sabato 15 marzo 2014

DANTE ALIGHIERI, I VOLGARI ITALIANI E LA GORGIA

Nel corso della sua vita Dante Alighieri ha viaggiato e ha visto molte cose, discutendo in dettaglio un gran numero di argomenti nei suoi trattati. Nel De Vulgari Eloquentia ha scritto diffusamente delle lingue e del problema delle loro origini. Date le fragili conoscenze della sua epoca e l'inesistenza del metodo scientifico, non ci si può certo aspettare che potesse giungere a risultati strabilianti: per quanto geniale era pur sempre figlio del suo tempo. Passando in rassegna i volgari parlati in Italia, ha riportato persino una poesiola pornografica in marchigiano attribuita a un fiorentino di nome Castra: "Una fermana scopai da Cascioli, cita cita se' n gìa 'n grande aina". Il verbo "scopare" è stato tradotto nei più assurdi e comici modi da commentatori moderni ("incontrare", "scorgere" o addirittura "battere con una scopa"), mentre appare evidente il suo senso vero, tuttora così vivo e vitale ai nostri giorni. Dante condannava e metteva in satira i dialetti italiani, giudicando "il più turpe" quello di Roma, "di accento ferino" quello di Aquileia, "aberrante" quello dei Casentinesi e degli abitanti di Fratta; soltanto il siciliano dei poeti si salva da una censura tanto veemente. Anche dei Sardi l'Alighieri aveva un'opinione terribile e credeva addirittura che non avessero una lingua propria, ma che imitassero il latino ereditato dall'epoca dell'Impero. Così è riportato nel De Vulgari Eloquentia (Liber Primus, XI, 7):

"Sardos etiam, qui non Latii sunt sed Latiis associandi videntur, eiciamus, quoniam soli sine proprio vulgari esse videntur, gramaticam tanquam simie homines imitantes: nam domus nova et dominus meus locuntur."

"Quanto ai Sardi, che non sono Italiani ma andranno associati agli Italiani, via anche loro, dato che sono i soli a risultare privi di un volgare proprio, imitando invece la grammatica come fanno le scimmie con gli uomini: e infatti dicono domus nova e dominus meus."

La deduzione di Dante è ovviamente erronea, ma non priva di un certo interesse: il sommo poeta, che difficilmente avrà conosciuto la lingua sarda per diretta esperienza, aveva raccolto da qualche fonte un paio di voci, constatando quindi la somiglianza col latino ed essendo da questo tratto in inganno. In realtà, il sardo non conserva il sigmatismo al nominativo singolare, così come ha perduto la declinazione. Non è chiaro se l'adattamento delle parole sarde alle forme latine vere e proprie dominus meus e domus mea sia stato compiuto dallo stesso Dante.

Tanto per fare qualche altro esempio di filologia del De Vulgari Eloquentia, si nota che l'autore accomunava il germanico allo slavo, errando gravemente. Tuttavia è arrivato a teorizzare un "idioma triforme", che è una più felice intuizione: aveva capito che italiano, provenzale e lingua d'oil non potevano risalire direttamente al latino classico dell'antichità, ma dovevano derivare da una instabile varietà volgare da questo distinta (quello che noi chiamiano latino volgare). Così ha distinto le lingue neolatine in tre ceppi a seconda della particella usata per affermare, ossia "oc", "oil" e "sì".

Veniamo dunque alle abitudini fonetiche dei dialetti toscani del XIII-XIV secolo. Nella sua ricerca del volgare più illustre, si direbbe che Dante non lo potesse trovare nemmeno nella natia Toscana. Il quadro che ne traccia è infatti abbastanza impietoso. Riporta anche qualche esempio: 

Locuntur Florentini et dicunt
Manichiamo introcque, | che noi non facciamo altro.

Pisani:
Bene andonno li fanti | de Fiorensa per Pisa.

Lucenses:
Fo voto a Dio ke in grassarra
eie lo comuno de Lucca.

Senenses:
Onche renegata avess'io Siena.
Ch'ee chesto?

Aretini:
Vuo' tu venire ovelle?

Tutte queste cose hanno la loro rilevanza per quanto riguarda la questione della gorgia, che alcuni insistono col ritenere antica. Dal confronto della propria parlata con quelle di altre genti d'Italia, Dante avrebbe di certo detto qualcosa sulla gorgia, se questa fosse effettivamente esistita. La totale assenza di menzioni di questa abitudine è un forte indizio della sua inesistenza all'epoca. A questo punto i casi sono due: 

1) Se la gorgia fosse esistita e Dante l'avesse considerata corretta e di buon uso, avrebbe notato la sua assenza al di fuori della Toscana;

2) Se la gorgia fosse esistita e Dante non l'avesse considerata corretta e di buon uso, ne avrebbe parlato diffusamente per stigmatizzarla.

Ammettiamo ora di scegliere la seconda possibilità e vediamo dove ci porta l'ipotesi. Data la severità dell'Alighieri, siamo propensi a credere che il suo giudizio su ogni forma di aspirazione sarebbe stato implacabile e che avrebbe riportato un gran numero di esempi da sottoporre al ludibrio e allo scherno delle future generazioni.

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