitamente fuori controllo - giochino tutta la partita. Barbara Steele imprescindibile, languida e spiritata; notevole Helga Liné; paul Muller ha l'essenziale fisico del ruolo. Caiano, in cabina di regia, fa il burattinaio magico." 
 
Stefania ha scritto: 
 
"Nessuna sorpresa, piacevolissime conferme in questo gotico sorretto dalle vecchie e solide colonne della "vendetta tramite doppio inconsapevole" e neo-vampirismo pseudo-scientifico (eterna giovinezza tramite trasfusioni sanguigne, con macchinario ad hoc!). Ma la Steele in versione demone nero-angelo biondo, gli squarci di sadismo e l'immaginifico finale rendono la visione un intrattenimento di buon livello. Metem-psicotico! 
MEMORABILE: Le torture ai due amanti; il congegno per folgorare la Steele nella vasca da bagno (e poi ci rimette le penne qualcun altro!)."
 
Lythops ha scritto: 
 
"Un gotico italiano d'altri tempi, con una narrazione molto televisiva, lento in alcuni punti al limite della noia, ma con una bravura di fondo che riesce a salvarlo anche per merito di Paul Muller, che riesce a essere irritante e odioso nel dar vita al suo personaggio basandosi soprattutto sullo sguardo e la movenza. Troppo caricata Barbara Steel, per quanto bella. Fredda la Liné. Buone le musiche di Morricone, ma stranamente invadenti. Grandi i doppiatori.
MEMORABILE: "Ti spoglierò dei desideri volgari per dartene altri più raffinati" "Non capisco" "Non importa".
 

Etimologia di Muriel 

Il nome femminile Muriel è di chiara origine celtica: deriva dal gaelico Muirgheal, che significa "Splendore del Mare". Infatti è un composto di muir "mare" (gallico more, mori-, che ha la stessa origine del latino mare) e di geal "splendore" (la cui radice si trova nel nome di Virgilio, ossia Vergilius "Molto Splendente", col prefisso gallico ver- che ha la stessa origine del latino super-).

giovedì 12 dicembre 2019


LADY FRANKENSTEIN

Titolo originale: Lady Frankenstein
AKA: La figlia di Frankenstein, Daughter of Frankenstein,
    Madame Frankenstein 
Lingua originale:
Inglese, italiano
Paese di produzione: Italia, Stati Uniti d'America
Anno: 1971
Durata: 96 min
Rapporto: 1,85:1
Genere: Orrore, protofantascienza
Regia: Mel Welles (come Ernst R. von Theumer); 
    Aureliano Luppi (non accreditato)  
Soggetto: Dick Randall, Edward Di Lorenzo, Mary Shelley
    (romanzo, non accreditata)
Sceneggiatura: Mel Welles, Edward Di Lorenzo
Produttori: Umberto Borsato, Hurbert Case, Gioele
    Centanni, Harry Cushing (come Harry C. Cushing),
    Egidio Gelso, Jules Kenton, Mel Welles
Casa di produzione: Condor International Productions
Fotografia: Riccardo Pallottini (come Richard Pallotin)
Montaggio: Cleofe Conversi (come Cleo Converse)
Effetti speciali: Carlo Rambaldi (come Charles Ramboldt)
    (animazione)
Musiche: Alessandro Alessandroni
Costumi: Maurice Nichols
Trucco: Timothy Parson
Interpreti e personaggi:
    Joseph Cotten: Barone Frankenstein
    Rosalba Neri (come Sara Bay): Tania Frankenstein
    Paul Müller: Dottor Charles Marshall
    Peter Whiteman: La Creatura
    Herbert Fux: Tom Lynch, il tombarolo ashkenazita
    Renate Kasché (come Renata Cash): Julia Stack
    Lorenzo Terzon (come Lawrence Tilden): L'assistente di
       Harris
    Ada Pometti (come Ada Pomeroy): La moglie di Atkins
    Andrea Aureli (come Andrew Ray): Jim Turner
    Joshua Sinclair (come Johnny Loffrey): John
    Richard Beardley: Simon Burke
    Petar Martinovitch (come Peter Martinov): Jack Morgan
    Adam Welles: Un bambino
    Mickey Hargitay: Capitano Harris
    Herb Andress (non accreditato): Il gobbo
    Marino Masè (non accreditato): Thomas Stack
Doppiatori originali:
    Linda Gary (non accreditata): Tania Frankenstein
    Mel Welles (non accreditato): Tom Lynch, il tombarolo
        ashkenazita
Titoli tradotti:
    Francese: Lady Frankenstein, cette obsédée sexuelle

Trama:
Il Barone Frankenstein è impegnato in sacrileghi esperimenti nel suo castello. Assieme al suo aiutante, il dottor Marshall, usa le scariche elettriche per infondere la vita al cadavere di un uomo in cui ha provveduto a trapiantare il cuore e il cervello di un assassino. La mostruosa creatura, che non ha affatto gradito di esser stata suscitata dalle Tenebre, si vendica e uccide il suo creatore spezzandogli la schiena, quindi fugge nella notte. La figlia del Barone, Tania, approfitta dell'amore che il dottor Marshall prova per lei, mettendo in atto un piano diabolico per vendicarsi. Viene creato un secondo mostro dal robusto corpo di Thomas, un giovane mezzadro con gravi ritardi mentali, sedotto dalla donna e ucciso dal suo complice con un cuscino mentre è scosso dall'orgasmo. Il cervello e il cuore trapiantati nel cadavere di Thomas sono quelli del dottor Marshall: la creatura così ottenuta ha una forza sovrumana e una grande intelligenza, doti che Tania spera possano bastare a sconfiggere l'assassino di suo padre. Tutto sembra procedere come previsto: il mostro con il cervello del dottor Marshall e il corpo di Thomas affronta e uccide il suo avversario, che nel frattempo ha sparso terrore e morte nel contado. Poi qualcosa va storto, senza preavviso. Mentre la libidinosa figlia del Barone Frankenstein viene posseduta carnalmente dall'ibrido Marshall/Thomas, sorge in questi un impulso violento e incoercibile: le mani possenti come tenaglie si stringono sul collo di lei e la strangolano. Un incendio catartico consuma l'intero castello mentre Tania spira tra le convulsioni del soffocamento. 


Recensione: 
Un film di un trash assoluto, semplicemente inguardabile, a tratti persino ripugnante. In effetti si tratta di una copro-duzione italo-statunitense: non si può goderne la visione senza un certo gusto per gli escrementi e per le più abiette manipolazioni in voga a Sodoma. Direi che Lady Frankenstein è l'equivalente cinematografico del sentire quella pasta marrone sulla lingua, o almeno ci si avvicina molto. Ai nostri giorni questo film non potrebbe più essere girato, dato che uno dei personaggi è un minorato mentale: non essendo descritto come un X-man o come Superman, sarebbero automaticamente violati i diktat del buonismo politically correct. Il fatto poi che questo oligofrenico sia concupito dalla figlia del Barone Frankenstein, interpretata dalla bellissima Rosalba Neri, finendo addirittura soffocato durante un atto sessuale, fa sì che la narrazione urti ancora di più la suscettibilità dei buonisti. Andando aventi così, finiremo schiavi di un algoritmo onnipresente e onnipotente, in grado di colpire e di censurare i pensieri sul nascere, impedendo loro persino di diventare parole. Approfitto degli ultimi barlumi di libertà concessi al genere umano e non esito ad esprimerere il mio dissenso, la mia irriducibile opposizione ad ogni tentativo di irreggimentare le idee. 

Un detective garrulo e demente
 
I personaggi sono appena abbozzati, spesso incongrui. Il capitano Harris, che dovrebbe essere un proto-detective della tipologia di Auguste Dupin e di Sherlock Holmes, è soltanto un chiacchierone fatuo e delirante, tutto fuorché dotato di raziocinio. La sua incapacità è tale che persino un idrocefalo paralitico sarebbe in grado di gestire meglio la situazione. Caronte si rifiuta di traghettare l'inetto poliziotto, Plutone non lo vuole nelle dimore infere e lo vomita: lo spettatore tira quasi un sospiro di sollievo quando lo vede cadere morto, poi purtroppo salta di nuovo in piedi e si mette a farfugliare. 
 
 
Una fisiologia assurda 
 
Il cervello è considerato come una pila che muove un giocattolo. Non ci sono vasi sanguigni né terminazioni nervose da saldare e da far funzionare: basta inserire un cervello in una scatola cranica, dare una scossa e tutto è a posto, il cadavere comincia a muoversi. Non si sa tramite quale principio della biologia e della fisiologia questo prodigio possa accadere. In pratica l'encefalo non è un organo, bensì un'entità magica non dissimile dalla pietra filosofale. Il sangue gorgoglia nelle storte ha l'aspetto del sugo di pomodoro che bolle in una pentola, il suo colore è chiaro e sgargiante, quasi fosforescente, pacchiano oltre i confini dell'assurdo. E soprattutto non coagula mai, la sua densità è sempre come quella dell'acqua. Secondo il genio della scienza medica che era Mel Welles, il sangue resterebbe perfettamente fluido anche nei cadaveri, al punto che basterebbe una puntura nella pelle sempre rosea per spillarlo come vino da una botte. Guardando Lady Frankenstein si ha l'impressione che Leonardo da Vinci abbia compiuto invano i suoi studi sull'anatomia e che ci fossero conoscenze più progredite nel Medioevo! Il fatto che gli effetti speciali siano opera di Carlo Rambaldi costituisce una macchia indelebile sulla sua carriera.     

Un'ambientazione senza senso
 
La storia si svolge in un fantomatico staterello della Mitteleuropa e potrebbe benissimo essere collocata nella Germania anteriore all'unione doganale (Zollverein). Tuttavia, in totale contraddizione con questo assunto narrativo, i cognomi sono per la maggior parte anglosassoni. Marshall, Lynch, Atkins, Morgan, Harris, Turner, Stack, Burke: in pratica l'unico elemento genuinamente germanico è proprio Frankenstein. Non viene illustrato alcun antefatto pseudostorico per questa improbabile colonizzazione inglese nel cuore di un'Europa che dovrebbe essere di lingua tedesca. Certo, si potrebbe pensare a un'analogia con i film tratti dal Dracula di Bram Stoker, in cui vediamo all'opera l'agente immobiliare Harker e l'ineffabile Renfield, servitore fedele del Vampiro e gran mangiatore di scarafaggi. Si noterà che nel caso della pellicola di Welles non si può pensare a qualche cittadino britannico migrato per lavoro in un remoto paese del continente: siamo di fronte a una vera e propria sostituzione etnica!
 
Un dettaglio degno di nota 
 
Il tombarolo Tom Lynch appartiene al Popolo Eletto. Nella sua casa ha in bella mostra una menorah, ossia un candelabro a sette braccia, che lascia ben pochi dubbi in merito. Il nominativo del tristo figuro, Tom Lynch, in fondo ha poca importanza, dato che potrebbe esserselo cambiato. C'è piuttosto da chiedersi cosa intendesse suggerire l'artefice, ormai non indentificabile, di questo importante segnale allo spettatore. Si tratta di propaganda antisemita? Forse il manufatto ebraico in casa del tombarolo vorrebbe suggerire un'appartenenza religiosa specifica di un individuo moralmente degradato che maneggia i morti? Non posso escluderlo a priori. Una cosa è certa: pochissimi si sono accorti del sinistro dettaglio, così si può pensare che il messaggio non sia rivolto a un pubblico grossolano e sprovveduto. 
 

Un'eroina romantica 
 
Nelle intenzioni di Max Welles, la figlia del Barone Frankenstein dovrebbe rappresentare il prototipo di donna disinibita, indipendente e di grande intelligenza, che lottava per affermarsi in un mondo in cui il potere era detenuto dagli uomini. Se questo fosse vero, la sua duplice morte per strangolamento e per combustione sarebbe quindi da considerarsi come una punizione ad opera di Dio, del Destino o del Karma, provocata dalla sua hybris, ossia dalla titanica sfida alle convenzioni imperanti. In effetti Tania sembra proprio una perfetta unione di eros e di nichilismo. Questa in genere è la chiave di lettura proposta dalla critica. Non si tiene conto del fatto che forse il regista e sceneggiatore a queste cose non ci aveva nemmeno pensato. Peccato che la sensualissima Rosalba Neri sia stata sprecata in produzioni tanto scadenti, avrebbe potuto avere una fama ben più grande di quella della Fenech! 

Fantascienza e diritti d'autore scaduti 
 
Se possiamo goderci mer(d)aviglie come Lady Frankenstein è soltanto per un motivo, a prima vista banale: i diritti d'autore sul romanzo di Mary Shelley, Frankenstein, o il moderno Prometeo (1816), sono ormai scaduti. L'opera è quindi di dominio pubblico ed è possibile manipolarla ad libitum, una facoltà di cui in moltissimi hanno abusato, dando origine a ogni sorta di abominio. La pertinenza del mito di Frankenstein alla fantascienza dovrebbe essere abbastanza ovvia, invece non è così. In genere tutto ciò che ha a che fare con questo filone narrativo è attribuito al genere horror e considerato lontanissimo dalla fantascienza. Non è nemmeno visto come qualcosa di simile al fanta-horror. Eppure la creazione di una creatura mostruosa a partire da parti di cadaveri servendosi dei mezzi della Scienza dovrebbe essere fantascienza allo stato puro. Il punto è che nell'immaginario collettivo è etichettato come fantascienza soltanto ciò che è ambientato nel futuro. La proto-fantascienza non è nemmeno considerata.         
 
Altre recensioni e reazioni nel Web 
 
Non si può certo dire che il film sia stato ben accolto dalla critica, anche se ha comunque i suoi estimatori e qualcuno addirittura lo considera un cult (credo per via dell'erotica Rosalba). Questo è un giudizio abbastanza tipico:  
 
«Greve rielaborazione della storia di Frankenstein diretta con mano anonima da Mel Welles (autore anche del mediocre La isla de la muerte). Nonostante qualche commentatore abbia tentato una lettura allegorica del personaggio di Tania (il suo tragico destino significherebbe la condanna della donna libera e indipendente in una società rigidamente maschilista), la sceneggiatura sfiora ripetutamente il ridicolo. A tener desta l'attenzione del pubblico sono alcune situazioni moderatamente violente ed erotiche (tagliate in alcune edizioni) che raggiungono il culmine nella gratuita, breve scena di nudo dell'avvenente Rosalba Neri. Joseph Cotten, nel ruolo del barone Frankenstein, fa un'impressione penosa, specialmente in chi lo ricorda interprete di grande finezza in opere che sono entrate nella storia del cinema.»
(Fantafilm, riportato in diversi siti) 
 
Qualche interessante intervento si trova sul Davinotti. 
 
 
Homesick ha scritto:

"L'originale idea di continuare al femminile il mito di Frankenstein con una donna-demiurgo che anela a creare un amante perfetto sia come intelligenza che come virilità non va lontano, essendo subito rovinata dalla sciattissima regia di Mel Welles e da una sexploitation d'infima lega, cui si aggiungono il ridicolo makeup della Creatura e l'insulso finale. Nonostante simile contesto, Cotten si comporta sempre da immenso professionista del cinema e la Neri vanta un volto e un fisico perfetti per queste figure muliebri perverse e malefiche."  
 
Ronax ha scritto: 
 
"Per ravvivare un tema ormai consunto, ma che continuerà a sfornare epigoni, gli sceneggiatori non trovano di meglio che far uscire rapidamente di scena il dottore per sostituirlo con sua figlia, una diabolica sexy dottoressa che ne combinerà peggio del padre. Scombinato e stiracchiato, il film frana su tutti fronti a partire dalla povertà delle location e dal ridicolissimo maquillage della "creatura". La Neri, sempre splendida, sfoggia un paio di pregevoli nudi, mentre Cotten, Muller e Hargitay eseguono il compitino senza troppa convinzione." 
 
Von Leppe ha scritto: 
 
"La trama è scombinata e non realizzata al meglio; racconta la nota storia di Frankenstein con l'aggiunta di una figlia, che segue le orme del padre ed essendo una donna si sa come va a finire... Sesso e orrore sono gli elementi di questo tipico gotico dei primi anni 70. Ci sono ottime inquadrature del castello e i suoi interni, scenografie e fotografia apprezzabili. Buon cast di protagonisti: Cotten, Muller e Neri. Dare nomi inglesi ai personaggi del film non l'ho trovata una buona idea."