mercoledì 13 settembre 2017

NOTE SUL LAVORO DI TIPPETT-TSANG

Il fisico e matematico Benjamin Tippett (University of British Columbia) e l'astrofisico David Tsang (McGill University, Montreal) sono gli autori del lavoro Traversable Achronal Retrograde Domains in Spacetime, ossia "Domìni retrogradi atemporali attraversabili nello spaziotempo", in cui investiga la possibilità di viaggi nel tempo retrogrado (verso il passato). L'articolo è liberamente scaricabile e consultabile al seguente url:


Si trova nel Web anche un altro lavoro in forma di presentazione ppt stampata in pdf, con un titolo lievemente diverso (compare l'accettivo Acausal "acausale" anziché Achronal) e con Tippett come unico autore:


Il primo lavoro risale al 2013, il secondo al 2016. In numerosi quotidiani online si parla soltanto di Ben Tippett e il merito di questi studi sono attribuiti a lui solo dai relativi giornalisti. Non so darne una chiara spiegazione e non so cosa sia successo. Forse i due scienziati hanno litigato e si sono divisi? In ogni caso, siccome i concetti erano già ben enunciati nell'articolo del 2013, citerò sempre anche Tsang. 

Secondo Tippett e Tsang il viaggio nel passato sarebbe matematicamente possibile. Va tuttavia fatto notare qualcosa che non sembra entrare nella testa dei giornalisti e dei cronisti: la possibilità matematica di viaggio nel tempo nel mondo subatomico verso il passato non implica la possibilità fisica di viaggio nel tempo retrogrado in un universo macroscopico causale. 

Gli studi di Tippet-Tsang ipotizzano la possibilità di costruire una specie di bolla temporale, che viene chiamata TARDIS (acronimo tratto dal titolo dell'articolo). Naturalmente si tratta di un modello matematico e non di un prototipo del marchingegno fantastico partorito dalla fantasia di Herbert George Wells. Per tradurla in realtà, a sentir gli autori, sarabbe necessaria una certa "materia esotica", che è tuttavia impossibile a trovarsi e, soprattutto, se anche si riuscisse a trovarla, non sarebbe manipolabile da esseri umani. 

Queste sono le mie obiezioni ai concetti sostenuti dagli autori:

1) Come può una regione acausale dell'universo permettere l'attraversamento a un corpo fisico che per necessità intrinseca obbedisce al principio di causalità?
2) Se anche si instaurasse un loop chiuso, come si farebbe a far tornare il viaggiatore nella realtà fisica dello spaziotempo di Minkowski? Fatemi capire. Dovrebbe rimanere intrappolato per sempre in una tremenda condizione di prigionia?

Quello che mi fa pensare che questi accademici si droghino pesantemente è il loro commento alle condizioni di vita di un'ipotetica sperimentatrice chiusa nella bolla temporale (Amy), e di un'osservatrice rimasta all'esterno della bolla stessa, nel nostro mondo (Barbara). Quando ho letto non ci volevo credere: "Life inside the bubble is colourful and sexy and fun. Life outside the bubble is grey and drab, and dresses like a school teacher from the 1960's". Certo, è umorismo, non qualcosa di serio. In ogni caso, come ci possano essere cose "divertenti" e "sexy" in un mondo in cui alla causa non segue l'effetto non è dato sapere.

Inesistenza di vera retrocausalità

Più che l'attraversamento di una regione acausale, il loop descritto da Tippett-Tsang rimanda al concetto di self-fulfilling prophecy, descritto come una forma di retrocausalità. Essi credono che la bolla temporale funzionerebbe così. In realtà la cosa mi lascia profondamente scettico. Il loop di TARDIS impedirebbe persino l'esistenza di materia biologica. Detto questo, persino il concetto di self-fulfilling prophecy è critico e va maneggiato con cura. Nella realtà in cui viviamo, una vera e propria retrocausalità non esiste. In altre parole, ogni apparente eccezione sarebbe un evento che non sfugge alla catena casuale in cui l'effetto segue la causa. Questa è la sequenza:

evento e1: Qualcuno afferma una proposizione
    (causa c1)
evento e2: Alcuni la raccolgono
    (effetto di c1 = causa c2)
evento e3: La proposizione si diffonde
    (effetto di c2 = causa c3)
evento e4: La proposizione si realizza
    (effetto di c3).

La causa c1 non è una profezia in quanto colui che pronuncia la proposizione non prevede davvero il futuro, non ha su di esso uno sguardo privilegiato: l'evento iniziale e1 non è causato dal futuro e4. Se si afferma il contrario, serve dimostrazione inconfutabile. Servono prove concrete. Per avere retrocausalità si dovrebbe provare che l'autore della profezia ha realmente visto il futuro in atto, che esisterebbe indipendentemente dal presente (B-eternismo). Tuttavia questa dimostrazione ci appare impossibile. Ovviamente la prova di un caso di vera retrocausalità è a carico di chi ne afferma l'esistenza.

Conclusioni:

Bellissime le equazioni, bellissime le metriche. A dispetto di questo, reputo lo studio ozioso e viziato dall'impossibilità di ogni essere umano di distaccarsi dal tempo che definisce la sua esistenza. Se devo essere franco, è molto probabile che esista un Censore Cosmico in grado di impedire la realizzazione di abominazioni come TARDIS.

martedì 12 settembre 2017

NOTE SUL LAVORO DI WILLIAMS

Hugo Williams (Università di Melbourne) è l'autore dell'ambizioso lavoro A defence of B-Series Eternalism: A facilitator between self & physics, in cui si intende fornire una dimostrazione della teoria B-eternista, o eternismo non tensionale, che considera il tempo come un insieme ordinato di configurazioni statiche anziché come un flusso. In quest'ottica, l'attimo presente non si troverebbe in alcuna posizione di privilegio rispetto agli attimi passati e futuri, che sono tutti dotati della stessa realtà. Lo studio in questione può essere consultato e scaricato gratuitamente al seguente url:


Mentre scrivo, Williams è ancora uno studente graduato, eppure è già diventato un missionario della Setta dei B-Eternisti, fanaticamente convinto della natura soggettiva dello scorrere del tempo. Già nella descrizione del contenuto del suo breve articolo, egli sostiene di voler argomentare che la narrazione eternista del tempo è corretta e che è la più compatibile con la fisica e con il sé. Questa cruciale dimostrazione, a sentir lui, sarebbe contenuta - incredibile dictu - in sette pagine. 

Egli afferma quanto segue:

"La più notevole obiezione è che l'eternismo non può rendere conto del flusso temporale o della nostra fenomenologia temporale, del fatto che il tempo sembra fluire per primo e che il tempo sembra passare attraverso momenti di futuro/presente/passato rispetto alla nostra mente. Il tempo mi sembra fluire, e persino Einstein lottava contro ciò, ma dovette concludere che questo flusso non è nel tempo stesso."

Premesso che non ho in tasca una risposta definitiva e inconfutabile alla delicatissima questione dell'ontologia temporale, devo dire di essere molto scettico sulle teorie B-eterniste. La questione non sarà certo risolta da un post, come non lo è dall'articolo di Williams, ma ho alcune obiezioni, che a quanto pare non sono state mosse in alcun contesto accademico, o almeno non sono riuscito a trovarne traccia.

1) Una grave e sistematica confusione tra percezione e realtà soggiacente

La soggettività della percezione del flusso temporale è confusa da Williams, come già da Gödel e da Einstein, con l'assenza di ontologia del flusso stesso. Così riassume lo studente di Melbourne:

"Se noi tentiamo di dire che il flusso è caratteristico del mondo, allora perché nessuno stato cognitivo, empirico o temporale può collocare un flusso che è consistente tra la gente? Nonostante questo, se accettiamo che il tempo non abbia in se stesso un flusso oggettivo, e che prenda il suo flusso dal tempo stesso, ma anche che il movimento direzionale del tempo è stabilito dal suo flusso, allora come venire da <qualche parte> e rendere conto del tempo oggettivo? Questa inconsistenza con i propri requisiti soggettivi di flusso temporale, e la sua registrazione ad opera dello stato temporale della gente, indica che se non possiamo rendere conto empiricamente della sua oggettività, allora è minato dalla sua percezione inconsistente da parte delle nostre menti temporali/soggettive e dai requisiti che riponiamo in esso. Ciò che sembra, è che sia una proprietà completamente soggettiva che è creata come metafora per fondare noi stessi e i momenti nel più vasto passaggio del tempo o la nostra fenomenologia temporale intuitiva."

Nella mente dell'autore non è chiara la differenza: secondo la sua logica dire che la percezione del tempo che passa dipende dal contesto ed è soggettiva, equivale a dire che l'universo è immobile e che non esiste il mutamento. Affermazioni gravissime per le conseguenze che comportano. Questa confusione può essere messa in evidenza da questa sequenza di eventi:

istante t1: Albert stringe tra le mani un bicchierino
     con un cicchetto di acido cianidrico
istante t2: Albert si porta alle labbra il bicchierino
istante t3: Albert ingerisce l'acido cianidrico
istante t4: Albert stramazza al sulo, fulminato dal veleno.

Non c'è alcuna soggettività nel flusso che porta dall'istante t1 all'istante t4. In ogni caso, quale che sia la percezione di Albert, varrà la proposizione seguente: "t1 precede t2, che precede t3, che a sua volta precede t4". Non è possibile invertire questi istanti. Negando questo dato di fatto, lo stesso Einstein, così perfettamente razionale, ha flirtato pericolosamente con la pseudoscienza. L'eternismo non tensionale attribuisce a t1, t2, t3 e t4 la stessa dignità ontologica nell'eternità, senza distinguere passato, presente e futuro, ma non può spiegare il loro avvicendarsi.

2) Insensatezza delle configurazioni statiche

Se immaginiamo che il tempo abbia origine in un universo statico, ecco che le nostre sequenze dotate di senso (causalità), ne sarebbero prive nell'universo d'origine. Chi avrebbe ideato l'insieme di configurazioni che sta dietro a ciò che chiamiamo "evento"? Partendo da cosa? Dovremmo presupporre un disegnatore paranoico che dispone in ordine quadri ritraenti leoni predanti e gazzelle fuggenti, al fine di creare una specie di cartone animato - che è la realtà in cui viviamo! E codesto disegnatore da dove trarrebbe ispirazione per creare o plasmare e disporre in ordine i quadretti in questione? Trarrebbe ispirazione da un altro universo più grande del nostro? E tale universo, da dove trarrebbe a sua volta la sua origine? Dato che questo disegnatore dovrebbe agire, sarebbe lui stesso sottoposto al divenire, al passaggio da una configurazione a un'altra. E il suo "tempo", da dove trarrebbe origine?

3) Insensatezza del quadro universale  

Se affermassimo che gli eventi esistono indipendentemente dalla loro collocazione in quello che chiamiamo "tempo", allora l'intero corso della storia dell'Universo esisterebbe da sempre e per sempre, o meglio, nell'eternità. Resta allora da capire cosa significherebbe mai questo immane quadro definito al di fuori di quello che percepiamo come "flusso". Sarebbe un affresco scoordinato di proporzioni inconcepibili, che comprende tanto i dinosauri quanto il contesto in cui Cicciolina ha preso in bocca i suoi primi uccelli, ricevendo i suoi primi carichi spermatici. Mentre noi potremmo, a patto di disporre delle informazioni necessarie, tracciare una cronistoria degli eventi che dai dinosauri hanno portato a Cicciolina nel corso di milioni di anni, Williams e i suoi consimili non ci possono riuscire, in quanto negano il principio stesso di causa-effetto per affermare una forma radicale di monadismo in cui ogni configurazione a noi nota come "istante" è scollegata da tutte le altre. 

4) Violazione del principio di economia ontologica

Come impedire la moltiplicazione infinita dell'universo fisico? Possiamo evidenziare un grande paradosso. Il mondo scientifico usa in modo disinvolto il Rasoio di Occam per radere ogni possibile complessità che non vuole accettare, come quando ad esempio riduce l'autocoscienza alla neurochimica, per poi negare lo stesso Rasoio di Occam quando si tira in ballo lo studio della natura del tempo!

Conclusioni:

Per quanto la Scienza dia segno di allinearsi al B-eternismo, non posso fare a meno di rilevare in questa teoria la presenza di bachi pseudoscientifici. Come gli pseudoscienziati, anche i seguaci di questa teoria pertono dalle conclusioni ("il tempo non esiste") e raccolgono quelle che ritengono evidenze in grado di dare conferma al loro pregiudizio. Il fatto che Einstein fosse un logico rigoroso nell'enunciare teorie come la relatività ristretta e la relatività generale, non implica che fosse immune da errori anche gravi quando si avventurava nel campo minato dell'ontologia temporale. In questo caso partiva da un dogma, procedendo come i moderni anti-vax. Questo atteggiamento lo portò anche a negare i fondamenti della stessa fisica quantistica ("Dio non gioca a dadi"), nonostante tutte le evidenze sperimentali, e a rifiutarsi di prendere in considerazione le conseguenze (es. "la spaventosa azione a distanza"). Come l'eternismo non tensionale possa conciliare questo spaventoso marasma, il nostro Williams non ce lo dice. 

venerdì 8 settembre 2017

Protagonisti del nichilismo

Sir Allan Curwen, nel suo poco noto taccuino di viaggi in Oriente (Spiritual paths: two years of travel in the Far East, Clarendon Press, Oxford, 1893), narra dell'incontro con un asceta birmano il quale soleva dedicare gran parte della giornata alla costruzione di gabbiette di bambù, che puntualmente, poi, dava alle fiamme. Curwen riferisce altresì i particolari della morte dell'eremita. Questi, dopo un lungo digiuno, prese a camminare all'indietro - azione apparentemente insensata, ma che acquista pienezza di significato nell'ottica del nullismo - e a furia di arretrare finì col cadere in un profondo crepaccio. Qui spirò dopo breve agonia. Curwen, che era sì un biofilo e vitalista frenetico ma non mancava di sensibilità, annota: "Se quell'uomo fosse un santo o più semplicemente un pazzo, non saprei dire. Ma di una cosa sono certo: il Nulla si rifletteva in lui come in uno specchio". Il caso dell'eremita birmano è ormai un classico dell'agiografia nichilista, e dobbiamo essere grati all'errabondo Sir Allan per averlo divulgato.

Un'altra figura eminente che ci preme ricordare è quella di Lorenzo Ovietti, autore di un breve scritto mai pubblicato ma conosciutissimo nella ristretta cerchia dei nullisti: "Sulla via dell'annichilimento". Ovietti, dopo aver militato in gioventù nelle file dell'Azione Cattolica, troncò ogni legame con quegli ambienti per dedicarsi interamente alla Causa. Ancora oggi a Torino vi è chi ricorda la sua figura allampanata, il suo sguardo spiritato, la barba incolta che scendeva fluente sin quasi alla cintola, gli occhiali senza lenti perennemente appiccicati al naso. All'età di trentacinque anni, Ovietti sparì senza lasciare tracce. Del suo capolavoro citiamo di seguito uno dei passi salienti:

Rinunciare alle possibilità e alle opportunità è un modo per negarsi alla vita. La rinuncia richiede disciplina e determinazione. E' un lento, quotidiano suicidio compiuto a mente serena, consumato con gelida ferocia: si vede partire un treno, poi un altro, poi un altro ancora... finché parte anche l'ultimo e si resta davvero soli, in una stazione deserta. Ci si siede su una panchina e si sta lì, fermi, a guardare le erbacce crescere fra i binari. E si prova quell'incredibile ebbrezza: sapersi belli e spacciati, morti pur essendo vivi. E' allora che ci si sente parte del Nulla, fagocitati dal vuoto.

Di personaggi esemplari, la storia tutta da scrivere del nullismo è piena. Il novarese Clemente Baggini, morto di recente, si dedicò per anni - negli intervalli fra una crisi depressiva e l'altra - alla stesura di un vero e proprio manuale dal titolo "Guida al nullismo". Neppure una pagina dell'opera si è conservata: Baggini infatti diede alle fiamme il manoscritto "perché così gli imponeva la sua coscienza di nichilista". Fra questo gesto e la condotta dell'eremita birmano corre un nesso evidente: in entrambi i casi appare l'intento di esaltare il Nulla nullificando sé stessi e quella parte di sé che è contenuta nelle opere del proprio ingegno, siano esse libri o gabbiette di bambù.

Un esempio simile ci è offerto dall'inglese Richard Benedict, meglio noto come "la talpa di Gloucester". Benedict per circa vent'anni, dal 1955 al 1975 (anno della sua morte), scavò ogni giorno, nel proprio cortile o in terreni altrui, una buca profonda quanto basta per seppellire un uomo, per poi riempirla di nuovo.

Si calcola che egli abbia scavato e poi riempito qualcosa come settemilatrecento buche. A smentire le malelingue che lo dipinsero come "un perfetto idiota", stanno i suoi quaderni di appunti, oggi custoditi dalla sorella Eleanore, che rivelano un intelletto brillante. Negli ambienti nichilisti anglosassoni si parla di Benedict con venerazione, sia per i meriti che acquisì in vita, facendo di sé stesso un monumento vivente al Nulla, sia per il valore dei suoi scritti. Non essendo stati pubblicati, essi circolano solo sotto forma di ciclostilati.

Benedict, ricorda la sorella, "scriveva in stato di trance, tenendo un bicchiere colmo d'acqua in equilibrio sulla testa". Nel gennaio 1974 egli intraprese un digiuno che lo ridusse agli stremi. Riferisce Eleanore: "Dormiva su un materassino di gomma, in solaio, e per un mese non uscì di casa. Stava tutto il giorno a fissare il muro, senza dire una parola". Fu allora che la fama di Benedict varcò per la prima volta la Manica e raggiunse i circoli nichilisti della Normandia.

Dal nord della Francia la notizia si diffuse poi in tutta Europa grazie ai soliti canali, e nel 1975, quando si seppe della sua morte, non vi era un solo nichilista che non fosse a conoscenza delle sue gesta.

Per concludere questo mio breve excursus fra i protagonisti del nullismo, ritengo doveroso riportare due frammenti tratti dai "Quaderni di Benedict", a mo' di epitaffio.

Il mondo è fatto per i gaudenti, è - indiscutibilmente - il loro habitat; il nichilista, estraneo alla vita, vi sta come un pesce fuor d'acqua.   (XIX)

Il nichilismo è una spada senza impugnatura, ferisce chi la brandeggia. (XXVI)

Pietro Ferrari, 1992

mercoledì 6 settembre 2017

Compendio di Ortodossia Nihilista

Prefazione

Il nichilismo ortodosso contemporaneo è caratterizzato da un'accesa dialettica interna che vede contrapposti indirizzi e scuole di pensiero facenti capo a questo o quel personaggio esemplare scomparso, sia esso Richard Benedict, Lorenzo Ovietti, o l'asceta birmano citato da Allan Curwen nel suo taccuino di viaggi in Oriente.

Contrariamente a quanto si potrebbe ritenere, la polemica fra queste correnti non è di natura dottrinale, ma verte esclusivamente sulle implicazione e sugli esiti di carattere operativo della dottrina stessa. La controversia investe pertanto questioni di ordine strategico e non il nucleo teorico, unanimemente condiviso e indiscusso. Esso è rappresentato dal Compendio di Ortodossia Nihilista, testo anonimo diffuso per la prima volta in Italia, Francia, Spagna, Germania e Regno Unito sul finire degli anni Sessanta, sotto forma di opuscolo ciclostilato.

Numerose sono le ipotesi formulate in merito all'attribuzione del testo. Vi è chi, ravvisando corrispondenze di carattere stilistico fra il Compendio e l'opera di Ovietti, ha tratto la conclusione che questi ne sia l'autore. L'argomento addotto non è in alcun modo probante: il Compendio ha esercitato un'enorme influenza sui nichilisti, sia sotto il profilo contenutistico, sia sotto quello linguistico. Citazioni più o meno ampie del Compendio sono presenti tanto nei Quaderni di Benedict quanto nell'unico scritto oviettiano, Sulla via dell'annichilimento (datato 1971).

Il Compendio conobbe, sin dagli inizi, grande fortuna. Esso giungeva a colmare un vuoto, a soddisfare un'esigenza particolarmente sentita dai nichilisti. Nel 1975, al termine di un raduno marsigliese cui parteciparono delegazioni nichiliste da tutta Europa, furono assunte due solenni decisioni: in primis, il Compendio - per consenso unanime dei delegati - fu proclamato Testo ufficiale della conventicole nichiliste; in secondo luogo, fu istituito un comitato permanente (il Comitato per la difesa dell'Ortodossia Nichilista) allo scopo di garantire l'osservanza dei dogmi e perseguire le deviazioni dall'Ortodossia.

A tutt'oggi il Compendio costituisce un punto di riferimento imprescindibile vuoi per i nullisti, vuoi per gli studiosi del fenomeno nichilista in genere. Concettualmente, la sua forza risiede nell'estrema concisione, nella chiarezza e nella logica stringente dei contenuti. I numerosi commentari prodotti dai circoli nichilisti negli ultimi vent'anni testimoniano la grande attualità del Testo.

Il compianto Clemente Baggini ebbe ad affermare sul letto di morte: "Eliminate il Compendio e l'edificio nichilista crollerà in pezzi, privato della sua pietra angolare".

Pietro Ferrari, gennaio 1992 

Compendio di Ortodossia Nihilista

Ciò che i dizionari filosofici e la pubblicistica ufficiale spacciano per "nihilismo" altro non è se non vergognoso inganno, un infame raggiro. Il nemico, in ogni tempo, ha provveduto con mille astuzie a falsificare, inquinare e svilire la dottrina che sola si erge in difesa della Verità contro la menzogna imperante. I bei nomi che i manuali di filosofia ostentano sotto la voce "nihilismo" niente hanno a che spartire con l'Ortodossia Nihilista, e se qualche isolato passo dei loro scritti sembra collimare con taluni articoli di fede, ciò è da attribuirsi a semplice casualità. I compilatori prezzolati, i depositari del sapere accademico, i dispensatori di ciarle, manovrano per conseguire i propri fini, primo fra tutti la conservazione della propria eminente posizione sociale. Corruttori di coscienze, non concepiscono altro dio all'infuori del proprio ego smisuratamente ingordo. Quali unici e indiscussi tenutari di un patrimonio d'idee logoro e inane, essi perpetuano il rito farsesco grazie al quale possono dir giustificate le loro inutili esistenze e i loro molti privilegi. Sicché non sorprende il fatto che codesta genia avverta come una minaccia il solo argomento che sia in grado di scuotere il trono di chiacchiere su cui sta assisa con tanto sussiego: il Nihilismo. Come tale lo combatte, mistificandolo, adulterandolo, ricorrendo ad ogni sotterfugio pur di ostacolarne la piena comprensione e diffusione.

Fiumi di farneticazioni son stati riversati sulla collettività dai sacerdoti della menzogna biofilica, con risultati devastanti. Lo spettacolo dell'umana miseria spirituale è sotto gli occhi di tutti i nihilisti. L'umanità, pur dotata di intelletto, anziché sottrarsi alla schiavitù della vita biologica e far cessare l'abominio che essa rappresenta, si è abbassata al rango del più sordido animale prolificando in ogni continente con progressione inarrestabile, a malapena contrastata dalle epidemie e dalle catastrofi naturali che periodicamente si abbattono sul pianeta e sulle creature che lo popolano, e solo l'insostenibilità delle condizioni climatiche ha impedito che dilagasse anche nei deserti, nelle giungle e fra le distese ghiacciate!

Eppure, non tutti gli uomini si piegano ad incensare l'orribile Moloch il cui nome è natura, non tutti si prestano all'atto criminale della procreazione; costoro conducono esistenze solitarie e crepuscolari, vite vegetative scandite solo dai tempi fisiologici del sonno e della veglia, sopravvivendo a stento ai margini del sociale. Sono esseri che, nobilmente, non lasciano traccia alcuna del loro passaggio in questo mondo. Si spengono in miseria e solitudine, talvolta ponendo volontariamente fine ai propri giorni. A questi paria, il Nihilismo offre la certezza della redenzione nella luce del Dogma.

Il Dogma Nihilista è la Verità, l'unica possibile Verità. Tutto ciò che esso non contempla è falso e biasimevole. Il Dogma è da sé stesso legittimato, non necessita di alcuna attribuzione di senso da parte di una tradizione precedente o di un'autorità soprastante, poiché reca in sé la fonte del vero. Non esiste auctoritastraditio che non sia il Dogma stesso. Esso genera la propria essenza e la giustifica "causa sui". Il Dogma è Nihilismo, e il Nihilismo è fede nel Nulla.

Struttura compatta, solida, impermeabile ad ogni stolta obiezione biofilica, il Dogma si autoalimenta e fortifica i propri discepoli. Concetto supremo della Fede Nihilista, il Nulla è l'imponderabile e l'inimmaginabile, la negazione del vivente, della materia in tutte le sue forme, qualità, determinazioni, leggi e componenti, dell'universo nella sua interezza. E' l'antitesi assoluta dell'essere.

Vivere il Nihilismo significa esser contro sé stessi e l'umanità, recidere ogni legame con la comunità dei gaudenti, negare il consenso alle istituzioni che governano la società, avversare la natura come il proprio peggior nemico. Il comandamento dei nihilisti è: "Disprezza il mondo come te stesso".

Il Nulla, nell'ambito dell'esperienza individuale quotidiana, costituisce la dimensione spirituale e pratica del nihilista ortodosso. Esso equivale ad una specifica modalità di rapporto rispetto alle cose ed alla propria soggettività, che trova espressione nella disciplina esistenziale nihilista basata sulla rinuncia, sull'atarassia e sull'aprassia.

Per un nihilista la propria morte non è mai prematura. Una morte rapida e subitanea è sempre un evento auspicabile, da augurarsi in ogni istante. Cosa c'è di meglio che trapassare nel Nulla imperituro? Cosa c'è di meglio che cessare di esistere? La morte ci strappa dalle grinfie di una natura crudele, ci libera dal tormento della coscienza e del pensiero, della percezione sensoriale, dei bisogni fisiologici. Con la morte si smette di soffrire, di desiderare, di provare ansie e delusioni. Attendiamo dunque il suo sopraggiungere con animo sereno: insieme alla vita non perdiamo altro che un fardello di dolori.

Morire è preferibile al nascere, il non essere preferibile all'essere. Solo una perversa inclinazione al delitto è in grado di spiegare la perseveranza funesta degli umani nel procreare, nel voler garantire continuazione alla propria specie scellerata in ogni angolo del globo.

Quanta sozzura alberga nelle menti corrotte dei biofili! Sono così impregnate di malevolenza da non riconoscere l'empietà delle loro azioni e deliberazioni. Tutto ciò che è naturale è deprecabile. Il timore della morte, l'istinto di sopravvivenza sono componenti naturali che possiamo riconoscere in ciascuno di noi come altrettante zavorre. Esse ci ammorbano lo spirito, ci legano al pari di pesanti catene, ci annebbiano lo sguardo, impediscono ai più di intendere la Verità.

Insensato, folle attaccamento alla vita! Perché l'uomo fugge la morte, ne è così terrorizzato? La fine del nostro essere, realizzantesi nell'atto del morire, risulta così spaventevole che moltitudini di individui hanno coltivato le più stravaganti teorie religiose per tentare di esorcizzarla. Così, la fantasia umana ha partorito un aldilà per le anime dei defunti, oppure un ciclo di nascite e di morti, di successive reincarnazioni, sino al compimento del nirvana. Che si parli di aldilà o di reincarnazione il concetto non cambia: su tutto aleggia palpabile l'incapacità dell'essere umano di accettare l'idea della propria inesorabile fine, il non poter fare a meno di pensare e di sperare in una possibile continuazione, sia pur sotto forme diverse, dell'esperienza vitale. Quanto agli scientisti, per non essere da meno, han pensato bene di calare un senso nella storia, che ne è priva, inventando il concetto di progresso, e nelle singole persone, sublimandole nel collettivo, dotato di un'esistenza transindividuale perpetua. Escamotage pretestuoso e puerile, destinato a crollare sotto i colpi della critica nihilista. Né la storia, né il mondo, né le singole individualità son fornite del minimo senso e giustificazione.

La vita organica di per sé è un fenomeno perturbante, lesivo della perfezione del Nulla. Por fine ad essa, su scala planetaria, sarebbe quantomeno doveroso. Ma la razza umana, nella sua globalità, è irredimibile. Solo una limitatissima percentuale di persone acquista la piena consapevolezza del Vero e la liberazione dall'errore e dall'iniquità, abbracciando il Nihilismo.

Il Dogma ci rende partecipi della sublime beltà del non essere, che è completa espressione di libertà. Mettendo a tacere il nostro ego, lasciandoci pervadere dal vuoto, potremo accoglierne il messaggio, inintellegibile ai biofili.

Dobbiamo morire ogni giorno, ignorando gli istinti riproduttivi biofilici filogeneticamente ereditati che premono per ottenere soddisfazione. Neghiamoci all'amore per il mondo e per il nostro stesso corpo. Consacriamoci interamente all'Ortodossia, nel romitaggio e nella macerazione, in attesa della morte che ci annichilirà.

Il mondo è un mattatoio, l'arena entro la quale combattono miriadi di esseri di ogni specie. La legge della forza e dell'astuzia rappresenta il meccanismo di selezione nella gara in cui la posta in gioco è la sopravvivenza. Gli animali, fra i quali l'avida razza umana regnante sulla Terra, sono protagonisti nelle vesti di vittime e carnefici della tragedia grandguignolesca che vi si consuma da tempo immemorabile. Per quanti millenni ancora le grida e i lamenti delle prede agonizzanti risuoneranno sotto il Sole? La bruttura e l'ignominia insite nell'ecosistema naturale, nel vivente, fan rifulgere per contrasto con la massima intensità la grandezza incomparabile del Nulla.

Non è certo senza ragione che i nihilisti vengono perseguitati dai biofili, e scacciati come lebbrosi dal consorzio "civile": essi sono i portatori di una scomoda Verità. La natura, per il tramite dei suoi zelanti servitori accecati dalle brame, castiga e punisce le creature che si ribellano alle sue leggi immonde, che la disconoscono, che respingono inorridite le lusinghe con le quali essa tenta di indurli a incrementare il numero dei viventi.

Lo scandalo nihilista consiste nella rivolta contro l'ordine universale. L'umanità, appagata dalla pochezza del quotidiano arrabattarsi e dall'ebbrezza del cimento competitivo, saziata dai piaceri evanescenti e discontinui che la natura offre ai viventi, resa arrogante dalle sue labili conquiste e invenzioni tecnologiche, si aggrappa alla vita con accanimento, ammaliata da miraggi di onnipotenza, di beatitudini carnali, di paradisi artificiali ove celebrare la propria magnificenza, alimentati da un inesauribile narcisismo. Nel benessere come nella miseria più nera, essa è posseduta dal demone insano della brama, che l'agita, la seduce, la rende incapace d'intendere l'essenza criminale dell'atto della procreazione.

Se l'uomo si rendesse conto che la vita è abominio, preferirebbe gettarsi da una rupe piuttosto che generare nuove vite, consegnate all'atto stesso del concepimento alle fauci del Moloch cosmico.

Il Dogma va oltre la condanna dell'esistente, per affermare la perfezione ineffabile del Nulla, di cui la vita, nelle sue manifestazioni infinitesimali come in quelle macroscopiche, costituisce il turbamento e la violazione.

venerdì 1 settembre 2017


NASCERE MALVAGI

Su Ted Bundy sono stati scritti decine di articoli e svariati libri. Ogni aspetto della sua esistenza è stato scandagliato con cura. Televisione e cinema si sono occupati di lui in più occasioni. Nel 1986 la NBC trasmise la miniserie in due puntate “The Deliberate Stranger”, andata in onda in Italia l’anno successivo, su Canale 5, con il titolo “Il mostro”. A interpretare Bundy, l’attore Marc Harmon, divenuto celebre anni dopo nel ruolo dell’agente speciale Gibbs della serie televisiva NCIS. Nel 2002 uscì nelle sale il film “Ted Bundy”, di Matthew Bright, con Michael Reilly Burke nei panni del maniaco omicida. Nel 2003 fu la volta di “The Stranger Beside Me”, diretto da Paul Shapiro, ispirato all’omonimo romanzo di Ann Rule apparso nel 1983, edito in Italia da Longanesi (“Un estraneo al mio fianco”, 2002), con Billy Campbell nel ruolo di Bundy. Infine, nel 2008, “Bundy: An American Icon” di Michael Feifer, con Corin Nemec. Schede biografiche di Bundy sono consultabili su vari siti web italiani (la Tela Nera, Horror Pills, Occhi Rossi). Nel 2013 è apparso l’audiolibro “Ted Bundy”, di Jacopo Pezzan e Giacomo Brunoro (La Case Books).
Bundy fu giustiziato sulla sedia elettrica il 24 gennaio 1989 nel penitenziario di Starke, Florida. Per quale ragione, a distanza di decenni, si continua a parlare di lui? Secondo Ann Rule, Bundy “ha lasciato una tale quantità di cicatrici, incubi e ricordi da non poter essere dimenticato”. Questo però vale anche per altri assassini seriali: Richard Ramirez, Gary Ridgway, Albert Fish, John Wayne Gacy, abominevoli degenerati seminatori di dolore, morte e disperazione.
L’eccezionalità di Ted Bundy consiste in qualcos’altro: le sue personalissime caratteristiche, del tutto insolite per uno psicopatico criminale. Bundy era un uomo di bell’aspetto, laureato, socialmente inserito e avviato a una brillante carriera. Come ha potuto un individuo del genere compiere gesti così atroci? Le sue orrende perversioni, i suoi atti di ferocia, sono tanto più sconvolgenti in quanto sfuggono alle categorie abitualmente utilizzate dagli esperti per razionalizzare questi eventi.
Ann Rule osserva: “Credo che Ted fosse un sadico sociopatico che traeva piacere dal dolore altrui e dal controllo esercitato sulle proprie vittime, fino al momento della morte e anche in seguito. (…) Chi soffre di un disturbo della personalità conosce la differenza tra giusto e sbagliato – ma non se ne cura poiché si considera speciale, meritevole di avere e di fare qualunque cosa desideri. E’ lui il centro del mondo. Noi tutti siamo sagome di cartone prive di importanza”
Che Bundy fosse un sadico è lapalissiano; altrettanto evidente risulta l’impossibilità di postulare un rapporto di causa-effetto fra disturbi della personalità e condotta omicida.
“Sono il più spietato figlio di puttana che incontrerete mai”, disse di sé Bundy in uno dei rari momenti di sincerità. Caratteristiche quali la mancanza di scrupoli e l’insensibilità non bastano tuttavia a spiegare l’enormità dei suoi crimini.
Sarebbe vano percorrere la biografia di Bundy nella convinzione di potervi rintracciare fatti e circostanze capaci di svelare l’enigma che la sua figura racchiude. Accantonata questa pretesa, adottato un approccio sobrio e realistico, si potranno, non di meno, ricavare da tale ricognizione elementi utili a consentire una migliore conoscenza del suo profilo.
Ted Bundy nacque il 24 novembre 1946, con il nome di Theodore Robert Cowell, presso la Casa d’accoglienza per ragazze madri Elizabeth Lund, un edificio in stile vittoriano sito nella città di Burlington, Vermont1. Sua madre, la ventiduenne Louise Cowell, era nubile; l’uomo con cui aveva concepito Theodore, non identificato e irreperibile. Dopo aver partorito, Louise tornò a casa dei genitori a Philadelphia, Pennsylvania. Il piccolo Ted trascorse i primi tre mesi di vita nella Casa d’accoglienza di Burlington, accudito dalle infermiere. Poiché suo nonno Samuel intendeva adottarlo, Louise andò a prendere il bimbo e lo portò a casa. All’epoca una ragazza madre era motivo scandalo e i figli illegittimi venivano derisi e trattati come paria. Così, nel tentativo di preservare l’immagine pubblica di Louise, Ted fu presentato come figlio dei nonni. Benché la decisione di adottare il bambino non denoti un animo insensibile, Samuel Cowell venne descritto da taluni come “un individuo tremendo”, dal carattere tirannico e violento, temuto sia in casa che dai vicini. Fatto sta che Ted nutrì affetto e rispetto nei suoi confronti e, in seguito, definì “piacevoli” gli anni trascorsi nella casa del nonno. Il 6 ottobre 1949, Louise chiese ed ottenne da un tribunale di Philadelphia che il proprio cognome fosse cambiato in Nelson. Pochi mesi dopo, fece i bagagli e si trasferì con il figlio a Tacoma, nello Stato di Washington, a casa dei cugini. La ragione del mutamento di cognome, all’epoca inspiegabile non avendo Louise contratto matrimonio con alcun signor Nelson, fu rivelata anni più tardi. La donna non desiderava che suo figlio fosse preso in giro avendo il medesimo cognome del prozio, Jack Cowell. Nel 1951 Louise conobbe un veterano, John Bundy, che lavorava come cuoco al Madison Hospital di Fort Lewis, Washington. I due si sposarono in quello stesso anno. La coppia ebbe quattro figli. Secondo Kevin M.Sullivan, fu all’età di dieci anni che Ted scoprì la verità intorno alle sue origini, visionando una copia del proprio certificato di nascita sul quale alla voce “paternità” compariva il termine: “ignota”. Questa tesi non è condivisa da altri autori, secondo i quali la scoperta avvenne più tardi. Gli anni della scuola non furono contrassegnati da eventi eclatanti. Ted era un giovane di aspetto gradevole e per questa ragione benvoluto dalle coetanee. Il fascino che esercitava sulle donne crebbe col trascorrere degli anni. Bundy non era solo “un bel giovanotto” ma un buon parlatore, capace di esprimersi con proprietà e con garbo. Diplomatosi alla Wilson High School di Tacoma nel 1965, Bundy si iscrisse all’Università dello Stretto di Puget. Qui conobbe Carla, una ragazza proveniente da una famiglia agiata di San Francisco, e se ne innamorò venendo ricambiato. Li accomunava la passione per lo sci. Sembra che, per pagarsi i dispendiosi fine settimana in montagna, Bundy commettesse non pochi furtarelli. La propensione al furto fu una costante della sua vita scellerata. Le differenze di classe sociale fra i due ebbero un ruolo non lieve nel determinare la fine della relazione, il cui naufragio fu parallelo a quello della carriera universitaria di Bundy. Questi, nel 1969, decise di interrompere gli studi. Per un certo periodo svolse dei lavoretti scarsamente retribuiti e poco gratificanti, fino a che un vecchio amico non gli offrì l’opportunità di lavorare per Art Fletcher, un consigliere comunale afroamericano repubblicano che concorreva alla carica di vice governatore dello Stato di Washington. Bundy accettò immediatamente. Durante la campagna elettorale fece da autista e guardia del corpo per Fletcher. Questi non venne eletto e Bundy vide sfumare il suo sogno di poter ottenere un incarico nell’amministrazione. All’epoca era, da tempo, un consumatore incallito di pornografia violenta: prediligeva i filmati di genere sadico, traendo piacere dal vedere le donne sottoposte alle più degradanti umiliazioni. Nella nota intervista resa il 24 gennaio 1989 al dr.James C.Dobson, Bundy disse al riguardo:
“Sono cresciuto assieme a 4 fratelli e sorelle in una splendida casa con due genitori amorevoli e devoti. Noi bambini eravamo lo scopo principale delle loro vite. Andavamo regolarmente in chiesa. I miei genitori non bevevano né fumavano o giocavano d’azzardo. Non c’erano maltrattamenti fisici o litigi in casa.
Da ragazzino, intorno ai 12-13 anni, scoprii la pornografia softcore all'interno dei drugstore
[esercizi commerciali in cui si vendono riviste, cosmetici e alimentari, ndr]. Come si sa, i ragazzini esplorano le strade laterali e i vicoli dei quartieri, in cui la gente spesso deposita la spazzatura e ciò che ha rimosso dalle case facendo le pulizie. A volte vi trovavamo riviste pornografiche più hard di quelle reperibili nei drugstore, inclusi i "detective magazine".
La più dannosa forma di pornografia – e parlo sulla base della dura esperienza personale – è quella che coinvolge la violenza, sessuale e non. La combinazione fra queste due forze, come so sin troppo bene, conduce ad atti che sono troppi terribili da descrivere.
La mia esperienza con la pornografia è che quando ne diventi dipendente  -e io la considero una forma di dipendenza -, vai alla ricerca di cose sempre più forti, che ti facciano provare la massima eccitazione, finché cominci a domandarti se, mettendo in atto certi comportamenti, non otterresti qualcosa di più che dal leggerli e dal guardarli.
Non sto dando la colpa alla pornografia. Non sto dicendo che mi portò ad ammattire e a fare certe cose. Mi assumo la piena responsabilità di ciò che ho fatto. Non è questo il punto. Il punto è in quale modo questo genere di letteratura contribuisca ed aiuti a plasmare e influenzare simili condotte violente.”

Sullivan ipotizza, con fondati motivi, che il trasferimento di Bundy dalla città di Philadelphia alle regioni boscose del Nord Ovest sia da ricondurre al fatto che, in una città affollata, occultare i cadaveri delle vittime sarebbe stato problematico. Nella primavera del ’69 Bundy affittò un appartamento nel distretto universitario di Seattle. Una sera di settembre, in un bar della zona, conobbe una divorziata che si innamorò di lui. Ripresi gli studi, Bundy si laureò in psicologia nel 1972. Con una donna al suo fianco e una laurea in tasca, Bundy decise di puntare di nuovo sulla politica per coronare le proprie ambizioni. Si mise a disposizione del candidato governatore (repubblicano) Daniel J.Evans, per il quale funse da informatore: il suo compito era di seguire l’avversario (democratico) di Evans durante i comizi, registrarne i discorsi e fare rapporto personalmente ad Evans. Ad Evans le cose andarono meglio che a Fletcher. Una volta eletto, per ricompensare Bundy dei suoi servigi, lo nominò al Comitato Consultivo per la Prevenzione del Crimine di Seattle, un incarico tutto sommato singolare per un sadico psicopatico con inclinazioni omicide. Nel 1973, Bundy divenne l’assistente di Ross Davis, presidente del partito repubblicano dello Stato di Washington.
L’anno dopo, cominciarono a sparire giovani donne dai campus dell’Oregon e dello Stato di Washington.
Nell’autunno del 1974, Bundy si iscrisse alla facoltà di Legge dell’Università dello Utah e si trasferì a Salt Lake City. A novembre perpetrò due aggressioni: travestito da poliziotto aggredì una giovane donna, Carol DaRonch, che riuscì, lottando con tutte le forze, a sfuggirgli, fornendo in seguito alla polizia una descrizione dell’automobile – una Volkswagen – e dell’uomo alla guida; poche ore dopo Bundy assalì una diciassettenne e ne fece sparire il corpo.
Nel medesimo periodo, degli escursionisti rinvennero resti umani in un bosco nello Stato di Washington, in seguito identificati come appartenenti a donne scomparse.
Nel frattempo, Bundy seguitò a spargere sangue spostandosi come un lupo affamato da uno Stato all’altro. Nel 1975 uccise tre giovani donne in Colorado, la prima delle quali, Caryn Campbell, madre di due bambini. Nel mese di agosto fu fermato per guida pericolosa da una pattuglia della stradale, a Salt Lake City. Nel bagagliaio della sua Volkswagen furono ritrovati: manette, un punteruolo da ghiaccio, un piede di porco, dei collant con dei buchi per gli occhi e altro materiale sospetto. I poliziotti constatarono inoltre che il sedile anteriore del passeggero era stato rimosso. Bundy fu tratto in arresto.
La vettura e gli oggetti in essa ritrovati coincidevano con quelli descritti da Carol DaRonch nell’autunno precedente. Durante un “confronto all'americana”, la ragazza riconobbe immediatamente Bundy nella fila dei sospettati. Accusato di tentato rapimento, Bundy andò sotto processo nel febbraio del 1976, fu giudicato colpevole e condannato a 15 anni di carcere. Nell’ottobre del ’76 Bundy fu accusato dell’omicidio di Caryn Campbell ed estradato dallo Utah in Colorado per essere processato.
In Colorado di verificarono due episodi a dir poco incresciosi: nel giugno del 1977, mentre si trovava all’interno del tribunale della contea di Pitkin ad Aspen per un’udienza preliminare, Bundy – che aveva revocato l’incarico al proprio legale per difendersi personalmente - chiese ed ottenne di poter consultare un volume nella biblioteca situata al secondo piano dell’edificio. Gli furono tolte le manette affinché potesse prendere senza difficoltà i libri dagli scaffali. Una volta nel locale, individuata una finestra seminascosta da una libreria, la aprì e saltò da basso, slogandosi una caviglia. La polizia istituì posti di blocco tutto intorno ad Aspen. Bundy cercò di fuggire attraverso i boschi ma si perse. Vagando trovò un auto con le chiavi nel quadro e se ne impadronì. Fu fermato da due agenti sei giorni dopo la fuga, mentre, stanco e affamato, zigzagava da una corsia all’altra, alla guida della vettura rubata. Venne immediatamente ricondotto al carcere della contea di Garfield. Qui acquistò un seghetto da un altro carcerato e riuscì ad accumulare la somma di 500 dollari in banconote ricevute sottobanco da vari visitatori, quindi si mise all’opera: con circospezione e costanza, ritagliò da un pannello nel soffitto della cella un’apertura che immetteva in un’intercapedine. Per potersi introdurre nello stretto varco si sottopose a una dieta ferrea, perdendo parecchi chili. Prima di fuggire, effettuò alcuni giri di perlustrazione. Evase il 30 dicembre, approfittando dell’assenza per ferie di alcuni secondini. Dall’intercapedine si calò nell’appartamento di un ispettore di polizia penitenziaria che in quel momento era fuori con la moglie, indossò abiti civili ed uscì in tutta tranquillità dalla porta. La sua fuga fu scoperta 17 ore più tardi. Bundy, che in quel lasso di tempo aveva rubato un automobile, si trovava già a Chicago. Nel mese di gennaio aveva raggiunto la città di Tallahassee, dove affittò sotto falso nome un appartamento nei pressi dell’Università statale della Florida. Servendosi di carte di credito rubate, pagava le consumazioni presso i bar del college. Per ingannare il tempo assisteva alle conferenze. Una settimana dopo il suo arrivo a Tallahassee, Bundy commise uno dei suoi crimini più nefandi. Nella notte di sabato 14 gennaio 1978, introdottosi nella sede dell’associazione studentesca femminile Chi Omega, Bundy  colpì ripetutamente con un ramo di quercia due ragazze che dormivano, uccidendole. In preda a una furia selvaggia, morse ripetutamente una delle due. Così facendo impresse su una natica della vittima la propria impronta dentale. Si spostò quindi in un’altra stanza, dove colpì, ferendole gravemente al viso, altre due ragazze. Dopo aver lasciato l’edificio, Bundy, percorsi pochi isolati, penetrò all’interno di un’abitazione e percosse brutalmente una studentessa universitaria. Il 12 febbraio Bundy colpì ancora: questa volta, a cadere vittima della sua smania diabolica fu una ragazzina di dodici anni. Bundy la rapì all’uscita da scuola, la violentò e infine la uccise. Una settimana dopo fu arrestato nella città di Pensacola alla guida di un’auto rubata.
Bundy era un necrofilo: questo aspetto della sua personalità va accuratamente evidenziato. Dopo aver stuprato, seviziato e ucciso – mediante strangolamento o servendosi di oggetti contundenti – la propria vittima, ne occultava la salma, preferibilmente in un’area boschiva: la Taylor Mountain Forest presso Issaquah, nello stato di Washington. L’assassinio non placava tuttavia le sue brame. Nei giorni successivi al delitto, Bundy tornava nei boschi per copulare nuovamente con la vittima. Queste pratiche cessavano solo nel momento in cui il cadavere cominciava ad esalare nauseabondi lezzi putrefattivi. Poco tempo prima di essere giustiziato, Bundy confessò di aver portato a casa, a mo’ di souvenir, cinque teste mozze. Nella propria abitazione, dopo aver applicato rossetto e fondotinta alla testa mozzata, se ne serviva sessualmente.
Forse il giudizio più efficace che sia stato espresso su Bundy può essere ricavato da un’intervista rilasciata nell’ottobre del 2016 a Crime Watch Daily da John Henry Browne, avvocato difensore penalista di Seattle:
“Se lei dovesse classificare Ted Bundy in una scala da uno a dieci, dove dieci sta ad indicare il peggio del male, quale posizione sarebbe adatta a Bundy?”“Dodici. Non ho mai creduto che la gente nasca malvagia, e ancora non voglio crederci, ma ho cambiato opinione dopo aver trascorso quattro-cinque anni lavorando con Ted. Ted era nato malvagio, era semplicemente malvagio.”

1 L’istituto esiste ancor oggi. Nel 1988 è stato ribattezzato ‘Lund Family Center’. Vedi: https://lundvt.org/about-lund/our-mission-history/

Fonti: 

John Henry Browne, The Devil's Defender: My Odyssey Through American Criminal Justice from Ted Bundy to the Kandahar Massacre, Chicago Review Press, 2016. 

Kevin M.Sullivan, The Bundy Murders: A Comprehensive History, Jefferson (NC), McFarland & Company, Inc., 2009.
 

Ann Rule, The Stranger Beside Me, New York, New American Library, 1986.
 

J.W. Ocker, The New England Grimpedium. A Guide to Macabre and Ghastly Sites in the Northeast U.S., New York, Countryman Press, 2010.
 

Charles Montaldo, The Profile of Serial Killer Ted Bundy, ThoughtCo.com.
 

George R. Dekle Sr, The Last Murder: The Investigation, Prosecution, and Execution of Ted Bundy, Praeger (ABC-CLIO), Santa Barbara, 2011.
 

Robert K.Ressler, Tom Schachtman, Whoever Fights Monsters: My Twenty Years Tracking Serial Killers for the FB, New York, St. Martin's Press, 1992.
 

Stephen G. Michaud, Hugh Aynesworth, Ted Bundy: Conversations with a Killer. The Death Row Interviews, Authorlink Press, 2000. 

Segnalo infine il filmato “Ted Bundy documentary - In his own words”


Pietro Ferrari 

martedì 29 agosto 2017

LA MEMORIA DELLE MACCHINE NON È ASSOCIATIVA

Richiamo l'attenzione su un interessante articolo di Riza C. Berkan, apparso su linkedin.com, che tratta di Elon Musk e dei suoi progetti di impiantare chip nel cranio della gente per potenziarne le facoltà mentali.


Ne riporto un estratto significativo.

Many things are unknown about the inner workings of the human brain. However, one thing is quite sure that the memory is associative, distributed to a large number of neurons (like billions of them). In other words, memory is not like mailboxes each filled with a number, word, or image. Even if you could miraculously hook up a chip to billions of neurons in the brain, you will not access to any meaningful data. All you will see is weak electrical signals traversing through massive number of connections. So, what has been chased here is a mystery. It would be utterly shortsided if this simple fact has not been communicated to the investors of this project. But, we can only speculate at this point.

Quello che Berkan ci tiene a puntualizzare, mostrandosi molto critico sulle idee di Musk, è un dato di fatto innegabile: la memoria umana è associativa e distribuita su un numero molto grande di neuroni.

Se voi udiste un extraterrestre pronunciare nella sua lingua la parola MILANU /mi'la:nu/, pur non capendo cosa vuole dire, sicuramente la assocereste al nome della città lombarda, MILANO /mi'la:no/. Se anche poi voi apprendeste in seguito che nella lingua aliena MILANU significa "immaginazione", voi continuereste ad associarla a Milano ogni volta che il suo suono giungesse alle vostre orecchie. Pur sapendo che non esiste alcun nesso tra le due stringhe si suoni, pur così simili. Ora immaginiamo che in un dialetto italiano la città di Milano sia chiamata MILANU, e che la prosodia sia identica a quella usata dall'extraterrestre nel pronunciare l'omonima parola della sua lingua col senso di "immaginazione". Avremmo così un insieme di tre parole, di cui due identiche nel suono e una molto simile ad esse. Il quadro è il seguente: 

1) Italiano: MILANO (nome di città)
2) Dialetto italiano: MILANU (= MILANO,
    vedi sopra)
3) Lingua di Altair: MILANU = immaginazione

Noi comprendiamo all'istante che MILANU nel dialetto italiano indica proprio la città di Milano. Noi possiamo anche ricordare la parola MILANU della lingua di Altair, che significa "immaginazione", associandola al nome di Milano come promemoria. Questi processi ci vengono naturali, perché è così che funzionano i nostri neuroni e le nostre sinapsi. Elon Musk queste cose non le vuole capire, sembra che non ne sia in grado, neppure se messo di fronte all'evidenza. 

Ricordiamo infine che non esiste nessun modo di far capire a una macchina che MILANU - che sia la parola dialettale o quella aliena - assomiglia in qualche modo all'italiano MILANO, a parte fabbricare un programma specifico di associazione per emulare e rendere operativo un concetto estraneo all'universo cibernetico.

sabato 26 agosto 2017

ETIMOLOGIA DI OZYMANDIAS


Sappiamo che un epiteto di Ramesse (Ramsete) II era Ozymandias, un tempo adattato in italiano come Osimandia. Il nome regale è stato reso celebre da uno splendido sonetto di Percy Bysshe Shelley. 

OZYMANDIAS   

I met a traveller from an antique land
Who said: Two vast and trunkless legs of stone
Stand in the desert. Near them on the sand,
Half sunk, a shatter'd visage lies, whose frown
And wrinkled lip and sneer of cold command
Tell that its sculptor well those passions read
Which yet survive, stamp'd on these lifeless things,
The hand that mock'd them and the heart that fed.
And on the pedestal these words appear:
"My name is Ozymandias, king of kings:
Look on my works, ye Mighty, and despair!"
Nothing beside remains. Round the decay
Of that colossal wreck, boundless and bare,
The lone and level sands stretch far away.

Questa è una traduzione in italiano:

Incontrai un viandante di una terra dell'antichità,
Che diceva: “Due enormi gambe di pietra stroncate
Stanno imponenti nel deserto… Nella sabbia, non lungi di là,
Mezzo viso sprofondato e sfranto, e la sua fronte,
E le rugose labbra, e il sogghigno di fredda autorità,
Tramandano che lo scultore di ben conoscere quelle passioni rivelava,
Che ancor sopravvivono, stampate senza vita su queste pietre,
Alla mano che le plasmava, e al sentimento che le alimentava:
E sul piedistallo, queste parole cesellate:
«Il mio nome è Ozymandias, re di tutti i re,
Ammirate, Voi Potenti, la mia opera e disperate!»
Null'altro rimane. Intorno alle rovine
Di quel rudere colossale, spoglie e sterminate,
Le piatte sabbie solitarie si estendono oltre confine”.

Sono finiti da un pezzo i tempi in cui si prendeva tutto per quello che è senza porsi domande. Ozymandias ovviamente è un nome egiziano, trascritto in greco come Ὀσυμανδύας. Shelley ha tratto la sua ispirazione da un brano di Diodoro Siculo (Biblioteca Storica, 1, 47, 4):

Ἐπιγέγραφθαι δ' ἐπ' αὐτοῦ· «Βασιλεὺς βασιλέων Ὀσυμανδύας εἰμί. Εἰ δέ τις εἰδέναι βούλεται πηλίκος εἰμὶ καὶ ποῦ κεῖμαι, νικάτω τι τῶν ἐμῶν ἔργων. 

Ossia: 

Si trova scritto su di essa: «Sono Ozymandyas, il re dei re. Se qualcuno vuole sapere quanto grande io sia e dove giaccio, superi qualcuna delle mie imprese

Dovrebbe essere chiaro che l'antroponimo è stato filtrato dalla fonetica greca da parte di persone che con ogni probabilità non parlavano l'egiziano. Inoltre doveva rappresentare la forma in uso al tempo in cui gli autori greci la fissarono, non ai tempi di Ramesse II. Se si cerca nei documenti egiziani in geroglifici si trova il corrispondente dell'epiteto in questione. Questa è la sua traslitterazione:

wsr mˁʔ.t rˁ stp n rˁ 

Non va dimenticato che nei sistemi di scrittura degli antichi Egizi erano notate soltanto le consonanti. Una trascrizione egittologica di wsr mˁʔ.t rˁ stp n rˁ è User-maat-ra Setep-en-ra.

Le pronunce egittologiche sono false e convenzionali, vengono usate dagli accademici per rendere pronunciabili le trascrizioni dei geroglifici. Così si interpretano in modo sistematico come vocali i e u le semiconsonanti j e w, si trascrivono con a le consonanti ʔ (glottidale) e ˁ (faringale), quando è necessario si intercala una vocale e tra le altre consonanti. 
Bisogna ora capire come una forma simile, lunga come un poema, sia stata resa in caratteri greci, nella pronuncia demotica, come Osymndýas.

Vediamo di comprendere la formazione del composto.

wsr mˁʔ.t rˁ stp n rˁ = Potente è la Verità del Sole, Prescelto del Sole

ozy- (più propriamente osy-) sta per wsr "potente"; 
ma- sta per
ʔ.t "Verità" (concetto che gli Egiziani non distinguevano da quello di "Giustizia"), trascritto dagli Accadi come -MUA- in NIBMUARIA "Signore della Verità del Sole" (si ricordi che nella scrittura cuneiforme le vocali sono indicate); 
-ndia- sta per n rˁ "del Sole": /an'ri:aˁ/.

La forma greca trascrive piuttosto un'abbreviazione dell'epiteto originale: wsr-mˁʔ.t n rˁ al posto di wsr-mˁʔ.t rˁ stp n rˁ. Infatti di stp /'sa:təp/ "prescelto" non resta traccia nella trascrizione greca, mentre il nome del Sole è pronunciato una sola volta.

/wa:sə-muˁʔa-n-'ri:aˁ/ > OZYMANDIAS (-S è il comune sigmatismo ellenico, di chiarissima origine indoeuropea)

Chiaramente l'accento si ritrae nel passaggio all'inglese, che realizza l'antroponimo faraonico come /ɔzɪ'mændɪəs/. Il carattere -z- usato per trascrivere la sigma originale della forma greca è dovuto chiaramente all'ortografia inglese. 


Ozymandias, la Fantascienza e Alien

Nel film Covenant di Ridley Scott, il nome Ozymandias è pronunciato dal sintetico David, il Messia della Xenogenesi, che conduce il genere umano alla Salvezza. Egli infatti pone le basi dell'Estinzione e per questo deve essere considerato Santo e Benedetto.

lunedì 21 agosto 2017

 

CRASH
(film) 

Titolo originale: Crash
Paese di produzione: Canada, Gran Bretagna
Anno: 1996
Durata: 100 min
Lingua: Inglese
Genere: Thriller, erotico, drammatico
Regia: David Cronenberg
Soggetto: Crash, di James Graham Ballard
Sceneggiatura: David Cronenberg
Produttore: Robert Lantos, Jeremy Thomas
Casa di produzione: Alliance Communications
     Corp., TMN the Movie Network, RPC
     Recorded Picture Company, Téléfilm Canada
Distribuzione (Italia): DNC Home Entertainment
Fotografia: Peter Suschitzky
Montaggio: Ronald Sanders
Musiche: Howard Shore
Scenografia: Carol Spier
Costumi: Denise Cronenberg
Ambientazione: Toronto, Canada
Interpreti e personaggi    
    James Spader: James Ballard
    Holly Hunter: Helen Remington
    Elias Koteas: Vaughan
    Deborah Unger: Catherine Ballard
    Rosanna Arquette: Gabrielle
    Peter MacNeill: Colin Seagrave
    Cheryl Swarts: Vera Seagrave
Doppiatori italiani    
    Tonino Accolla: James Ballard
    Alessandra Korompay: Helen Remington
    Massimo Corvo: Vaughan
    Laura Boccanera: Catherine Ballard
    Francesca Guadagno: Gabrielle
    Bruno Alessandro: Coline Seagrave
Premi    
    Premio della giuria al Festival di Cannes 1996
    Premio AVN (Best alternative adult feature film)
    Genie Awards 1996 per Regia e Sceneggiatura a
         David Cronenberg
    Gold Reel Award 1996
Budget: 9 milioni di $
Incassi al botteghino (USA): circa 3,2 milioni di $

Trama:  
James Ballard è un produttore cinematografico, un uomo alto, pallido e biondiccio, dai tratti poco marcati. Sua moglie Catherine è una bionda fatale dotata di una grande sensualità, che somiglia un po' a un incrocio tra la Boschi e Valeria Marini, con un particolare sguardo languido e perennemente distratto. Per innalzare la tensione sessuale, i coniugi sono abituati a raccontarsi i dettagli più intimi e pruriginosi delle loro relazioni sessuali: James ha come amante una montatrice dello studio, mentre Catherine copula allegramente con il suo istruttore di volo da diporto. Una notte - l'ambientazione è quasi perennemente notturna - il buon James ha un incidente grave causato dalla distrazione, proprio nei pressi dell'aeroporto. Provoca un frontale con un'auto su cui viaggia una coppia. L'uomo, un chimico industriale, finisce sbalzato fuori dall'abitacolo e muore sul colpo. La donna, la dottoressa Helen Remington, riesce a salvarsi e per qualche istante fissa il protagonista attraverso i parabrezza sfondati. Entrambi vengono ricoverati in un ospedale per vittime di incidenti aerei. Dopo qualche tempo James comincia a fare qualche passo, ostacolato da una complessa protesi a causa di una frattura multipla a una gamba. Durante la passeggiata nell'ospedale semideserto, incontra per puro caso la Remington, che lo guarda piena di livore e di odio. Con lei c'è un uomo in camice bianco, che James pensa essere un medico. Ha il volto sfregiato e guarda con morbosità le ferite della donna. Intanto Catherine, che fa visita il marito in ospedale, lo stuzzica e in un'occasione arriva persino a masturbarlo, facendolo gemere per poi ritrarre le dita tutte imbrattate di sperma. Una volta dimesso dall'ospedale, James si reca al deposito della polizia per recuperare quanto resta della sua auto. Qui incontra di nuovo la Remington, che è giunta ivi per lo stesso motivo. I due questa volta cominciano, seppur timidamente, a parlare. A questo punto l'uomo offre un passaggio alla donna sulla propria auto e in breve finisce col copulare con lei furiosamente. In un parcheggio ctonio lei si mette a cavalcioni su di lui, si stende sul fallo eretto fino a scoppiare, lo fa penetrare nella vagina e inizia a muoversi ritmicamente fino a farlo venire. I due amanti si frequentano assiduamente. Una notte assistono a uno spettacolo raccapricciante e illegale in cui viene riprodotto l'incidente mortale di James Dean. A organizzarlo è proprio l'uomo pieno di cicatrici che James ha visto in ospedale, scambiandolo per un medico. Ora apprende che egli è Robert Vaughan, un pericolosissimo psicopatico affetto da un feticismo totalizzante verso gli incidenti stradali e la mitologia della morte di personaggi celebri negli schianti. Subito il produttore cinematografico e la dottoressa si recano a casa di Vaughan, dopo averlo aiutato a trascinare Seagrave, lo stuntman che aveva impersonato James Dean, dato che non poteva camminare da solo a causa di un trauma cranico. Fanno così la conoscenza della moglie etilista di Vaughan e di Gabrielle, una ragazza bionda che a causa delle ferite riportate negli incidenti è costretta a muoversi utilizzando complesse protesi metalliche. Vaughan decide di proporre ai suoi ospiti un lavoro che reputa la quintessenza del genio: desidera riprodurre l'incidente stradale in cui perse la vita Jayne Mansfield, sacerdotessa della Chiesa di Satana di LaVey. L'improbabile gruppo, in esaltazione per questa serie di deliri di onnipotenza, sprofonda presto nell'ebbrezza e si abbandona ad accoppiamenti sfrenati. Tornato dalla moglie, James le racconta tutto e lei si eccita. Durante una copula, mentre il marito la stantuffa, lei si abbandona a fantasie turpissime. Fa di tutto per istigare James ad avere un rapporto sodomitico con Vaughan e nella sua mente comincia a pianificare, a escogitare il modo per tradurre in realtà il film che le scorre nella mente. Gli eventi precipitano quando Catherine si concede proprio a Vaughan in un autolavaggio. Mentre lei gode, il marito assiste alla scena. Qualcosa scatta in lui e a un certo punto gli eventi precipitano. In un cimitero d'auto avviene proprio l'accoppiamento di Ballard con Vaughan, che tuttavia non prende bene l'immissio penis in anum. Cercherà di uccidere il suo violatore, la prima volta appena finito il rapporto, la seconda mentre viaggia con la consorte. Non riuscirà nei suoi intenti omicidi e finirà con lo sfracellarsi in un terribile incidente scontro, spirando com'era destino. Ancora scosso dalla catena di eventi oltremodo truci, James viaggia in auto, quando vede la moglie alla guida a pochi metri di distanza. Inizia un drammatico inseguimento. In un crescendo di aggressività, tampona l'auto di Catherine fino a farla uscire di strada. La raggiunge, vede che è sotto shock e si eccita osservando le sue lievi ferite sul volto e il sangue, quindi la gira e la possiede carnalmente da tergo. 

Recensione:
Tutto sommato il film si discosta poco dal romanzo, cosa che deve essere ritenuta eccezionale. Tra le principali differenze si noterà l'ambientazione, che nell'opera di Ballard è Londra e dintorni, Inghilterra incubica, mentre nel film è una grande città del Canada, con ogni probabilità Toronto (si notano scritte bilingui in inglese e in francese). Anche il finale è diverso. La caccia di James Ballard alla moglie, una sorta di approccio violento effettuato con un corpo biomeccanico formato da carne e metallo, è un'invenzione di Cronenberg. Nel romanzo la coppia consumava un rapporto sessuale sull'auto sfasciata su cui era morto Vaughan, copulando a contatto col sangue del cadavere e traendo da ciò un'eccitazione indescrivibile. Certo, il coito nelle sequenze finali del film non è immune da ambiguità e potrebbe essere descritto come uno stupro: esiste più di una ragione per pensare che una donna ferita e sotto choc, con possibile commozione cranica, non sia proprio nell'attitudine di subire una penetrazione. Tutto ciò è certamente nello spirito del nichilismo postmoderno ballardiano, ma se possibile ancor più esasperato, in un'interpretazione che annienta l'individuo facendone sprofondare il fantasma nel solipsismo assoluto. Per il resto notiamo qualche divergenza che si esaurisce in dettagli poco significativi, che non sono certo colonne portanti dell'opera dello scrittore britannico. Non si fa cenno ad Elizabeth Taylor, che nel romanzo costituiva il centro delle patologiche ossessioni sessuali di Robert Vaughan. James Dean nel volume viene menzionato sola due volte, mentre nel film gioca un ruolo molto più importante e assistiamo alla riproduzione del suo incidente, preceduta da una teatrale descrizione ad opera dello stesso Vaughan, che fa sfoggio di doti istrioniche senza pari. Così scrive Ballard sull'uomo sfregiato: "Intorno alle morti di James Dean e Albert Camus, Jayne Mansfield e John Kennedy, aveva intessuto elaborate fantasie". E ancora, più avanti nel testo: "Su queste cinque donne - la Garbo, Jayne Mansfield, Elizabeth Taylor, la Bardot e Rachel Welch - aveva costruito un macello di mutilazioni sessuali". Poco oltre leggiamo: "Sfogliai le pagine dei questionari. Le fotografie di Jayne Mansfield e John Kennedy, di Camus e James Dean, erano segnate a pastello: linee a matita circondavano colli e aree pubiche, seni e zigomi apparivano ombreggiati, altre linee sezionavano bocche e addomi". Anche il ruolo della Mansfield è ingigantito nel film: lo stuntman Seagrave trova la morte imitando il suo incidente, arrivando a impersonare l'attrice mettendosi una parrucca bionda e inscenando persino la nemesi del suo chihuahua, con una maniacale cura dei particolari. Nel romanzo, Seagrave muore travestito da Elizabeth Taylor. Questo è il passo: "Più tardi mi resi conto che ciò che l'aveva maggiormente sconvolto era non la morte di Seagrave, bensì il fatto che, con la collisione in parrucca e costume di Elizabeth Taylor, questi avesse svuotato di senso la morte vera che lui s'era riservata per sé. Nella sua mente, da quell'incidente in poi, l'attrice cinematografica era ormai morta. Tutto quello che gli restava da fare era di attendere alle formalità di tempo e luogo, alle entrate della carne di lei in un matrimonio con lui che già era stato celebrato sull'insanguinato altare dell'auto di Seagrave". 

Anche se ritengo l'Inghilterra l'ambientazione ideale di Crash, devo dire che Cronenberg è riuscito a rendere molto bene lo sfacelo ontologico non solo dei protagonisti, ma dell'intera società. Nelle cupe vie di una metropoli canadese si respira l'aria degli Ultimi Giorni. Il Demone della Follia non si limita a emergere nei protagonisti: aleggia sull'intero paese annientandovi gli ultimi residui di umanità. Questo appare chiaro dal rito oscuro della ricreazione dell'incidente mortale di James Dean: una folta folla assiste al periglioso spettacolo, contagiata dall'eccitazione per la velocità e per il sangue. Tutti aspetti che nel romanzo non sono trattati, o a cui si fa soltanto una sfuggevole allusione. Rispetto al libro, la drammaticità della scena è molto più intensa. Ottime le musiche di Howard Shore.  

L'estrema morbosità di una moglie 

In una scena, la bionda e languidissima Catherine giace nuda col marito che le scava con l'erezione nel vaso procreativo. Lei socchiude gli occhi come la Marini e se ne esce in un torrente di oscenità. Tempesta James di domande a cui lui non dà una risposta. Così gli sussurra, chiedendogli se ha mai fellato un uomo, se ha mai bevuto lo sperma. Gli dice che lo sperma di ogni uomo ha un sapore diverso e gli chiede come secondo lui sarebbe il gusto del liquido seminale di Vaughan, se sarebbe aspro o meno. Gli chiede anche se vorrebbe sodomizzare lo sfregiato, se vorrebbe intrudergli nel retto il fallo eretto, spingendo nello sterco. Una donna simile è davvero di un'incredibile rarità. In genere le donne provano una grandissima ripugnanza per gli atti omosessuali tra uomini, e non ho mai sentito di una moglie che si eccita a istigare il marito alla bisessualità. Credo che queste cose diano la misura di quanto poco mainstream siano i contenuti ballardiani. Un caro amico crede sinceramente che James G. Ballard sia un autore di massa e che le sue creazioni siano condivise da un vasto pubblico. Le ragioni di questa opinione mi sono sconosciute e più incomprensibili di una lingua aliena. Forse in certi ambienti c'è molta gente che si fa vanto di conoscere Ballard mentre in realtà usa i suoi libri come soprammobili. Credo che non si dovrebbe mai pensare che ogni libro acquistato sia in automatico un libro letto e assimilato. 

Censura e persecuzione 

Negli Stati Uniti la proiezione del film è stata boicottata e posticipata. Nel Regno Unito il ministro Bottomley ha bandito una crociata per ottenere la censura della pellicola, da lui accusata di essere pornografica. L'iniziativa del ministro Bottomless ha più o meno lo stesso senso della risibile crociata contro il buco del culo lanciata da Silvana de Mari. In Italia il film ha destato le ire di vari radical shit e precursori dei piddioti. In quell'immondissima cloaca che è Repubblica, si può leggere un intervento meritevole di ludibrio, scritto da Irene Bignardi. Eccone un estratto: "Crash resta una baracconata disonesta che nella povertà intellettuale di fine millennio rischia di diventare un pericoloso oggetto di culto per guardoni e cinefili boccaloni". Forse è cosa pietosa tacere le mie opinioni su tali affermazioni desolanti, superficiali e futilissime, o ne risulterebbe un torrente di ingiurie efferate. Quello che l'autrice di Repubblica ignora è un dato di fatto molto semplice. I personaggi di Crash ben difficilmente potrebbero essere imitati da qualcuno, tanto ripugnante è la loro patologia dell'anima, tanto sfrenata è la loro perversità. Molto più pericolose sono le parole che Lucio Battisti cantò nel suo celeberrimo brano Emozioni"E guidare come un pazzo a fari spenti nella notte per vedere se poi è tanto difficile morire". Infatti, a differenza del James Ballard interpretato da James Spader, Battisti era un riferimento e un modello antropologico per milioni di giovani, che nelle sue parole riponevano ogni loro sogno e ogni loro speranza. Dubito che si trovino molti uomini in grado di avere un'erezione e di perdere sperma durante un incidente stradale, ma senza dubbio qualcuno sarà stato spinto a schiantarsi dalle parole istigatorie di Emozioni.  

Altre recensioni:

Memorabile e pienamente condivisibile è quanto scritto sul Morandini:

"Il libro di Ballard non poteva non stimolare un regista che fa dal 1966 un cinema dell'horror biologico, fondato sul polimorfismo della sessualità e sulla trasformazione del corpo attraverso le macchine. Frutto di un'inconfondibile cifra stilistica e di un immedicabile pessimismo, Crash celebra la morte del sentimento e allunga la lista dei film catastrofici del Novecento al suo epilogo. Forse è già un film del 3° Millennio."