domenica 13 aprile 2014


E:D:E:N

Titolo originale: E:D:E:N
Paese: Italia
Anno: 2004
Durata: 14'
Colore: colore
Audio:  sonoro
Genere: fantascienza
Regia: Fabio Guaglione, Fabio Resinaro
Sceneggiatura: Fabio Guaglione, Fabio Resinaro
Interpreti e personaggi:
Fabrizio Viganò Semyaza
Camilla Frontini Requael
Angelo d'Agostino Armen
Domagoj Mazuran Rumyal

Fotografia: Paolo Bellan
Montaggio: Fabio Guaglione, Fabio Resinaro, Domagoj
    Mazuran
Effetti speciali: Fabio Resinaro
Musiche: Andrea Bonini, Fabio Resinaro
Scenografia: Max Cortellini
 

TRAMA:
L'umanità è sull'orlo dell'estinzione. Dopo una difficile esplorazione dello spazio circostante il suo mondo di origine, ormai consunto, finalmente viene trovato un pianeta abitabile. Il problema, non marginale, è che questo nuovo globo terracqueo è già abitato. L'equipaggio della nave di ricognizione si divide: Semyaza è un fautore intransigente dell'epurazione, e vuole annientare la vita autogena del pianeta per far spazio alla razza umana. Requael invece è contraria, e minacciandolo con una pistola gli intima ripetutamente di interrompere il lancio. Dopo qualche minuto di estrema tensione, i proiettili partono e gocce di sangue fluttuano in gravità zero. Il missile termonucleare raggiunge il pianeta, e a questo punto viene rivelato il vero senso di tutta la vicenda: sagome di carnosauri giganti si sfaldano nella luce della fusione. Pochi sanno che Semyaza, traducibile alla lettera come "Nome di Uzza", è un antico epiteto di Lucibello... 

Densissimo di significati esoterici, meritorio in sommo grado, la sua proiezione alla AstraCon mi ha fatto molto piacere. Noto con grande dispiacere che il sito ufficiale di questo suggestivo cortometraggio (www.edentheproject.com) non è più accessibile, e la mia mente paranoica sospetta l'azione del maglio censorio...


 
THE ASPHYX (1973)

Alias:
Spirit of the Dead
The Horror of Death (USA)


Regia di
Peter Newbrook


Scritto da (in ordine alfabetico) 
Christina Beers   story
Laurence Beers   story
Brian Comport   


Cast (in ordine dei titoli) verified as complete
 Robert Stephens ....  Sir Hugo Cunningham
 Robert Powell ....  Giles Cunningham
 Jane Lapotaire ....  Christina Cunningham
 Alex Scott ....  Sir Edward Barrett
 Ralph Arliss ....  Clive Cunningham
 Fiona Walker ....  Anna Wheatley
 Terry Scully ....  Pauper
 John Lawrence ....  Mason
 David Grey ....  Vicar
 Tony Caunter ....  Warden
 Paul Bacon ....  1st Member 

 
Prodotto da
John Brittany ....  producer 
Maxine Julius ....  associate producer 
 
Musiche originali di
Bill McGuffie   
 
Fotografia di
Freddie Young   
 
Montaggio di
Maxine Julius   
 
Scenografie di
John Stoll   
 
Arredatore
Arthur Taksen   
 
Costumi di
Evelyn Gibbs   
 
Trucco
Jimmy Evans ....  makeup artist 
Stephanie Kaye ....  hair stylist 
 
Direttore di produzione
Ted Sturgis ....  production manager 
 
Aiuto regista
Roger Simons ....  assistant director 
 
Sonoro
Peter Bond ....  sound editor 
John Cox ....  sound supervisor 
Bob Jones ....  sound re-recordist 
Ken Ritchie ....  sound recordist 
 
Effetti speciali
Ted Samuels ....  special effects 
 
Camera and Electrical Department
Chris Holden ....  camera operator 
Mike Roberts ....  focus puller (uncredited) 
 
Altro personale
Ron Bareham ....  production accountant 
Phyllis Crocker ....  continuity 

 




TRAMA:
Hugo è un brillante scienziato vittoriano, amato e rispettato dalla
famiglia e dagli amici, ammirato dai colleghi. Presto però le sue ricerche sulla morte lo ossessionano. Assieme al suo assistente scatta fotografie ai moribondi, e nota che un'apparizione simile a una macchia nera sfocata rimane sempre impressa. Egli si domanda che cosa possa essere. All'inizio, influenzato dal clima positivista, crede che sia l'anima che si distacca dal corpo... Un fine settimana porta la famiglia a una scampagnata e sperimenta una macchina di sua invenzione che gli permette di filmare. La festa finisce in un disastro: il figlio dello scienziato batte la testa contro un ramo mentra va in barca, cade nel fiume e affoga. Quando guarda il filmato, Hugo si rende conto che una spettrale macchia nera vola verso il figlio prima dell'incidente, svanendo nel suo corpo. La scoperta prende corpo: ognuno ha un proprio Spirito della Morte, che egli chiama Asphyx. Quando qualcuno sta per morire, l'Asphyx viene a reclamare la vittima e si nutre del suo essere. A questo punto Hugo si chiede se è possibile raggiungere l'immortalità catturando questo spirito immondo e impedendogli ogni via di fuga. È l'inizio di un incubo, che lo porterà alla peggiore di tutte le condanne: vivere in eterno l'esistenza degradata di un divoratore di cadaveri... 

RECENSIONE: 
Un film che non si può dimenticare. Il suo grande merito è quello di presentare Thanatos come un'essenza funesta che non è pura e semplice mancanza di vita. Ogni Asphyx è un essere ben definito, un demone che esiste al solo scopo di ghermire l'essenza della sua preda. Nell'impianto narrativo, appare evidente che la comparsa di un essere vivente nel teatro dell'Universo - sia egli uno scienziato o un criceto - porta alla contemporanea creazione di un principio letale condensato che costituisce la sua Nemesi. Tutto ciò è sublime, perché si pone in rotta di collisione con le religioni e con le filosofie che prevalgono tra le genti. Atroce è lo strazio del protagonista quando si accorge che l'ombra nera fotografata vicino al figlio prossimo alla morte è qualcosa che converge su di lui, che non è l'anima che lascia il corpo. Tutte le costruzioni mentali e culturali che danno un'idea positiva della condizione mortale umana sono così annientate. Più in generale, si afferma l'esistenza di un'oscurissimo cosmo di orrore assoluto, di una spaventosa vastità, al cui confronto il nostro mondo non è altro che un gioco di luci illusorie. 

Mors Ontologica

Se le cose stessero come affermava Epicuro, non ci sarebbe alcun terrore della Morte. Infatti, secondo i suoi argomenti, quando la Morte arriva, noi non esistiamo più, mentre quando ci siamo noi, non c'è la Morte. Cos'è quindi il terrore in questione? Possiamo senz'altro dire che sia come il terrore di un mostruoso predatore che giunge per dilaniarci, dandoci molto dolore. In realtà è presente la consapevolezza che la Morte non è che l'inizio di un processo di degradazione dell'Essere, come se di noi sopravvivesse la traccia di un'ombra dannata e incapace di estinguersi.  Una condizione di tenebra assoluta, al cui confronto persino l'Inferno dantesco sarebbe considerato paradisiaco. 

Etimologia di Asphyx 

Nel film si fa riferimento agli Asphyx come a creature della mitologia greca e in un punto viene mostrato un vaso antico che li rappresenta. Si tratta di una'ispirata creazione degli sceneggiatori, su questo non c'è alcun dubbio. La parola Asphyx deriva dal greco antico. Il suo inventore vuol comunicare il concetto di "cessazione della vita". Questa è la famiglia di vocaboli ellenici che sono alla base della sua formazione:  

ἀσφυξία "cessazione del polso"
ἀσφυγμία "mancanza del polso"
ἀσφυκτέω "essere senza pulsazione"
ἄσφυκτος "senza pulsazione, senza vita"


In ultima analisi si tratta di parole ottenute tramite il ben noto prefisso negativo a partire dal seguente verbo di origine ignota:

σφύζω "palpitare, battere violentemente" (dorico σφύσδω


Noi usiamo il termine asfissia col senso di "cessazione del respiro", ma si tratta di un equivoco moderno. Nel XVIII secolo, quando asphyxia cominciava ad essere attestato nel latino medico, esisteva l'idea di simultaneità assoluta tra cessazione del polso e cessazione del respiro, dimostratasi poi errata: il polso continua per un breve tempo una volta venuta meno la respirazione. 

Eredità musicale 

Dal capolavoro di Peter Newbrook hanno tratto il nome gli Asphyx, un gruppo musicale death doom metal olandese che canta la morte, la dannazione, l'incubo e l'occulto. La fondazione degli Asphyx, ad opera di Bob Bagchus e di Tony Brookhuis, risale al lontano 1987. Nel corso degli anni numerosi componenti sono cambiati, ma intatta resta la carica distruttiva e anticosmica della musica del gruppo. Il terzo album in studio, risalente al 1994, si intitola proprio Asphyx. Per far capire quanto profondo sia il legame col film omonimo, riportiamo i titoli dei brani dell'album in questione: 

1) Prelude of the Unhonoured Funeral
2) Depths of Eternity
3) Emperors of Salvation
4) 'Til Death Do Us Apart
5) Initiation into the Ossuary
6) Incarcerated Chimaeras
7) Abomination Echoes
8) Back into Eternity
9) Valleys in Oblivion
10) Thoughts of an Atheist

sabato 12 aprile 2014

GIOCARE D'AZZARDO CON I DADI ETRUSCHI

Come sa chiunque si sia occupato anche marginalmente della lingua degli Etruschi, esiste una polemica secolare sul valore dei numerali śa e huθ, causata dai famosi dadi di Tuscania, gli unici due finora noti che mostrano i valori scritti come parole anziché indicati da punti.

Esistono a questo proposito due scuole ermeneutiche. La prima sostiene che huθ significhi "quattro" e che śa significhi "sei", mentre la seconda sostiene l'inverso, ossia che śa significa "quattro" e huθ significa "sei". Alla prima di queste scuole in genere tendono ad aderire coloro che credono di poter dimostrare la natura indoeuropea della lingua dei Rasna; la seconda attrae invece coloro che la considerano una lingua non indoeuropea.
Dico questo in linea di massima: un tempo pensavo anch'io che
huθ significasse "quattro" e che śa significassse "sei", pur affermando già all'epoca la natura non indoeuropea dell'etrusco. D'altronde non amo essere classificato come appartenente a una data scuola o ad un'altra: la faziosità è da sempre nemica della Scienza. 

Gli argomenti a favore della traduzione di
huθ come "quattro" si fondano soprattutto sull'esistenza del toponimo pregreco HYTTENIA, che è un antico nome di TETRAPOLIS.
Coloro che affermano invece che
śa sia "quattro" fondano il loro giudizio sulla famosa Regola del Sette, che fa sì che la somma dei punti sulle facce opposte di un dado debba dare per l'appunto sette. Siccome nei dadi di Tuscania śa è opposto a ci (che significa certamente "tre") e huθ è opposto a θu (che significa certamente "uno"), le traduzioni indicate ne conseguirebbero in automatico.

Esistono anche altri argomenti, di per se stessi piuttosto labili, a sostegno dell'una o dell'altra traduzione, ma per adesso non me ne occuperò.

Un tempo molti etruscologi tendevano a ipotizzare che huθ fosse "quattro" e che śa fosse "sei", pur con qualche incertezza - in genere espressa da un punto di domanda dopo la traduzione - e questa è anche la vulgata di Pallottino. Da qualche tempo sembra che l'etruscologia ufficiale si sia orientata invece a favore dell'opposta identificazione. Ad esempio, i professori Facchetti e Benelli traducono śa con "quattro" e huθ con "sei"

L'argomento HYTTENIA è di per sé poco convincente per i seguenti motivi:

1) Non è sicuro che il toponimo provenga da una lingua imparentata con l'etrusco;
2) Non sembra probabile che si tratti di una traduzione (non incorpora una radice tradotta con POLIS);
3) Non si conoscono i dettagli storici, per cui è possibile che gli Elleni abbiano dato il nome Tetrapolis a una nuova reatà, 
indipendentemente dalla denominazione antica, da loro non capita;
4) Si danno non pochi casi di cristallizzazione di numerali, ad esempio la parola italiana "quartiere" che è nata da una divisione in  quattro ed è giunta a indicare una realtà più generale, o la parola gallese wythnos che attualmente indica la settimana pur contenendo il  numerale wyth "otto" e risalendo a un antico raggruppamento di otto notti. 

Il grottesco delle polemiche non conosce tuttavia confini. Tra coloro che sostengono a spada tratta che huθ sia "quattro", alcuni arrivano a dire che i loro  avversari sarebbero addirittura "brutti e cattivi" perché pensano che i dadi senza la regola del sette non esistano. Così si affannano a riportare il caso di un singolo dado con uno schema diverso pretendendo in questo modo di distruggere le argomentazioni degli etruscologi dell'opposta fazione, come se ciò avesse in sé la forza di provare che huθ debba essere "quattro" di riffa o di raffa. La fallacia logica in cui cadono è quella del non sequitur

Per un approfondimento sulle ragioni degli aderenti alla scuola indoeuropeizzante che traduce huθ con "quattro" si rimanda ai siti di Carlo d'Adamo e di Massimo Pittau:



Se non ho capito male, il professor Pittau afferma il principio - di per sé nient'affatto disprezzabile - secondo cui gli argomenti provenienti dalla linguistica debbano avere la precedenza su quelli suggeriti dall'archeologia o più in generale da evidenze extralinguistiche. Questo principio però funziona bene solo nel caso di lingue ben conosciute, mentre può portare a risultati fallaci se applicato a realtà poco note, le cui connessioni con il mondo esterno non portano a risultati ben definiti. Se avessimo dell'etrusco una mole di conoscenze certe paragonabile a quella che abbiamo del sumerico, di certo potremmo dire molte più cose sensate.

I tentativi di ricostruire protoforme comuni ragionevoli per l'indoeuropeo e l'etrusco appaiono inconsistenti: in realtà le parole di origine indoeuropea in etrusco sono prestiti, proprio come le parole neolatine in inglese sono giunte da fuori. Di questo però si dovrà parlare in un'altra occasione. 

A un certo punto questo confuso panorama dei numerali etruschi è cambiato come per l'intervento di un Deus ex Machina, anche se molti non se ne sono affatto accorti, perché proprio da metodi extralinguistici è giunta la soluzione all'annoso problema. I ricercatori Gilberto Artioli, Ivana Angelini e Vincenzo Nociti del Dipartimento di Geoscienze dell'Università di Padova hanno pubblicato sull'argomento un articolo di estremo interesse, GAMBLING WITH ETRUSCAN DICE (2011), scritto in inglese. 


Riassumo i risultati della loro ricerca, efettuata su un campione di una novantina di dadi, e su questo sunto invito tutti a meditare:

1) I dadi ritrovati nell'Etruria propria sono di due tipi:
 a) enantiomorfici, ossia con uno stesso punteggio su due facce (rari)
 b) non enantiomorfici, ossia con punteggi diversi su ogni faccia (molto comuni)
2) Considerando i dadi non enantiomorfici, si trovano soltanto due schemi dei 15 teoricamente possibili: 
 a) lo schema progressivo (differenza tra facce opposte uguale a uno)
 b) la Regola del Sette (somma tra facce opposte uguale a sette)
3) Gli schemi soggiaciono a un criterio temporale rigido:
 a) I dadi hanno soltanto lo schema progressivo prima del V secolo a.C.
 b) Nel V secolo a.C.. compare la Regola del Sette, che si diffonde lentamente
 c) Nel IV secolo a.C. sia la Regola del Sette che lo schema progressivo erano diffusi
 d) Dopo dal III secolo a.C. si trova soltanto la Regola del Sette 

Aggiungerò che i dadi non enantiomorfici con schemi diversi dal progressivo e dalla Regola del Sette hanno queste caratteristiche:

1) Provengono per lo più da necropoli esterne all'Etruria propria (es. Spina, etc.)  
2) Non hanno alcuno schema razionale riconoscibile.
 
Detto questo, da analisi approfondite sul supporto materiale e soprattutto da considerazioni sulla forma delle lettere, risulta che i dadi di Tuscania risalgono al IV secolo a.C., un'epoca in cui erano diffusi sia lo schema progressivo che la Regola del Sette. Non essendo i dadi di Tuscania dotati di schema progressivo, ne consegue che devono avere la Regola del Sette. Quindi
śa si deve tradurre con "quattro" e huθ con "sei".
Questo è quanto.

giovedì 10 aprile 2014

SU ALCUNI PRESTITI GRECI IN LATINO

Autori greci come Polibio e Plutarco hanno trascritto nelle loro opere antroponimi e vocaboli latini, trasmettendoci preziose informazioni molto utili sulla pronuncia della lingua di Roma loro contemporanea.
Esistono però anche numerosi vocaboli greci passati in latino. Alcuni di questi prestiti, molto comuni nella lingua quotidiana, sono stati trasmessi in eredità alle lingue neolatine e sono usati ancora oggi. Particolarmente interessanti sono i prestiti greci che hanno i suoni velari /k/, /kh/ e /g/ davanti alle vocali anteriori /e/,
/e:/, /i/, /i:/, /ü/, /ü:/.
Riporto alcuni esempi significativi:

gr. βραχίων > lat. brachium
gr. γυρός > lat. gyrus
gr.
κερασός > lat. cerasus
gr.
κοιμητήριον > lat. coemeterium
gr.
κῦμα > lat. cyma
gr. dor.
μαχανά > lat. machina

Dall'analisi di queste parole possiamo dedurre con sicurezza quanto segue:

1) Le parole greche prese a prestito in latino avevano i suoni velari ("duri") davanti a vocali anteriori al momento dell'adozione; 
2) Questi prestiti greci sono stati trattati dai parlanti latini come parole ereditate;
3) Si passa da una situazione in cui sussistono consonanti velari ("dure") a una situazione più tarda in cui si trovano invece consonanti affricate ("molli").

Vediamo infatti come le parole in questione si sono evolute in italiano: 

lat. brachium > it. braccio
lat. *ceresia > it. ciliegia
lat. coemeterium > it. cimitero
lat. cyma > it. cima
lat. gyrus > it. giro
lat. machina > it. macina

Tutti possono constatare che in ciascuno di questi casi si sono sviluppati suoni palatali. A scanso di equivoci, la parola italiana "macchina" è stata reintrodotta dal latino letteraro "machina" molto tempo dopo che questa si era evoluta regolarmente in "macina" per genuina usura fonetica popolare. 

Tutto ciò prova la vanità della perversa idea di coloro che a dispetto d'ogni evidenza si ostinano a sostenere che i suoni consonantici palatali /tʃ/ e /dʒ/ siano sempre stati presenti in latino.
Infatti se il latino avesse pronunciato C e G davanti a E e I come affricate da epoca immemorabile, i prestiti greci sarebbero stati sì adottati con suoni velari, ma non avrebbero avuto nulla in comune con le parole native con suoni palatali e non avrebbero avuto motivo di svilupparli nel passaggio dal latino volgare alle parlate italiane: sarebbero ancora oggi pronunciati con suoni velari.
La stessa esistenza di queste parole dimostra che la palatalizzazione si è sviluppata soltanto in un'epoca posteriore alla loro entrata nella lingua latina, a causa di un mutamento fonetico regolare e molto graduale, di cui i parlanti non si sono resi conto.

domenica 6 aprile 2014



I CRIPTOETRUSCHI

In questi giorni continua a frullarmi nella testa un racconto degno di nota che mi è capitato di leggere quando ero ancora un ingenuo nerd foruncoloso. Forse si tratta solo di un sogno confusionario, perché mi sembra di ricordare che l'autore fosse un etruscologo serio e che riportasse la cosa come un aneddoto, ma la precisione dei miei ricordi mi fa credere che non si sia trattato di una mia invenzione poi scambiata per verità. D'altro canto, i motori di ricerca sembrano non ritornare proprio nulla sull'argomento. Si diceva che in un paese della Toscana la popolazione tramanderebbe in segreto la lingua e la religione politeista degli Etruschi dai tempi di Roma Antica. Si riportavano anche fatti molto singolari connessi a queste tradizioni segrete, come i rapporti di una persona che era stata in quel paese e si era trovata in una grotta ad assistere a riti di moderni Lucumoni, salvandosi poi per miracolo. Si dava l'idea di gente molto chiusa e capace di uccidere senza pietà pur di conservare il segreto della propria esistenza. Così veniva ascritto a loro un attentato dinamitardo che impedì la costruzione di una linea ferroviaria passante per quel paese. Persino l'avvelenamento di un papa rinascimentale sarebbe stato opera di questi Criptoetruschi. Almeno era un racconto originale e inquietante, privo della volgarità dei moderni misteriologi fanatici di teschi di cristallo, feti di coniglio e Templari di origine extraterrestre. Nelle profondità della mia anima, non ho mai smesso di sperare che i Criptoetruschi esistano davvero, anche se so che la cosa è a dir poco improbabile. Intanto il sito Gens Labo dice che esiste una famiglia toscana il cui cognome coincide con l'endoetnico degli Etruschi, Rasna, il che è senza dubbio una cosa di estremo interesse storico

sabato 5 aprile 2014

LE LETTERE CLAUDIANE

Sappiamo che l'Imperatore Claudio (10 a.C - 54 d.C.) ha avviato una riforma ortografica che però non ha avuto successo. Egli era ossessionato dall'idea di rendere l'ortografia del latino nobile più aderente alla realtà. Così ha pensato di introdurre tre nuove lettere, conosciute come lettere claudiane.

 

La prima lettera claudiana è detta antisigma, e serviva a rendere il suono /ps/, scritto PS o BS a seconda delle parole (come in urbs, trabs, ipse, etc.). La seconda è detta digamma inversum, e serviva a notare la consonante labiale /w/ (con tendenza ad evolvere in bilabiale /β/ durante il I secolo d.C.) scritta tradizionalmente come la vocale /u/. La terza è detta littera H dimidia, che serviva a rendere un suono vocalico intermedio tra /i/ e /u/, probabilmente affine al greco Υ, che si trovava in parole come optimus (scritto anche optumus) e libet (scritto anche lubet). Sono note alcune iscrizioni che mostrano digamma inversum e H dimidia, mentre a quanto pare finora non ci è giunta alcuna attestazione dell'antisigma.

L'Imperatore Claudio avrebbe ben potuto scegliere di usare l'antisigma per esprimere un suono palatale, come avevano fatto i Volsci, se questo fosse effettivamente esistito a suoi tempi. Invece non ha creduto necessario riformare l'ortografia introducendo lettere nuove per C e G davanti a vocali anteriori E e I, dato che alla sua epoca i fonemi /k/ e /g/ non avevano ancora subito alterazione in tali contesti. Ha preso invece l'antisigma e l'ha usato per esprimere il suono /ps/, cosa a parer mio del tutto priva di necessità, data la scarsa importanza del nesso nella lingua latina. A spingerlo è stata infatti l'analogia con la lettera X usata per esprimere in forma sintentica il nesso /ks/.

L'ESTINZIONE DELLE LINGUE È UNA REALTÀ

Da un po' di tempo rifletto su un bizzarro argomento, che secondo me riveste il massimo interesse etnologico: l'originale lingua dei Pigmei. Pochi sanno infatti che le popolazioni africane conosciute come Pigmei non conservano una lingua loro propria, ma hanno appreso nel corso dei secoli le lingue delle popolazioni vicine con le quali hanno sviluppato rapporti di dipendenza. Così la grande maggioranza parte dei Pigmei parla lingue Bantu, mentre qualche gruppo ha adottato lingue di ceppo diverso. 

Secondo Cavalli-Sforza, due sarebbero i tipi genetici sprovvisti di una lingua propria nota: i Pigmei e i Sardi. I Sardi attuali infatti parlano una lingua derivata direttamente dal Latino. Anzi, il Sardo è una delle lingue neolatine meglio conservate. Prima di apprendere il Latino, i Sardi parlavano Punico e Nuragico. Il Punico era una linga affine all'Ebraico, mentre sul Nuragico si possono fare soltanto congetture, anche se con tutta probabilità era affine al Basco. 

Va detto che mentre i Pigmei dell'Africa non conservano una lingua loro propria, ci sono molti altri gruppi detti Khoi-San, ossia i Boscimani e gli Ottentotti, che hanno lingue peculiari e irriducibili a qualsiasi altro ceppo. Due popoli di cacciatori-raccoglitori della Tanzania, i Sandawe e gli Hadza, hanno lingue prive di parentele, né tra di loro né con altre lingue, salvo forse quelle di gruppo Khoi-San.

Se si guarda la situazione fuori dall'Africa, si scopre che anche in Asia esistono popolazioni di bassa statura, con capelli crespi e la pelle molto scura: sono quelli che gli Spagnoli chiamarono Negritos. I primi esploratori venuti dalla Spagna che si imbatterono in queste genti si dissero certi della loro origine africana. Tra questi popoli ci sono i Semang della Malesia, gli Aeta delle Filippine e altri gruppi sparsi per l'arcipelago dell'Indonesia. Nessuno di questi gruppi parla una lingua propria: la situazione è simile a quella dei Pigmei Africani. La massima parte di loro ha adottato una lingua del ceppo Austronesiano, come ad esempio il Malese. Ci sono anche altri popoli peculiari di origine certamente remota: i Vedda di Sri Lanka e le genti delle Isole Andamane. Gli Andamanesi hanno mantenuto lingue proprie, a differenza degli altri ceppi, che sono del tutto prive di qualsiasi somiglianza nel resto del mondo. Tale è l'arcaicità degli Andamanesi che ignoravano del tutto il modo di accendere il fuoco. Per colmo dell'ironia, un proverbio dei Pigmei dell'Africa suonerebbe irrispettoso se applicato agli Andamanesi: "La scimmia non è un uomo, solo perché non sa accendere il fuoco".

A dire il vero se si studiano bene le lingue dei Pigmei dell'Africa e quelle dei Negritos dell'Asia, si scopre che qualche parola antica è sopravvissuta. Nell'idioma dei Baka, ad esempio, il 30% del vocabolario è di origine sconosciuta. Tra i gruppi africani sono prive di relazioni esterne le parole relative alla vita nella foresta, alla raccolta del miele, oltre ai numerali. Anche tra i Semang (che parlano Malese) e i Vedda (che parlano Singalese) si trovano molti termini isolati. Presso i Vedda si segnalano ad esempio termini come GALREKKI 'ascia', RUHANG 'amico', KUKKA 'cane', OKMA 'bufalo', TOMBA 'lumaca' e via discorrendo. Così esisterebbe modo di approfondire gli studi fino a capire qualcosa di più. Cercando in Rete, ho trovato alcuni interessantissimi documenti, anche se il materiale che trattano è limitato. Purtroppo noto che non c'è molta apertura mentale. Mi sono infatti imbattuto in un post scritto da un anglofono, che usa il Rasoio di Occam, negando la possibilità che tutte quelle lingue siano andate perdute. Così, in nome di una semplicità dogmatica e compulsoria, questa persona è arrivata a sostenere che gli antenati dei Pigmei erano esseri del tutto privi di parola, e che a un certo punto hanno imparato a parlare dai loro vicini. "Cosa c'è da stupirsi?" - si domanda addirittura in un passo - "In fondo le scimmie antropomorfe non hanno ancora imparato a parlare".

Non mi hanno mai convinto le teorie di Hannah Arendt sulla "banalità del Male". Il Male non è mai banale, proprio in virtù della sua esistenza come principio ontologico separato. Dopo aver letto il post insulso di questo sedicente studioso, sto però cominciando a capire che esistono anche realtà che sono ben al di sotto dello stesso concetto di banalità.

DARK RESURRECTION

Paese: Italia
Anno: 2007
Lingua originale: Italiano
Durata: 61 min 
Regia: Angelo Licata
Produttore: Angelo Licata
Produttore esecutivo: Davide Bigazzi
Produttore associato: Spencer M. Rohan
Genere: Fantascienza, fantasy
Soggetto: Angelo Licata
Sceneggiatura: Angelo Licata, Andrea Scibilia
Colonna sonora: Aldo De Scalzi, Pivio, Pierluigi
     Piucci, Mattia Panzarini, Gianluca Cerchiello
Effetti speciali: Angelo Licata, Davide Bigazzi
Fotografia: Angelo Licata
Costumi: Carmen Caci, Rosi Caci, Amedeo Tecchio,
    Stefania Zeni
Casa di produzione: Guerre Stellari Net, RCL Sound
    FX, Lords of Illusion
Casa di distribuzione: Machiavelli Music 
Interpreti e personaggi: 
    Marcella Braga: Hope
    Riccardo Leto: Leto
    Giuseppe Licata: Lord Sorran
    Sergio Múñiz: Muniza
    Grazia Ogulin: Nemer
    Fabrizio Rizzolo: Zorol
    Sara Ronco: His
    Elisa Werneck: Lady Organa
    Giorgia Wurth: Meres
    Maurizio Zuppa: Zui Mar Lee
    Fabrizio Brezzo: Zeb Soundar
    Lidia Napoli: Apprendista Jedi
Voce fuori campo: Claudio Sorrentino 


Recensione:

STAR WARS DEGLI ANELLI 

Degno di essere visto è senza dubbio Dark Resurrection, definito dal suoi stessi autori come "film sperimentale senza scopo di lucro, liberamente ispirato a Star Wars e diviso in due volumi della durata di 60 minuti ciascuno" e ritenuto dalla Lucasfilm "truly amazing". È alla proiezione della prima parte che ho avuto modo di assistere alla AstraCon. Meditando a lungo, io e il carissimo amico Evertrip aka Zorrokamikaze siamo giunti alla conclusione che si tratta di un'ibridizzazione tra Guerre Stellari e il Signore degli Anelli. Più che non l'esigua trama, trovo notevole la capacità di descrivere mondi medievali pervasi da una profonda decadenza. 

L'epopea dei Jedi nel periodo terminale della Nuova Repubblica è tutta incentrata su Eron, un pianeta boscoso dove a ogni passo si rischia di calpestare grassi vermi corazzati e zampettanti. Mentre le esauste forze Imperiali avanzano nella disorganizzazione, l'ordine monastico-cavalleresco vegeta in scenari polverosi e di grande abbandono, tra piramidi neoazteche già vecchie di millenni e gli avanzi di una tecnologia non più compresa appieno. Consumandosi in un letargo embrionale, i Jedi vengono a scoprire l'esistenza di un grave pericolo, e presto si rendono conto di essere alle prese con una nuova generazione di adepti del Lato Oscuro.

Il nuovo Signore Nero dei Sith è Lord Sorran, la cui etimologia rimanda direttamente a Sauron. La chiave del mistero è facile a trovarsi. Suppongo infatti che milioni di lettori anglosassoni non diano ai nomi Eldarin la loro pronuncia corretta, e riducano impietosamente i dittonghi a vocali semplici. Una profezia tramandata da antiche iscrizioni guida l'Oscuro su Eron alla ricerca di un sigillo da aprire (è proprio l'Anello?), atto che conferirà al Predestinato l'immortalità e la Conoscenza infinita.


La bellissima Hope, il cui nome proviene probabilmente dalla lingua Tlaxtlah (nel qual caso significherebbe Fellatrice), è l'apprendista del Maestro Zui Mar. Una venatura di Oscurità si insinua in lei, che concupisce invano il suo mentore mentre sta armeggiando con un saldatore per assemblare una spada laser. La pulzella deve sopprimere la sua libidine tramite un duro allenamento.

La lotta tra Lord Sorran e il Maestro Zui Mar si conclude con la sconfitta e la morte di quest'ultimo. Si lascia indovinare un seguito con la resurrezione del morto come Sith, sullo sfondo di una storia con Hope caratterizzata da sesso torbido, perverso, morboso, purulento. Mi diverte pensare alla somiglianza tra il padawan oscuro di Sorran e D. V., un pazzoide di mia conoscenza: stesso sguardo insano, stessi nei sulla faccia, stessi tratti caratteriali.

Per riassumere, in assoluto Dark Resurrection è il capolavoro della filmografia dentistica.

Il video è disponibile online, ai lettori non resta che visionarlo.


A questo punto ripropongo la recensione pubblicata a suo tempo dal buon Evertrip, che nel frattempo sembra essere scomparsa dal Web: 

"Ci sono due cose al mondo che odio: i fan di Star Wars e gli omaggi amatoriali. Mischiare insieme queste due cose equivale non solo a non avere idee ma anche essere “succube” delle proprie passioni al punto da non vedere altro. Come dicevamo io e Antares666, si tratta di una fusione fra Il Signore degli Anelli e Star Wars: okay, si tratta di uno science fantasy ma a tutto c’è un limite. Belli effetti speciali, conditi dalla presenza di un paio di stangone che non ci stanno mai male, ma per il resto, nulla. La protagonista Hope (che nome originale) e il suo maestro Wui Mar devono affrontare il cattivone di turno: Sorran (pronuncia francese di Sauron?), il quale anela a diventare la Living Force attraverso lo scioglimento di un sigillo che si trova sul pianeta Eron. L’ennesima lotta fra bene e male, flashback della protagonista col classico “ritorno alle origini”, e tante spade laser. Il regista, dentista di professione, non contento di aver girato un pessimo film con ottimi mezzi, ci anestetizza durante l’interminabile ora con astronavi e viaggi astrali, jedi e sith che si ammazzano di botte fino al prossimo “continua nel volume 2”, che farò a meno di vedere, se possibile. Decisamente uno spreco di risorse, persone e strumenti."

domenica 30 marzo 2014

NON SEQUITUR

E adesso dedichiamoci all'ennesimo caciucco di baggianate, sempre dalla stessa fonte: 
 
"Sorvoliamo pure per ora su Plutarco (nato nel 46 dc), del quale si cita solo (perché nella fantasia della restituta non esiste il suono della V) Oualerios per Valerius, senza maliziosamente mai citare le alternanze Νέρουα, Νέρβα; Σεουῆρος, Σεβῆρος e altre; eppoi, ancor peggio, su Polibio. Se vorrai ti dirò, se non avrai paura dei dati nudi e crudi che distruggono le tue certezze fondate soltanto sull'autorevolezza. Comunque già con Plutarco siamo fuori dai termini della cosiddetta pronunzia classica. In sostanza dire Kikero per Cicero è una bischerata."
Sorvoliamo su Plutarco? Un par de cojjoni, come dicono i Romani in quello che Dante Alighieri chiamava "il più turpe dei volgari", e che invece è particolamente adatto quando si tratta di esporre le inconsistenze al pubblico ludibrio.

Plutarco (46 d.C. ? - 125 d.C. ?) ebbe contatto diretto con la lingua latina in un'epoca ancora non troppo lontana da quella classica, così le sue trascrizioni ci danno un esempio di come il latino era pronunciato dalle classi colte nel I-II secolo d.C. L'idea della pronuncia classica che sparisce da un giorno all'altro seguendo una cronologia da manuale è di una grande ingenuità. Se qualcuno dice bischerate, quello non è Plutarco: molto più facile che le dicano i moderni che all'epoca non erano presenti e che rifiutano di servirsi di argomenti razionali.

Rimando a successivi post per una trattazione più approfondita. Per adesso mi limito a qualche significativo esempio tratto dalle Vite Parallele e contenente trascrizioni di parole latine con C e G davanti a vocali anteriori o al dittongo AE:

lat. ancilia : ἀγκύλια 
lat. Caesar : Καίσαρ 
lat. Celeres : Κέλερας (acc.)
lat. Cicero : Κ
ικέρων 
lat. hoc age : ὃκ ἄγε 
lat. Marcellus : Μ
άρκελλος
lat. Marcius : Μά
ρκιος
lat. Mucius : Μού
κιος
lat. Lucius : Λ
εκιος
lat. Scaevola : Σ
καιλας 
lat. Scipio : Σ
κηπίων 

Né si può argomentare che il greco, non avendo l'affricata palatale, l'avrebbe semplicemente trascritta come una velare: questo non accade  nelle lingue antiche e nemmeno in quelle moderne. I suoni /k/ e /tʃ/ sono molto diversi tra loro: è un inganno scolastico ritenerli simili e parlare di "c dura" e "c molle". L'orecchio di una persona che parla una lingua priva di suoni palatali non ne coglie alcuna somiglianza. Se una lingua non ha
/tʃ/, piuttosto la trascrive con /ts/ o con /s/.

Infatti il greco in epoca bizantina iniziò a trascrivere il suono palatale sviluppatosi nel tardo latino come τζ:
Μουτζιανι per Muciani.

Le alternanze tra
ου e β per trascrivere latino /w/ dimostrano in modo chiaro che questo suono stava assumendo nel I secolo d.C. una pronuncia bilabiale /β/, simile alla nostra /v/ ma realizzata con le labbra unite o avvicinate. Di questo esistono numerose testimonianze anche successive (ad esempio in Velio Longo, II secolo). Il processo tuttavia non era completato all'epoca di cui stiamo trattando, e molti ambienti ancora si pronunciava /w/. Si ha persino testimonianza che tra le plebi e tra popolazioni barbariche esisteva il vezzo di pronunciare addirittura il suono come una /u/ pienamente sillabica. I grammatici dell'epoca condannano la pronuncia trisillabica di venit come *u-e-nit.

Detto questo, non nascondo affatto alternanze come Νέρουα - Νέρβα o Σεουῆρος - Σεβῆρος, e non tremo certo di paura di fronte ad esse: ne sono a conoscenza fin dall'epoca del liceo.

Semplicemente il passaggio da /w/ alla bilabiale /β/ non ha nulla a che fare con la pronuncia della lettera C. Non sequitur. Mostrare che esisteva una pronuncia di V consonantica simile a /v/ non implica affatto che C fosse palatale davanti alle vocali E e I: tra le due cose non esiste nessun nesso logico.

L'argomento presentato è
pseudoscientifico e non ha alcun valore. Si basa infatti sulla convinzione che pronuncia restituta e pronuncia ecclesiastica siano due entità monolitiche, e che una volta trovato un dato che pare contrastare con un dettaglio della pronuncia restituta, questo debba per necessità significare l'affermazione della pronuncia ecclesiastica. Se la Scienza avesse seguito una simile metodologia, non avremmo automobili, frigoriferi, acqua corrente, corrente elettrica, computer, telefonini e quant'altro.

A quanto pare c'è gente che ignora un fatto molto semplice: le lingue cambiano nel tempo, e lo fanno seguendo leggi ben precise. Dove una legge fonetica ammette un'eccezione, quell'eccezione viene spiegata in ciascun caso. Essi pensano che le lingue non siano mai cambiate dall'epoca paleolitica: proiettano ogni caratteristica di una lingua fin nella notte dei tempi. A sentir loro, ci sarebbe persino da dubitare che sappiano della derivazione delle lingue neolatine dal latino volgare: è più facile che pensino al latino come a una lingua che a un certo punto si è spenta, e all'italiano come a una lingua parlata dal volgo fin dall'epoca di Noè.

Non si vede come i "dati di fatto nudi e crudi" possano distruggere le "certezze fondate sull'autorevolezza". Se mi azzardassi a dire una cosa simile al mitico Er Monnezza, lui mi replicherebbe di certo: "distruggono li maccheroni de tu' nonno". Mi limiterò ad affermare che i fatti li spiego secondo la logica, che a quanto pare non sembra essere molto popolare in certi ambienti.

CONTRO LA PSEUDOSCIENZA, SENZA SE E SENZA MA

Sempre a proposito della pronuncia della lingua latina, il solito autore di Forumarcheologia (mi sono stancato di mettere il link) in un commento a un post di questo blog se ne è uscito con una delle sue "perle":

"Spiegare le forme del verbo parcere (parco, parcis, peperci/PARSI, PARSUM, parcere) è difficile con la restituta, come giustificare le doppie forme parcimonia e parsimonia, testimonianze dirette della C di cece" 
 
Questa è un'enormità talmente assurda per chiunque abbia anche una rudimentale conoscenza della lingua latina e della sua storia, che non necessiterebbe neanche di replica. Sono tuttavia dell'idea che le enormità abbiano un potere deleterio e contaminante, perché diffondono in rete come pacchetti memetici, comportandosi proprio come i virus. Sono infezioni cognitive. Vanno combattute non tanto per convincere coloro che le producono, che agiscono come troll e dovrebbero essere ascritti a tale categoria, ma a beneficio generale degli internauti, per mostrare l'inconsistenza delle conclusioni estranee al metodo scientifico. Vanno combattute, come San Giorgio ha combattuto il drago.

Affinché non si obietti che i miei discorsi sono incomprensibili al volgo, li riassumerò in punti:

1) La palatalizzazione non implica MAI il cambiamento della lettera C in S, nemmeno nella pronuncia ecclesiastica.

2) Le forme che derivano dalla radice dell'infinito PARCERE infatti hanno sempre C: PARCIS, PARCIT, PARCIMUS, etc..

3) La forma del perfetto raddoppiato è sempre PEPERCI, mai *PEPERSI.

4) Il supino PARSUM non è prodotto di palatalizzazione: non c'è nulla che possa indurre una mutazione palatale, dato che la sillaba -CU- contiene il suono occlusivo (volgarmente detto "duro") anche nella pronuncia ecclesiastica.

5) PARCIMONIA deriva dalla radice dell'infinito PARCERE, mentre il sinonimo PARSIMONIA deriva da quella del supino PARSUM, e questo spiega la diversità della lettera.

6) PARSI e PARSUM non sono affatto testimonianze dirette di un suono palatale, ma di un suffisso sigmatico -S-:

perfetto PARSIT < *PARKSIT
supino PARSUM < *PARKSUM (tema in -u-)
participio passato PARSUS < *PARKSOS

Questo suffisso si trova nel perfetto e spessissimo nel supino in moltissimi verbi. Basti guardare il seguente elenco: 

augeo, auges, AUXI, auctum, augere
curro, curris, cucurri, CURSUM, currere 
dico, dicis, DIXI, dictum, dicere
edo, edis (es), edi, ESUM, edere (esse)
farcio, farcis, FARSI, fartum, farcire
flecto, flectis, FLEXI, FLEXUM, flectere

maneo, manes, MANSI, MANSUM, manere
necto, nectis, NEXI, NEXUM, nectere patior, pateris, PASSUS SUM, pati
pello, pellis, pepuli, PULSUM, pellere
pingo, pingis, PINXI, pictum, pingere
plecto, plectis, PLEXI, PLEXUM, plectere
rego, regis, REXI, rectum, regere 
spargo, spargis, SPARSI, SPARSUM, spargere
tergo, tergis, TERSI, TERSUM, tergere video, vides, vidi, VISUM, videre 
vincio, vincis, VINXI, vinctum, vincire
vivo, vivis, VIXI, victum, vivere

Bisogna notare come in altri casi non si ha alcun suono sibilante e il perfetto ha -C- come l'infinito:

facio, facis, feci, factum, facere
iacio, iacis, ieci, iactum, iacere 
vinco, vincis, vici, victum, vincere 
 
Si noti poi che queste forme, dove sono sopravvissute in italiano, mostrano sempre una chiara sibilante e mai suoni palatali, in nessun caso: visse, perplesso, flesso, connesso, resse, lesse, etc.

È evidente che stiamo trattando di un fenomeno diversissimo dalla pronuncia delle velari, qualcosa che non ha proprio nulla a che vedere, nemmeno di striscio.

Trattando l'origine di supini come VISUM, FLEXUM e PLEXUM, si può parlare diffusamente di come il suffisso dentale *-t- abbia prodotto assibilazione se aggiunto a una radice in -t- o in -d-, proprio come è avvenuto in germanico e in celtico. Questo però esula dallo scopo di questo breve trattatello.

Di fronte a tutto questo, qualcuno oserà dire che le forme MANSI e MANSUM provano che maneo aveva la "n" di "gnegne".
Scherno, ludibrio e irrisione è tutto ciò che la pseudoscienza merita.

Forse non serve neanche scomodare San Giorgio: basterebbe Harry Potter con la sua bacchetta magica e la formula maccheronica "ridiculus!" per porre fine alle baggianate presentate come "argomentazioni".