giovedì 4 giugno 2015


PIANETA TERRA: ANNO ZERO

Titolo originale: 日本沈没, Nihon chinbotsu
Titoli americani: The Submersion of Japan;
  Tidal Wave
Lingua originale: giapponese
Paese di produzione: Giappone
Anno: 1973
Durata: 140 min
Colore: colore
Audio: sonoro
Genere: fantascienza
Regia: Shirō Moritani
Soggetto: Sakyō Komatsu (romanzo)
Sceneggiatura: Shinobu Hashimoto
Effetti speciali: Teroyoshi Nakano
Casa di produzione: Toho Company
Musiche: Masaru Satō
Interpreti e personaggi:
  Hiroshi Fujioka: Onodera Toshio 
  Ayumi Ishida: Abe Reiko  
  Keiju Kobayashi: Professor Tadokoro 
  Tetsuro Tanba: Primo Ministro Yamamoto
  Rhonda Leigh Hopkins: Fran
  Lorne Greene: Ambasciatore Warren Richards 
  Shogo Shimada: Watari
  John Fujioka: Narita
  Andrew Hughes: Primo Ministro australiano
  Nobuo Nakamura: Ambascatore del Giappone
  Haruo Nakajima: Autista del Primo Ministro
  Hideaki Nitani: Dottor Nakata
  Hitsao Natsuyagi: Yuki
  Yusuke Takita: Professore assistente Yukinaga

Trama e recensione (da Fantafilm.net):

A bordo di un sottomarino alcuni scienziati, studiando il comportamento di una immensa faglia sui fondali delle isole giapponesi, si rendono conto che è imminente uno sconvolgimento sismico di portata colossale. Nessuno crede alle loro voci allarmate e quando cominciano a verificarsi terremoti di intensità inaudita è ormai troppo tardi per effettuare l'evacuazione del paese. Una formidabile serie di eruzioni sprofonda il Giappone negli abissi marini.

Pur appartenendo propriamente al filone catastrofico, il film è spesso considerato una drammatica metafora fantapolitica dei difficili rapporti tra il Giappone e l'Occidente. Non a caso nel corso della vicenda il Giappone si ritrova da solo ad affrontare l'emergenza, un po' per la superficialità dei suoi governanti, ma anche per il rifiuto del mondo occidentale ad accogliere l'ipotesi di ospitare una straripante massa di profughi. L'incubo della catastrofe che da sempre accompagna la produzione cinematografica giapponese, stavolta, è interpretato in chiave più tragica poichè non risolto con la finzione dei vari Godzilla, ma proiettato in uno scenario apocalittico nel quale l'identità culturale isolazionistica orgogliosamente e fedelmente ribadita si frantuma senza speranza. Distribuito in America, il film fu ampiamente sforbiciato fino a durare 90 dei 140 minuti originari e - secondo una prassi non nuova - integrato con sequenze interpretate da Lorne Greene e filmate dal regista Andrew Meyer.

Aggiungo alcune mie riflessioni: 

Uno dei primi film di fantascienza che ho visto, all'epoca ero ancora uno scolaretto. Mi ha lasciato profondamente turbato, perché in pochi attimi ha squarciato il guscio di quotidiana tranquillità in cui ero rinchiuso nella mia esistenza larvale. In particolare qualcosa è cambiato in me quando alla fine del film - e non posso evitare lo spoiler - si annunciava una notizia che all'epoca ho ritenuto spaventosa: il catastrofico processo tettonico che aveva annientato il Giappone si sarebbe esteso all'intero pianeta, trasformandolo in una distesa di acqua senza alcuna terra emersa. Questo ha innescato in me una consapevolezza nettissima dell'incombente distruzione del mondo da me conosciuto e dell'intero genere umano. Un percorso senza ritorno: si capisce che non si può dar nulla per scontato e che l'ordine cosmico in cui tutti viviamo è posticcio, può venir meno da un istante all'altro, in modo irreversibile, come una maschera che si stacca da un fantoccio, come un fuscello spazzato via da uno tsunami. A distanza di tanti anni, la natura profetica di questo film è sotto gli occhi di tutti. 

Suicidio etnico  

Riguardando il film in tempi recenti, dopo molti cicli solari dall'epoca in cui frequentavo la scuola media, sono rimasto colpito da un particolare che era stato cancellato dai mei banchi di memoria stagnante. Credo che questa rimozione chirurgica sia stata provocata dell'orrore eccessivo che le informazioni ricevute avevano causato in me, anche se ero solo un moccioso. Passo a descrivere le sequenze in questione. Il Giappone è condannato, sta rovinando e presto sarà inghiottito dalle acque. Le città bruciano e la popolazione è in via di evacuazione, ma resta un anziano nella sua casa simile a un tempio shintoista, in un distretto montuoso e difficilmente accessibile. Il saggio si rifiuta di abbandonare la sua terra natia, ben consapevole della sua prossima fine. Questo è il dialogo che ha con il protagonista, il professor Tadokoro, e con i suoi compagni: 

Maestro:
- Così dovremo dare un addio ai laghi e alle dolci montagne del Giappone. Che cosa abbiamo fatto per meritare questo castigo? Dimmi, Tadokoro, perché una così grave sciagura si deve abbattere sul nostro Paese? 


Discepolo:
- Non lo so, Maestro, ma so che la Scienza è impotente di fronte a cataclismi di questo genere. Non possiamo fare altro che restare a guardare, aspettare la fine del nostro popolo, aspettare la nostra ora.   

 
Discepolo:
- Maestro, è inutile farsi delle illusioni. Ora è il momento di agire. Dobbiamo pensare alla salvezza della nostra gente.

Maestro:
- E delle nostre tradizioni.

Discepolo:
- Già. 

 
Maestro:
- Solamente se la nostra gente non sarà dispersa. Solo se potremo concentrare il nostro popolo in un unico territorio potremo salvarle. La nostra poesia, la nostra filosofia, non devono morire in questo cataclisma. 

 
Discepolo:
- Purtroppo le cose non sono così semplici. Il nostro popolo supera i 100 milioni. Capisce? Nessun continente è in grado di ospitare tanta gente. Il governo è orientato a chiedere alle altre nazioni di ospitare la nostra gente a piccoli gruppi. 

 
Maestro:
- Se è così, è davvero la Fine, signori. 


L'anziano saggio ha ancora l'illusione di poter impedire che la cultura giapponese possa essere salvata, ma presto il procedere degli eventi calamitosi lo induce ad abbracciare l'Estinzione. All'inizio egli credeva che potesse esistere un nesso di causa-effetto tra il popolo del Giappone e la catastrofe, qualcosa di razionalmente comprensibile. Di fronte alla portata degli eventi, questa illusione si dilegua, sostituita dalla consapevolezza della colpa ontologica. Le tradizioni nipponiche, la lingua peculiare di quella nazione gloriosa, sono legate indissolubilmente all'esistenza fisica del Paese delle Montagne, Yamato, con i suoi kami, le sue divinità. Se Yamato sprofonda nelle acque, sbriciolato dai terremoti, allora la stessa identità della sua gente deve per necessità perire. Ecco un secondo dialogo - il testamento del Maestro - più breve della conversazone sopra riportata, ma ben più terribile:

Discepolo:
- Addio, Maestro! 

 
Maestro:
- Addio. Il nostro compito è finito. Il nostro popolo non esiste più. La prego, insegni ai giapponesi sparsi in tutto il mondo il rispetto per le leggi e i costumi dei popoli che li hanno ospitati e che si integrino. Bisogna evitare che formino dei gruppi etnici separati dagli altri: sarebbe una disgrazia più grande di quella che è loro capitata. 


La perdita di una lingua e di una cultura è una tragedia per ogni gruppo umano. L'idea stessa che un popolo possa ridursi a gruppuscoli di esuli simili a fantasmi, incapaci di ricordare la loro stessa essenza passata, mi riempie di sgomento e mi fa rabbrividire. Trovo che sarebbe preferibile di gran lunga il totale annientamento fisico a una simile sopravvivenza spettrale.

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