sabato 27 settembre 2014


UCRONIA E ONIROSTORIA

Si risolverebbero molti problemi connessi al difficile argomento dell'ucronia cercando di fare chiarezza sulla sua definizione. 

Questo è quanto riporta Wikipedia ad oggi (27/09/2014): 

"L'ucronìa (anche detta storia alternativa, allostoria o fantastoria) è un genere di narrativa fantastica basata sulla premessa generale che la storia del mondo abbia seguito un corso alternativo rispetto a quello reale." 

E ancora:  

"Per la sua natura, l'ucronia è spesso assimilata al più vasto genere della fantascienza e si incrocia con la fantapolitica, mescolandosi all'utopia o alla distopia quando va a descrivere società ideali o, al contrario, indesiderabili." 

A parer mio si dovrebbe innanzitutto distinguere nettamente l'ucronia dalla fantascienza. Anche se molti reputano naturale classificare l'ucronia come un sottogenere della fantascienza, critico questa impostazione. Ritengo che si tratti di due cose completamente diverse, che non derivano dallo stesso ceppo e non hanno praticamente nulla in comune. 

Il termine fantascienza è una traduzione dell'inglese Science Fiction, ossia alla lettera "narrativa scientifica immaginaria". Wikipedia fornisce questa ragionevole spiegazione: 

"La fantascienza ha come tema fondamentale l'impatto di una scienza e/o una tecnologia – attuale o immaginaria – sulla società e sull'individuo. I personaggi, oltre che esseri umani, possono essere alieni, robot, cyborg, mostri o mutanti; la storia può essere ambientata nel passato, nel presente o, più frequentemente, nel futuro".  

Come si può vedere, un'ucronia può essere fantascientifica, ma esistono anche ucronie non fantascientifiche. Se il Punto di Divergenza si colloca nella Roma di Cesare e si narrano eventi occorsi a quattro secoli dalla sua morte, non si ha motivo di utilizzare il termine fantascienza.  

Ovviamente dobbiamo tener conto del fatto che moltissima gente definisce in modo diverso la parola "fantascienza"

"La fantascienza è quella forma di fastidiosa pornografia concettuale, che pur non essendo necessariamente collegata alla descrizione di atti sessuali, ne condivide l'oscenità. Così volgarmente essa è sinonimo di "sproposito". Per questo quando si sente dire qualcosa di assurdo, incredibile o stupido - come le elucubrazioni dei complottisti o le promesse del governo Renzi - si commenta in modo lapidario: "è fantascienza". Come dire che è qualcosa di infimo e di deleterio, letteratura da quattro soldi, carta imbrattata di feci." 

Condanniamo duramente questa semantica e non esitiamo ad anatemizzarla. Complici di questo scempio sono i giornalisti, che utilizzano spesso e volentieri questa perniciosa definizione, che accomuna in pratica cosa tra loro diverse come i carciofi e le lavatrici. 

Dobbiamo a questo punto analizzare le premesse che definiscono uno scritto come "ucronia". Appurato che all'origine di tutto c'è un Punto di Divergenza a partire dal quale gli eventi propagano, possiamo classificare questo evento come segue: 

1) La Divergenza corrisponde a un evento collegato alla scelta cruciale di una persona, che innesca un diverso corso storico. 
2) La Divergenza corrisponde a un fattore ambientale possibile, definito da una sua probabilità di occorrenza, che collocandosi in un contesto cruciale innesca un diverso corso storico. 
3) La Divergenza corrisponde a un elemento estraneo alla Storia, collocato a bella posta dal narratore. 

Un esempio del primo caso è il diverso esito di una battaglia, dovuto alla decisione di un condottiero.
Esempi del secondo caso possono ritenersi una malattia che uccide da bambino un personaggio cruciale come Cesare, il maltempo che fa deviare Cristoforo Colombo dalla sua rotta facendolo finire tra gli Aztechi o il mancato presentarsi della tempesta che distrusse l'Invencible Armada.
Il terzo caso merita una discussione più approfondita. Riportiamo a questo proposito alcuni esempi concreti per far meglio capire cosa si intende. 

a) Cristoforo Colombo si imbatte in una grande isola che è quanto rimane del continente di Atlantide, e vi trova discendenti di Fenici;
b) Sir Francis Drake approda nell'isola di Frislandia, grande quasi quanto l'Islanda e situata a meridione di questa. Vi trova genti che parlano una lingua germanica affine al norreno, ma da questa un po' diversa.
c) Hernán Cortés arriva in Messico e scopre gli Aztechi con le armi da fuoco.
d) Il popolo giapponese non si è formato in quello che conosciamo come arcipelago nipponico ma in Madagascar: nel XX secolo si trova in quell'isola il Mikado con tanto di bandiera con il sole rosso da cui emergono i raggi, e si discute dell'impatto di ciò nella II Guerra Mondiale.
e) Un'astronave atterra in America e ne esce Adolf Hitler seguito da un esercito di scimmioni in tuta spaziale che spargono il terrore a New York. 

Mi sono davvero imbattuto nei casi c), d), e) in un gruppo di Facebook dedicato all'ucronia: non si tratta di mie elucubrazioni cervellotiche. In particolare il caso e) è stata la causa del mio abbandono del gruppo - in cui sono rientrato soltanto dopo molti mesi, una volta mitigata la mia furia. 

Alcuni esempi di Punto di Divergenza del terzo tipo sono ben noti e hanno dato origine a scritti molto importanti nella storia della letteratura e del cinema: le terre descritte da Jonathan Swift (Lilliput, Blefescu, Brobdingnag, Luggnagg, etc.), l'isola di Utopia di cui ha parlato Tommaso Moro, la Città del Sole di Tommaso Campanella, l'Isola del Teschio in cui abita King Kong, l'Arcipelago dei Rinogradi e via discorrendo. 

Cosa salta subito agli occhi? Il Punto di Divergenza impossibile, di tipo 3), non caratterizza un'ucronia, ma qualcosa di ontologicamente molto diverso, che possiamo chiamare onirostoria, cioè Storia onirica. Perché questa denominazione? Semplice: nei sogni è facilissimo imbattersi in situazioni di questo tipo, in cui elementi della realtà di veglia sono ricombinati in modo assurdo.  

Postulare continenti diversi, conformazioni diverse del paesaggio e via discorrendo, implica che il vero Punto di Divergenza si deve collocare milioni di anni fa, e un simile corso degli eventi si sarebbe ripercosso a tal punto che forse nemmeno avremmo avuto lo sviluppo del genere umano, e in ogni caso non potremmo pensare di trovare qualcosa di noto e riconoscibile. 

Nella definizione di onirostoria dobbiamo inserire ugualmente le narrazioni il cui punto di divergenza è del primo o del secondo tipo, in cui però gli eventi narrati mostrano applicazione del Principio di Conservazione della Realtà, ostacolando la propagazione degli eventi. Queste narrazioni onirostoriche possono essere chiamate anche ucronie difettose, perché postulano elementi della realtà storica in cui viviamo a dispetto di condizioni iniziali che le renderebbero impossibili. 

Detto questo, si capisce che gli ucronisti attivi nel Web in moltissimi casi confondono l'ucronia con l'onirostoria, con tutto quello che ne consegue.  

domenica 21 settembre 2014


L'IMPORTANZA DEL PUNTO DI DIVERGENZA NELLA NARRATIVA UCRONICA 

Gli ucronisti attivi nel Web trattano spesso gli eventi cruciali come se fossero punti, ossia singolarità inanalizzabili e prive di struttura. Tendono altresì a considerare alcuni punti fissi nel corso storico con cui si cimentano, senza domandarsi se la loro esistenza sarebbe possibile una volta posta la singolarità originale, ossia il Punto di Divergenza a partire dal quale la nostra realtà e quella ucronica si differenziano. Con la nostra breve analisi ci proponiamo di mostrare che queste modalità di procedere sono inconsistenti e portano a risultati non soltanto privi di senso, ma spesso anche meritevoli di irrisione e di scherno. 

Ogni Punto di Singolarità in realtà non è affatto qualcosa di inanalizzabile. Se si cambia una singola decisione di un personaggio importante o l'esito di una sua impresa cruciale, bisogna sempre domandarsi se questo cambiamento sarebbe stato possibile, e ciò può essere fatto unicamente comprendendo in modo profondo la biografia del personaggio stesso, ma anche tutto ciò che lo riguarda: educazione, contesto della famiglia, dei conoscenti e della società in cui viveva, stato di salute. Purtroppo nella massima parte dei casi un simile studio è irrealizzabile per il semplice fatto che i dati di cui si ha bisogno sono persi per sempre. 

Se ci si chiede per esempio come sarebbe cambiata la Storia se il Riformatore Zwingli avesse trionfato nella Battaglia di Kappel (11 ottobre 1531), dovremmo innanzitutto sapere tutto, ma proprio tutto, non soltanto su Zwingli, ma anche sull'intero suo parentado, su tutte le persone con cui ha interagito, con tutti i poteri che si opponevano alla sua opera. Servirebbe un affresco gigantesco e dettagliato fin nei particolari più microscopici. Dovremmo studiare gli eventi della fatidica battaglia, per capire se la vittoria degli avversari di Zwingli fu dovuta a fattori ineluttabili (superiorità numerica soverchiante, etc.) o se il Riformatore aveva una qualche probabilità di vittoria e la sua disfatta è stata causata da mera sfortuna. I libri di storia ci dicono che Zwingli fu colto alla sprovvista dalle truppe dei cantoni ostili alla Riforma e che poté avere un margine davvero minimo per mettere insieme un esercito, quindi già solo per questo un ribaltamento delle sorti a Kappel parrebbe piuttosto improbabile. 

In altri casi non siamo così fortunati. Più andiamo a ritroso nel tempo, più l'analisi della situazione diventa difficile. I rischi insiti nel giocare con la vita di Giulio Cesare sono tali da sconsigliare l'impresa: non solo la propagazione di ogni cambiamento anche minimo sarebbe incontrollabile, ma un  qualsiasi fattore inconoscibile nella sua esistenza potrebbe rivelarsi determinante. Sarebbe necessario conoscere ogni pensiero passato per la testa di tutte le persone entrate in contatto anche marginalmente con Cesare per poter azzardare qualcosa. Le variabili in gioco sono troppe. Il problema è che nessuno sembra essere comprendere la necessità di approfondimenti così accurati, che certo possono rendere la produzione di un'ucronia sensata qualcosa di irrealizzabile.  

C'è anche di peggio. Alcuni contesti sono talmente oscuri che si ignora persino il nome dei personaggi coinvolti in dati eventi. Prendiamo ad esempio le guerre condotte dai generali di Augusto, Druso Maggiore e Tiberio, contro le popolazioni alpine negli anni 16-15 a.C. Conosciamo il famoso Trofeo delle Alpi che si trova a La Turbie, eretto negli anni 7-6 A.C., in cui sono menzionati più di quaranta popoli soggiogati. Sono i seguenti: 

Trumpilini, Camunni, Venosti, Vennoneti, Isarci, Breuni, Genauni, Focunati, le quattro nazioni dei Vindelici, Cosuaneti, Rucinati, Licati, Catenati, Ambisonti, Rugusci, Suaneti, Caluconi, Brixeneti, Leponzi, Uberi, Nantuati, Seduni, Veragri, Salassi, Acitavoni, Medulli, Ucenni, Caturigi, Brigiani, Sogionti, Brodionti, Nemaloni, Edenati, Vesubiani, Veamini, Galliti, Triullati, Ecdini, Vergunni, Eguituri, Nematuri, Oratelli, Nerusi, Velauni, Seutri. 

A quanto mi risulta, le fonti romane non ci hanno tramandato nemmeno il nome di uno dei capi ribelli di queste genti. Non sarebbe dunque molto saggio collocare un Punto di Divergenza proprio nelle guerre alpine in questione. In molti casi c'è persino il problema di capire quale fosse la lingua parlata da una data popolazione.  

Una possibile soluzione è quella di procedere con grande prudenza e di interrogarsi su ogni passo compiuto. Evitare di dar vita a ucronie giocando con l'ignoto in modo disinvolto può essere d'aiuto. Di certo sono da ritenere scadenti i prodotti di quei dilettanti che si divertono a tagliuzzare la Storia facendone collage folli, pensando di scardinare ogni evento dal contesto che lo ha generato per dar vita a grotteschi mostri di Frankenstein privi di qualsiasi significato. 

sabato 20 settembre 2014


CROCIERA NELL'INFINITO

Autore: Alfred Elton Van Vogt
Titolo originale: The Voyage of the Space Beagle
Anno: 1950

Il libro si compone di quattro parti:

1) Coeurl
2) Riim
3) Ixtl
4) Anabis

Genesi dell'opera: Nata dalla fusione di quattro racconti scritti dal 1939 al 1950:

Black Destroyer
War of Nerves 
Discord in Scarlet 
M33 in Andromeda 

Pubblicazioni italiane:
Urania 27 (novembre 1953)
Urania 312 bis (luglio 1963)
Futuro. Biblioteca di Fantascienza 1, Fanucci Editore (1974)
Urania Classici 22 (gennaio 1979)
Il Fantastico Economico Classico 3, Compagnia del Fantastico. Gruppo Newton (1994)
Urania collezione 82 (novembre 2009)

Traduzioni: Sergio Sué, Sebastiano Fusco

Trama sintetica (da Mondourania):

Come Isaac Asimov modellò la sua "trilogia galattica" sulla Decadenza e caduta dell'Impero romano di Gibbon, così A.E. Van Vogt si è ispirato per questa sua crociera classica nell'infinito a un altro illustre precedente, la famosa relazione che Charles Darwin pubblicò al ritorno della nave Beagle dal viaggio intorno al mondo. Come il veliero del grande naturalista, l'astronave Argus è infatti incaricata di esplorare pianeti e galassie lontanissime ed ha a bordo un nutrito e litigioso gruppo di scienziati. Gli enigmi, le sorprese, i pericoli che essi incontrano sulle rotte cosmiche e le strabilianti osservazioni e dati che via via raccolgono sulla vita extraterrestre danno vita a una narrazione di lucido rigore scientifico unito a un avvincente senso s'avventura e di meraviglia.

Sapendo che il nome del Connettivismo è stato ispirato da questo libro di Van Vogt, quando me lo sono procurato ero al settimo cielo. A quei tempi per me Van Vogt era soltanto un nome: non avevo mai letto nessuna delle sue opere. Ero felice di potermi immergere nella fonte d'ispirazione che or della fine aveva dato il suo contributo alla nascita del Movimento. Tuttavia sono rimasto profondamente deluso dal volume. Ho addirittura percepito un viscerale quanto inesplicabile senso di tradimento, che procedendo nella lettura si trasformava in una profonda irritazione e in aperta insofferenza. Ho letto Coeurl, Riim e Ixtl, abbandonando poi la lettura, che procedeva sempre più a rilento causa mancanza di entusiasmo. Ho classificato il romanzo come "libercolo scadente", ripromettendomi comunque di rileggerlo e di approfondirlo. Queste sono le parole che ho concepito a quell'epoca:

"Ripetitivo, banale, spesso travalica i confini del ridicolo. Al massimo conterrà venticinque righe di un qualche valore letterario. Il brano in cui l'alieno Ixtl interpreta il disegno schematico di un atomo è di una tale delirante assurdità che sfigurerebbe persino su Topolino."

E ancora:

"Stupisce davvero che qualcuno ne voglia fare la bibbia di un modo talebano-scientista di intendere la fantascienza: c'è più scienza in un film di Lando Buzzanca."

Certo, non ho tenuto conto del tempo in cui il romanzo è stato scritto. Forse sono stato troppo caustico nel linguaggio, anche se le mie opinioni rimangono nella sostanza negative. Credo del resto che sia impossibile costringere qualcuno ad amare una cosa che non gli ispira attrazione e che non gli piace affatto. 

Non posso comunque liquidare con poche parole quest'opera, per un motivo molto semplice. Il protagonista, Grosvenor, è un connettivista. Sul complesso argomento del rapporto tra Connettivismo e Van Vogt e sull'origine stessa della parola non si dirà mai abbastanza. Non nascondo che ho provato una fitta dolorosa quando sono venuto a sapere che Ron Hubbard e la sua Chiesa di Scientology sono all'origine del concetto stesso di Connettivismo (inglese Nexialism), inteso come "una nuova scienza capace di ristabilire le connessioni tra le competenze e le conoscenze di una disciplina e l'altra". Non a caso qualcosa di sostanzialmente identico a un connettivista compare nel romanzo Gli amanti di Siddo, di Philip José Farmer, che considero un capolavoro. Tale opera è tutta incentrata sulla figura del Precursore, profeta di un'orribile religione e autore del Talmud Occidentale. Orbene, il Precursore presenta non pochi tratti in comune con Ron Hubbard, al punto che la sua Chiesa appare chiaramente una trasposizione letteraria di Scientology - così come mostra inquietanti somiglianze con la figura di Thulsa Doom del film Conan il barbaro di John Milius (1982). Si tratta di coincidenze? No di certo. Alfred Van Vogt era un attivo seguace di Hubbard, come sua moglie. Mentre Farmer mostra un mondo devastato da una tirannia spaventosa e descrive la Chiesa del Precursore nella luce più realistica e sinistra, Van Vogt è in tutto e per tutto un positivista che ha come punto fisso una fede assoluta, cieca e incrollabile in un futuro di espansione indefinita del genere umano. Forse proprio questo è all'origine della mia avversione per tale scrittore, più di qualsiasi considerazione sul suo uso improprio della Scienza e sul suo stile letterario scadente. 

Esiste tutta un'elaborata mitologia a proposito di Van Vogt, costruita ad arte dalla setta dei fantascientisti. Incensato come Maestro e presentato come un semidio, l'autore è descritto come il vero ispiratore di Alien. Ovviamente gli adoratori che blaterano sull'argomento dell'ispirazione di Alien ignorano l'esistenza in Natura di un gran numero di insetti parassitogeni come gli Icneumonidi, eleganti vespe che iniettano le loro uova nei bruchi vivi. Tra l'altro questa conoscenza era ben presente allo stesso Darwin, che studiò in modo approfondito questi animali, descrivendone i ributtanti dettagli riproduttivi. La comune ispirazione di Van Vogt e dell'artista svizzero H.R. Giger ha per l'appunto le sue radici nel mondo degli insetti. Non è un caso che l'idea portante di Crociera nell'Infinito sia stata tratta da Darwin e dai suoi viaggi: non è impossibile che l'autore di fantascienza si sia imbattuto in una descrizione degli icneumonidi mentre leggeva le opere del naturalista inglese.  
Si noti tuttavia che Alien e Ixtl hanno sì qualcosa in comune (l'essere parassiti incredibilmente evoluti), ma che i dettagli biologici non combaciano affatto nei dettagli: mentre Ixtl innesta le sue uova nel petto delle vittime, somigliando in questo agli icneumonidi, Alien ha un ciclo più complesso e una natura sociale simile a quella delle termiti. Non è l'adulto a iniettare le uova, ma sono le uova deposte dalla regina ad eiettare il ben noto simbionte facciale, intermediario del processo riproduttivo.
È ben possibile che molti fantascientisti ignorino anche il fatto che H.R. Giger è il vero artefice di Alien e che la progettazione di quella letale forma biologica non si deve a Ridley Scott. Qualcuno cita un contenzioso tra Van Vogt e lo stesso Scott, che non arrivò mai in tribunale a causa di un accordo economico raggiunto tra le due parti. Di certo una corte composta da biologi avrebbe rigettato le richieste di Van Vogt. Seducente e decisamente originale è invece l'idea di Ixtl come residuo di un precedente ciclo cosmogonico. 

Riporto infine una serie di recensioni non proprio eulogistiche che ho trovato in Anobii, alcune delle quali mi sembrano davvero meritorie:

Scritto da Mr. Nero: 

«Il mostro è qui, lo sto tenendo a bada col mio vibratore. Ma fate presto, perché non sembra preoccuparsene troppo... »
Il libro in sé è troppo antiquato e ingenuo per risultare godibile oggi, specie se non si ha troppa affinità con la sci-fi avventurosa à la Star Trek, che personalmente non mi è mai piaciuta, se non nella formula ignorante e tamarra di John Carter di Marte. Ho trovato interessanti alcune creature, in particolare quello Ixtl che, pare, avrebbe ispirato Alien (se non altro per l’idea di usare i membri dell’equipaggio come incubatrici dove impiantare le proprie uova), ma per il resto la prosa prolissa e i farfugliamenti pseudoscientifici e privi di consistenza rendono difficile proseguire nella lettura. Il motivo principale per cui vale la pena leggere questo classico oggi è costituito dalle risate involontarie che regala a chi conserva un cuore da ragazzino della terza media, come me. Sapete, vedere seriosissimi militari e scienziati (tutti maschi e castrati chimicamente con farmaci disciolti nel cibo, non sia mai che gli salti in testa qualche strana idea –giuro!) che si aggirano per la nave terrorizzati da orribili minacce dalle profondità dello spazio, brandendo dei vibratori, beh son cose che allietano il mio animo fanciullesco.
Trascrivo il mio brano preferito:

«Da tutte le parti si vedevano vibratori che fumavano e lampeggiavano. Grosvenor si sporse cautamente dall'ascensore, cercando di farsi un'idea chiara della situazione.»

Il povero Grosvenor, tenendo le chiappe ben attaccate al muro, si trova davanti questa scena:

«Entrambi gli ingressi al ponte di comando erano bloccati da dozzine di carrelli rovesciati, dietro i quali si riparavano uomini in uniforme militare. […] Evidentemente, le immagini ipnotiche avevano fatto esplodere l'ostilità repressa. Gli scienziati stavano combattendo i militari, che inconsciamente avevano sempre odiato. I militari, dal canto loro, erano infine liberi di sfogare disprezzo e furia sugli scienziati, per i quali non avevano mai nutrito alcuna stima.»

In pratica, una guerra intestina. Combattuta con dei vibratori.
Credo che ci sia qualche problema coi farmaci sciolti nel cibo, Alfred.

Scritto da Flavio:

"Il libro è in realtà una raccolta di lunghi racconti e la prosa ostica di Van Voght non aiuta ad amalgamarli."

Scritto da Mattjr:

Piuttosto deluso da quello che sapevo essere una pietra miliare della fantascienza
Alcune pagine sono davvero notevoli, ma la maggior parte del racconto è piuttosto tedioso...
 Nello spazio profonda alla ricerca di forme di vita sensazionali eppure il 70% del racconto è incentrato sulle beghe dei vari scienziati e del capo dipartimento del connettivismo (una scienza che l'autore non riesce a descrivere senza termini e teorie che sanno di fuffa cosmica)

Scritto da Lorentz:

Il libro racconta le avventure di una astronave in viaggio verso nuove galassie per fare ricerca scientifica su nuovi mondi e specie sconosciute.
 L'idea di per sé potrebbe essere buona se sviluppata meglio. Nel viaggio trovano quattro diverse specie aliene, tutte più o meno ostili. Il libro è quindi divisibile in quattro sezioni tutte dalla forma "incontro - minaccia - analisi scientifica - la nuova scienza connettivista ci fa sopravvivere". Questa nuova disciplina scientifica è più un metodo, dove il protagonista è l'unico esperto, che abbracciando tutte le discipline permette di avere un quadro completo del problema da affrontare.
 Altro punto deludente del libro consiste nella narrazione che, seppure talvolta fatta dal punto di vista dell'alieno, non approfondisce gli aspetti psicologici né la volontà dei personaggi; inoltre sono presenti piccole incongruenze, quali l'alieno che al primo approccio chiama gli abitanti dell'astronave "bipedi" per poi iniziare a chiamarli "umani" pur senza che abbia avuto modo di comunicare con loro o di imparare il termine.

Scritto da Maxx:

Non lasciatevi ingannare dal richiamo ad Alien. La creatura più affascinante della fantascienza filmica è opera dello svizzero Giger, ma nelle pagine di van Vogt non c’è traccia, se non forse in un “embrione” di quello che avrebbe dato spunto alla saga Aliena, ma i paragoni finiscono qui. La space Beagle di van Vogt è piena, soprattutto, delle menti più brillanti del pianeta Terra alla ricerca di informazioni e conoscenza. Biologi, chimici, fisici, matematici, storici, geologi, psicologi, tutti insieme a cercare di “ampliare” la conoscenza dello spazio. Ma come fare quando il quesito da risolvere è “grande”? van Vogt imbarca nell’equipaggio anche un “connettivista”, un teorico di una nuova scienza che è in grado di combinare e congiungere tutte le altre per la soluzione del problema. La ricerca sembra allora rivolgersi, più che ai misteri del cosmo, alla capacità della mente umana di superare ostacoli più o meno pericolosi.
P
ersonalmente il connettivista, dopo un po’, inizia a diventare antipatico, ma la morale di van Vogt rimane, l’uomo, messe da parte le rivalità e le gelosie comuni, può affacciarsi senza paura alla ricerca del nuovo, qualsiasi esso sia.

sabato 13 settembre 2014

LE DIECI PIAGHE DELLA FANTASCIENZA

Rifletto spesso sulla fantascienza e sui suoi cultori, e non manco di essere colto da mortificanti riflessioni ogni volta che rimugino sul tema. Qualcuno mi dirà che quanto ho da dire riguada soltanto la realtà italiana, che all'estero la fantascienza è fiorente e che la gente è diversa, ma a questo riguardo mantengo con costanza un sano scetticismo. Già Philip K. Dick parlava di Ghetto della Fantascienza, così sono portato a credere che quanto ho dedotto in anni di attenta osservazione possa valere per l'intero mondo occidentale. 

Sarebbe bello se ogni appassionato di fantascienza fosse libero di avere le opinioni che desidera e se tutti si rispettassero, contribuendo a qualcosa di costruttivo. Purtroppo nulla è più lontano dalla realtà dei fatti. Un fantascientista è nella maggior parte dei casi una persona indottrinata in un'ideologia tutta particolare, formata da numerosi dogmi, tabù, comandamenti, assiomi, pregiudizi e comportamenti stereotipati. Un'architettura concettuale di rara bruttura, se mi è permesso esprimere un giudizio. Per convenzione li chiamiamo fantascientisti, anche se sarebbe più giusto denominarli adoratori della fantascienza. Per colmo di paradosso, proprio tra i lettori si possono trovare i più acerrimi nemici dei nuovi autori e di ogni tentativo di far prosperare il genere con contributi innovativi. Ho stilato una lista delle principali storture di tale genia, vere e proprie piaghe pestilenziali:

1) Idolatria degli autori
2) Tecnofeticismo
3) Psicorigidità
4) Nozionismo
5) Settarismo
6) Ideologismo politico 
7) Immantentismo utopico
8) Incapacità adattiva 
9) Culto del futuro archeologico
10) Spreco di risorse

Vediamo di analizzare ogni voce in dettaglio:

1) Idolatria degli autori
I più famosi scrittori di fantascienza sono oggetti di culto semidivino, quasi fossero santi, profeti o altre entità soprannaturali. Così è ritenuta blasfema qualsiasi critica nei loro confronti. Tale è l'idolatria, che basta avanzare dubbi sulla validità di un libro di qualche mostro sacro per essere lapidati, scatenando una reazione simile a quella che si otterrebbe entrando in una moschea travestiti da maiali. Trovo doveroso precisare che l'adorazione degli autori è sommamente nociva, perché impastoia e paralizza i giovani talenti, inibendone la creatività, spingendoli a imitare i classici incriticabili, assurti a modelli di scrittura da cui non si può deviare. Non c'è spazio per il nuovo in un contesto tanto asfittico. 

2) Tecnofeticismo
La fantascienza è vista come qualcosa di sostanzialmente materialista. Quasi nessun fantascientista sembra scorgere anche lontanamente qualcosa di filosofico o di morale nelle sue letture. Tutto è incentrato sul culto del gingillo tecnologico, senza alcuna riflessione. Moltissimi leggono Philip K. Dick senza nemmeno sospettare che si tratta di un autore esoterico, ricchissimo di spunti gnostici: la stessa trama narrativa appare loro del tutto irrilevante, l'attenzione la concentrano su qualche mirabolante e improbabile marchingegno. La lettura così concepita è piatta, bidimensionale. Il crasso feticismo tecnologico e simbolico impedisce la comprensione a qualsiasi livello del testo.

3) Psicorigidità
Ricordo un documentario in cui una scimmia aveva il compito di trovare quale cavità si adattasse all'inserimento di un cilindro di legno che aveva in mano. Il primate si ostinava a voler cacciare il cilindro in un buco la cui sezione era quadrata, e di fronte all'impossibilità dell'impresa strepitava come un folle, insistendo fino a stremarsi. Qualcosa di simile avviene con molti fantascientisti. Non di rado si riscontrano forme estreme di imbecillità, come nel classico caso del fantascientista che se non vede sulla copertina di un libro un robot o un'astronave non lo compra. Gli editori si lamentano di tutto questo. A una convention mi è capitato di sentire una robusta filippica contro i lettori ottusi che sono abituati ad aprire una porta con tre borchie, e se ne viene mostrata loro una con quattro borchie non la aprono, non mostrano nemmeno una lontana e vaga curiosità verso ciò che potrebbe esserci dietro. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. La fissità del microcosmo fantascientifico ha portato ingenti guadagni agli editori negli anni del boom della fantascienza, essi l'hanno attivamente incentivata. Adesso che cercano di proporre qualcosa di nuovo, le passate strategie diventano all'improvviso esecrabili. Purtroppo la locuzione "lettore di fantascienza neofobo" non è un ossimoro.

4) Nozionismo
Il lettore medio di fantascienza divora libri uno dopo l'altro, quasi fossero schede perforate immesse in un elaboratore degli anni '50. Come facciano a leggere così in fretta migliaia di volumi non mi è dato sapere: posso soltanto fare ipotesi nel tentativo di razionalizzare il fenomeno. Siccome non credo affatto che queste persone siano affette da un particolare tipo di autismo in grado di conferire illimitati poteri mnemonici, sono più incline a ritenere che la loro lettura sia superficiale. Leggono per intero qualche pagina, poi cominciano a saltare alcuni passi qua e là, procedendo quindi in modo rapido verso il finale, e digerendo un numero di Urania in un paio d'ore. A mio parere questo non è leggere. Sono sempre più scettico sull'esistenza dei cosiddetti "lettori bulimici", che dicono con fierezza di leggere più di cinquecento libri ogni anno: a pare mio si tratta soltanto di gente che posa. Tuttavia i fantascientisti non si limitano a questo. Hanno la testa piena zeppa di ogni genere di informazioni sconnesse sugli autori e sulle loro opere. Sanno citare a menadito ogni dettaglio della biografia di ogni scrittore, tutte le vicissitudini di ogni libro, come ad esempio le varie date di pubblicazione e via discorrendo. Informazioni che a chiunque richiederebbero giorni per essere accumulate, sono per loro del tutto ovvie - al punto che chi non le sa sciorinare è considerato incolto, ignorante, out. Intere enciclopedie di date compresse in uno spazio così piccolo. C'è da meravigliarsi che nei banchi di memoria di queste persone ci sia spazio per qualcos'altro.

5) Settarismo 
I fantascientisti sono estremamente litigiosi, e questo è stato rimarcato in diverse occasioni. A mio avviso non si tratta di semplice litigiosità, ma di vero e proprio settarismo facinoroso. Mi ricordano le genti di Lilliput e di Blefescu, che si combattevano accanitamente perché non si trovavano d'accordo sul modo migliore di rompere le uova. Un'analoga futilità spinge i fantascientisti a scontrarsi. Sembra che non si possa essere lettori di fantascienza se non si è data la propria adesione alla setta di Fusco - De Turris o a quella di Curtoni, come se fossero i Verdi e gli Azzurri di Bisanzio. Se osassi rivelare che non sono stato iniziato ai Misteri di Urania all'età di dodici anni, ma che ho iniziato a leggere fantascienza molto più tardi, sarei immediatamente linciato: sarebbe come cercare di vendere carne suina alla Mecca. Questo però non basta. In Rete mi sono imbattuto in affermazioni spaventose quanto surreali, che riporto senza il nome dell'autore (si dice il peccato, non il peccatore): "La fantascienza ha un tasso di abbandoni altissimo. Un lettore perso (perché deluso o tutto quello che volete) è peggio di un lettore morto. Perché finché vivrà parlerà male del genere che ha abbandonato e cercherà di convincerti a fare lo stesso!" A tanto si è arrivati, ad augurare la morte delle persone, a minacciarle come se fossero colpevoli di apostasia. Inutile dire che simili atteggiamenti non aiutano a fermare l'emorragia di lettori di fantascienza, anzi, la accelerano. Non ci si stupisca se di fronte a questo qualcuno potrebbe ribattere che "l'unico lettore di fantascienza buono è quello morto".  

6) Ideologismo politico 
Lo zoccolo duro dei lettori di fantascienza di vecchio stampo vede ogni cosa attraverso le lenti distorcenti della politica. Vi sono non pochi antifascisti militanti che scorrono le pagine di ogni opera con il fucile in pugno: è sufficiente usare una parola sbagliata per scatenare in loro un'ira furibonda. Così sono stato sottoposto alla gogna mediatica per aver definito il Connettivismo "Avanguardia" anziché "Movimento". Il carissimo amico Giovanni De Matteo - che è tutto fuorché di destra - è stato addirittura etichettato come autore di un "elogio dello squadrismo nichilista", semplicemente perché nel suo ottimo romanzo Corpi spenti il tenente Briganti beve birra Weiss, e nel testo compare qualche parola tedesca del tutto priva di connotazioni politiche: il potere di questi vocaboli germanici sparsi sembra essere stato quello di un allergene devastante o di un sasso tirato in un nido di calabroni. "Questa è una Repubblica in cui è vietato articolare qualsiasi suono della lingua tedesca", avrebbero fatto scrivere nella Costituzione questi esaltati. Molti di costoro sono gli stessi anticlericali da operetta che ritenevano Ratzinger "nazista" per via delle sue origini tedesche, per poi inginocchiarsi davanti a Papa Ciccio, guardandolo con interesse là dove il sol tace. Però sui libri di fantascienza la scritta "vietato ai fascisti" non l'ha ancora messa nessuno. Pecunia non olet

7) Immanentismo utopico
Per quanto sia evidente che la massima parte della fantascienza degna di questo nome è pura letteratura distopica, i fantascientisti sono quasi tutti convinti immanentizzatori dell'Eschaton. Credono con fermezza che le loro letture non siano puro e semplice diletto, ma che debbano di riffa o di raffa essere una forma di impegno sociale volto a realizzare un futuro di prosperità, ipertecnologia ed espansione indefinita del genere umano. Le magnifiche sorti e progressive di cui con amarezza parlava Leopardi. Anche coloro che più sono orientati verso visioni cupe del futuro, poi sotto sotto strepitano di gioia quando viene data notizia di qualche nuova tecnologia che promette di rivoluzionare la vita di tutti i giorni, rendendo possibile colonizzare Marte, far svolgere ogni lavoro ai robot, avere chip e computer incorporati nel cervello e via discorrendo. Per quanto leggano opere in cui si delineano scenari raggelanti, al contempo essi credono a un futuro radioso, roseo, in cui ogni problema sarà risolto dai marchingegni, in cui è riposta una fede idolatrica. Il Robot come il Vitello d'Oro, la potenza di calcolo che genera l'intelligenza e la stessa anima, il genere umano che raggiungerà la Salvezza tramite la Macchina. Questo spiega l'enorme successo della delirante futurologia di Kurzweil e di iniziative aberranti come i Laboratori dell'Immortalità. 

8) Incapacità adattiva
Permane ancora come un fossile del passato la locuzione "letteratura di anticipazione", usata talvolta per riferirsi alla fantascienza. Ma cosa mai dovrebbe anticipare la fantascienza? Anni fa Ivo T. faceva notare che le possibilità della fantascienza sono tutt'altro che esaurite. Si possono esplorare campi che sono appena stati svelati dai moderni sviluppi della Scienza, come fantabiologia, fantazoologia, fantamedicina, fantapsichiatria, e via discorrendo. In realtà esistono opere che trattano questi campi, ma non sono considerate, la loro innovatività non viene colta, perché nella sua miopia lo zoccolo duro dei fantascientisti è fissato sulla tecnologia del razzo a reazione. Non si ha la capacità di adattare la visione della Scienza alla narrazione. Se Philip K. Dick in un suo racconto descriveva gli autori di fantascienza come Precog, esaltandone le capacità di previsione del futuro, oggi non si può più credere in questa fantasia. La fantascienza ha perso qualsiasi capacità di anticipazione per passare all'affannosa rincorsa del presente, come la spada di Damocle dell'obsolescenza legata a un crine sempre più labile, che anche un alito di vento può spezzare. Questi problemi non esisterebbero se la si smettesse di attribuire alla letteratura fantascientifica obblighi morali come quello di chiaroveggenza.  

9) Culto del futuro archeologico
L'aspetto più sconcertante degli adoratori della fantascienza è il loro fissarsi sull'idea di futuro tipica dell'epoca della propria formazione. Questa idea di futuro dipende quindi dalla classe di età a cui ogni fantascientista appartiene. La cosa diventa evidente come si considerano lettori di una certa età: tra loro spiccano i settari di Star Trek e di Guerre Stellari, con il loro futuro anni '70. Allo stesso modo si trovano ancora vecchi lettori fanatici che pretendono di proiettare nel futuro le farneticanti visioni della Golden Age. Più che futuro, uno pseudofuturo da archeologia. Nella loro miopia, questi soggetti neanche si rendono conto che la realtà che oggi viviamo ha già reso obsolete numerosissime opere di fantascienza. Anche i fantescientisti meno anziani hanno un archeofuturo che ha qualche nota stonata. In quest'ottica persino William Gibson col suo Neuromante è superato da tempo ed appartiene ormai al campo dello sterro di reperti fossili: chiunque dotato di un briciolo di senno non potrebbe che ridere al pensiero delle Pantere Moderne che hanno microsoft impiantati nel cervello e usano telefoni pubblici a gettoni. Sarebbe ora di svincolare la fantascienza dalle aspettative personali sul futuro, che la incatenano inutilmente a una Weltanschauung ingenua e lineare. La soluzione è adottare la "sospensione dell'incredulità", capace di fare di ogni romanzo e di ogni racconto un universo da prendere per quello che è senza la pretesa di proiettarlo nella realtà in cui viviamo. 

10) Spreco di risorse
Ovunque imperversano inutili battibecchi, come ad esempio quello sul rapporto tra fantascienza e fascismo. Decine di persone perdono tutto il loro tempo libero stilando futili classifiche di romanzi Urania, azzuffandosi in caso di disaccordo: sembra di essere all'asilo Mariuccia. Il danno più grave però lo arreca la peggiore di tutte le masturbazioni mentali: discutere ad nauseam del perché la fantascienza è moribonda, senza arrivare a nessuna conclusione. Dopo aver letto questo mio trattatello forse non c'è più bisogno di chiederselo.

sabato 6 settembre 2014

ENTOMOLOGIA E PENSIERO AMERICANO

Così scrivevo nel novembre del 2008, alla vigilia dell'elezione di Obama: 

«Mi sorge il dubbio che i teocon non siano davvero esseri intelligenti. Essi sembrano piuttosto come le vespe. Se uno porta via a una vespa un bruco, quella non può far altro che cercarlo dove l'aveva posato. Non segue l'odore del bruco, ma la traccia feromonale da lei lasciata, anche a costo di morire di inedia. Pur vedendo che la preda non c'è più, la vespa continuerà a muoversi dove lei pensa che debba invece trovarsi il cibo (l'ho visto sia in documentario che dal vivo). Così i teocon sono solo capaci di vedere in una situazione presente qualcosa di passato che conoscono bene. La situazione dell'Iraq per Bush DOVEVA essere come quella dell'Italia occupata, a dispetto della diversità di religione e di modo di vedere la realtà dei soggetti coinvolti. E il suo fallimento è sotto gli occhi di tutti, come quello di una persona che si sfrega un foruncolo fino a farlo diventare un cancro. Se per i teocon il Nazismo è male, il Comunismo è male e l'Islam è male, essi ne deducono che Nazismo, Comunismo e Islam DEVONO essere la stessa identica cosa, nel noumeno, nell'ontologia, a dispetto di ogni evidenza e di ogni considerazione storica. Ma forse faccio torto agli insetti. Una volta una locusta mi volò su una mano e la fissai negli occhi. Percepii più autocoscienza in quell'insetto senz'anima che in tutti i teocon della terra.» 

Che possiamo dire a distanza di anni? Gli eventi non possono che confermare la futilità di ogni tentativo di distinguere i Repubblicani dai Democratici: li accomuna una ben precisa attitudine verso la realtà, che li rende del tutto incapaci di capire le conseguenze delle proprie azioni. 

lunedì 1 settembre 2014

PRESTITI DAL LATINO E DALLE LINGUE ROMANZE D'AFRICA IN BERBERO

Al gruppo delle lingue camitiche appartengono le lingue berbere, tuttora di uso corrente in diverse regioni del Nordafrica. Gli antenati dei parlanti berberi attuali erano i popoli conosciuti nell'antichità come Libi e Numidi. Per quanto riguarda la trascrizione in caratteri latini, ho preferito usare il più possibile soluzioni senza segni diacritici, e ho utilizzato kh anziché x. Per maggiori informazioni sulla corretta pronuncia delle parole citate nel seguito si rimanda a questo link: 


Se a qualcuno Wikipedia non garba, il Web è ben vasto e i libri cartacei esistono ancora.

Nelle lingue berbere esistono notevoli prestiti dal latino parlato in Africa all'epoca dell'Impero. Questi sono spesso chiaramente riconoscibili per le loro terminazioni: i maschili latini della II declinazione conservano integra l'uscita -us del nominativo, che può anche avere varianti più rare come -uz, -uc, -uj. I neutri della II declinazione sono stati adottati con la terminazione -u, che in alcuni casi può cadere, anche se vi sono casi di conservazione di nasale finale. Sia le forme latine maschili che quelle neutre possono assumere in berbero prefissi come a-, i-. Così abbiamo:

abekkadu, abekkad, peccato < lat. pecca:tu(m)  
abelun, tappeto < lat. ve:lum
aberg, abarg, trave; pestello < lat. fulcru(m) 
afru, coltello < lat. ferru(m)
afullus, fullus, pulcino < lat. pullus
akerruc, quercia < lat. cerrus (1)
alili, lili, oleandro < lat. li:liu(m)  

angalus, andjalus, angelo < lat. angelus 
asnus, asino < lat. asinus
aqiṭṭus, ajaṭṭus, gatto < lat. cattus
ayugu, bue da lavoro < lat. iugu(m)
awraru, awatru, manico dell'aratro < lat. ara:tru(m)
blitu, bietola < lat. blitu(m)
fleggu, tipo di menta < lat. pu:le:giu(m) 

gherdus, carciofo < lat. carduus
ifilu, filo < lat. fi:lu(m) 

ifires, pere < lat. pirus
iger, campo coltivato < lat. ager (2)

(1) Non è da quercus, come non di rado si legge.
(2) La forma iger viene chiaramente da un precedente *i-ager, dove i- è il prefisso trovato in ifilu e in numerose altre forme.

Vi sono casi di nomi maschili della II declinazione che continuano l'accusativo in -u(m) anziché il nominativo in -us, dando origine all'uscita -u, che in alcuni casi può anche cadere. Questo strato di prestiti latini potrebbe essere più recente di quello sopra analizzato. 

aberkul, cinghialino < lat. porculu(m)
afurnu
, forno < lat. furnu(m)
agisi, qisi, formaggio < lat. ca:seu(m)
akurat, capoclan < lat. cu:ra:tu(m)
amergu, tordo < lat. mergu(m)
ickir, quercia < lat. aesculu(m)
ulmu, olmo < lat. ulmu(m)

Si segnala un caso di continuazione di un plurale:

urti, giardino < lat. horti:

I femminili della I declinazione conservano spesso l'uscita -a, ma in alcuni casi la perdono o la sostituiscono con il suffisso femminile -t. Nella maggior parte dei casi compare l'articolo femminile prefisso ta- (te-, ti-, tu-, t-) che troviamo anche nel famoso toponimo Tagaste (Thagaste).

afan, fan, tegame < panna
afurk, ramo < furca
amuredj, morchia < amurca
awren, aren, farina < fari:na
errigla, tarigla, regolo < lat. re:gula
ibawen, fave < lat. fabae
ikharba, caprone < lat. capra (1)
kamur, okamir, camera < lat. camera
rif, costa, bordo < lat. ri:pa
tabburt, teburt, porta < lat. porta
tabgha, mora, mora di gelso < lat. bacca 
Tafaska, Festa del Sacrificio < lat. Pascha 
taghawsa, cosa < lat. causa
takir, cera < lat. ce:ra 
taktunya, cotogna < lat. coto:nea 
talima, lima < lat. li:ma
tara, terrazza < lat. a:rea 
tarubya
, robbia < lat. rubia
taskala, scala < lat. sca:la
taslyuga, legume < lat. siliqua
tayda, pino < lat. taeda
tberna, taverna < lat. taberna
tisila, sandalo, suola < lat. solea
tisubla, lesina < lat. su:bula
tkilsit, gelso < lat. <mo:rus> celsa
tuṭebla, tavola; tronco di palma segato < lat. tabula

(1) La parola ikharba "caprone" è stata retroformata da *takharba "capra", che tuttavia a quanto pare non è documentato.

Esistono alcuni femminili formati a partire da voci latine maschili in -us o neutre in -um:

tafirest, pera < lat. pirus 
tafrut, coltello < lat. ferru(m)  
tafullust, gallina < lat. pullus

In altri casi si hanno forme femminili con tanto di prefisso, che derivano però da forme latine neutre:

lemsetka, mastice < lat. masticu(m), per mastiche:
tickirt, quercia < lat. aesculu(m) 

tikulma, sgabello < lat. *scabellu(m)

I nomi maschili o femminili della III declinazione in genere si formano dall'accusativo tramite caduta del suffisso -e(m), a volta con un diverso suffisso -u, mutuato dalla II declinazione. In alcuni casi invece è continuata la forma del nominativo. Raramente il femminile mostra il prefisso ta- (te-, ti-, t-) e il suffisso -t. Ovviamente i neutri continuano la forma diretta.

aberkus, agnello di diversi mesi < lat. berbex
afalku, falco < lat. falco:
afuri, tfuri, tafurat, herpes simplex < lat. porri:go:
anaw, nave < lat. na:ve(m)
atmun, atemun, timone dell'aratro < lat.
te:mo:ne(m) 
emerkid, amarkidu, ricompensa divina < lat. merce:de(m) 
idaymunen, spirito maligno < lat. daemone(m)

ifilku, felce < lat. filice(m)
ikiker, cece < lat. cicer
tafant, pane < lat. pa:ne(m)
tafkunt, focolare < lat. *foco:ne(m)
tilintit, tlintit, lenticchia < lat. lente(m)
tqumcict
, cimice < lat. ci:mice(m)
uskir, piastra di cottura < lat. si:ci:le(m), falcetto

Interessanti sono alcune forme verbali:

erfu, adirarsi < lat. rabio:
ewzen, pesare, misurare < lat. penso:
ikerrez, arare < lat. carrus 
mmuṛḍes
, morire per sgozzamento non rituale < lat. mortuus

Il latino che traspare da questi prestiti è quello classico. Il fonema /p/ manca nelle parole genuinamente berbere ed è stato adattato come /f/ nei prestiti più antichi, come /b/ in quelli più recenti. Al vocabolo afullus "pulcino" usato in alcune lingue corrisponde la forma abullus "gallo" in altre. Si nota come taida "pino" conserva il dittongo latino ae, così come taghawsa "cosa" conserva il dittongo latino au. I prestiti appartenenti a questo strato mostrano la genuina pronuncia velare di c davanti a vocali anteriori -e- ed -i-. Si trovano occorrenze in alcune lingue di -dj- anziché -g-, così si hanno forme come andjalus, andjelus per angalus, ma il fenomeno è secondario e interno ad alcune varietà di berbero. Un simile mutamento spiega ajaṭṭus per aqiṭṭus "gatto", e le varianti akherruc, acerruc, ajerruc per akerruc "quercia". Alcuni vocaboli come angalus, abekkadu, emerkid, ci parlano di un passato cristiano delle genti berbere, poi sommerso dalla marea dell'Islam. Questa eredità è particolarmente evidente tra i Tuareg.

Esistono anche numerose parole nelle lingue berbere che non sono riconducibili al latino classico, ma che derivano da forme di latino più tardo o da vari idiomi romanzi africani, oggi perduti, che si sono naturalmente evoluti dal latino di epoca imperiale parlato in quel vasto territorio. Queste parole sono ben riconoscibili ed appare evidente che non provengono dal francese, dalla lingua franca o dallo spagnolo.

Già abbiamo trattato i casi del latino di Sabrata (Sabratha), che è rimasto molto conservativo ed è sopravvissuto fino al XI secolo, e del neolatino di Gafsa (Capsa), che si era evoluto in modo tale da ricordare il sardo ed è sopravvissuto almeno fino al XVI secolo. Si può però provare che in altre regioni, come il Marocco e la Cabilia, si sono originate lingue molto diverse. In alcuni casi si hanno prove di idiomi romanzi di tipo affine a quelli sviluppatisi nella maggior parte della Romània, con assibilazione o palatalizzazione della velare /k/ davanti a vocali anteriori. Così abbiamo:

agursel, fungo < lat. *agaricellu(m)
azebbuj, oleastro < lat. acerbus
dudjember, budjamber, dicembre < lat. december 
tasentit, segale < lat. cente:nu(m)

Si noti che l'esito della consonante assibilata o palatale presente nelle varietà latine o neolatine che hanno dato origine a queste parole non è coerente: -s-, -z- o -dj-. Insistiamo sul fatto che i prestiti da una lingua all'altra non sono sempre e necessariamente coevi, ma in genere si accumulano stratificandosi, e questo spiega le irregolarità fonetiche. A conferma di questo fatto, a volte si possono identificare interessanti doppioni, che dimostrano l'ingresso di materiale latino o neolatino a partire da fonti diverse in epoche diverse. Così in cabilo abbiamo tayuga "coppia di buoi", formato dal latino iugu(m) "giogo", oltre al vocabolo azaglu "giogo", che viene dal latino iugulu(m). Sempre in cabilo abbiamo aguglu "cagliata fresca", dal latino coagulu(m), e lo stesso vocabolo è passato tramite una forma romanza *kaglu a dare cabilo kkal "cagliare", ikkil "latte cagliato".  

I diversi esiti delle parole latine e di quelle neolatine d'Africa dimostrano una volta di più l'assurdità delle idee di coloro che sostengono la pronuncia ecclesiastica del latino ab aeterno. Costoro pretendono che si debba ignorare la complessità dei dati di fatto per cancellarli con un colpo di spugna, rifiutandosi con pervicacia di non vedere ciò che non fa loro comodo, per sostituire la realtà con il loro latino scolastico apprenditiccio che in realtà non spiega proprio nulla. Sarebbe anche ora che certi internauti prima di imbarcarsi in un'impresa deponessero le loro futili motivazioni ideologiche e si fermassero per acquisire qualche nozione di linguistica seria.

giovedì 21 agosto 2014

PROVE INTERNE DELLA PRONUNCIA RESTITUTA DEL LATINO: COITUS E COETUS

Cos'hanno in comune il coito e il ceto? Un ingenuo scolaro potrebbe dire che sono due forme di diversa etimologia, dato che il loro suono è così diverso. Eppure, anche se Marx, Engels e Bakunin non ne sarebbero contenti, il coito e il ceto risalgono a una comune origine. La lingua latina ha le seguenti forme: coitus "unione, congiungimento, copula" (IV decl.), e coetus "adunanza, riunione, convegno, folla" (IV decl.). La parola italiana ceto è stata formata proprio da coetus; ovviamente non si tratta di un vocabolo popolare, ma di un termine introdotto dai letterati per garantire maggior chiarezza di pensiero, ed è stato tratto dai testi antichi tramite la pronuncia ecclesiastica del latino. 

Entrambe le parole derivano da cum "insieme" (prefisso com-, con-, co-) e dal verbo eo, is, ivi, itum, ire "andare". Si tratta in altre parole di una coppia di doppioni, creatasi a causa del diverso trattamento fonetico di una stessa parola in due epoche e contesti diversi.

Il nome verbale itus "andata" (presente anche in aditus, exitus, interitus etc.) si è fuso con il prefisso già in epoca antica, in un caso dando un iato e nell'altro dando un dittongo *oi poi diventato oe.

Non esistono dubbi a proposito del fatto che stiamo trattando proprio della stessa parola evolutasi in due modi diversi: sia coitus che coetus hanno ad esempio significati particolari come "congiunzione astrale" e "accoppiamento".

Come c'è da aspettarsi, i fautori della pronuncia ecclesiastica ab aeterno che hanno in Forum Archeologia il loro nido (non lo linko essendo pieno zeppo di malware, oltre che di assurdità), sono impotenti di fronte ai fatti. Non possono in alcun modo pretendere che all'epoca di Augusto coetus "adunanza" fosse omofono di cetus "balena" e neppure che avesse una consonante palatale, essendo la consonante iniziale di coetus dovuta senza dubbio al prefisso com- (con-, co-), con la stessa etimologia di cum, che anche in Vaticano si pronuncia con un suono velare ("duro"). Forse se ne usciranno a dire che in realtà coetus significa "cece" e che la prova è nei fumetti di Paperino.

PROVE INTERNE DELLA PRONUNCIA RESTITUTA DEL LATINO: ECCE + EUM > ECCUM

Il latino classico conosce la forma ecce "ecco", che in genere regge il nominativo. Famosissima ad esempio è la frase ecce homo. Tuttavia nel linguaggio più antico ecce reggeva spesso l'accusativo: ecce hominem. Tale uso non è mai venuto meno nel linguaggio colloquiale e aveva soprattutto significato spregiativo o di biasimo. La questione non è comunque facile da definire. Si hanno casi di ecce ego come di ecce me "eccomi". La lingua di autori come Plauto e Terenzio comprende anche forme arcaiche e sintetiche che di solito a scuola non sono menzionate. Queste nascono dall'unione di ecce con pronomi di terza persona singolare e plurale, oltre che con pronomi dimostrativi. Sono le seguenti:

ecce + eum > eccum   
ecce + ea > ecca  
ecce + eam > eccam   
ecce + eos > eccos 
ecce + eas > eccas  

ecce + ille > eccille  
ecce + illum > eccillum  
ecce + illa > eccilla 
ecce + illam > eccillam 
ecce + illud > eccillud  
ecce + illos > eccillos 
ecce + illas > eccillas 

ecce + iste > ecciste 
ecce + istum > eccistum
ecce + ista > eccista 
ecce + istam > eccistam 

ecce + istud > eccistud  
ecce + istos > eccistos 
ecce + istas > eccistas  

La forma eccum è proprio quella che è sopravvissuta in varie lingue romanze, donde deriva direttamente l'italiano ecco. In unione con i pronomi istu(m) e illu(m) ha formato nel latino volgare nuove forme composte, che hanno dato origine ai pronomi italiani:

*eccu(m) istu(m) > questo
*eccu(m) ista(m) > questa
*eccu(m) illu(m) > quello
*eccu(m) illa(m) > quella

Dovette esistere anche un *eccu(m) tibi istu(m), alla lettera "eccoti questo", che ha originato le forme toscane cotesto, codesto.

Come si può vedere con la massima evidenza, coloro che assurdamente affermano la pronuncia latina ecclesiastica come genuina ed esistente ab aeterno, sono incapaci di spiegare la formazione di eccum e quindi non possono comprendere i pronomi italiani che sono stati formati a partire da tale forma. Se per assurdo la pronuncia antica di ecce fosse stata /*ettʃe/, non sarebbe mai stato possibile nemmeno avere l'italiano ecco, per non parlare di questo, codesto e quello. Ne consegue che la palatalizzazone da /ekke/ in /ettʃe/ è un fenomeno secondario e tardo, e che la pronuncia scolastica di tale vocabolo semplicemente non esisteva nel latino dell'epoca di Augusto. Per contro, /ekke eum/ è la spiegazione immediata di /ekkum/.
Un abisso oppone le forme italiane a quelle francesi ed occitane, che sono invece derivate da ecce

Lingua d'oïl

ecce iste > antico francese cist 
ecce istu(m) > antico francese cest 
ecce ista(m) > antico francese ceste
ecce isti
> antico francese cist

ecce istos
> antico francese cez

ecce istas
> antico francese cestes

ecce ille
> antico francese cil

ecce illu(m)
> antico francese cel

ecce illa(m)
> antico francese cele

ecce illi
> antico francese cil

ecce illos
> antico francese cels, ceus

ecce illas
> antico francese celes

(c- davanti a -e-, -i- era pronunciata /ts/ prima del XIII secolo, in epoca successiva /s/)

Lingua d'oc

ecce iste > provenzale cest 
ecce istu(m)
> provenzale cest 

ecce ista(m)
> provenzale cesta

ecce isti
> provenzale cist

ecce istos
> provenzale cests

ecce istas
> provenzale cestas

ecce ille
> provenzale cel

ecce illu(m)
> provenzale cel

ecce illa(m)
> provenzale cela

ecce illi
> provenzale cil

ecce illos
> provenzale cels

ecce illas
> provenzale celas

(c- davanti a -e-, -i- si pronuncia /ts/)

Nella lingua d'oïl e nella lingua d'oc si ha la prosecuzione del latino ecce, la cui palatalizzazione è avvenuta in epoca tarda, di certo successiva alla formazione di eccum. Questo è quanto.

venerdì 15 agosto 2014

DUE TESTI CRISTIANI NEL NEOLATINO DI GAFSA (RICOSTRUITO)

Questo è il testo del Padre Nostro nel neolatino di Gafsa (con dossologia finale): 

Patre nostru, ki es in issos kelos,
santu faktu siat issu nòmine tuu,
abbenzat issu rennu tuu,
fakta siat issa boluntate tua,
sikut in issu kelu et in issa terra.
Dànos oze issu pane nostru kotizanu,
et dimìttenos issa dekta nostra
sikut nos dimittèmus ad issos dektores nostros,
et non indùkasnos in tentatzone,
maghis lìbranos de issu Malu,
kia tuu est issu rennu et issa potestate et issa glora
in issa sekla sekloru.
Amen


Questo è il testo del Prologo del Vangelo secondo Giovanni: 

[1] In prinkìppiu erat issu Berbu,
issu Berbu erat apud Deu
et issu Berbu erat Deu.
[2] Issu erat in prinkìppiu apud Deu:
[3] onna fakta furunt per issu,
et sine issu faktu fut nulla kod faktu fut.
[4] In issu erat issa bita
et issa bita erat issa luke de issos òmines;
[5] et luke luket in issas tenebras,
et issas tenebras non komprènderunt illa.
[6] Benit unu omo missu de Deu
et nòmine suu erat Ioanne.
[7] Istu omo benit in testimonzu
per dare testimonzu ad issa Luke
ut onnes kredissent per issu.
[8] Issu non erat issa Luke,
maghis dare debeba testimonzu ad issa Luke
[9] Beniba in issu mundu issa Luke bera,
ki lumnat onnes òmines.
[10] Issu erat in issu mundu,
et issu mundu faktu fut per issu,
maghis issu mundu non konnòut illu.
[11] Issu benit intre ghente sua,
maghis ghente sua non àkkepit illu
[12] Maghis ad issos ki akkèperunt illu,
dedit potestate de fire fillos de Deu:
ad issos ki krèdderunt in nòmine suu,
[13] ki non de sànghine, 
nek de boluntate de karne,
nek de boluntate de omo,
maghis de Deu nati furunt.
[14] Et issu Berbu se fekit karne
et abitàut intre nobis;
et nos bidìmus glora sua,
kasi de unighentos de issu Patre,
plenu de gratza et de beritate.
[15] Ioanne dat testimonzu de issu
et klamàut ìkest issu omo kine dìssibos
issu omo ki benit post me, ante me se fekit 
kia priore ad mi erat
[16] Et de plenitate sua
nosonnes akkepìmus
et gratza por gratza,
[17] Kia issa leghe data fut per Moise,
issa gratza et issa beritate per Iesu Kristu furunt.
[18] Nekòmo maghis Deu bidit:
in beritate issu Fillu Unighentu,
ki est in issu sinu de issu Patre,
issu narràut illu.

Si possono notare le somiglianze con i testi latini, come anche significative divergenze e non poche innovazioni.

UN FRASARIO DEL NEOLATINO DI GAFSA (RICOSTRUITO)

Queste sono alcune parolette della lingua neolatina di Gafsa, che sono di uso frequente e molto utili:

òkest,
nònest, no 
ìdest, è così 
id nònest, non è così 

forsit, forse
orast, adesso

ìkest, qui c'è, ecco
ekku, eccolo
ekka, eccola
èkkeme, eccomi
èkkete, eccoti
èkkenos, eccoci
èkkebos, eccovi
ekkillu, eccolo
ekkilla, eccola
ekkos, eccoli
ekkas, eccole 
ekkillos, eccoli
ekkillas, eccole

Questo è un repertorio di frasi di vario genere, quali le si potrebbe cogliere dalla viva voce del volgo se se si avesse una macchina del tempo e si potesse stare ad ascoltare gli echi di un'epoca perduta, di una latinità fulgida:

Est ike. È qua 

Est illùke. È là

Est illòko. È in questo luogo.

Dami ike! Dammi qua!

Fakid! Fallo!

Fàkillu! fallo!

Faktid! Fatelo

Fàktillu! Fatelo

Dìkemi illu. Dimmelo.

Dìktemi illu. Ditemelo.

Mos doti illu. Te lo do subito.

Ubi natu fusti? Dove sei nato?

De Kassa ego sune, Io sono di Gafsa

Kìdest illu? Cos'è quello?

Illu anghe est unu basilisku, mezokre et kun korona manna inkima ad issu kaput. Quel serpente è un basilisco, piccolo e con una gran corona sulla sua testa. 

Kid fekisti? Cos'hai fatto?

Kid fàkere abes? Cosa farai?

Ubist ussore mea? Dov'è mia moglie?

Ego bìdilla mane, per issu pagu ambitabat. L'ho vista questa mattina, andava in giro per il villaggio.

Non skio ubist biru tuu. Non so dov'è tuo marito.

Kist illu omo? Chi è quell'uomo?

Kìdest mòmine de patre suu? Come si chiama suo padre?

Moise Iudeu de Termile est patre suu. Suo padre è Mosè l'Ebreo di Tarmil.

Ere ego bidi illu omo kine ad mi narràusti. Ieri ho visto quell'uomo di cui mi hai raccontato.

Issu omo kine issos latrones bulneràurunt est Mammadu de Tùnete. L'uomo che i ladroni hanno ferito è Mohammed di Tunisi.

Ista karne est màrkida et sapet de merda. Questa carne è marcia e sa di merda.

Illu omo non sentìut maghis in bita sua rankore de kunnu. Quell'uomo non ha mai sentito odore di fica in vita sua.

Issu prinkipe Tankredi de issos Normannos est altu, flabu, glauku et feroke. Il principe Tancredi dei Normanni è alto, biondo, con gli occhi azzurri e fiero.

Maghis in bita mea bidi unu omo de tale armonza kondo istos Normannos de Sikilla. Non ho mai visto in vita mia un uomo bello come questi Normanni di Sicilia. 

Frango kaput tuu. Ti spacco la testa. 

Biru suu est omo ebru et perbersu ki zabolos kolet et tumbas profanat. Suo marito è un ubriacone e un perverso, che adora i demoni e profana le tombe. 

Ire àbbio Tùnete, si Zabolu ostaklu non ponet. Andrò a Tunisi, se il Diavolo non ci mette lo zampino.

Istu benatore mannu erat in issos montes de issos Nùmidos et unu ursu feros kontra illu fut, ki nekàut onnes segùsos suos. Questo grande cacciatore era tra le montagne dei Berberi e si imbatté in un orso feroce che gli uccise tutti i segugi. 

Domnu meu me kelàut kando issa militza de issu Kalifu benit in Termile. Il mio signore mi ha nascosto quando l'esercito del Califfo è giunto a Tarmil. 

Kassa est plena de ghente ki krissanu nòmine abet et linga latina loket. Gafsa è abitata da gente che ha nome cristiano e parla latino.

Etza Sabrata est unu pagu de ghentes de linga latina, maghis ego intèllego issu zalektu issaru kun diffikultate manna. Anche Sabrata è una città di gente di lingua latina, ma comprendo il loro dialetto con grande difficoltà.

Ere mane issu prèbbitre portàut issa ossa ad àmita mea in domu sua, kare issa non potut missa ire nek de domu essire. Ieri mattina il prete ha portato la comunione a mia zia nella sua casa, perché lei non poteva andare a messa né uscire da casa sua. 

Kare nekàusti illa lakerta? Pellu sebu et issanu es. Perché hai ucciso quella lucertola? Sei un bambino crudele e perverso.

Ad nobis biktora ìut. Abbiamo vinto (lett. A noi è andata la vittoria).

Beni meku, mos! Vieni con me, subito!

Benite nosku, mos! Venite con noi, subito! 

Fèrenos issu binu, ankilla! Portaci il vino, cameriera! 

Ferid ad nobis mos, nosonnes multa site tenèmus! Portacelo subito, abbiamo tutti molta sete! 

Kiskis ìusset in unu makumbàlu est kerte malediktu et anatemizatu. Chiunque si rechi in un luogo pagano è senza dubbio maledetto e scomunicato.

Kikkid tu dikas non iunghet ad auriklas issoru. Qualunque cosa tu dica non arriva alle loro orecchie.

Kist fekit istu molku? Chi ha compiuto questo olocausto?