mercoledì 12 aprile 2017

LA LINGUA SOROTAPTICA

Sorotaptico. Mai a una lingua fu dato nome tanto infelice. Fu Joan Coromines (aka Corominas) ad avere questa idea assai discutibile, formando la denominazione dalle parole greche soros "urna funeraria" e thaptos "sepolto". In realtà le iscrizioni in questo idioma furono trovate nella località oggi nota come Amélie-les-Bains-Palalda (in catalano Banys d'Arles), in quello che era il territorio dei Sordoni (Sordones) e che oggi è la regione della frontiera franco-spagnola denominata Linguadoca-Rossiglione. Per l'esattezza furono rinvenute nei pressi di una fonte salubre chiamata Lo Gros Escaldador nel XIX secolo e oggi sono "scomparse", o per meglio dire sono state occultate dalla setta massonica degli archeologi, più incline all'annientamento e alla riscrittura del passato che alla sua conservazione e al suo studio oggettivo. I reperti in questione, che dovrebbero risalire al II sec. a.C., non hanno nulla di funerario e di sepolcrale: lo sgraziato nome inventato da Coromines si riferisce alla Cultura dei Campi di Urne, che egli immaginava collegata agli autori dei reperti. Si tratta di invocazioni a una serie di divinità, e tra queste le Ninfe. Si noterà che genti di quei distretti erano denominate Liguri nell'antichità. Questa singolare testimonianza, di cui in Italia praticamente nessuno parla, mostra numerose parole latine relative al linguaggio religioso, ma anche parole che non sono latine e neppure celtiche. Si tratta di una lingua indoeuropea pre-celtica, con /a/ e /o/ distinte, da attribuirsi ai Liguri, come la lingua dei Lusitani, che pure è da essa distinta. Magari parlare di lingua ligure ispanica orientale anziché di lingua sorotaptica sarebbe auspicabile. Fornisco quindi il testo nell'unica trascrizione reperibile nel Web, conservando U e V distinte, anche se a rigor di logica avremmo dovuto usare soltanto V. Per maggior chiarezza è stato aggiunto un trattino dove le parole vanno a capo, mentre le parentesi vuote () indicano una separazione mancante. 

Ia

KANTAS NISKAS
ROGAMOS ET DE-
P(R)ECAMUS VOS OT
SANETE NON LERANCE (E) DE-
US ET NESCA PETEIA
ET ELETA
NESCA SLA(T)
SNUKU-
AS M(E)

Ib

NISCA ET
KILITIUS
NETAT(E)
VLATE AC
SRUET(E)
POSQE(MOS)

II

NISKAS AQUIFERAS
ROGAMUS
SSULTIS NUMENA
SRUET VELDE()LA-
RES SNUQUAI
AUTETE
CUMAS
MAX(I)M(I)

III

RE NUMENE MAXIMI EFLAVERE
ILLIUS SSROES SNUQUAI PANTOVIE SRUID
AGETI NET LAVOKRIOS
S ACA()POSIMA ATXILIAIA
S NISKAS CATIONTS AXI(LIAIAS)
NESCA EVOSTRI IO
NETATI NOS IO
CHIRULE (E)XKIGKI

IV

DEMETI
ITOM(IC)E
...
...
SSULTIS
FLOINCSON
TEIK(ETE)

V

KANTAS NISCAS
ALALIKIOS
AXO(N)IAS
INSTOQDE
VOLTAS
OSISMI E DEOS
KLUEN PSAXE
DEMETIM IMP(ETRIO)
LERANKE
NK

VI

AXILII(S)
DEAUBS
AXSONIS

VII

DOMNAS
NISKAS ROG(A)-
MOS ET DE(PRE)-
CAMUS
DINAS
NN

VIII

(RO)GO VOS

Riporto ora la pessima traduzione in spagnolo fatta da Coromines, anche perché non ne esiste un'altra nel Web e non mi è stato possibile reperire il lavoro originale dell'autore catalano, Els ploms sorotàptics d'Arles (1976). Spero che non mi si accuserà di essere irrispettoso se faccio notare che la traduzione è stata fatta da cani e che nel complesso fa abbastanza schifo. Piena di lacune, tralascia tutto ciò che è scomodo e di difficile spiegazione. Le incoerenze grammaticali non mancano. Eccola: 

Ia: "Santas Ninfas, os rogamos y os exhortamos por nuestra sanación; oh dios Lerano y Ninfa Peteia y Ninfa Eleta, ninfa..."
Ib: "Oh ninfa y [dioses] asociados, guiadnos, regidnos y providenciadnos os pedimos"
II: "Ninfas Acuáticas os rogamos, por favor deidades providenciadnos Velde, Lares y Snuquai quitadnos los tumores"
III: "Los grandes númenes mayores han exhalado [encima mio] sus chorros; ninfas Pentovias providenciad !; ninfas obrad sobre las lavativas; providencia Madre Poderosa Axiliaia,
providencia Ninfa Eterna; limpianos Chirule ..."
IV: "Demeti Itomicos .... por favor brillad ..."
V: "Santas Ninfas caminad por diferentes aguas, girad [vuestro destino para conmigo]; oh dios Osi<s>mi, limpiad mis lagañas (cataratas ?); Demeti favoreceme Lereno"
VI: "A las acuosas diosas acuáticas !"
VII: "Señoras ninfas os rogamos y os exhortamos ..."
VIII: "os ruego"

Si noterà anche che questa versione non include le interpretazioni dei teonimi, lasciati nella lingua originale.

Questo è un piccolo vocabolario, sempre tratto dal lavoro di Coromines, a cui per amore della Scienza ho apportato alcune revisioni, integrazoni e aggiunte, traducendo in italiano la parte in spagnolo: 

AC "e"
   < lat. ac

ACA "madre"
    Cfr. lat. Acca La:rentia.

AGETI "conduce"
   < IE *ag'-. Cfr. latino agere "condurre", la cui radice è comune al celtico.

ALALIKIOS "altre, differenti"
   Cfr. lat. alius, la cui radice è comune al celtico (gallico allos, attestato nei graffiti di La Graufsenque e allo- nel nome degli Allobroges) e al germanico (*aljaz "altro").

AQUIFERAS "Portatrici di Acqua"
   < lat. Aquiferae, con desinenza nativa -as.

AUTETE "rimuovete, togliete" (imp. pl.) 
   < IE *aut- "vuoto; solo" 
   Coromines traduce in spagnolo "*quitad-nos", "*fundid-nos" o "*eliminad-nos". Sarà che sono a corto di risorse, ma non mi riesce di focalizzare bene l'etimologia del vocabolo, la radice che riporto è l'unica spiegazione - seppur poco convincente - che ho trovato alla traduzione dell'accademico. 

AXILIAIAS "Dea delle Acque"
ATXILIAIA "Dea delle Acque" 
AXILIIS "ricche di acque" (dat. pl.)

   < IE *aps- (vedi AXONIAS).
La forma AXILIIS dovrebbe avere un dativo pl. in -IS di tipo latino. La grafia con -TX- potrebbe essere un errore di trascrizione. 

AXONIAS "acque"
AXONIS "delle acque"
   < IE *aps-, con un esito /ks/ < /ps/ affine a quello del celtico. I dettagli morfologici non sono chiarissimi.

CATIONTS "con, assieme a"
   Interessante e ragionevole, ma oscuro a sufficienza. Piuttosto che a una radice IE valida, lo associerei a lat. cate:na e caterva, a loro volta da una radice etrusca *cat-, *caθ- "mettere assieme". Pokorny ricostruisce IE *kat- "mettere assieme", aggiungendo materiale dal celtico e dal germanico, ma come gran parte delle radici con /a/, resta il fortissimo sospetto di un'origine ultima non IE. Scarse sembrano le possibilità di una connessione con IE *kom (donde lat. cum, con-) tramite una forma *kṇt- - tutt'altro che pacifica - di cui non si riuscirebbe a spiegare nella lingua in analisi la scomparsa completa della nasale (ci aspetteremmo piuttosto *kant-).

CHIRULE (teon.)
L'origine di questo lemma è al momento sconosciuta.

CUMAS "tumori"
   Forse < IE *kumb-, nel senso di "sporgenza". Un vero peccato che la spiegazione di Coromines non sia disponibile, così supplisco come posso. 

DEAUBS "alle Dee"
    Notare l'introflessione della vocale del suffisso.

DEMETI "Oscurità" (teon. voc.)
DEMETIM "Oscurità" (teon. acc.)
   Si confronti il nome dei Demetae, popolazione britannica. La denominazione sopravvive in Galles, dove la provincia di Dyfed deriva il suo nome da un precedente *Demetija:. Nonostante i tentativi fatti per spiegarlo, questo nome ha resistito a lungo. Non può venire dal gallese defaid "pecora" (all'epoca suonava /da'matija:/) e neppure da dwfn "profondo" (all'epoca suonava /'dubnos/ o /'dumnos/). Non è plausibile nemmeno una provenienza da IE *dem- "costruire" (proto-germanico *timran "legname"), che non porterebbe a specificare un senso compiuto. La radice corretta è invece IE *dhem- "fumare", che ha dato origine all'antico irlandese dem, glossato da Pokorny come "schwarz, dunkel", ossia "nero, oscuro".    

DEUS "dio"
E DEOS "o Dei"
    < lat. deus. Si noti il vocativo plurale in -os, certamente nativo.

DINAS "divine"
   < IE *din-. Esiti molto affini sono stati presi a prestito dall'etrusco: Tin(i)a "Giove", tin- "giorno"

DOMNAS "signore"
    < lat. dominae, con desinenza ligure del pl. f. -as (identica a quella gallica).

EFLAVERE "esalarono"
   < lat. effla:ve:re "esalarono", III pers. pl. (da effla:re "esalare"). 

EVOSTRI "eterna"
  < IE *aiwo-. Si noti il suffisso femminile -i, di particolare arcaismo. 

EXKIGKI "girare in cerchio"
    Cfr. gallico Excingo-ri:x "Re del Cerchio". Con ogni probabilità un prestito dal gallico.

FLOINCSON "splendore, fulgore"
   < IE *bhel-, *bh(e)leg- "splendere", o l'affine IE *bhleig- "brillare". Se dobbiamo essere sinceri, la formazione della parola non è chiarissima. Notevole la presenza di una /f/ iniziale, un esito decisamente contrario alla fonetica del celtico. 

ILLIUS "di lei"
   < lat. illius.

IMPETRARE "guadagnare il favore degli Dei"
IMPETRIO "guadagno il favore degli Dei"
    < lat. impetra:re. Notare che la forma impetro si trova invece con una -i- di troppo: IMPETRIO. 

INSTOQDE "camminate"
    Forma dalla morfologia a dir poco oscura e tortuosa. Potremmo essere di fronte a un errore di lettura. Forse è uno strafalcione per *INSTOIGDE e l'origine è da IE *steigh- "camminare"? Non avendo a disposizione il testo originale, dobbiamo astenerci da ulteriori considerazioni. 

IO "che"
    Pronome relativo IE, cfr. lusitano IOM "che"

ITOMICE (teon. voc.)
    Al momento non si riesce a trovare una possibilità anche remota di interpretazione e di etimologia. Non per nulla questo lemma è escluso dal vocabolarietto di Coromines.

KANTAS "splendenti"
   < IE *kand-
   N.B. Coromines traduce con "sante", riconducendo la parola a IE *kwent- (meglio sarebbe scrivere *k'went-), cosa che per motivi fonetici non è ammissibile. Il parallelo più logico è col tema celtico canto- "canuto" (es. l'antroponimo Cantosenus; bretone antico cant, glossato "canutus"), attestato nell'onomastica gallica, verosimilmente <  *kandido- per contrazione. 

KILITIUS "associati"
   Coromines assume che sia da un IE *kei- "mettere assieme". L'etimologia sarebbe a prima vista accettabile, ma a quanto pare la radice era *kwei-. Non va poi nascosto che non è chiarissima la formazione della parola. Più probabilmente sarà dal pronome dimostrativo IE *k'e(i)-, come lat. ce:terus "l'altro". Tra "la Ninfa e gli (Dei) associati" e "la Ninfa e gli altri (Dei)" cambierebbe poco.

KLUEN "purificare"
   < IE *k'lowə- "pulire" Cfr. lat. cluere "purificare". La radice è passata anche in etrusco, dove abbiamo il sostantivo cleva "purificazione" e il toponimo Clevsins- "Chiusi".

LARES "Lari"
   < lat. La:re:s

LAVOKRIOS "scaturigine, fonte"
   < IE *low-, *lowə- "lavare" 
Cfr. lat. lava:re. Il suffisso indica che è un lemma nativo.

LERANCE, LERANKE "Dio Pino" (voc.)
   Si tratta di un nome di sostrato pre-IE, dalla stessa radice del basco leher, ler "pino", da cui deriva anche il teonimo aquitano Leherenno (dat.). 

MAXIMI "Massimi, i più grandi"
  < lat. maximi.

NET "su, sopra"
   Riporto la proposta di Coromines, precisando che l'etimologia non è delle più chiare. Forse un derivato di IE *en- "in" a partire da una sua variante *nei-,
*ni- con un'estensione in dentale che in origine doveva avere un valore direzionale. 

NETATE "guidate" (imp. pl.)
NETATI "guida" (III pers. sing.)
   < IE *ne:i-. Anche in gallico, in celtiberico e in antico irlandese troviamo la stessa estensione in -t-

NISCA, NESCA "Ninfa"
NISKAS "Ninfe"
   Si tratta di un prezioso elemento del sostrato pre-IE. Cfr. basco neska "ragazza".

NON "noi" (acc.)
   < IE. *no:-. Per la desinenza cfr. lusitano -N in VEAVN "giovani donne"

NOS "noi" (acc.)
   < lat. no:s. Si vede chiaramente che la morfologia è quella latina. La somiglianza con la forma nativa deve avere facilitato il prestito di intere formule. 

NUMENA "divinità" (pl.)
NUMENE "divinità" (morfologia oscura) 
   Cfr. lat. nu:mina "nume". Non è del tutto certo che sia un prestito dal latino, anche se è altamente probabile.

OSISMI "Sommi Dei"
   Questa voce ricorda il nome del popolo celtico degli Osismi, stanziato in quella che è attualmente chiamata Bretagna. L'etnonimo dovrebbe, come la parola sorotaptica, provenire da un aggettivo *ouksis(a)mos "sommo"

PANTOVIE (teon.) 
   Forse da IE *peta- / *pta:- "allungre", anche se la semantica è piuttosto nebulosa. Cfr. lat. pandus "curvo, ricurvo" e pate:re "essere aperto, aprirsi".

PETEIA "Impetuosa"
   < IE *pet- "cadere"
   Stessa radice del latino petere "attaccare, andare contro", che troviamo anche nel lusitano PETANIM.

POSIMA "potentissima"
   < IE *poti- "signore". Cfr. lat. potissima "potentissima".

POSQEMOS "chiediamo"
    Cfr. lat. poscimus < *por-sk-. Non è chiaro si si tratti di un lemma nativo simile o di un prestito.  

PSAXE "cispi"
   Coromines non ha fornito spiegazione alcuna alla sua traduzione. Sarà per mia incapacità, ma il lemma mi pare impenetrabile.

RE "beni, ricchezza"
   Cfr. lat. res "cosa". A differenza della parola latina, la voce sorotaptica ha l'aria di essere di genere neutro.

ROGAMOS "chiediamo"
ROGO "chiedo"
   < lat. roga:mus. 

SANETE "sanateci" (imp. pl.)
   < lat. sa:na:re, con coniugazione indigena.

SLATE "sanate, calmate" (imp. pl.)
   La radice SLA-, comune al celtico (es. irlandese antico slán "sano"), è la stessa del latino salu:s, gen. salu:tis "salute" e di  salve: "in buona salute".  

SNUKUAS "fluente, che scorre"
SNUQUAI "fluente, che scorre" (dat.)
   < IE *snew- "nuotare; correre"
La formazione pare piuttosto stravagante, ma non sembrano esserci molte alternative.

SRUET "fluisce"
SRUETE "fluite" (imp. pl.) 
SRUID "dal flusso" (abl.)
SSROES "del flusso" (gen.)
  
  < IE *srew- "scorrere, fluire" N.B. Coromines traduce con "providenciar", ossia "favorire", con ogni probabilità è un uso idiomatico.

SSULTIS "se volete" 
   < lat. si vultis. L'acquisizione di questa forma colloquiale indica un alto grado di penetrazione della lingua latina.  

TEIKETE "date, concedete" (imp. pl.)
   < *teik- "avere buon esito"
   Nelle lingue baltiche questa radice è giunta a significare "dare, offrire". Così immagino che FLOINCSON TEIKETE si debba tradurre con "concedete lo splendore", quindi "brillate". Quanto si trova nel Web non aiuta molto a charire le cose e ho dovuto fare tutto da solo.

VELDE "veggente"
   < IE *wel- "vedere". La radice si trova nel latino vultus "volto" e nel celtico (antico irlandese filis "vide"; gallese gweled "vista"). Si trova anche nel nome della famosa profetessa germanica Veleda

VLATE "governate" (imp. pl.)
   < IE *walə- "essere forte". Cfr. latino vale:re "essere forte". La radice è presente anche in celtico (es. antico irlandese flaith "signoria" < *wlatis; gallese gwlad "terra, paese" < "*principato").

VOLTAS "girare"
   < IE *welw- "torcere, attorcigliarsi"
La radice è la stessa del latino volvere "volgere, voltare". La morfologia non è chiarissima, forse si tratta di un nome di azione. Si noti la somiglianza della forma sorotaptica con l'esito italiano del latino volgare *volu:ta:re, ossia voltare, donde il sostantivo volta è stato retroformato.

VOS "voi" (acc.)
  < lat. vo:s. Si tratta di un prestito. 

Si noterà che in Italia non ho trovato nessuno che si occupi di questo argomento, che pure è a parer mio così importante. Nel Web tutto ciò che si trova è il testo trascritto, la traduzione di Coromines e il glossario dello stesso; non sono riuscito a reperire nessun lavoro originale. Questo è il commento dell'utente Gastigarra, trovato sul forum Bardulia in Yahoo! Groups:

"Choca que unos textos de una lengua indoeuropea desconocida no hayan tenido, por lo que parece, ningún eco en la indoeuropeística. En fin, el lusitano con sus, creo que tres, breves textos ha generado un número importante de páginas, aunque sea debido principalmente a su naturaleza discutida, pero otra lengua que se supone ofrecería importante información de la situación lingüística en la Europa occidental, y queda enterrada sin mayor comentario."

A parte il fatto che il lusitano è messo appena un po' meglio del sorotaptico in quanto a considerazione accademica, resta da chiedersi cosa abbia spinto la consorteria frammassonica a seppellire questi documenti. A me pare, se devo esser franco, che i testi in questione non abbiano in sé alcun contenuto scandaloso o sconvolgente: sono soltanto reliquie dell'antica religione politeista locale, che era in vigore all'epoca di Roma antica. Chi potrebbe usarli per recare danno a qualcuno? Chi potrebbe credere, ai nostri giorni, che le fonti montane abbiano in sé un'essenza in forma di bellissima ragazza? Al massimo, se anche tra le genti si diffondesse questa devozione arcaica, il risultato principale sarebbe quello di vedere torme di energumeni aggirarsi intorno alle sorgenti in cerca di un pompino.

LA LINGUA LUSITANA

I Lusitani erano un popolo di lingua indoeuropea non celtica, stanziato nel territorio dell'attuale Portogallo e dell'Estremadura. La lingua lusitana era parlata anche dai vicini Vettoni e da qualche altra tribù. È attestata in modo frammentario da alcune interessantissime iscrizioni e da un cospicuo patrimonio onomastico (antroponimi e teonimi) incorporato in iscrizioni in latino. Aveva caratteristiche fonetiche che la rendevano più vicina alle lingue italiche che al celtico, tra cui la presenza del fonema /f/, che in almeno un caso deriva dall'aspirata indoeuropea /bh/. Per fare un esempio, conservava il fonema indoeuropeo /p/: questo tratto è una prova evidente del carattere non celtico, nonostante la presenza di prestiti da lingue celtiche finitime. Ovviamente sono numerosi i dementi nel mondo accademico anglosassone che si orientano verso la definizione del lusitano come lingua celtica, a dispetto di ogni evidenza. "Deve essere celtico, di riffa o di raffa", sembra essere il loro motto.

Le cose sono a mio avviso più semplici di quanto le facciano gli accademici: la lingua lusitana apparteneva alla varietà delle lingue dei Liguri. I Liguri erano attestati nella penisola iberica, nella regione pirenaica e altrove: tra le altre cose esisteva un bacino idrico chiamato Lacus Ligustinus dai Romani, che si trovava nella Turdetania. Se a qualcuno dà fastidio usare la denominazione "Liguri" per un'area più estesa della Liguria storica, dirò e ribadirò che è a mio avviso pienamente legittimo definire "liguri" le lingue indoeuropee dei popoli pre-celtici della Gallia Narbonese e dell'Iberia che avevano le vocali /a/ e /o/ distinte. Valgano i due esempi seguenti: 

Lusitano BORMANICO:
     è attestata la radice borm-, ad esempio nell'idronimo ligure Bormida

Lusitano VEAMINICORI:
     sono attestati i Liguri Veamini: dato l'aspetto assai peculiare della parola, è ben difficile credere che possa trattarsi di una coincidenza.

Le iscrizioni in lingua lusitana a noi note sono attualmente sei, più un certo numero di testi ibridi, ma è ben possibile che saranno scoperte altre testimonianze. Alcune sono trattate da Václav Blažek (Università Masaryk di Brno) e da Krzysztof Tomasz Witczak (Università di Łódź, Polonia) in lavori pubblicati nel Web, soprattutto su Academia.edu, liberamente consultabili e scaricabili.




A questo punto riporto i testi noti con relativa interpretazione. Non va taciuto che la traduzione di questi documenti è tutt'altro che semplice e che tra gli esperti non vi è affatto concordia. Certi lemmi sono autentiche cruces che hanno dato origine a controversie profonde. Ad esempio, Blanca María Prósper (Università di Salamanca) contrasta spesso con Witczak e con Blažek, ma soltanto alcune delle sue innovazioni mi paiono verosimili. Cerco di raccogliere il meglio di quanto è stato proposto e di giustificare le scelte fatte. Nei testi riportati le lettere ricostruite sono comprese tra le parentesi quadre []. Uso il trattino (-) per indicare dove le parole vanno a capo, anche se è ovvio che tale segno all'epoca in cui queste testimonianze furono scritte non esisteva. In diversi casi esistono controversie relative alla ricostruzione e alla lettura di certi caratteri: ho adottato la lettura che mi è parsa più logica e coerente.

1) Iscrizione di Arroyo de la Luz (in precedenza Arroyo del Puerco) I e II: 

AMBATVS
SCRIPSI
CARLAE PRAISOM 
SECIAS . ERBA . MVITIE-
AS
. ARIMO . PRAESO-
NDO . SINGEIE[T]O
INI . AVA[M] . INDI . VEA-
VN . INDI . [V]EDAGA-
ROM . TEVCAECOM
INDI . NVRIM . I[NDI] 
VDE[N]EC . RVRSE[N]CO
AMPILVA
INDI ..
LOEMINA . INDI . ENV
PETANIM . INDI . AR-
IMOM . SINTAMO-
M . INDI . TEVCOM
SINTAMO[M]

"(Io), Ambato, ho scritto*:  in Carula il trattato di amicizia o reciprocità tramite il nobile delegato sia votato in presenza dell'anziana e delle giovani donne, delle spose dei figli e della moglie, e all'esterno in aggiunta delle serve e delle vergini, e senza impeto e del nobiluomo più anziano e del discendente più anziano."
*Introduzione in latino del testo lusitano, conservato come reliquia.
Ho recuperato parte della traduzione di Witczak, ma eliminando le incoerenze che hanno portato Blanca Pr
ósper a proposte alquanto discutibili (vedi nel seguito).

2) Iscrizione di Arroyo de la Luz III:

ISAICCID . RVETI . [
PVPPID . CARLAE . EN-
ETOM . INDI .
NA.[
...CE . IOM .

"Per di qui corre ciò che corrisponde all'entrata per Carla e..."Da quanto sono riuscito a trovare nel Web, sembra che Blanca Prósper abbia dato diverse interpretazioni di questo testo, di cui una simile a quella da me proposta. Mi pare migliore di quella traballante e fumosa fornita da Witczak e da altri, che interpretava ISAICCID come antroponimo, "da *Isaiccis".

3) Iscrizione di Lamas de Moledo:

RVFINVS . ET
TIRO SCRIP-
SERVNT
VEAM(I)NICORI
DOENTI ANGOM
LAMATIGOM
CROVGEAI
MAGA-
REAICOI . PETRANIOI . R-
ADOM . PORGOM IOVEA(I)
CAELOBRIGOI

"Rufino e Tirone hanno scritto*: il popolo dei Veamini offre un agnello da Lamas al dio Crougias Magareaicos Petranios e anche un maiale al dio Ioveas Caelobrigos."
N.B. Alcuni leggono PETRAVIOS anziché PETRANIOS.
*Introduzione in latino del testo lusitano, conservato come reliquia. 

4) Iscrizione di Cabeço de Frágoas: 

OILAM . TREBOPALA .
INDI . PORCOM . LAEBO .
COMAIAM . ICCONA
. LOIM-
INNA . OILAM . VSSEAM .
TREBARVNE . INDI . TAVROM
IFADEM ...
REVE . [T]RE ...

"Una pecora per Trebopala (Pietra del Villaggio) e un porco ai Lari, una (scrofa) gravida per Iccona Loiminna (Dea Cavalla Vergine), una pecora di un anno a Trebarune (Segreto del Villaggio) e un toro da monta a Giove..."

5) Iscrizione di Arronches (aka iscrizione di Ribeira de Venda): 

[- - - - - -] AM . OILAM . ERBAM [---]
HARASE . OILA . X . BROENEIAE . H[------]
[....]OILA . X . REVE AHARACVI . TAV[---]
IFATE . X . BANDI HARACVI AV[---]
MVNITIE CARIA CANTIBIDONE•[--
APINVS . VENDICVS . ERIACAINV[S]
OVGVI[-]ANI
ICCINVI . PANDITI . ATTEDIA . M . TR
PVMPI . CANTI . AILATIO

"... una pecora scura ... a Harase pecore dieci a Broeneia ... pecore dieci a Giove Aharacus, tori da monta dieci a Marte Haracus ... al monte Caria Cantibidone (Roccia dai Cento Canali), Apinus Vendicus Eriacainus ... a Iccinus (Dio Cavallo) per Attedia (figlio di) Panditus, M. Tr. cinquecento per Aelatius"
Alcuni antroponimi come Eriacainus (< eri- "molto" + a:cu- "veloce") e Attedia sono tipicamente celtici e presentano caratteri incompatibili con la lingua nativa.

6) Iscrizione di Viseu: 

DEIBABOR
IGO
DEIBOBOR
VISSAIEIGO-
BOR
ALBINVS
CHAEREAE
F
V S L M

"Alle Dee e agli Dei Vissaeigi (Sapienti), Albinus figlio di Chaera, V(otum) S(olvit) L(ibens) M(erito)."
La parte finale è in latino.

Analisi dei lemmi delle iscrizioni:

AMPILVA "serve" (acc. pl.)
La protoforma deve essere *ambhi-kwel-wa:-ns, essendosi l'uscita in -ns dell'acc. pl. dileguata in lusitano. Il termine corrisponde al latino ancilla, con la sola differenza del suffisso -VA.

ANGOM "agnello" (acc.)
Deriva da *agwno-, con metatesi avvenuta dopo la delabializzazione dell'occlusiva labiovelare. Il parente latino di questa parola è chiaramente agnus.

ARIMO "tramite il nobile" (strum.)
ARIMOM "il nobile" (acc.) 
Si trovano paralleli in indoario (sanscrito arya- "signore", a:rya- "ariano") e in celtico (es. antico irlandese aire, gen. airech "principe"; antroponimo gallico Ariomanus; leponzio ARIVONEPOS "ai nobili").

AVAM "anziana" (acc.)
Cfr. latino ava "nonna".

BANDI "a Marte" (dat.)
Teonimo attestato con numerose varianti, es. BANDVA, BANDVAE, BANDE (dat.). Il carattere guerresco della divinità è confermato dall'iscrizione DEO VEXILLOR(VM) MARTIS SOCIO BANDVAE, ma ovviamente questo per la Prósper non rileva. Sembra che in alcuni casi lo stesso epiteto sia attribuito a una divinità femminile, con ogni probabilità l'equivalente lusitano di Eris. L'etimologia è molto discussa, anche se a me pare abbastanza chiara la sua vicinanza al proto-germanico *banēn "uccisore" (IE *bhen-, secondo altri *gwhen-

CANTI "cento"
CANTIBIDONE "Cento Canali" (dat.)
L'esito del numerale IE è molto simile a quello riscontrato in celtico. In altre iscrizioni ricorre la forma BOREA CANTIBIDONIESI, dove BOREA (attestato altrove come BORA) significa "montagna" < *gwer-, cfr. sanscrito giri- "montagna".

CARLAE "a Carula" (loc.)
CARIA "a Caria" (dat.)
Il toponimo lusitano trascritto in latino come Carula è derivato, come l'oronimo/teonimo Caria, dalla radice pre-IE *kar- "pietra, roccia", che si trova nella glossa ligure caris, cararis "nomen saxi" e nel basco harri "pietra".

COMAIAM "scrofa gravida" (acc.) 
Si trova una splendida corrispondenza nell'umbro si(f) gomiaf "scrofe gravide" (lat. sues gravidas).

DEIBABOR "alle Dee" (dat. pl.)   
DEIBOBOR "agli Dei" (dat. pl.)
A causa del loro aspetto fonetico, si capisce che queste parole sono di origine celtica. Si noti la desinenza del dativo plurale in -bor (rotacismo da un precedente -*bos < IE -*bhos), in luogo dell'usuale -bo, il che fa pensare a una certa molteplicità di forme locali.

DOENTI "essi hanno offerto" (lett. "hanno posto") 
Dalla radice IE *dhe:- "porre". La radice IE *do:- "dare" avrebbe con ogni probabilità dato un esito in r-.

ENETOM "entrata" 
Un composto di EN- "in" e di un derivato di IE *ei- "andare". Quasi identico al latino initus e initium.

ENV PETANIM "senza impeto"  
Inaccettabile il tentativo di Witczak di ricondurre la parola PETANIM alla radice IE *poti- "signore", "potere", che non conosce in alcun caso l'apofonia con -e-. Blažek riporta l'etimologia di Witczak, ma fa notare la sua improbabilità. Blanca Prósper se ne esce con un assurdo accostamento a un lemma venetico, ECVPETARIS "tomba, monumento" (e varianti; < *ekwo-t- "cavaliere" + *petaris "lapide, pietra"), che non c'entra assolutamente nulla. L'unica possibilità è accettare l'interpretazione ENV "senza" e  ricondurre PETANIM a IE *pet-, che troviamo anche nel latino petere "andare contro", petulans "aggressivo".

ERBA "o"
Paralleli nelle lingue baltiche evidenziati da Blažek. Inaccettabile la proposta di Blanca Pr
ósper di vedervi un verbo. Se il lusitano conserva -d, a maggior ragione conserverà la desinenza di III persona sing. secondaria dei verbi, che in italico si è mutata in -d. Evidentemente la somiglianza con l'aggettivo ERBAM "scura" (acc.) è solo casuale.

ICCONA "per la Dea Cavalla"
ICCINVI "al Dio Cavallo" (dat.)
Sono teonimi derivati da IE *ek'wo- "cavallo", che dà come esito in lusitano anche EQV- (vedi EQVEVNVBO). Simili forme si trovano anche in gallico. 

IFADEM "da monta" (acc.)  
IFATE "da monta" (acc. pl.) 
Resto dell'idea tradizionale di una derivazione di questo lemma da IE *eibh- "copulare". Trovo insostanziali le obiezioni della Prósper, che ha elaborato una diversa e contorta etimologia, convincendo a quanto pare anche Francisco Villar.

INDI "e" 
Ottimi paralleli in germanico e in sanscrito, senza dimenticare le forme latine inde "di là; quindi", unde "da dove". La forma portoghese ainda "ancora", irriducibile al latino volgare, ha senza dubbio origini lusitane, pre-celtiche.

INI "davanti a, in presenza di, con" (+ accusativo) 
Semplicemente deriva da IE *eni "in": la prima vocale è divenuta i- per influsso della seconda, come in molte altre lingue IE. Nei composti si trova invece EN- (vedi ENETOM).
Assolutamente insensata l'idea di Witczak di attribuire questo lemma a IE *win- "senza": in lusitano sappiamo ormai che IE /w/ non si dilegua in inizio parola, ma soltanto in posizione mediana e in modo non sistematico.
Assurda l'idea di Blanca Prósper, che non sapendo spiegare questo INI lo ritiene un errore per INDI "e". La mia traduzione annulla la principale obiezione posta dalla stessa Prósper al carattere dell'iscrizione e di conseguenza a numerose etimologie di Witczak.

ISAICCID "per di qui" (abl.)
Una forma pronominale bizzarra, che presenta tuttavia paralleli solidi nelle lingue italiche, come evidenziato dalla Prósper, la cui proposta accolgo senz'altro.

LAEBO "ai Lari" (dat. pl.) 
Deriva da un più antico *la:sebo(s), come latino La:ribus. È sorprendente trovare questa forma in un'area tanto lontana dall'Italia, dato che è verosimile la sua origine etrusca. Questo può soltanto confermare che la lingua dei Lusitani si è espansa a partire dalla nostra Penisola in epoca non troppo remota. Esiste anche la forma LAEPO, che conferma la lettura con -AE- e confuta coloro che propongono di leggere *LABBO. 

LAMATIGOM "di Lamas" (agg. acc.)
La forma di sostrato la:ma "stagno, acquitrino", attestata in latino, si ritrova massicciamente in Etruria e in Iberia. Questo lemma sarà discusso in modo approfondito in altra sede.  

LOEMINA "vergini" (acc. pl.) 
LOIMINNA "Vergine" (dat.) 
Anche se obtorto collo, accolgo l'accostamento di LOEMINA e LOIMINNA con il teonimo prussiano Laime, tradotto come "Virgen" e attribuito anche alla Madonna. Non è possibile invece accettare la traduzione eseguita da Villar, che faceva derivare LOIMINNA dalla stessa radice del latino lu:men, che è però da *louk-s-men e che non è un parallelo possibile per il lemma lusitano.

MVITIEAS "di reciprocità" (gen.)
Stessa etimologia del latino mu:tuus < *moitwos.

MVNITIE "al monte" (dat.)
Stessa etimologia del latino mo:ns, gen. montis "monte". Paralleli si trovano anche in celtico (es. gallese mynydd "monte" < *monijo-).

NVRIM "donna" (acc.)
Blanca Prósper ricostruisce un improbabile *newṛyom, a cui attribuisce il signifiato di "campo nuovo". Questo perché si è sentita offesa e mortificata nelle sue convinzioni femministe a causa della traduzione di Witczak. Politica e ideologia devono stare fuori dalla Scienza. Witczak e Blažek connettono questo lemma al sancrito na:ri:- "donna" < IE *(H2)no:ri:-, cosa che trovo del tutto ragionevole. 

OILAM "pecora" (acc.)  OILAM ERBAM "pecora scura" (acc.)  OILAM VSSEAM "pecora di un anno" (acc.) 
OILA X "pecore dieci" (acc. pl.)
La protoforma dello zoonimo è *owila-, che ha la stessa radice del latino ovis. Si noti la scomparsa di /w/ intervocalica. L'aggettivo ERBAM ha la stessa origine del proto-germanico *irpaz "marrone; scuro". L'aggettivo VSSEAM viene da un grado ridotto di IE *wet- "anno", con l'aggiunta di un suffisso sigmatico. 

PORCOM, PORGOM "porco" (acc.) 
Concorda con la forma latina, mentre si distacca dal celtico, che non ha /p/ (es. antico irlandese orc "maialino").

PRAISOM "trattato, patto"
PRAESONDO "delegato" (dat.)
La Prósper rinfaccia a Witczak una contraddizione dell'ipotesi del dileguo di -s- intervocalica esibendo queste forme, che l'autore confronta con un composto sancrito pra- "innanzi" + eṣa- "affrettarsi, corsa". Il punto è che PRAISOM viene più semplicemente da un precedente PRAIDTOM, simile al latino praeditum "posto innanzi"

PVMPI "cinque" 
L'evoluzione del numerale IE presenta esiti affini all'italico e al celtico (es. osco pompe, gallese pump "cinque")

PVPPID "qualsiasi"
Notevole forma pronominale, che risale a un IE *kwodkwid. In sanscrito esiste un esito simile della stessa protoforma IE: kaccit.

RADOM "quindi"
Una particella formata con lo stesso suffisso del latino etiamdum "ancora", interdum "a volte", nondum "non ancora", che corrisponde al suffisso greco -δόν in μοναδόν "soltanto; da solo" e in altre forme. Per quanto riguarda la base, Blažek evidenzia paralleli in greco e in baltico.

REVE "a Giove" (dat.) 
Deriva da *dyew-, con rotacismo iniziale. Sono attestate le varianti REVVE e REO (dat.). Rigetto senza dubbio l'ipotesi avanzata dalla Prósper, che attribuisce a questo teonimo la stessa etimologia del latino ri:vus "fiume".

RVETI "corre" (III pers. s.)
Il corrispondente latino è ruit "si affretta, corre".

RVRSENCO "di seguito" (avv.)
Il suffisso è restaurato come -ENCO, anche se recentemente è stata proposta una lettura RVRSEAICO, fondata con ogni probabilità sull'abbondanza del suffisso -AICO-, -AECO- nella lingua (tuttavia, a parer mio non sequitur). La protoforma deve essere *re-wṛt-t-, proprio come quella del latino rursus "inoltre, in aggiunta". Si noterà la presenza del prefisso *re-, che è una realtà non ricostruibile a livello IE.

SECIAS "di amicizia" (gen.)
Corrisponde al latino socius e al sanscrito sakhi- "amico". Vero è che la radice d'origine conteneva una labiovelare -kw-, ma questa si è semplificata perdendo l'elemento labiale per via della semiconsonante palatale seguente. Uno sviluppo che è avvenuto anche in latino. In lusitano dovette avvenire prima della labializzazione, è ovvio. Non convince l'interpretazione della Prósper.  

SINGEIETO "sia votato" (imp.)
L'uscita in -TO è simile a quella dell'imperativo futuro latino e funziona allo stesso modo. La radice è una forma nasalizzata di IE *seg- "fissare", con paralleli in sanscrito e in baltico.

SINTAMOM "il più anziano" (acc.) 
Chiaramente dalla radice IE *sen- che si trova anche in latino senex e in celtico (es. gallico seno-, gallese hen). Si noti l'alterazione della vocale tonica, causata dal nesso consonantico.

TAVROM "toro" (acc.) 
Concorda con la forma latina, mentre si distacca dal celtico, che ha *tarwo- (es. antico irlandese tarb "toro"). Troviamo però la forma TARBOVM, che penso essere un genitivo plurale, in un'iscrizione ibrida.

TEVCOM "figlio; discendente" (acc.)
TEVCAECOM "dei figli" (agg. n.)
Un notevole arcaismo, parallelo al sanscrito tokam "progenie; bambino".

TREBOPALA "per la Pietra del Villaggio"
TREBARUNE "per il Segreto del Villaggio" 
Il termine pala si trova nella toponomastica ligure ed è attestato in leponzio col senso di "lapide". Per una trattazione dettagliata dell'argomento rimando ad altra sede. La radice di -rune ha riscontro in celtico e in germanico. 

VDENEC "e all'esterno, al di fuori" (avv.)
Riconosco l'etimologia data da Witczak, parallela al proto-germanico *u:tana- "fuori", ma non attribuisco a questa forma un significato di esclusione. Alcuni suggeriscono una lettura VDEAEC, che mi pare improbabile. Il suffisso -C lo attribuisco a un esito di un precedente -*kwe, che anche in gallico si semplifica in -c

VEAMINICORI "il popolo dei Veamini" (nom. pl.)
La forma -CORI "popolo, tribù" ha la stessa origine del celtico -CORII che troviamo nel nome dei VOCORII "Due Tribù", dei TRICORII "Tre Tribù" e dei PETRUCORII "Quattro Tribù". Tale radice è presente anche in germanico (*χarja- "esercito"), con esiti ben noti.
Il nome dei VEAMINI siginifica "Forti, Potenti", ed è da IE *weyə-, *wi:- "forza, potere", che tra le altre cose vive nel latino vi:s "forza".

VEAVN "giovani donne" (acc. pl.)
Da una protoforma *we:su- (cfr. sanscrito va:su:- "giovane donna"), con scomparsa della sibilante e con dittongazione. Prima la Prósper urla allo scandalo per la perdita della finale -*s dell'accusativo plurale, per poi riconoscere che l'intera desinenza -*ns si è dileguata ad esempio in IFATE. Esempi di dileguo di -s- intervocalica non mancano (vedi EQVEVNVBO).

VEDAGAROM "le spose" (coll. n.) 
La radice presenta paralleli nelle lingue baltiche. Il suffisso -AROM è un collettivo.

Alcuni teonimi e antroponimi attestati: 

CADOGO(M) "Bellicoso" Un notevole epiteto di BANDVA, ossia di Marte. Cfr. gallico catu- "battaglia", attestato in numerosi antroponimi (antico irlandese cath "battaglia", etc.) 

EQVEVNVBO "ai Figli del Cavallo" (teon., dat. pl.)
Deriva da un precedente *ekwei-sunu-bo(s), dove *sunu- significa "figlio", come in germanico.

PARAMAECO "al Dio dei Monti" (dat.)
Cfr. sanscrito parama- "supremo". Il vocabolo spagnolo páramo "monte, deserto montano" vive tuttora ed è di origine pre-celtica. 

QVANGEIO "(Simile al) Cane" (dat.)
Proviene da IE k'wṇ- "cane" (grado apofonico ridotto), come proposto da Blanca Prósper, la cui analisi condivido appieno. 

ROVDEAECO(M) "il Rosso"
Un notevole epiteto di BANDVA, ossia di Marte. La radice IE *roudh- mostra un esito molto simile in celtico.  

TOVDOPALANDAIGAE "a (quella della) Grande Pietra della Tribù" (dat.)
La radice IE *teuto- mostra un esito molto simile in celtico.

Prospetto dei mutamenti noti (modificato ed integrato a partire dallo schema riportato da Blažek): 

IE > Lusitano
*p > p : PARAMAECO, PORCOM, PORGOM,
          PRAISOM
     > b : BLETISAMA
*b > b : TREBOPALA, TREBARVNA, ABNE
*bh > b : LAEBO, EQVEVNVBO, DEIBOBOR  
       > f : IFADEM
*t > t : TAVROM, TEVCOM, TOVDADIGO,
           RVETI, DOENTI
    > d : TOVDOPALANDAIGAE, CADOGO
*d > r : REVE, VER(R)ORE  
     > d : DEIBOBOR, DEIBABOR (< celt.)
*dh > d
: DOENTI, ROVDAECO,
            FIDVENEARVM
*k > c : TEVCOM, VEAMINICORI 
*g > g : SINGEIETO
*gh > h : mancano esempi chiari  
*kw > p : PVPPID, AMPILVA
*kw / *k'w > cc, qu : ICCONA, EQVEVNVBO,
        QVANGEIO
*gw > b : BOVANA, BOVECIVS 
       > g
: ANGOM  (< IE *agwno-)
*gwh > b : BORMANICO, BORMANO 
*k' > c, g : PORCOM, PORGOM
*g' > g : REGONI
*g'h : mancano esempi chiari 
*s > s (iniziale) : SECIAS, SINGEIETO,
          SINTAMOM
    > -Ø- (mediano) : EQVEVNVBO, LAEBO
*m > m : ARIMOM, MVITIEAS
*n > n : NVRIM, ANGOM, ICCONA, ICCINVI 
*l > l : LAEBO, OILAM, TREBOPALA
*r > r : RVETI, NVRIM, PORCOM, TAVROM
*ṃ > am : SINTAMOM
       > em : IFADEM
*ṇ > an : CANTI, CANTIBIDONE, QVANGEIO 
      > en : IFATE       
*ḷ > ul : COROBVLTI  
*ṛ > ur : RVRSENCO  
*y > i : IOM, SINGEIETO
*w > v (iniziale) : VEAVN, VER(R)ORE
       > f (iniziale) : FIDVENEARVM
       > b (mediano) : DEIBABOR, DEIBOBOR
       > -Ø- (mediano) : OILAM
*a > a : ANGOM, AVAM; LAEBO
*e > e : ENETOM, ERBA, TREBOPALA 
     > i : INI, ICCONA, SINTAMOM
*o > o : OILAM; ICCONA, PORCOM
*i > i : ARIMOM, DOENTI
*u > u : VSSEAM; RVETI
*a: > a : LAMATICOM 
*e: > e : REGONI
     > ea : VEAVN
*o: > o : REGONI
      > u : NVRIM
*i: > i : NVRIM 
*u: > u
: TREBARVNE
      > o : TREBARONNE 
*ai > ai / ae
: PRAISOM, PRAESONDO
*ei > ei : DEIBABOR, DEIBOBOR
     > e : ENETOM, EQVEVNVBO 
*oi > oi / oe : LOIMINNA, LOEMINA
*au > au : TAVROM
*eu > ou : TOVDOPALANDAIGAE
*ou > ou
: ROVDEAECO

domenica 9 aprile 2017

LA SALMONELLA DEGLI AZTECHI: UN NUOVO CASO DI DEMENZA ACCADEMICA


Dopo la ridicola favola dei moderni Amerindiani venuti dalla Spagna e privi di continuità genetica con gli Amerindiani antichi, ecco un'altra baggianata altrettanto eclatante: gli Aztechi sarebbero stati sterminati dalla salmonella! Udite, udite! 

Numerosi quotidiani online e persino riviste scientifiche hanno pubblicato con titoloni altisonanti quella che - mi si perdoni il francesismo - è un'autentica stronzata:






Tutto questo nonostante si sappia per certo da secoli che la epidemia devastatrice del 1520 fu causata dal vaiolo.

La notizia della catastrofica epidemia di salmonella, tutt'altro che scientifica, è comparsa in concomitanza con una nuova idea, che attribuisce al vaiolo origini recenti. Purtroppo la famiglia dei chierici traditori è estesissima, ramificata e dura a morire. Sul finire del 2016 il biologo Hendrik Poinar avrebbe ricostruito la genealogia del Variola virus facendolo scaturire in un'epoca compresa tra il 1530 e il 1645. Anche ammettendo che la data valida sia il 1530, si tratterebbe pur sempre di un decennio dopo la prima comparsa del vaiolo nel Messico e circa nove anni dopo la distruzione dell'Impero Azteco, avvenuta nel 1521 con il massacro di Tlatelolco e la cattura dell'ultimo Imperatore (Huei Tlahtoani) di Mexico-Tenochtitlan, Cuauhtemoc. 


In realtà non fu una sola epidemia esiziale a determinare il collasso demografico dei nativi in Messico: le morie di massa furono almeno tre. 

Prima epidemia:
1) Esplose nel 1520, portata dagli uomini di Cortés;
2) È descritta dai cronisti spagnoli come vaiolo (viruelas);
3) In lingua Nahuatl la malattia è chiamata zahuatl (pron. /'sawatɬ/);
4) Si stima che abbia fatto 8 milioni di morti.
5) Ha determinato il crollo dell'Impero Azteco. 

Seconda epidemia:
1) Esplose nel 1945, colpendo quasi soltanto i nativi;
2) Imperversò per quattro anni; 
3) I sintomi presentavano caratteristiche anomale, come emorragie e ittero;
4) In lingua Nahuatl la malattia è chiamata cocoliztli (pron. /koku:'listɬi/);
5) Si stima che abbia fatto 12 milioni di morti; 
6) Mortalità: 80% (Acuna-Soto, 2000).

Terza epidemia:
1) Esplose nel 1976, colpendo quasi soltanto i nativi;
2) Imperversò per due anni; 
3) Oltre ai sintomi dell'epidemia del 1945, ne sono descritti numerosi altri, come
lingua nera, orina nera o verde mare, epatomegalia (ingrossamento del fegato), splenomegalia (ingrossamento della milza);
4) In lingua Nahuatl la malattia è chiamata cocoliztli (vedi sopra);
5) Si stima che abbia fatto 2 milioni di morti;
6) Mortalità: 45,5 % (Acuna-Soto, 2000). 

Nel Codice Fiorentino, scritto in lingua Nahuatl e in spagnolo tra il 1545 e il 1590, quindi contemporaneamente alla seconda e alla terza epidemia, si descrive accuratamente il quadro clinico del vaiolo del 1520. Il volume contiene persino illustrazioni che non lasciano adito a dubbi: la malattia chiamata zahuatl è il vaiolo portato dall'Europa. La malattia chiamata cocoliztli, vocabolo tradotto in genere con "pestilenza", è stata riconosciuta come diversa dal vaiolo, sia dai medici aztechi che da quelli spagnoli. Avendo appreso la lingua Nahuatl, mi sento di fare alcune precisazioni. I Messicani non conoscevano parole per indicare le malattie epidemiche prima dell'arrivo dei Conquistadores, per il semplice fatto che non ne esistevano. Così per designarle hanno usato termini preesistenti la cui semantica non era adatta. La parola zahuatl si traduce con "eruzione cutanea" e può indicare di tutto, anche un foruncolo - con la sola eccezione della sifilide, che era chiamata nanahuatl /na'na:wa:tɬ/. La parola cocoliztli è un derivato astratto in -liztli formato dal verbo cocoya /ko'ku:ja/ "egli sta male", e va tradotto con "malattia". Così abbiamo cocolizcui /koku:'liskwi/ "egli si ammala", ossia "egli prende una malattia". Notevole è poi cihuah incocoliz /'siwaʔ i:nko'ku:lis/ "mestruazioni", i.e. "malattia delle donne". Nella lingua degli Aztechi è cocoliztli ogni malattia. Per maggior chiarezza, si trovano nei testi le forme huei zahuatl "vaiolo" e huei cocoliztli "pestilenza", con l'aggettivo huei /we:i/ che significa "grande". Come dire "la Grande Eruzione" e "la Grande Malattia", una scelta perfettamente logica. Troviamo anche yancuic huei cocoliztli "la nuova grande malattia"

Il sintomo principale che caratterizza la prima epidemia rispetto alle altre due è proprio la pelle dei malati che si copriva interamente di pustole piene di liquido, tanto maligne da aggredire anche gli occhi. Una caratteristica propria del vaiolo, che permette di identificarlo senza alcun dubbio. Nell'opera di Bernal Díaz del Castillo, Historia verdadera de la conquista de la Nueva España, il vaiolo è menzionato ben cinque volte. Un brano molto significativo è il seguente: 

"Y volvamos ahora a Narváez y a un negro que traía lleno de viruelas, que harto negro fue para la Nueva España, que fue causa que se pegase e hinchiese toda la tierra de ellas, de lo cual hubo gran mortandad, que, según decían los indios, jamás tal enfermedad tuvieron, y como no la conocían, lavábanse muchas veces, y a esta causa se murieron gran cantidad de ellos. Por manera que negra la ventura de Narváez, y más negra la muerte de tanta gente sin ser cristianos." 

I sintomi descritti per la seconda e la terza epidemia hanno invece una natura diversa, emorragica anziché eruttiva. In ogni caso nulla della sintomatologia, riportata da fonti contemporanee ai fatti, ha qualcosa a che vedere con gli effetti di un'infezione da salmonella.

Gli accademici che si sono occupati di queste epidemie sembrano essersi dimenticati di un fatto molto semplice: esiste il vaiolo emorragico, una variante meno comune rispetto al vaiolo ordinario.

I sintomi atipici a questo punto hanno due spiegazioni possibili: 

1) Il vaiolo, comparso nel 1520, ha subìto una mutazione che ha prodotto caratteristiche emorragiche, danni epatici (donde l'ittero acutissimo) e danni renali (donde le orine molto scure);
2) Il vaiolo emorragico ha fatto la sua comparsa assieme ad altre malattie, dando origine a un quadro patologico complesso, definibile come coinfezione

Questa invece è la logica fallace adoperata dai sostenitori della salmonellosi catastrofica:

1) Si scopre la salmonella in uno stronzo che risale al XVI secolo;
2) Si nega l'esistenza del vaiolo; 
3) Si proclama la natura assoluta dell'agente patogeno contenuto nello stronzo;
4) Le fonti dell'epoca sono dichiarate irrilevanti;
5) Si giunge a una conclusione indebita: la pistola fumante è proprio lo stronzo in questione.

Chiunque sia dotato di senno capirebbe che la presenza della salmonella nei resti di escremento non nega di per sé l'azione del vaiolo e non significa nulla: si deduce soltanto che gli Spagnoli erano zozzoni puzzolenti e coprofagi che hanno portato nel Nuovo Mondo una gran varietà di porcherie immondissime. Se l'Imperatore Cuitlahuac, succeduto a Montezuma II (Moteuczumah Xocoyotzin), è morto di vaiolo e la descrizione dell'accaduto lo conferma, non può essere morto di salmonellosi solo perché da qualche parte di scopre la salmonella: tra le due cose non esiste alcun nesso. Allo stesso modo, se si scopre l'evidenza della peste bubbonica in qualche resto umano, non per questo motivo Cuitlahuac sarà morto di peste. 

Oltre ai partigiani della salmonella, le cui tesi sono assurdità, ci sono anche studiosi convinti che le epidemie del 1545 e del 1476 siano attribuibili a agenti patogeni in grado di causare emorragie e ritenuti indigeni, descritti come hantavirus, flavivirus, arenavirus o filovirus (a quest'ultima classe appartengono Ebola e il virus Marburg). Negli ultimi anni questa idea sta guadagnando un certo sostegno nel mondo accademico. Vediamo tuttavia che l'incredibile mortalità causata dalla malattia tremenda che si è abbattuta sul Messico è tipica di popolazioni prive di difese immunitarie, il che rende la proposta dei virus nativi a dir poco improbabile.

P.S.
I giornalisti di Repubblica avrebbero anche potuto scrivere correttamente Cortés anziché Cortez.

venerdì 7 aprile 2017

UNA STRATEGIA ACCADEMICA: LA RIMOZIONE DEI DATI SCOMODI


Ormai è in voga di questi tempi una tendenza funesta, che purtroppo appare sempre più consolidarsi. Quando dalle attività di ricerca su cui si fonda la Scienza emergono dati che potrebbero portare a mettere in discussione dogmi accademici formati in precedenza, fortissima è la tendenza ad operarne la rimozione. Subito appare qualcuno che semplicemente nega l'esistenza stessa della scoperta, giurando e spergiurando, attaccando a destra e a manca, riducendo il tutto a una qualche banalità partorita dalla sua mente ottusa. L'operato di questa specie di pseudo-studiosi d'assalto è assimilabile in modo sorprendente a quello dei troll. Occorre però precisare che questi troll non sono complottisti nati come muffe negli angiporti del Web. La loro genesi avviene all'interno dello stesso mondo accademico.  

Facciamo un esempio concreto, tratto dalla paleontologia. Nel 2003 sono stati scoperti i resti di un singolare e bizzarrissimo ominide alto poco più di un metro, che viveva fino a tempi abbastanza recenti nell'isola indonesiana di Flores, essendosi estinto in un periodo che va dai 50.000 ai 12.000 anni fa. Questo nuovo ominide è stato battezzato in via provvisoria Homo floresiensis e classificato come una specie diversa dalla nostra e particolarmente arcaica, con caratteri simili a quelli di Homo erectus. A causa delle sue dimensioni ridotte, minuscole, è stato considerato un caso di nanismo insulare. I media lo hanno chiamato subito Hobbit. Rammento un articolo in cui si affermava che la conformazione delle ossa dei piedi di Homo floresiens mostra addirittura somiglianze con quelle dello scimpanzé (Pan troglodytes). Le cose purtroppo non sono andate per il verso giusto. Per molto tempo chiunque fosse interessato all'argomento ha dovuto sopportare i nocivi sproloqui di un molestissimo troll pseudoscientifico, certo Teuku Jacob, che è persino presentato come "paleoantropologo indonesiano" in un'apposita pagina di Wikipedia. Questo perturbatore era posseduto da un'idea fissa e proclamava che i resti dell'Homo floresiensis appartessero in realtà ad esemplari di Homo sapiens affetti da microcefalia e da rachitismo. Questa era la sua procedura pseudologica: 

1) Non è possibile che nell'Indonesia di alcune decine di migliaia di anni fa esistesse un ominide riconducibile a Homo erectus, perché nei manuali sta scritto che Homo erectus si è estinto molto prima; 
2) Dato che all'epoca trattata doveva esistere unicamente Homo sapiens, i reperti devono essere per forza riconducibili a Homo sapiens.

Il principio fondante era quello della prevalenza delle informazioni contenute nei manuali su qualunque dato di fatto venuto nel frattempo alla luce. Non contento di sferrare attacchi trollosi, nel 2005 questo figuro ha persino cercato di distruggere i resti di Homo floresiensis, pensando così di eliminare ogni evidenza fisica contraria al suo castello di fantasie. Anche dopo la sua morte, avvenuta nel 2007, qualcuno ha continuato a portare avanti la sua opera deleteria. Un certo Robert B. Eckhardt, a quanto pare dell'Università di Pennsylvania, ha formulato una nuova ipotesi: anziché la microcefalia postulata da Jacob, tirava in ballo la sindrome di Down, insistendo con le sue fissazioni pur non potendo spiegare le caratteristiche scimmiesche dell'ominide. Ancora nel 2014 spandeva le sue idee aberranti nel Web, facendole percolare nei media online. 

Nel frattempo lo scenario diventava sempre più confuso: alcuni sostenevano che i fossili dell'ominide di Flores dovessero essere retrodatati: il cosiddetto Hobbit avrebbe occupato le grotte in cui ha lasciato fossili per un periodo compreso tra 190.000 a 50.000 anni fa. Mentre questo avveniva, i troll si moltiplicavano e affermavano che gli esemplari di Homo sapiens giunti in Indonesia 50.000 anni fa fossero austronesiani indistinguibili dai moderni abitanti dell'arcipelago. Proiettavano indietro nel tempo la situazione attuale e continuava a sostenere che i resti di Flores fossero da ascriversi ad austronesiani disabili. Quando qualcuno cercava di controbattere, questi troll reagivano con insulti, sputacchi e attacchi ad personam. Sembrava che non si sarebbe mai riusciti a liberarsi da questa spina nei testicoli, quando all'improvviso nel 2016 è giunta una splendida notizia: da approfonditi studi genetici è emersa la prova inconfutabile del fatto che Homo floresiensis e Homo sapiens sono due specie diverse! La meritoria opera è di Karen Baab, della Midwestern University. La riporto in formato pdf:


Non sempre le cose finiscono bene. Non sono rari i casi in cui i troll pseudoscientifici hanno la meglio e riescono ad orientare il mondo accademico, causando danni che durano per decenni. Come conseguenza di quest'opera di persuasione, spesso cessa ogni dibattito su numerosi argomenti e si consolidano i pregiudizi. 

Non basta. Indagando sull'Homo floresiensis aka Hobbit, si viene facilmente a scoprire leggende delle genti di Flores che parlano di una creatura sorprendentemente simile nell'aspetto alla ricostruzione fatta dai paleontologi. Questo essere, che ben potrebbe essere il nostro ominide, è chiamato Ebu Gogo. Nella nativa lingua austronesiana, ebu significa "nonna", mentre gogo significa "che mangia tutto". Le descrizioni sono così dettagliate che devono per forza di cose avere almeno un nucleo di verità oggettiva. A quanto si dice, questo Ebu Gogo sarebbe scomparso in epoca abbastanza recente, collocata dopo l'arrivo dei Portoghesi (XVII secolo), secondo alcuni narratori addirittura nel corso del XX secolo. Creatura sfuggente e onnivora, l'Ebu Gogo non disdegnava persino di rapire bambini per nutrirsi delle loro carni, proprio come il Gollum. Per questo motivo le genti di Flores avrebbero organizzato spedizioni di sterminio, tanto che alla fine sarebbe stata persa ogni traccia dello strano essere silvestre. Quello che più mi incuriosiche sono le narrazioni sul linguaggio degli Ebu Gogo, composto da cicalecci e assolutamente incomprensibile. Inoltre queste creature sarebbero state in grado di ripetere in modo pappagallesco le vocalizzazioni degli umani. Chi mai si inventerebbe simili narrazioni? Racconti di creature affini all'Ebu Gogo si trovano anche in altre isole indonesiane. Ad esempio possiamo citare la creatura chiamata Orang Pendek, ossia "Uomo Piccolo", che è descritta dalle genti di Sumatra come un orango bipede dal pelame grigio. I Kerinci nella loro lingua lo chiamano Uhang Pandak (stesso etimo). Con ogni probabilità si tratta di un ominide e non mi sorprenderebbe se un giorno si riuscisse a scoprire alcuni esemplari viventi. Altri nomi di criptidi indonesiani sono Sedapa, Sedabo (stesso etimo di Sedapa), Atoe Pandak, Atoe Rimbo, Goegoeh (stesso etimo di Ebu Gogo), Umang, Orang Gugu (stesso etimo di Ebu Gogo), Orang Letjo, Ijaoe. Se esistono ancora superstiti, potrebbero un giorno essere scoperti e studiati, con buona pace dei pestilenziali troll che infestano il mondo accademico. Poter studiare una lingua di una specie diversa da Homo sapiens sarebbe davvero una ricompensa inattesa dopo tanto patire! 

mercoledì 5 aprile 2017

IL FALLIMENTO DI UN ARCHEOLOGO FUTURIBILE

Immaginiamo che uno studioso del lontano futuro debba studiare il problema dell'estinzione delle lingue gallo-romanze nelle regioni settentrionali dell'Italia. Supponiamo che riesca a recuperare alcuni film della seconda metà del XX secolo per indagare la questione tramite quelle che dovrebbero essere testimonianze importantissime e di prima mano, dotate di una potentissima forza probatoria. Cosa troverebbe nel corso delle sue ricerche? Anche se molti lo troveranno sorprendente, posso dirlo per certo: giungerebbe a conclusioni totalmente errate. 

Ricostruiamo la ricerca di questo linguista futuribile seguendo le sue mosse, come se fosse un breve racconto. Immaginiano che per prima cosa il nostro archeologo si imbatta nella serie di film interpretati da Fernandel e da Gino Cervi, rispettivamente nei panni di Don Camillo e di Peppone. Le pellicole in questione sono le seguenti: 

Don Camillo (1952),
    di Julien Duvivier 
Il ritorno di don Camillo (1953),
    di Julien Duvivier
Don Camillo e l'onorevole Peppone (1955),
    di Carmine Gallone 
Don Camillo monsignore... ma non troppo (1961),
    di Carmine Gallone
Il compagno don Camillo (1965),
    di Luigi Comencini

Tutti questi film, che ho visto in gioventù un gran numero di volte, hanno qualcosa in comune: sono recitati in lingua italiana e testimoniano soltanto esilissime tracce di una realtà preesistente all'italianizzazione. Così ricordiamo ne Il compagno don Camillo la scena in cui Peppone, prossimo al coma etilico per aver vinto una gara di bevuta di vodka, appena vede don Camillo, subito bofonchia: "C'at vegna un chèncar", ossia "Che ti venga un cancro". Nello stesso film ricorre anche un termine singolare, che un archeolinguista potrebbe ritenere un elemento di sostrato adattato alla sonorità dell'italiano: bazza "mento". Don Camillo era in sciopero della fame per protestare contro il gemellaggio tra Brescello e una cittadina sovietica. Peppone cercava di farlo desistere, così gli parlava di manicaretti che i due avevano gustato quando erano partigiani. Tra questi cibi sopraffini, il sindaco baffuto menzionava il pollo alla creta della Desolina e certi ravioli grondanti di parmigiano fuso che lasciavano la bazza tutta unta. In un altro film della serie, non rammento più quale, veniva usato il verbo scapuzzare "inciampare", che si potrebbe essere tentati di ascrivere al sostrato. Il punto è che facendo le necessarie ricerche, si scopre che bazza e scapuzzare sono soltanto termini italiani caduti in disuso e non genuine sopravvivenza di una lingua defunta. A ingannare il filologo sarebbe il fatto che queste parole non trovano corrispondenza nell'italiano comunemente usato nella seconda metà del XX secolo. Può darsi che, oltre all'esclamazione di Peppone ubriaco, qualche altra esigua reliquia del gallo-italico emiliano compaia qua e là nella serie in questione, soltanto che non mi riesce di estrarre le prove dai miei banchi di memoria stagnante. 

Dall'analisi degli elementi in questione, senza ulteriori informazioni, Don Camillo e Peppone porterebbero lo studioso futuribile a dedurre quanto segue: 

1) Esisteva nel XIX secolo, fino agli inizi del XX, una singolare lingua non italiana nella Bassa Padana;
2) La scolarizzazione e la Grande Guerra hanno portato alla decadenza di suddetta lingua fino a ridurla allo stato residuale;
3) Benito Mussolini è riuscito nel corso del Ventennio ad eliminare quasi ogni traccia della lingua locale, lasciando soltanto poche memorie di frasi telegrafiche in alcuni parlanti;
4) Nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale la Bassa Padana era interamente italianizzata. 

Precisiamo che queste conclusioni sono del tutto errate. La realtà dei fatti è invece questa: 

1) Le varietà linguistiche gallo-italiche, parlate nella Bassa Padana nel XIX secolo, erano tali ancora nella prima metà del XX;
2) Durante il Regno, la scolarizzazione si è dimostrata fallimentare e non è riuscita ad accrescere in modo significativo i parlanti monolingui dell'italiano: le parlate gallo-italiche restavano vernacolari in tutto il Settentrione. La Grande Guerra, che "ha mischiato sangue e pidocchi di tutta Italia" (cit.), ha appena migliorato la comunicazione tra italiani;  
3) Benito Mussolini ha dichiarato guerra alle lingue locali, chiamate dialetti, cercando con ogni mezzo di eradicarle. Pur conseguendo sostanziali successi nell'alfabetizzare il Paese, le lingue locali sono sopravvissute;
4) Nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale la Bassa Padana non era affatto italianizzata; la lingua locale vi predominò per decenni e si affievolì soltanto con la diffusione capillare della televisione. Il processo di estinzione delle lingue locali fu innescato da Mike Bongiorno con il suo Lascia o raddoppia. Nonostante nessuna lingua locale si sia conservata in buona salute, il processo di estinzione non è ancora completo ai nostri giorni, agli inizi del XXI secolo. Persino i distretti più italianizzati possono riservare sorprese.

Immaginiamo ora che rovistando negli archivi, lo studioso analizzi e scarti moltissimi film interamente in italiano, riuscendo infine a trovarne altri due degni di interesse: 

Che tempi! (1948), di Giorgio Bianchi, con Gilberto Govi, Walter Chiari e Alberto Sordi;
Piedipiatti (1991), di Carlo Vanzina, con Renato Pozzetto e Enrico Montesano

Che tempi! è un film ambientato a Genova, le cui sequenze sono ambientate alla vigilia della guerra, nel 1939, per proseguire nel 1945, nell'immediato dopoguerra. Eppure la realtà che descrive è un ambiente essenzialmente italianizzato. Ci sono pochissime vestigia sparse della lingua locale, analogamente a quanto avviene nella serie di Don Camillo e di Peppone. Il nome del signor Alessandro, Lüsciandru, è in gallo-italico genovese. Questo avaro Lüsciandru, interpretato da un ottimo Paolo Stoppa, intende sposare la figlia dell'ancor più avaro Felice Pastorino, interpretato magistralmente dall'immortale Gilberto Govi. L'arcano potrebbe essere compreso dal ricercatore soltanto se riuscisse a riesumare la commedia teatrale Pignasecca e Pignaverde, di Emerico Valentinetti, da cui il film è stato tratto. Un filmato della commedia in tre atti esiste su Youtube e ci mostra una realtà totalmente diversa rispetto a quella descritta in Che tempi!. Si nota che Govi e gli altri attori parlano un genovese abbastanza denso, anche se spesso in condizioni di code switching con l'italiano. Si può riportare come esempio la scena dei sigari. Notando che Pastorino sta fumando un sigaro tenendolo in un modo decisamente anomalo, con la parte accesa rivolta in alto, ecco che Lüsciandru gli chiede in genovese: "Dime un pó, Feliçe, perché ti téni sempre u sigàru cu fögu vurtóu versu u sufìtu?". La risposta giunge in italiano. Pastorino invoca una legge della fisica, sostenendo che se si tiene il sigaro in quel modo si ha meno tiraggio. Nel film lo stesso sketch ricorre in un contesto del tutto diverso, ma la domanda di Lüsciandru è in italiano, ridotta a una frase stringata: "Perché fumi in quel modo?". Nella risposta, parimenti in italiano, a Pastorino scappa però la forma gallo-italica fümu "fumo"

Ecco il video di Pignasecca e Pignaverde


Noi comprendiamo che il film Che tempi! sia stato realizzato in italiano per rendere i dialoghi comprensibili agli spettatori di tutta Italia. La reale situazione linguistica di Genova era irrilevante per il regista. Tutto ciò sfuggirebbe all'archeologo del futuro. Senza poter fare confronti con Pignasecca e Pignaverde, la comprensione dei fatti gli restebbe preclusa per l'eternità.

Veniamo ora al film di Carlo Vanzina, Piedipiatti, ambientato sul finire del XX secolo. In esso sentiamo il brigadiere Silvio Camurati, interpretato da Renato Pozzetto, pronunciare qualche frase nel gallo-italico di Milano (es. te salüdi; và a dà via i ciapp). Non soltanto: quando l'indisciplinato brigadiere Vasco Sacchetti, romano de Roma intrepretato da Enrico Montesano, assiste al dialogo in milanese tra il collega Camurati e un suo agente, fa loro notare che ci vorrebbero i sottotitoli. L'incomprensibilità del gallo-italico lombardo è molto esagerata per motivi comici: una donna romana, udendo i deliri proferiti dal Camurati nel suo sonno inquieto, confonde il vocabolo ciapp "chiappe" col Ciappi, un cibo per cani all'epoca molto noto. Se l'emiliano e il genovese nei film sopra discussi sopra sono mostrati morenti in un'epoca in cui erano ancora vitali, possiamo dire che per contro Vanzina abbia scelto di attribuire al meneghino una nuova vita, simile a quella dell'Araba Fenice. Forse è esagerato considerare l'opera del regista come l'artificiosa ricostruzione di una lingua desueta allo scopo di rendere più efficace la commedia, tuttavia non è lontano dal vero affermare che la Milano degli anni '90 era prevalentemente italofona.

Conclusioni 

La storiella che ho narrato illustra bene le insidie dell'archeologia. Il punto è che il nostro archeologo futuribile non potrà mai essere consapevole del suo misero fallimento: crederà in ogni caso di poter parlare in modo cattedratico, disponendo di prove pesanti come macigni da portare a sostegno delle sue tesi.

martedì 4 aprile 2017

LE LINGUE NASCOSTE

Come abbiamo già fatto notare in diverse occasioni, i chierici traditori che infestano le università italiane partono dal presupposto tipicamente massonico che solo la lingua scritta abbia importanza. Nell'universo cabalistico creato dal Grande Architetto tramite le lettere non c'è posto per la parola viva e risonante. Questo principio deleterio è ovviamente condiviso dalla conventicola degli archeologi, come abbiamo più volte dimostrato servendoci di esempi significativi e di prove irrefutabili. Accade così che se un popolo del passato non possedeva qualche forma di scrittura, i settari massonici lo disprezzano profondamente e negano persino che abbia avuto una lingua parlata. Questa è l'incredibile equazione pseudologica utilizzata: 

assenza di scrittura => assenza di lingua parlata

In realtà basta poco per far scattare la negazione dell'esistenza di una lingua presa a bersaglio dell'accanimento accademico: è sufficiente che un popolo conoscesse la scrittura ma non ne facesse un grande uso, che non avesse con essa una grande dimestichezza o che scrivesse in una lingua diversa dalla propria e considerata di maggior prestigio. Così l'equazione di cui sopra si può riformulare nel seguente modo: 

scarsità di attestazioni scritte => assenza di lingua parlata

Applicando questa nociva procedura, numerose lingue di cui ci restano scarsi documenti diventano come per incanto inesistenti! Se dovessimo fare un elenco delle lingue che in questo modo scomparirebbero dall'inventario ontologico, ci sarebbe da rimanere di sasso: si assisterebbe allo sprofondamento nel Nulla di interi continenti culturali.  

Un caso paradigmatico dal passato: la lingua longobarda 

Nonostante la compattezza del patrimonio antroponimico dei Longobardi e i termini attestati nei documenti legali, si va diffondendo tra gli accademici l'idea che la lingua longobarda non sia mai esistita. Non è più sufficiente il dogma politico e scolastico che imponeva di credere alla fola del rapidissimo abbandono della lingua nativa del popolo germanico in favore del latino ecclesiastico (mai insegnato per via materna!) o di una qualche varietà di protoromanzo (di ben basso prestigio). Adesso è comparso un dogma nuovo, che serpeggia nelle accademie italiane come una spirocheta, irradiandosi anche negli ottusi ambienti anglosassoni. Secondo questo nuovo delirio fabbricato da malfattori massonici, i Longobardi sarebbero stati un insieme di popoli diversissimi e residuali, esigui, privi di un proprio modo di parlare quando ancora erano stanziati in Pannonia. In pratica, non avrebbero avuto la favella e avrebbero comunicato a gesti o a ringhi. Questa incredibile forma di infraspeciazione, a cui possiamo soltanto dare il nome di razzismo feroce, è opera di criminali che hanno portato all'estremo la necessità scolastica di affermare la superiorità della Romanità e di etichettare i Germani come esseri subumani. Ecco cosa producono le accademie italiane nell'epoca delle baronie massoniche. Ben faceva Marinetti a predicarne la combustione! 

Conseguenze esiziali di un dogma 

Possiamo trarre da queste premesse alcune conclusioni a dir poco spettrali. Quanto detto non vale infatti soltanto per lingue estinte da tempo: conserva la sua applicabilità anche se consideriamo lingue ancora parlate. Gli stessi popoli che tuttora vivono e che conservano il modo di parlare tradizionale, seppur indebolito dall'uso di una lingua generale, corrono continuamente il rischio di sprofondare nell'Oblio e a dissolversi come polvere nel vento, le loro orme cancellate per sempre. Resterà qualcosa in grado di documentare le loro parole? Con ogni probabilità la risposta è negativa. Per far meglio comprendere queste mie conclusioni, mi servirò di alcuni esempi concreti quanto semplici.  

L'esperimento concettuale dell'archeologo extraterrestre

Immaginiamo ora che, una volta estinto il genere umano, un archeologo extraterrestre visiti questo pianeta disseminato di rovine e che agisca secondo i princìpi dell'accademismo da me sopra descritti: anche se tramite processori quantistici fosse in grado di elaborare e di tradurre le informazioni rimaste dell'antica lingua italiana, poi non sarebbe in grado di fornire una mappatura verosimile delle varietà linguistiche effettivamente parlate nella nostra epoca. Incontrerebbe come minimo le stesse difficoltà con cui gli studiosi attuali devono misurarsi nel caso di lingue scarsamente attestate, frammentarie o agrafe del passato.  

Il caso del patois valdostano 

Frequento la Val d'Aosta da molto tempo, dal lontano 1997, ma ho avuto ben poche occasioni di udire persone parlare in patois, tanto che a un certo punto mi ero convinto che tale varietà linguistica fosse estinta da tempo. Così sono giunto a pensare che l'italiano e il francese l'avessero fatta scomparire. Poi mi è capitato di udirne alcune timidissime testimonianze. I parlanti hanno quasi paura di farsi sentire dai forestieri, tanto che parlottano sottovoce, cercando in tutti i modi di far sì che nessuno riesca a cogliere appieno il suono dei vocaboli da loro articolati. Forse temono che la loro lingua possa finire inquinata già soltanto dall'ascolto da parte di una persona di stirpe diversa dalla loro, come se un turista fosse una temibile specie di predatore alieno. Wikipedia garantisce che il patois è vivo e vitale, parlato fluentemente da persone di tutte le generazioni, dimenticandosi di aggiungere "nella quasi clandestinità". A mio avviso c'è da dubitare che questa situazione sia un indice di vitalità e di buona salute linguistica. Tutta la Val d'Aosta è piena zeppa di scritte in francese, tanto che le indicazioni delle vie, anche dei vicoli, sono bilingui. Non si trova però quasi alcuna attestazione scritta degna di nota del patois: a parte qualche strano nome di via e qualche altro microtoponimo, cose che passano quasi inosservate. L'unica testimonianza appariscente che ho trovato è una grande scritta rupestre con il testo VAL D'AOHTA LIBRA. Tuttavia la sua conservazione nel futuro direbbe poco al nostro archeologo extraterrestre. La cosa più semplice che potrebbe dedurre è che si tratti di una semplice variante dell'italiano VAL D'AOSTA LIBERA, probabilmente della registrazione di una pronuncia locale. Noi, che siamo contemporanei ai fatti, sappiamo che il patois è una lingua che mostra caratteri intermedi tra quelli del francese e quelli del provenzale, pur essendo una lingua indipendente. Per via dell'elemento toponomastico arp "alpe", diffusissimo nella regione, alcuni preferiscono chiamare l'idioma in questione arpitano. Per illustrare la sua divergenza dal francese, basti citare un esempio: il termine fouà (pron. /fwa/) significa "fuoco" in arpitano e suona in modo identico alla parola francese foie (pron. /fwa/), che significa "fegato". Il nostro archeologo extraterrestre non potrà mai arrivare a scandagliare tale microcosmo, per lui assolutamente perduto e irraggiungibile. 

Il caso del romagnolo

Esiste una documentazione imponente della lingua gallo-italica di Romagna, anche se quasi interamente su supporto deperibile. L'ortografia complessa, unita al singolare atteggiamento dei parlanti - come nel caso di molte altre varità dello stesso ceppo - ha decretato un uso anomalo della scrittura, che serve soltanto per registrare testi da usarsi come reliquie e che non ha alcun impiego nella comunicazione quotidiana. In qualche caso si hanno lapidi con testi di una certa lunghezza, come ad esempio la Tavola di Forlimpopoli (Tabula Forumpopiliensis), che riporto qui di seguito:

I baruzér d'Frampul   

Una völta a Frampúl u n' j éra i càmion o i furgô, pr' ander a tú' e' sabiôn o la gëra a la int e' fiô: tóta ròba ch'la serviva pr' al ca, i vjúl e al strê, dašènd pu möd a i s-cèn ad caminê; senza infanghës trop al papòzi, i cósp o al s-cjafëli, in particulër s' l' éra piuvú da e' zil a cadinëli. U j éra però invece, i nóstar baruzér, ch' j éra stimé cmé i pularúl, i sansél e i cavalér, nèca ló partènd prëst a la matèna d'ògni dè pr' andës a guadagnê cun e' lavór du-tri bulè, ch' e' bšugnéva avê' par cvalúncve ucašjô, ch' la fóss par e' magnê, pr' i vstì, o la pišô.

Donata nell'anno 2001 da:
- BANCA ROMAGNA CENTRO credito . cooperativo - Forlimpopoli
- ASSOCIAZIONE PRO LOCO Forlimpopoli
  (Rime di C. Matteucci - disegno di F. Vignazia)

Si noterà in questo testo la presenza di numerosi italianismi più o meno adattati (es. invéce, ògni, cvalúncve). Se l'archeologo extraterrestre rinvenisse la Tavola di Forlimpopoli, sarebbe particolarmente fortunato: non soltanto avrebbe testimonianza della lingua locale, ma avrebbe anche una data che potrebbe fungere da terminus post quem per collocare nel tempo la sua estinzione. Potrebbero però capitargli cose ben più strane. In una piadineria a Milano ho visto con i miei occhi un testo in romagnolo, scritto in caratteri bianchi su una lastra nera che sembra fatta di ardesia. Chiamerò questo documento Tavola di Milano (Tabula Mediolanensis). L'argomento è culinario:    

La Pida Rumagnola 

Quant ut vèn la dibuleza e la penza la taca a barbutlè a te dègh me quel te da fè.
Nu pansè ad magnè de pen, la madgena lè la pida se te voja dastè bèn. Du bel quadret ad pida, do feti ad murtadela la je mej che la zambela.
Se po tat met dria a l'aròla, sanzveis, panzeta, e pida rumagnola.
E set ven voja ad fè pasegeda, l'udor dla pida tal sent nenca par la strèda.

Nelle immediate vicinanze ho visto anche due iscrizioni minori, sempre sullo stesso supporto. Questi sono i testi:

Sugnè dla piè l'è nuvitè

A panza pina u s' ragiona mej

Se la Tavola di Milano fosse rinvenuta nel futuro da noi immaginato, darebbe del filo da torcere. Come spiegare la presenza di parlanti romagnoli in una terra tanto lontana? Tuttavia, se lo studioso alieno non riuscisse a mettere le mani su nessun documento di questo tipo - cosa altamente probabile - arriverebbe alla conclusione che la Romagna fosse completamente italianizzata nel XXI secolo. Indagando meglio potrebbe addirittura pensare che la riviera romagnola fosse in via di germanizzazione già sul finire del XX secolo, dato il numero di scritte bilingui in italiano e in tedesco, ma non potrebbe in nessun modo avere mai informazioni sensate sull'idioma gallo-italico parlato in quei distretti molto tempo prima della sua venuta sulla Terra.

Conclusioni e desiderata 

Si può vedere, analizzando gli scenari linguistici da me riportati, quanto sia facile errare se si dispone di informazioni incomplete. Ci si può immettere su sentieri che portano a immaginare un passato molto diverso da quello reale. Si capisce che se già è difficile indagare la realtà servendosi della Logica, tutto diventa ancor più difficile se bisogna al contempo combattere contro coloro che diffondono disinformazione e pseudoscienza. Quando l'esoterismo stravolge la realtà dei fatti anziché spiegarla, diventa una piaga pestilenziale. Eppure il rimedio sarebbe concettualmente semplice, se a governare fosse il buonsenso: basterebbe identificare gli accademici massonici e rimuoverli, dato che contaminano la Conoscenza facendovi percolare menzogne, servendo soltanto i torbidi interessi della loro congrega abominevole.