giovedì 20 febbraio 2014

LA LINGUA NEOITALIANA

Tendenze al mutamento fonetico non risparmiano la lingua italiana, anche se la loro azione al momento sembra meno intensa dell'evoluzione innescata nel dopoguerra in tedesco e nell'inglese d'America. Il cambiamento fonetico che ho evidenziato non colpisce tutti i parlanti: gran parte della popolazione sembra esserne esclusa. Si manifesta principalmente nelle più giovani coorti d'età (< 20 anni), anche se non manca di contagiare soggetti più maturi. Si tratta di un processo che comporta l'apertura delle vocali toniche "e" /ɛ/ e "o" /ɔ/ in vari gradi. Presso molti parlanti le vocali aperte toniche sono realizzate rispettivamente come /æ/ e /å/, mentre in altri sono confuse addirittura in /a/. Le vocali /e/ e /o/ atone nei suffissi si pronunciano più aperte che in italiano standard, anche se questo fenomeno non è presente in tutti i soggetti in questione. Ecco che anziché "va bene" si sente dire "vabbàne". Il fenomeno è iniziato trasformando tutte le vocali toniche chiuse /e/ e /o/ in vocali aperte /ɛ/ e /ɔ/, articolando ad esempio "amòre" e "cèna", quindi aprendo ulteriormente questi suoni. Mi è così capitato di sentire una ragazza dark pronunciare "am(m)àre" anziché "amore", con la stessa /a/ di "cane", ma dotata di maggior tensione, tanto sguaiata che la trascrivo con "à". In modo simile diceva "m'annàio" anziché "m'annoio"; "alle sàtte" anziché "alle sette"; "lo sà" anziché "lo so", con la vocale più tesa rispetto a "lo sa", come se la distinzione tra la prima e la terza persona singolare del verbo stesse nell'intensità dell'accento. La tendenza sembra condurre a un risultato ben stravagante: la sostituzione di tutte le vocali /e/, /ɛ/, /o/ e /ɔ/, toniche e atone, con un unico suono: /a/. Un fenomeno simile deve essere accaduto nell'antenato preistorico del sanscrito, in cui le vocali indoeuropee */a/, */e/, */o/ sono collassate tutte in /a/, già in epoca vedica. Quanto sta accadendo in italiano non è un tratto dialettale, ma l'inizio di un vero e proprio neoitaliano. Si nota come la pronuncia in questione sembra essere diffusa a Roma come a Milano. Va anche specificato che è più marcata nei parlanti di sesso femminile, a cui tendo ad imputare l'inizio del cambiamento. Con un po' di immaginazione si possono prevedere esiti catastrofici: l'apertura di /i/ in /e/ e di /u/ in /o/, e un nuovo ciclo di mutazioni con le nuove vocali /e/ e /o/ che a loro volta si confondono in /a/. Si finirebbe così con l'arrivare al punto che l'inizio dell'Inferno di Dante sarà letto nelle scuole in questo modo: 

"Nal mazza dal camman da nastra vata
Ma ratravaa par ana salva ascara
Chà la daratta vaa ara smarrata".

Una simile pronuncia della Divina Commedia era riportata come aneddoto dal Marzolla, classicista famoso per la sua teoria allucinatoria sull'origine sanscrita dell'etrusco: egli riferiva di uno studente goliardico che presentava tutto ciò come traduzione delle opere di Dante in sanscrito. Quello di cui stiamo qui trattando non è tuttavia uno scherzo. Supponiamo adesso che l'umanità sopravviva per un tempo sufficiente e che una forma di inglese veicolare non spazzi via la maggior parte delle altre lingue. Essendo il fenomeno iniziato dalle ragazze e da loro portato avanti, tale parlata finirebbe nei secoli con l'imporsi a tutti gli italofoni - siccome questo mondo abominevole ruota intorno al "buco".

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