giovedì 24 maggio 2018

DIALETTO: UNA PAROLA CONTROVERSA

Non esiste una definizione scientifica e rigorosa di cosa si debba intendere per "dialetto". Poche parole sono più problematiche e ambigue di questa. La confusione che la circonda è davvero troppa, considerato quanto è capillare il suo uso. Questi sono i significati più comuni:

1) Varietà di una lingua;
2) Una lingua in contrapposizione a un'altra, in genere a
lla lingua ufficiale di una nazione;
3) Una lingua parlata in una singola località o comunque in un contesto territoriale ristretto, in rapporto a una lingua parlata in un'area più estesa;
4) Una lingua non scritta, soprattutto se parlata da popolazioni considerate "primitive", "selvagge", "non civilizzate"
5) Qualsiasi lingua di cui un topo di biblioteca chiamato "grammatico" non abbia fissato la struttura in un tomo chiamato "grammatica".

Più preciso è il Vocabolario Treccani, che combina le prime tre definizioni sopra riportate integrandole: oltre a definire il dialetto come realtà il cui contesto culturale e geografico è limitato, insiste molto sull'assenza del prestigio tipico di una lingua nazionale, o sul fatto che questo prestigio, un tempo esistente, è andato perduto dopo una fase di declino. Inoltre, cosa non meno importante, perché un sistema linguistico possa essere definito come "dialetto" è necessaria l'appartenenza a un gruppo di sistemi linguistici di origine comune, che condividono un certo numero di innovazioni. Per chi volesse approfondire l'interessante argomento, rimando senz'altro al sito web Treccani.it, astenendomi da riportarne in questa sede i testi coperti dal diritto d'autore.



Si converrà che tale trattazione possa risultare di difficile comprensione per le persone meno istruite. Il pregiudizio volgare, plasmato da decenni di propaganda scolastica e di bombardamento televisivo, interpreta tuttora la parola "dialetto" in modo fortemente spregiativo. Così, per ovviare a questo problema, è stato proposto l'uso di locuzioni come "lingua locale" o "lingua regionale". Una bella strategia, non c'è che dire: per fare un paragone, proviamo a immaginarci un dittatore come Pinochet, ma reso buonista e rimbambito dalla demenza senile, che intenda restituire la dignità a prigionieri politici che ha fatto immergere in vasche di feci e a cui ha fatto strappare le unghie. Ecco le lacrime del coccodrillo! Prima fare di tutto per annientare, poi, di fronte ai perseguitati distrutti, innalzarli su un trono di cartapesta. Questo è il teatrino massonico. 

Vita, agonia e morte dei dialetti italiani  

Realizzata l'unità nazionale, le politiche dei Savoia per imporre l'italiano del Manzoni come unica lingua furono molto aggressive, anche se poco efficaci nel breve e nel medio termine. Il fine era quello di eradicare fino all'estinzione completa ogni parlata popolare. Questo processo di italianizzazione linguistica forzata era chiamato in sintesi "fare gli Italiani". Ricordo un interessante articolo, purtroppo perduto, in cui si descriveva con grande efficacia il processo di diffusione di una lingua italiana sostanzialmente artificiale. All'epoca dell'Unità d'Italia, l'italiano era la lingua parlata di una percentuale molto piccola della popolazione. I maestri erano costretti ad insegnarlo nelle scuole del Regno come una lingua straniera. Il giornalista diceva che sua madre e sua suocera, una modenese e l'altra toscana, ignorando entrambe l'italiano, per comunicare avevano bisogno dell'interprete. La terribile suocera, trasferita a Modena, quando andava a messa restava sconvolta dalla pronuncia usata dal prete e dai fedeli, sbottando di continuo in un "Ché, ché, ché! Questi 'un son cristiani!": le formule latine, storpiate dai modenesi in un modo diverso da quello usato dai toscani, le sembravano un modo volgare e blasfemo di rivolgersi a Dio. La Grande Guerra, si diceva nell'articolo, mescolò sangue, pidocchi e dialetti di tutt'Italia, portando a un lieve miglioramento nelle comunicazioni. Tuttavia, per molti, l'italiano rimase a lungo soltanto la lingua dei telegrammi ("mamma indisposta rientrare subito") e delle autorità. Il regime fascista fece di tutto per imporre l'italiano come unica lingua, ma a vincere la battaglia contro i dialetti fu la televisione. Il ruolo di Mike Bongiorno e di Lascia o raddoppia? fu determinante. Altrettando fondamentale fu l'opera di Totò, che con i suoi film insegnava l'italiano agli Italiani, mettendoli in guardia da errori di ogni genere, travestendo l'istruzione in forma di battute esilaranti. La scuola aveva fatto di tutto, era ricorsa ad ogni mezzo repressivo per estinguere i dialetti, fallendo la sua battaglia contro gli "asini", gli alunni recalcitranti che reagivano all'indottrinamento rifiutandosi di imparare la lingua imposta. La televisione, mostro sacro, fece piazza pulita di tutto. Il giornalista modenese riportava il caso di un'anziana maestra. Quando aveva iniziato il suo magistero scolastico, la donna aveva dovuto combattere contro l'italiano dialettizzato dei suoi studenti, che infarcivano i loro temi con parole come pita "tacchino" e via discorrendo. Avvicinandosi alla pensione, la maestra si era resa conto che qualcosa era cambiato nei bambini: tutti si esprimevano nell'italiano piatto e disadorno della televisione! Certo esistono ancora numerosi parlanti dei dialetti della Penisola, tuttavia mescolano l'idioma avito con l'italiano (code mixing e code switching), nativizzano parole italiane - ma soprattutto la Dea della Gioventù non mette alcuna ghirlanda di fiori sul loro capo.

Un reperto della massima importanza

Tempo fa recuperai un libro di storia ad uso delle scuole medie, consunto e mezzo mangiato dai pesciolini d'argento, che era appartenuto a mio padre (RIP). Era molto sintetico, ma non per questo privo d'interesse. Quello che più mi colpì fu la descrizione di un mito pseudognostico risorgimentale sull'origine del dialetti, descritti come invenzioni di un genio malefico per far sì che gli Italiani non si intendessero gli uni con gli altri e obliassero le proprie origini. L'idea fondante era la seguente: essendo l'Italia erede dell'Impero Romano, le sue popolazioni dovevano continuare l'eredità dell'Urbe antica - ovviamente in contrapposizione ai "barbari" - solo che nel corso dei secoli avevano perso ogni consapevolezza del proprio passato comune. Così si affermava che l'antica lingua italiana era cambiata per degenerazione e imbastardimento, dando origine al complesso panorama delle parlate definite "dialetti". Le origini massoniche di questo mito sono lampanti.

Propaganda risorgimentale massonica

Non si creda che la religione civica massonica che ispirò il Risorgimento sia del tutto estinta: ne perdurano ancor oggi vestigia. Ricordo ancora quando in un ufficio in cui mi è toccato recarmi per lavoro, i miei occhi sono stati colpiti da un manifesto totalitario. Sotto le sagome di alcuni figuri, in verità piuttosto loschi, seduti davanti a un bar, campeggiava la scritta propagandistica "Itali siam tutti". Per un cimbro dell'altopiano di Asiago, per un greco del Salento o per un albanese di Calabria non c'è posto: non essendo "itali", secondo questa visione politica dovrebbero sparire, in quanto la loro stessa esistenza dà fastidio ai ministri del culto risorgimentale. Manzoni, che fu un gran malfattore, considerò sempre sua fonte d'ispirazione il concetto di "Italia una di sangue, di lingua e d'altar" (o "una d'arme", ci sono diverse varianti). Quindi, per chi propugnò queste idee deleterie, in Italia non ci sarebbe posto nemmeno per un valdese. Quale ipocrisia, le parole sull'unità di altare pronunciate da un giansenista che si finse un cattolico-belva per convenienza personale!

Il razzismo di un antirazzista

Posso fornire la testimonianza delle conseguenze luttuose della politica applicata alle lingue galloitaliche, più note alle masse come "dialetti del Nord Italia". La Lega Lombarda di Umberto Bossi, poi divenuta Lega Nord (quindi soltanto Lega per decisione di Matteo Salvini), cercò di rilanciare le lingue galloitaliche, pur fallendo su tutta la linea. Un risultato concreto ottenuto dal partito völkisch è stato quello di fomentare l'avversione verso le parlate da promuovere. Infatti nella mitologia di una sinistra ormai lontana anni luce da Marx, i leghisti sono bollati come "razzisti" e "fascisti", più per tradizione polemica che per oggettivi riscontri nella realtà. Così, se anche una persona ritenuta "razzista" e "fascista" sostenesse qualcosa di utile, la sua proposta sarà per necessità considerata un male da combattere. Anni fa mi capitò di discutere dei dialetti con un informatico che era venuto in ufficio per sistemarmi il computer. Questo individuo sosteneva, per avversione politica, che ogni dialetto lombardo fosse soltanto una degradazione dell'italiano. Così, per fare un esempio, definiva la frase "schiscia ul butùn" come forma degradata dell'italiano "schiaccia il bottone". La "degradazione" sarebbe derivata a suo dire dall'errata imitazione dell'italiano da parte di persone illetterate. Per colmo del paradosso, questo ragazzo, che si professava "antirazzista", applicava categorie tipiche del razzismo biologico nel descrivere il locutori delle lingue galloitaliche, ritenuti da lui "subumani". Ho cercato di spiegargli l'origine delle lingue romanze a partire dall'evoluzione del latino volgare, ma non sono riuscito nemmeno a farmi capire. La Scienza non può nulla contro le storture dell'ideologia!

Il giusto uso della parola "dialetto" 

Qual è il vero senso della parola "dialetto"? A parer mio, per spiegare una parola di origine greca, bisogna rifarsi alla lingua degli antichi Elleni. Il termine διάλεκτος (dialektos) ha i seguenti significati: 

1) discorso, conversazione; discussione, dibattito, argomento
2) lingua comune, parlata; linguaggio articolato, lingua
3) la lingua di un paese; varietà della lingua greca (es. attico, ionico, dorico)
4) parola o espressione locale
5) modo di parlare; accento
6) stile, dizione poetica
7) qualità, "idioma" (detto di strumenti musicali)

A quanto si può vedere, la parola "dialetto" non può avere in sé un significato spregiativo. Non c'è nulla nella sua etimologia (da διά "attraverso", λέγω "io dico, parlo") che possa far pensare a qualcosa di indegno. L'origine è la stessa della parola "dialogo". Non può e non potrà mai significare "sottolingua" o "lingua degenere": questi falsi significati le sono stati annessi dai massoni risorgimentali e dalle maligne istituzioni scolastiche. Così professo di non avere colpa alcuna parlo di "dialetti italiani", usando una denominazione geografica, o se uso locuzioni come "dialetti lombardi", "dialetti piemontesi", "dialetti siciliani" e via discorrendo. Non posso tuttavia dire di aver superato le difficoltà descritte: enormi sono le possibilità di essere fraintesi, qualunque discorso si faccia. 

Un problema non di poco conto

Come visto consultando l'Enciclopedia Treccani online, è chiaro che un dialetto in genere appartiene a un gruppo di parlate simili, ossia a un continuum. Così si può dire che il milanese, il pavese, il bergamasco e il bresciano sono dialetti della lingua lombarda, oppure che la lingua lombarda è parlata in diverse varietà, tra cui il milanese, il pavese, il bergamasco, il bresciano, etc. Non esiste tuttavia una lingua lombarda ufficiale, codificata, di riferimento. Se si cercasse di prendere il milanese di Carlo Porta e di farne una lingua standard, ci sarebbero sollevazioni popolari. Sarebbero rivolte senili, ma non per questo meno accese: già la Brianza, in cui si parlano dialetti molto affini al milanese, è abitata da gente campanilista che impedisce qualsiasi operazione volta a definire una lingua lombarda di riferimento. Questi sentimenti bellicosi sono tra le cause del declino di tutte queste parlate, che non vengono trasmesse alle giovani generazioni e che si estingueranno in breve volgere di tempo. Mentre parlo, a Seregno muoiono tre o quattro persone ogni santo giorno che passa, e nella massima parte dei casi si tratta di anziani dialettofoni. Azrael sta falciando innumerevoli uomini e donne dagli ottant'anni in su. Ognuno di questi defunti è un parlante lombardo in meno, che non sarà mai sostituito. Ade non ha mai restituito nessuno.

Anche l'italiano è un dialetto

Tecnicamente parlando, ogni lingua ufficiale è uno specifico dialetto che ha avuto più fortuna di altri, riuscendo ad imporsi per mezzo della politica. Va inoltre ricordato che una lingua dotta, usata per fini politici, culturali e scientifici, è in buona sostanza una creazione artificiale. L'italiano che parliamo non sfugge a queste regole. Consiste infatti di una base formata da parole passate per la genuina usura popolare, che ne costituiscono l'ossatura (es. cane, gatto, albero, pietra, muro, mare, occhio, orecchio, fiorefiume, riva, miele, etc.), su cui si sono stratificati innumerevoli vocaboli presi dal latino letterario (es. applauso, auscultare, floreale, plumbeo, aureo, lene, mensile, mestruo, clausura, sessuale, etc.) e dal greco (es. problema, filosofo, poema, fantasia, fantasma, ecclesiastico, pederasta, coprofagia, etc. - oltre a formazioni come clorofilla, elicottero, brontosauro, triceratopo, pterodattilo, etc.). Potremmo dire che la lingua italiana da noi parlata e scritta è viva solo grazie a massicce trasfusioni dalle lingue classiche.

Un bel paradosso! 

Spesso la lingua italiana è chiamata lingua di Dante. Anch'io uso di solito questa locuzione. Nonostante ciò, l'italiano che usiamo quotidianamente è più che altro la lingua elaborata da Manzoni. Si noterà infatti che I promessi sposi è un'opera di lettura assai scorrevole e lineare, per quanto deprimente, mentre l'italiano di Dante è difficile e richiede studi approfonditi. Se andassi in giro a parlare la sublime lingua in cui Dante scrisse la Commedia... non soltanto non sarei affatto capito, ma sarei considerato un folle!

venerdì 18 maggio 2018

LE ORIGINI DEL BUNGA BUNGA!


Tutti su questo pianeta conoscono la locuzione bunga bunga, con le sole eccezioni degli antropofagi dell'isola di Sentinel e forse di qualche tribù incontattata dell'Amazzonia. Forse. Infatti è possibile che anche tra le più isolate genti della foresta peruviana e brasiliana sia giunta qualche notizia sui festini orgiastici della villa di Hardcore, che tanto scalpore hanno suscitato tra le genti all'epoca del Governo Berlusconi IV. Una grande pubblicità per questo paese, non c'è che dire. Ricordo ancora il sorprendente caso di un connazionale che andò in Botswana, un paese remoto e ancora pagano dell'Africa: appena fece sapere la sua provenienza con un legnoso "Hello, I am from Italy", si sentì salutare così: "ITALIANO BUNGA BUNGA!". Persino in Afghanistan, i Talebani sapevano tutto e ne ridevano. Il colmo si ebbe quando in Argentina fu aperto un bordello intitolato Palacio Berlusconi, il cui proprietario intendeva replicare proprio il famoso rito, il bunga bunga! Quattro sillabe soltanto, che mimano il rumore prodotto dallo stantuffare di un fallo turgido nell'intestino retto, sono bastate a sconvolgere il mondo - anche se a quanto pare si trattava più che altro di lingue che scavavano a fondo negli orifizi femminili. 


Primi tentativi di spiegazione

Sorge a questo punto una domanda. Quali sono le origini del bunga bunga? A quanto è possibile ricostruiere dalla testimonianza dei mass media, la grottesca locuzione cominciò a diffondersi nel 2010. Era a quei tempi opinione comune che Berlusconi avesse appreso il costume del bunga bunga da Muammar Gheddafi, che avrebbe chiamato in quel modo una sessione orgiastica fondata sul sesso anale con prostitute (il condizionale è d'obbligo). L'immaginario italiano trovò naturale far entrare il bunga bunga nel proprio vocabolario, dato che il suono africanoide evocava qualcosa di esotico, sfrenato e primitivo. Oggi queste vocalizzazioni sarebbero definite "razziste", ma soltanto pochi anni fa non ci badava nessuno. Quando venni a conoscenza di questa attribuzione a Gheddafi di una simile onomatopea, rimasi subito molto perplesso e dichiarai il mio scetticismo. Non può avere nulla di arabo, compresi all'istante. Già, perché non è una pretesa così assurda: dal momento che Gheddafi si esprimeva in arabo libico, ci saremmo aspettati un vocabolo tratto da tale lingua, magari adattato in modo grossolano all'italica fonotassi. Non ci pensai troppo a lungo, avendo ben altri problemi - tra l'altro Berlusconi profondeva un impegno indefesso nella causa della censura e dell'annientamento dei blog.


La beffa della Dreadnought

Indagando negli antri del Web, sono riuscito a risalire a una notizia davvero singolare. Nel 1910, esattamente un secolo prima dell'emergere del bunga bunga berlusconiano, un gruppo di rampolli della buona società inglese organizzò una tremenda bravata goliardica. L'ideatore della burla fu il poeta irlandese Horace de Vere Cole, conosciuto per il suo carattere burlone, non dissimile da quello del Marchese del Grillo. Accadde così che lui e cinque suoi amici si travestirono annerendosi il volto, mettendosi barbe posticce, indossando lunghi abiti bianchi e coprendosi il capo con voluminosi turbanti. L'identità di questi buontemponi non è un mistero. Ecco i nominativi: Virginia Stephen, che in seguito sarebbe diventata famosa come Virginia Woolf; suo fratello Adrian Stephen; lo scrittore e  militare Anthony Buxton; l'avvocato dell'Alta Corte Cecil Guy Ridley e il pittore Duncan Grant. Cole intendeva spacciarsi per l'Imperatore dell'Abissinia e presentare gli altri come suoi dignitari, allo scopo di visitare la corazzata britannica Dreadnought (ossia "Intrepida", da to dread "temere" e nought "niente"). Così fu fatto e tutto andò alla perfezione. L'Imperatore fittizio d'Abissinia e i principi fasulli ispezionarono la nave da guerra mostrando grande interesse. Ogni volta che veniva loro mostrata qualche meraviglia della tecnologia dell'epoca, esprimevano un'immensa ammirazione esclamando: "BUNGA BUNGA!". Questi aristocratici rentiers, che non lavoravano o lo facevano per hobby, simulavano conversazioni abissine alterando versi dell'Eneide, appresi nel corso dei loro studi nelle più esclusive università. Virginia Stephen, che in seguito avrebbe incantato le lesbiche di mezzo mondo, si presentò addirittura come Principe Mendex, parola chiaramente derivata dal latino mendax "bugiardo, menzognero". Sembra evidente che l'educazione dei militari britannici non includesse grandi nozioni di lingue classiche, visto che all'Impero servivano soldati con le palle di granito fumante e non filologi classici. Così il comandante della nave, Sir William May, non ebbe la possibilità di accorgersi che lo stavano tirando per il culo. Tutto si concluse per il meglio, nonostante piccoli incidenti (uno scroscio di pioggia minacciò di sciogliere il trucco degli impostori). Invitati a pranzare a bordo della Dreadnought, i finti abissini rifiutarono con una scusa speciosa: non era loro possibile accettare l'invito per via delle complesse norme alimentari a cui erano soggetti i membri della casa imperiale. La beffa non rimase senza conseguenze: lo stesso Cole fece in modo che divenisse di pubblico dominio. In breve, su tutti i principali quotidiani comparve una foto del gruppo assieme al resoconto dell'impresa. La Royal Navy, coperta di ridicolo e oggetto di satira, chiese subito l'arresto dei burloni. Dato l'immenso potere massonico delle università, il gruppo non conobbe il processo e la prigionia. La punzione fu soltanto simbolica. Ai soli uomini fu assestata una bastonata rituale sulle natiche, che aveva più che altro l'effetto di sottoporre i colpevoli a un'umiliazione. Alla pena scampò Virginia Stephen, il cui delicato deretano fu ritenuto degno di rimanere inviolato. Cinque anni dopo, nel 1915, quando la Dreadnought affondò un sommergibile tedesco, un telegramma di congratulazioni riportava soltanto due parole: "BUNGA BUNGA!". Anche il CICAP ha sentito la necessità di occuparsi dell'argomento, per quanto non veda in esso neppure una traccia di paranormale. 



La questione della pronuncia

Sul Western Daily Mercury comparve a caratteri cubitali il titolo "Bunga Bungle!", ossia "il pasticcio del bunga (bunga)", che giocava sull'assonanza. Questo pone un problema. Dal momento che la pronuncia di bungle è /ˈbʌŋɡl/, sorge il dubbio che bunga bunga potesse suonare /ˈbʌŋɡǝ ˈbʌŋɡǝ/ anziché /ˈbʊŋɡǝ ˈbʊŋɡǝ/, come sarebbe invece naturale. Questo anche perché la colorita espressione si è diffusa soprattutto a mezzo stampa, potendo dar quindi origine a pronunce ortografiche. Gli anglofoni posseggono un sistema molto ingegnoso quanto molesto per scrivere correttamente le parole e i nomi propri che sentono pronunciare: ne domandano lo spelling, ossia la ripetizione rituale e salmodiante dei nomi delle lettere dell'alfabeto che compongono la forma scritta. Così il Signor Beauchamp, il cui cognome suona /'bi:tʃǝm/, intonerà una cantilena irritante scandendo con cura maniacale: "bee, ee, a, u, cee, haitch, a, em, pee". Peccato che non sia mai stato elaborato il procedimento inverso, in grado di permettere di ricostruire la corretta pronuncia dalla forma scritta di una parola senza poterla ascoltare direttamente. Senza un simile espediente, un lettore si troverà incapace di articolare correttamente un nome sconosciuto e inventerà pronunce ortografiche. Aleister Crowley inventò un rimedio rudimentale, ma non riuscì a renderlo generale. Aveva composto alcuni versi inequivocabili per spiegare il giusto suono del suo cognome: The name is Crowley, it rhymes with holy. It isn't Crowley that rhymes with fouly. Con Noam Chomsky la cosa non ha funzionato: il cognome è pronunciato dai più con il suono iniziale di cheese, mentre la pronuncia corretta inizia con il suono aspirato di loch. La controversia sulla pronuncia anglofona di bunga bunga è presto risolta facendo un giro in Youtube: è sicuramente /ˈbʌŋɡǝ ˈbʌŋɡǝ/. Avrei dovuto arrivarci subito, data l'assonanza con bum "chiappe" e bumhole "buco del culo", a loro volta di origine onomatopeica. 



Ulteriori evoluzioni 

In seguito alla beffa della Dreadought, la locuzione bunga bunga finì pian piano con l'acquisire un nuovo significato. A un certo punto cominciò a circolare una storiella con tre esploratori come protagonisti. La riporto in estrema sintesi. Questi esploratori si addentrano in una terra impervia e selvaggia dell'Africa profonda, finendo catturati dai nativi. Il capo del villaggio impone ai prigionieri di scegliere due alternative: o la morte o il bunga bunga. Il primo a cui viene chiesto di scegliere opta per il bunga bunga. Viene sodomizzato brutalmente da tutta la tribù e poi bruciato vivo. Il secondo progioniero, temendo che il capo del villaggio abbia capito male la risposta, sceglie anche lui il bunga bunga. Fa la stessa misera fine dell'altro. Il terzo, visti gli orrori a cui i suo compagni sono stati sottoposti, chiede la morte. Il capo allora gli dice: "Hai chiesto la morte e l'avrai, ma prima divertiamoci con un po' di bunga bunga!". La scelta non era un aut aut, ma un et et. La barzelletta giunse in Italia, a quanto pare negli anni '80. Oltre a bunga bunga, si produce la variante bumba bumba. Alcuni pensano erroneamente che la forma bumba bumba sia quella originale, perché l'avrebbe usata Paolo Rossi nel 2001. A quanto pare costoro ignorano gli antefatti, così la loro tesi è da rifiutarsi. Quello che è certo è che Silvio Berlusconi ha riciclato proprio questo materiale, rilanciando la barzelletta. Secondo alcuni lo avrebbe fatto nell'aprile del 2009, un anno prima della diffusione pandemica di questo splendido ritrovato dell'ingegno umano. Associato allo scandalo Ruby e a voci insistenti su festini degni di Jabba the Hutt, il bunga bunga divenne la cifra di un'epoca.



Sabina Began e una falsa etimogia

I media si sono lasciati incantare da una fola meritevole di scherno. Sabina "Ape Regina" Began, nata Sabina Beganović, attrice tedesca di stirpe bosniaca, affermò in un'occasione che il termine bunga bunga sarebbe stato in realtà un suo soprannome. Sabina "Bunga Bunga" Began. Stando alle sue parole, che risalgono al 2011, la rudimentale onomatopea africanoide sarebbe derivata proprio dalla distorsione del suo cognome abbreviato. Un mai attestato Began Began, ripetuto in modo confuso, avrebbe portato proprio al famigerato bunga bunga. Si tratta chiaramente di un depistaggio. Tra l'altro, le affermazioni della Began non rendono in alcun modo conto dei fatti della corazzata Dreadnought e delle attestazioni inequivocabili della barzelletta dei tre esploratori ben prima del 2010. 



Falsi amici

Nel 1852 l'editore scozzese James Hogg aveva citato in una sua opera un toponimo australiano Bunga Bunga, senza peraltro riportare a questo proposito alcunché di eclatante. A parer mio non è stato questo il punto di partenza del bunga bunga di cui stiamo trattando, la cui origine onomatopeica e i cui connotati sessuali sono fuori discussione. La mentalità che ha portato alla beffa della Dreadnought era impregnata di darwinismo e di positivismo: intendeva ridicolizzare i suoni prodotti dalle genti africane, tutte confuse in un gran calderone, attribuendo loro caratteristiche "scimmiesche". A muovere Horace de Vere Cole, la futura Virginia Woolf e gli altri non fu certo un nome di luogo trovato in uno scritto di Hogg. Resta però una domanda. Qual è l'origine del Bunga Bunga australiano? In malese e in molte lingue indonesiane correlate, bunga significa "fiore". Il plurale è bunga-bunga "fiori", ottenuto regolarmente per reduplicazione. Nel XVIII secolo giunsero in Australia genti dall'Indonesia, prima del capitano James Cook. Questi navigatori ebbero contatti con gli aborigeni - in particolare con gli Yolngu - dando loro in prestito alcuni vocaboli. Un affascinante argomento che purtroppo non può essere sviluppato qui, ma prometto che sarà trattato in un'altra occasione.

martedì 15 maggio 2018

ETIMOLOGIA DI BOOMERANG

La parola boomerang proviene in ultima analisi dalla lingua Dharruk (Dharug). Secondo altri la lingua d'origine sarebbe invece il Dharawal (Tharawal, Turuwal, etc.), che è comunque imparentato col Dharruk e ritenuto un suo sottogruppo. Il termine Dharruk è buumarang, mentre in Dharawal troviamo diverse varianti, come wumarang, bumarang e bumarit, che indicano il boomerang usato in combattimento. Per designare un simile strumento usato per la caccia, si usano altre parole, come warrangan e kurra-bodu

Sussiste qualche dubbio sulle modalità di penetrazione del termine in inglese. Il dizionario Etymonline, che a quanto pare considera estinto il Dharruk, riporta che la prima attestazione della forma boomerang risale al 1827. Viene quindi citata un'altra variante, wo-mur-rang, nel 1798. Mentre Etymonline considera l'informazione abbastanza dubbia, in Wikipedia si riesce a risalire al glossatore, David Collins, e alla sua opera, An Account of the English Colony in New South Wales - Appendix XII (Language). Questo wo-mur-rang di Collins è proprio il Dharawal wumarang, fatto e finito. La forma Dharawal bumarit è riportata in un manoscritto anomino del 1970 con l'ortografia Boo-mer-rit e tradotta con "the Scimiter". Nel 1822 è attestato bou-mar-rang con l'esplicita attribuzione ai Dharawal stanziati nell'area di Port Jackson. Gli Eora, che parlavano una dialetto del Dharug, usavano woomera.    

Come si può vedere dall'opera di Dixon e Blake (Handbook of Australian Languages), nelle lingue Margany e Gunya del Queensland il termine per indicare il boomerang è waŋal. Notiamo però che il giavellotto è chiamato wamada, wamadu o biwiny in Margany e wamaṛa in Gunya. Evidentemente la parola imparentata con boomerang è proprio qualla che indica il giavellotto: si capisce subito che wamaṛa / wamada e boomerang sono derivati dalla stessa protoforma. Non è tuttavia facile capire gli slittamenti semantici che hanno portato alla situazione descritta. Il Margany biwiny deve essere derivato da una radice diversa. Un bastone da getto più piccolo, diverso dal boomerang, è chiamato muru in entrambe le lingue in questione, che sono di ceppo Pama-Nyungan.

Wikipedia riporta un'interessante mappa di diffusione dell'uso del boomerang, opera di SuperJew e basata sui dati di Martyman da Canberra, che linko in questa sede con l'apposito codice (è coperta da Copyleft):  

Australia Boomerang Distribution

Le aree in marrone scuro erano abitate da tribù che ignoravano l'uso del boomerang ("Boomerangs not made"). Le aree in giallo erano abitate da tribù che conoscevano soltanto l'uso del boomerang non ritornante ("Only Non-returning Boomerangs made"). Le aree in marrone chiaro erano abitate da tribù che conoscevano l'uso di entrambi i tipi di boomerang, quelli ritornanti e quelli non ritornanti ("Returning & Non-returning Boomerangs made"). 

Possiamo fare alcune riflessioni a partire dalla situazione storica mostrata dalla mappa. Il boomerang era sconosciuto praticamente nell'intera area in cui sono documentate o tuttora parlate lingue non appartenenti alla famiglia Pama-Nyungan. Per rendersene conto, basta osservare una mappa di distribuzione delle lingue australiane. Riporto da Wikipedia la mappa prodotta da Kwamikagami, che ne detiene i diritti di Copyright ma ne concede gentilmente l'uso: 


Le aree color zabaione sono le sedi di tribù di lingua Pama-Nyungan. Le aree di colori diversi (arancione, grigio e verde pistacchio), nel Nord del continente, sono le sedi di tribù di lingua non Pama-Nyungan. 

L'area corrispondente al Queensland è di lingua Pama-Nyungan ma senza uso del boomerang. Posso immaginare che in origine in quella zona fossero parlate lingue non Pama-Nyungan, poi assorbite dai nuovi arrivati, lasciando eventualmente elementi di sostrato. Sarebbe interessante compiere investigazioni. Anche nel Sud del continente c'è un'area in cui il boomerang non era prodotto. Senza dubbio in passato la situazione linguistica era molto più complessa.

A questo punto salta fuori un grave problema. L'archeologia ci dice che il boomerang è antichissimo e che esistono sue raffigurazioni rupestri risalenti ai primi tempi del popolamento dell'Australia, 50.000 anni fa. La linguistica ci porterebbe a credere a un'invenzione molto più recente, corrispondente al diffondersi delle lingue di tipo Pama-Nyungan (resta aperta la questione se si tratti di una famiglia linguistica valida o di una Sprachbund). Come mettere d'accordo queste evidenze discordanti? La realtà deve essere ben più complessa di quanto immaginiamo. Venirne a capo richiederà molto studio. 

I Tasmaniani, il cui livello tecnologico era talmente basso che ignoravano persino sistemi per accendere il fuoco, ignoravano l'uso del boomerang. Non è però chiaro se sia sempre stato così. Jared Diamond ha scritto delle genti di tale isola, dicendo che vi importarono una tecnologia comune alle genti dell'Australia, per poi perderla. Secondo lo studioso, ritrovamenti archeologici dimostrerebbero che in epoche remote era conosciuto in Tasmania l'ago d'osso, di cui non fu trovata traccia alcuna nell'epoca storica. Per spiegare questi singolari fatti, Diamond ipotizzava che nell'isola visse uno sciamano fanatico, una sorta di ayatollah preistorico, che aveva colpito con l'interdetto diversi ritrovati tecnologici che si sono conservati in Australia. Forse un tempo il boomerang era noto ai Tasmaniani, che ne hanno poi abbandonato l'uso? Forse gli aborigeni australiani di lingua non Pama-Nyungan hanno in gran parte subìto un'involuzione tecnologica di questo tipo? Sarebbe bello poter iniziare un serio dibattito.

ETIMOLOGIA DI VOMBATO

La parola vombato, giunta in italiano dall'inglese wombat, deriva dalla lingua Dharruk, la stessa che ha dato anche i nomi del dingo e del koala. La forma d'origine del nome del goffo marsupiale è wambad, con le varianti wambaj e wambag. La trascrizione di queste forme nell'ortografia inglese ha dato anche womback e wombar, come testimoniato dal database Etymonline. A quanto pare è documentata anche una forma womat, con semplificazione del gruppo consonantico -mb-. Queste oscillazioni si spiegano con ogni probabilità ammettendo che la consonante finale avesse un suono che non veniva interpretato correttamente dagli ascoltatori anglofoni, oppure che una protoforma complessa abbia dato origine a esiti diversi. 

Dai documenti rimasti ai nostri giorni, sembra che la parola sia entrata in inglese nel tardo XVIII secolo con la grafia whom-batt, e che la sua introduzione sia opera di un ex galeotto che viveva con gli aborigeni sulle montagne ad ovest di Sidney. Nel 1798, il whom-batt fu descritto al governatore dello stanziamento di Cove, nei pressi di Sidney, come un grosso animale tra l'orso e il tasso ("a large animal between a bear and a badger").

Nella lingua Wiradjuri, parlata nella regione centrale del Nuovo Galles del Sud, la parola per indicare il vombato è wambad, in pratica la stessa usata in Dharruk. Riuscire a ricostruire una lista di nomi del marsupiale in questione in altre lingue non sembra facile: anche siti che hanno permesso di mettere insieme non pochi nomi del dingo, si dimostrano avari in modo sorprendente. La causa sarà da ricercarsi nell'areale del vombato, che non è poi così esteso: se un popolo vive in un'area in cui non ci sono questi animali, non avrà un nome nativo per indicarli.


A questo punto riporto un caso curioso, che ben si spiega guardando gli areali riportati nel sito. Nella lingua Yukulta (Ganggalida), un tempo parlata nel Queensland, il nome del vombato era wampita. Secondo Dixon e Blake (Handbook of Australian Languages), wampita è un prestito dall'inglese wombat. La cosa può sembrare controintuitiva, ma se nel territorio degli Yukulta non c'erano vombati, la spiegazione è immediata.

Nelle lingue dei Tasmaniani, che erano molto dissimili dalle lingue australiane, il vombato era chiamato raoomta, rowoomata, rowitta, drogermutter (l'ultima forma è glossata "badger", ossia "tasso"). L'attribuzione concreta di queste parole ai vari gruppi che vivevano nell'isola si presenta difficile. Tuttavia trovo innegabile che le parole riportate derivino tutte da un'unica protoforma, forse qualcosa che suonava *dragwomatta. La consonante -r finale di una sillaba chiusa è meramente grafica: ad esempio si ha Parlevar per Palawa, nome che si davano questi aborigeni. Non essendo un esperto nella materia, la ricostruzione potrebbe anche esserre fallace. Non so se la cosa sia legittima, ma noto che se potessimo segmentare questa protoforma e considerarla un antico composto, otterremmo *drag-womatta, con il secondo membro -womatta che ricorda in modo sorprendente le forme attestate in Australia. Se questa mia ipotesi potesse essere confermata da qualche specialista, avrei trovato un'isoglossa tra le lingue della Tasmania e dell'Australia Orientale. Il risultato sarebbe di per sé notevole, anche se credo che nessuno ci farà caso, essendo questo portale condannato alla maledizione dell'invisibilità.

Abbiamo ancora un po' di spazio per una curiosità scatologica. I vombati depongono feci cubiche. Molti nel Web si chiedono perché: una domanda tipica è "why do wombats do cube shaped poo?". La risposta a un simile interrogativo non è poi così difficile. I vombati non hanno un ano quadrato. Hanno semplicemente un intestino molto lungo e processi digestivi molto laboriosi, che portano alla produzione di masse compatte di feci con scarso contenuto di acqua. Questi escrementi secchi e densissimi sono plasmati da creste contenute nel colon. L'intestino retto è per sua natura corto e non è quindi in grado di conferire ai blocchi escrementizi la tipica forma cilindrica tipica dei prodotti degli umani e di molti altri animali.

sabato 12 maggio 2018

ETIMOLOGIA DI KOALA

Il nome del koala (pronuncia /kəʊˈɑːlə/, /ˈkwɑːlə/) proviene dal Dharruk (Dharug) gula, con la variante gulawany. Date le difficoltà nel vocalismo, si è tentati di ipotizzare che il vocabolo a noi tutti ben noto si sia in realtà originato in una lingua diversa, anche se evidentemente imparentata con il Dharruk, o da un particolare dialetto di quest'ultimo. Infatti una vocale /u/ non avrebbe potuto evolgersi fino a dare /wa:/ nell'inglese dei coloni. Esiste l'idea che koala possa essere nato da gula tramite un errore di trascrizione di un copista e che poi ne sia derivata una pronuncia ortografica: il dittongo grafico oa sarebbe servito a trascrivere il suono di parole inglesi come toad, load, goal e via discorrendo, finendo quindi equivocato. Se devo essere franco, trovo questa ipotesi piuttosto improbabile, data anche la prevalenza dell'analfabetismo tra il volgo che concretamente usava vocaboli di questo genere. Come ha potuto il dittongo grafico oa finire pronunciato /wa:/ a dispetto del fatto che in un'infinità di parole inglesi suona //, /əʊ/? Resta il fatto che in altre varianti grafiche riscontrate, come colah, colo e kaola, il suono è di certo //, con ogni probabilità un tentativo di rendere /o:/. Forme come coolah, kula e kulla trascrivono invece pronunce con /u:/ o con /ʊ/. Come risolvere la questione? Eureka! Basta partire dalla forma gulawany, dove la -y finale trascrive una semivocale che si appoggia alla nasale /n/. Ecco svelato l'arcano. Da gulawany si è avuta una forma metatetica *guwalany, donde *guwala, *kuwala!  

La stessa forma gula del Dharruk si trova anche nella lingua Ngunnawal, tipica della regione di Canberra. Troviamo poi svariate trascrizioni di forme molto simili e di certo collegate, come cullawine (Nuovo Galles del Sud, Blue Mountains) e koolewong (Nuovo Galles del Sud, regione costiera centrale). Denominazioni più distanti si trovano in altre lingue. Alcune, come karbor (Regione di Murray, forse da *kwal-bor), gooda (forse da un precedente *gula) e kooraban (forse da *gulawan), potrebbero appartenere alla famiglia del Dharruk gula, mentre altre sono senza dubbio formate a partire da radici diverse. Così abbiamo una varietà di forme attestate:

bangaroo 
gumbawur
narnagoon
pucawan
burrunda

barrandang

boorabee 
tugaree

toongool

yarri
 

Vediamo all'istante che alcune sono tra loro imparentate: si può ricostruire un'origine comune per coppie come bangaroo - gumbawur e come burrunda - barrandang. Nella regione di Brisbane, nel Queensland, troviamo altre denominazioni altrettanto stravaganti:

dumbirrbi (lingue Yugara e Turubul)
marrambi (lingua Yugarabul)
borobi (lingua Yugambeh)    

Veniamo ora a un diffuso mito, anche se non certo dannoso come quello di kangaroo tradotto con "non ti capisco". Secondo moltissime persone, il termine koala significherebbe "senz'acqua" o "che non beve". In inglese le glosse più comuni sono "no water" e "no drink", ma non ne mancano di più bizzarre, come "thirst" e "water deficiency". Questa interpretazione non si fonda su evidenze scientifiche di sorta: si tratta di un'ingegnosa falsa etimologia formatasi dalle abitudini potorie del simpatico marsupiale, che ricava la maggior parte dell'acqua che gli serve masticando senza sosta enormi quantitativi di foglie di eucalipto. In realtà è stato constatato che se si dà all'animale dell'acqua in un trogolo, questo la trangugia senz'altro. L'etimologia più plausibile è dalla radice gali-, galu-, gala-, gula- "arrampicarsi", che ricorre nelle lingue della regione di Sidney. Una documentazione molto interessante è riportata in un post del blog Sidney Aboriginal Language Insights, ospitato da Blogspot e ormai morente: 

venerdì 11 maggio 2018

ETIMOLOGIA DI CANGURO

La parola canguro, inglese kangaroo, deriva dalla lingua Guugu Yimithirr: gangurru significa "canguro grigio". La pronuncia trascritta in caratteri IPA è /ɡaŋʊrʊ/. Questo nome fu registrato come kanguru il 12 luglio 1770 nel diario di Sir Joseph Banks, nel luogo ora chiamato Cooktown, sulle rive del fiume Endvour, dove il vascello Endevour stette spiaggiato per quasi sette mesi sotto il comando del luogotenente James Cook, per le necessarie riparazioni dei danni subiti sul Great Barrier Reef. Cook descrisse per la prima volta i canguri nel suo diario il 4 agosto. Il Guugu Yimithirr era proprio la lingua delle genti di quella regione.

Esiste un ridicolo mito, molto diffuso e nocivo, che riconduce l'origine del nome kangaroo all'adattamento di una grossolana quanto telegrafica frase aborigena il cui significato sarebbe "non ti capisco". Ricordo fin troppo bene la lettura di un deleterio brano sull'antologia nel primo anno dell'orrida scuola media, in cui si descriveva Cook nell'atto di domandare a un aborigeno il nome degli strani marsupiali saltellanti, ricevendone in risposta "can gu ru", ossia "non ti capisco". Questa vulgata era data per assodata ed era considerata indiscutibile, anche perché confermava i pregiudizi sulle lingue "primitive", le cui parole dovevano essere monosillabi dominati dalla vocale U, creduta un suono "scimmiesco". La religione cattolica, all'epoca ancora vitale, non ostacolava affatto questa visione darwinista tendente all'infraspeciazione. Nel testo scolastico di cui sopra, evidentemente apocrifo, si diceva che Cook avrebbe in seguito scoperto, con grande contrarietà, che i nativi chiamavano i canguri in modo diverso. Ormai era tardi: la parola riportata dall'ufficiale britannico si era già sparsa a macchia d'olio e non era possibile estirparla. Si era così creato un meme, destinato a diffondersi su tutto il pianeta. Questo dannosissimo pacchetto memetico fu confutato solo nel 1972 dal linguista John B. Haviland nel corso delle sue ricerche sulla lingua Guugu Yimithirr. Ovviamente ai lavori di Haviland è stata data ben poca diffusione tra il popolino. Un demente fa presto a creare una falsa etimologia, ma non sono sufficienti diecimila dotti per bloccarne il propagarsi.  

La forma canguro, comune all'italiano e allo spagnolo, presenta una vocale /u/ tonica nella seconda sillaba, che a prima vista non si spiega bene a partire dall'odierna forma inglese kangaroo /kaŋ.ɡəˈɹuː/ (USA /ˌkæŋ.ɡəˈɹu/), che ha l'accento sull'ultima sillaba e una vocale indistinta nella seconda. Tuttavia, basta notare che la parola inglese aveva un tempo la variante kangooroo, in grado di spiegare il vocalismo del nostro canguro. Anche il francese kangourou proviene da kangooroo. Come si può vedere, la variante kangooroo è più vicina dell'odierno kangaroo all'originale Guugu Yimithirr e mi auspicherei il suo ripristino.

Dal momento che esistono in Australia una sessantina di specie diverse di canguri, lascio immaginare l'incredibile numero di vocaboli usati per designare questi animali nelle varie lingue aborigene. Solo per fare un esempio, riporto queste denominazioni del marsupiale nella lingua Alyawarr, che peraltro sono riportate nel database del sito ausil.org.au come se fossero semplici sinonimi: 

aharlparingk
aherr
aherr akwerrk
ahern-areny
aherr ltya
antartwey
arranty
artar
athakwer
ltyayerr
terarl
terreterr
tyantwerr

Trovo verosimile che i vocaboli per indicare i canguri non provengano dai flussi demici dall'Asia che 3.500-4.000 anni fa portarono in Australia il dingo, l'antenato delle lingue Pama-Nyungan e la famiglia estesa. Sempre tenendo conto delle creazioni lessicali arbitrarie in ambito religioso, molti di questi nomi saranno stati presi dalle lingue più antiche come elementi di sostrato, essendo relativi a qualcosa di molto importante nel mondo concettuale dei primi popolatori del continente, il cui stanziamento risale forse a 50.000 anni fa.

giovedì 10 maggio 2018

ETIMOLOGIA DI DINGO

La parola dingo proviene dalla lingua Dharruk (Dharuk, Dharug), propria degli aborigeni dell'area di Sidney, in cui din-gu indica l'animale addomesticato. Nella stessa lingua la femmina del canide fulvo è chiamata tin-gu, mentre l'animale selvatico è chiamato warrigal.

In Australia sono documentate centinaia di lingue aborigene, che usano nomi molto diversi per indicare l'animale. In centinaia di siti Web sono riportate diverse denominazioni senza ulteriori considerazioni. In genere la procedura usata è quella del copia-incolla acritico da fonti precedenti. Ne forniamo un elenco: 

joogoong
mirigung
noggum
boolomo 
papa-inura 
wantibirri 
maliki
kal
dwer-da
kurpany

Se ne trovano anche alcuni altri, soltanto in un numero minore di siti o documenti: 

repeti
palangamwari
kua
aringka 

Alcune denominazioni sono semplici varianti di quelle viste sopra, o in ogni caso forme con esse chiaramente imparentate:

keli (vedi kal)
durda
(vedi dwer-da)
boololomo (vedi boolomo)
warang (vedi warrigal)

Questo è un tipico esempio di documento, i cui autori riportano 17 nomi del dingo, cavandosela con la citazione sintetica del lavoro di un antropologo (Corbett, 2004): 


Il guaio, ben dannoso, è che in nessuna pagina ritornata da Google è spiegato da che lingua proviene ciascuna di queste parole! Un vero flagello del Web: la trasmigrazione di pacchetti di informazione da un sito a un altro senza nessuna critica e senza nessun approfondimento. Né va meglio coi libri cartacei. Il vocabolario Zingarelli riporta la seguente nota etimologica: "dal n. australiano dell'animale (jūnghō, jūgūng, ...)". Si capisce al volo che le forme citate sono trascrizioni fonetiche di joogoong, ma sull'esatta attribuzione regna il silenzio. Si deve trattare di una lingua imparentata con il Dharruk, ma ben distinta, diciamo un po' come il tedesco è distinto dal francese. Lo stesso segmento dello Zingarelli è stato tradotto e riportato dall'Enciclopedia Croata online (http://www.enciklopedija.hr/). A causa della superficialità degli etimologi, pochi nomi australiani del dingo per possono essere identificati. La ricerca si è presentata molto più difficile di quanto apparisse a prima vista. Evidentemente le lingue aborigene australiane non sono ritenute molto interessanti dalla massima parte degli studiosi dagli stessi internauti. 

Per trovare qualche informazione in più, occorre fare ricerche estenutanti. Data la natura erratica del Web, si raccolgono informazioni minime sparse in antri reconditi. Il difficile è integrare questi dati sparsi e trarne qualche conclusione utile.

Sono riuscito a identificare aringka, dato che ho trovato la forma arengke, assai simile e attribuita alla lingua degli Arrernte (Aranda, di ceppo Pama-Nyungan). 

A volte ci si imbatte in notizie davvero curiose. In Mbabaram, il termine dog indica il dingo semidomestico ed è stata usato anche per indicare il cane introdotto dai coloni: uno slittamento semantico di questo genere è comune. La parola non ha nulla a che vedere con l'inglese dog, si tratta di una semplice omofonia. Anche se numerosi internauti incompetenti reputano la parola un prestito coloniale, mi pare chiarissimo che lo Mbabaram dog deriva dalla stessa protoforma comune da cui si è avuto il Dharruk din-gu, che si potrebbe ricostruire come *ndiŋgwuŋg. Da questa protoforma derivano anche noggum e joogoong.

Si può andare avanti a lungo. Le genti di Yarralin, nel Territorio del Nord, chiamano i dingo semidomestici walaku, mentre quelli selvatici sono detti ngurakin. Quest'ultima denominazione ricorre, con alcune varianti minime, in numerose altre lingue: potrebbe essere un antico prestito che si è sparso per motivi culturali.

Nella lingua Yanyuwa (Ngarna) il dingo è chiamato wardali, ma in occasioni cerimoniali riceve il nome yarrarriwira. Il termine rituale evidenzia l'importanza delle invenzioni lessicali in contesti religiosi.

Nella mia ricerca, mi sono imbattuto in un sito australiano che mi ha permesso di ottenere una grande mole di informazioni. Questo è il suo url:


Diamo un elenco di forme estratte dal database per ciascuna delle lingue trattate (con "dingo" si intende l'animale selvatico, con "cane" quello semidomestico, oltre al cane europeo):

Alyawarr
dingo: arengk artnwer
cane: anetyerlp-ayerr, arengk, arengk akwerrk, arengk apmer-areny, arengk artnwer, iltyepenh

Bilinarra
dingo: ngurragin
cane: guru, wangani, warlagu

Burarra
dingo: -muworduk, an-mugarla, an-gugurkuja, an-muworduk, an-mugat
cane: gulukula, wartunga

Djinang
dingo: murnibi
cane: guyiligirningi

Golpa
dingo: -
cane: watu

Gurindji
dingo: marrany, ngurrakin, punpulu
cane: kunyarru, kuru, punpulu, wangani, warlaku

Iwaidja
dingo: nurrkakany
cane: naki 

Maung
dingo: jalaj
cane: luluj

Tiwi
dingo: tayama, tayamini (pl. tayampi)
cane: kitarringani (pl. kitarringawi), wankini (pl. wankuwi), arripwatini, pulangumwani (pl. pulangumwawi), pamilampunyini (pl. pamilampunyuwi)

Walmajarri
dingo: marrany
cane: kunyarr

Warlpiri
dingo: kuna-palya, waltaki, warnapari, wingki-warnu (wirnki-warnu)
cane: jarntu, kuna-palya, liyi, maliki, punpulu, wirnki-warnu, wujuju, wungu-warnu

Wik Mungkan
dingo: ngekanam, ku'ngekanam, thoonth-ngekanam 
cane: iwal, ku', thoonth

Altre voci identificate tramite ricerche nel Web, ad esempio tramite l'opera di  Dixon e Blake, Handbook of Australian Languages.


Yugambeh (lingua Pama-Nyungan parlata nel Queensland)
dingo: urugin
cane: noggum

Jaran (lingua parlata dai Potaruwutji)
dingo: kal
cane: -

Nyawaygi
dingo: gawayal
cane: ŋarbu, gawayal

Uradhi
dingo: akwanumu, arkaymu
cane: utaγa

Yukulta
dingo: tyiriya
cane: ŋawuwa

Djapu (Yolngu)
dingo: wärraŋ
cane: wiŋgan

Dharawal, Tharawal, etc. (evidentemente imparentata col
     Dharruk) 
dingo: warigal, warrigal
dingo, cane: mirigung, mirigang, mirrigang, mirragang, merri, miriga, mirreega 

Gundunggura
dingo: miri, mirigan, mirreegang

Gummbaynggir
dingo: marlamgarlu

Wagiman
dingo: ngarrwan, ngarrulan
cane: lamarra

Anangu 
dingo: kurpany, papa inura
cane: papa
Nota: sembra che kurpany fosse il nome di una bestia diabolica di forma canina, non tanto del dingo. 

Si vede che non poche denominazioni sono state finalmente identificate. Altre purtroppo mancano ancora all'appello, ci vorrebbe un po' di tempo per avere un quadro completo. Dall'analisi di questa gran mole di dati scaturisce una seria critica alla ricostruzione di una lingua proto-Pama-Nyungan o addirittura proto-australiana. Non esiste una protoforma comune per indicare un animale non autoctono, introdotto dal sud est asiatico. Si sa per certo che l'Australia non era così isolata come sembrava, e che ci sono stati apporti genetici di popolazioni venute dall'India circa 3.500-4.000 anni fa. Secondo la vulgata corrente, questa migrazione è collegata alla diffusione delle lingue Pama-Nyungan, oltre che all'affermarsi dell'istituzione della famiglia allargata, che ha sostituito la più antica endogamia. In ogni caso è evidente che sono stati questi movimenti demici a importare il dingo nel continente. La parziale domesticazione di questo canide - che non è mai giunta alla selezione di razze - avrebbe dovuto causare l'introduzione di una protoforma comune, rappresentando una straordinaria innovazione culturale. Invece nulla: ovunque regna un incredibile marasma. La spiegazione più semplice è connessa al prevalere di fattori religiosi e tabuistici, oltre che a imponenti fenomeni di prestito intertribale. Non mi convince l'ipotesi dell'attribuzione al nuovo animale di nomi di animali selvatici già noti (e ben poco somiglianti). Del resto, è chiaro che il dingo è stato introdotto come animale semidomestico fin dal principio e che si è in parte inselvatichito in seguito. Altrimenti, se fosse stato solo selvatico, non sarebbe stato portato con sé dai nuovi venuti!

martedì 8 maggio 2018

LA FAKE NEWS DEGLI ECCLESIASTICI RAZZISTI DI MANDURIA: UN ESPERIMENTO ANTROPOLOGICO

Anno del Signore 2018, primo giorno di aprile. Ha destato molto scalpore un singolare episodio. A Manduria c'è stato un problema durante il rito pasquale della lavanda dei piedi: a quanto pare nel gruppo delle persone scelte per il pediluvio erano presenti alcuni migranti, a cui il servizio è stato rifiutato. Enuncio così i fatti per come sono ricostruibili, in quanto sono state diffuse dai mezzi di diffusione di massa più versioni tra loro contrastanti. Accertare l'accaduto non si presenta quindi impresa facile. C'è qualcosa di bizzarro in tutto questo. Riporto a questo punto una breve cronistoria.

1 aprile. Entro nel sito de Il Fatto Quotidiano. Prima leggo che "I frati si sono rifiutati di fare la lavanda dei piedi ai migranti". Poi nell'articolo è riportata la seguente frase: "I due padri officianti il rito nella chiesa di San Michele Arcangelo, a Manduria, si è rifiutato di celebrare il rituale sacro perché tra i fedeli prescelti per partecipare c’erano alcuni immigrati." Salta subito all'occhio la discordanza del soggetto col verbo: "i due frati ... si è rifiutato...". <Con tutta probabilità il solecismo è dovuto alla necessità di correggere al volo la versione appena presentata - pratica che genera refusi a non finire.> Quindi si legge che ad essersi rifiutato di eseguire la lavanda dei piedi è stato solo uno dei due frati.

2 aprile. Entro nel sito del Corriere del Mezzogiorno, ed ecco che i frati (secondo l'articolo erano dell'ordine dei Servi di Maria) si sono addirittura trasformati in un prete! Anche il Corriere della Sera riportava questa versione. Il giorno dopo, 3 aprile, ecco che il titolo del Corriere della Sera era miracolosamente cambiato: nella versione nuova di zecca, il prete era sparito e c'erano di nuovo due frati, che però avrebbero litigato tra loro. Siccome le bugie, come ci insegna Collodi, hanno il naso lungo o le gambe corte, ecco che in Google è rimasta traccia della vecchia versione col prete. Se si digita nel motore di ricerca la chiave corriere razzismo manduria, ecco apparire la seguente chimera: 

Polemica a Manduria - Corriere della Sera
www.corriere.it/.../polemica-manduria-il-prete-si-rifiuta-lavare-piedi-migrati-37ba5864-...
2 apr 2018 - «Io non lavo i piedi ai migranti» Polemica a Manduria e lite tra i frati ... con commenti di questo genere: «Stasera il razzismo è salito sull'altare».

Nell'url c'è il prete scomparso! Sotto, nella descrizione, ci sono i frati.

 

Ora, è mio diritto di cittadino essere informato in modo corretto. Cos'è successo davvero a Manduria? Come mai tanta confusione? Chi ha provocato tutto questo scompiglio? Due frati tra loro concordi? Due frati tra loro litiganti? Un unico frate? Un prete? C'è stata un'improvvisa e prodigiosa metamorfosi di un prete in due frati? È proprio il caso di dirlo: tutto questo puzza, e non di piedi sporchi. Per l'esattezza, puzza di post-verità!

Ovviamente la spiegazione di fatti così nebulosi, presentati con una narrazione incoerente smontabile anche da un bambino di tre anni, per i giornalisti deve essere necessariamente il razzismo. Il razzismo ottocentesco e novecentesco fondato sul darwinismo biologico e sociale, è chiaro. Il razzismo di Adolf Hitler, del Mein Kampf e del Terzo Reich - perché resuscitare questi fantasmi arreca sempre grandissimi vantaggi. Oppure, come molti riportano, il razzismo religioso. Certo, a Manduria ci manca soltanto il Ku Klux Klan. 

sabato 5 maggio 2018

UN MIO CONTRIBUTO ALLA SCIENZA

Sono entrato in un sito di medicina alla ricerca di notizie curiose sulla coprofagia. Questo è il link:


Il brano che ha destato la mia attenzione è il seguente:

I gorilla mangiano le proprie feci e quelle degli altri esemplari. Molti studiosi di etologia attribuiscono questo costume alla necessità di riassorbire i nutrienti lasciati indigesti nel passaggio dei vegetali nell’intestino. Per questo la coprofagia è stata ribattezzata “seconda digestione”. L’ipotesi è contestata, in quanto se un sistema digerente lascia materia utile non digerita tra le feci, a maggior ragione sarà incapace di assimilare gli scarti durante il secondo passaggio. È perciò possibile che tali comportamenti siano originati da parafilie simili a quelle umane. 

Ebbene, la contestazione è interamente opera mia. Anni fa avevo scritto su Wikipedia queste mie obiezioni alle tesi degli etologi seguaci di Piero Angela. Obiezioni che a quanto pare hanno avuto fortuna e si sono diffuse!

giovedì 3 maggio 2018


SNUFF KILLER - LA MORTE IN DIRETTA

Titolo originale: Snuff killer - La morte in diretta
Aka: Snuff movie - La morte in diretta
Paese di produzione: Italia

Lingua originale:
Italiano

Anno:
2003
Durata: 88 min
Genere: Thriller, erotico
Regia: Bruno Mattei
Pseudonimi del regista: Pierre Le Blanc, Vincent
     Dawn
Soggetto: Bruno Mattei, Gianni Paolucci
Sceneggiatura: Bruno Mattei
Produttore: Gianni Paolucci
Casa di produzione: La Perla Nera
Fotografia: Luigi Ciccarese
Montaggio: Elio Lamari, Bruno Mattei
Musiche: Elio Lamari, Bruno Mattei
Costumi: Angela Altiero, Claudio Cosentino
Interpreti e personaggi   
    Carla Dujani Solaro: Michelle
    Gabriele Gori: Jean Luis
    Carlo Mucari: Peter
    Federica Garuti: Lauren
    Anita Auer: Dr. Hades
    Achille Brugnini: Rene
    Albert Ruocco: Roy
    Valerio Alessandrini: Karl
    Raul Tilli: Fidanzato di Lauren
    Antonio Calandrino: David Levy
    Roy Gerace: Agente delle modelle

Trama:

Michelle, la bella ed elegante moglie del politico René, vive a Parigi con la figlia Lauren, che ha diciotto anni. Un sera Lauren esce e non rientra. La mattina successiva, Michelle si rende conto della sua scomparsa. Si rivolge senza esitare a un investigatore, che la informa dell'esistenza del mercato illegale degli snuff movies, filmati in cui le vittime vengono realmente torturate e uccise: il sospetto è che Lauren sia stata rapita per essere utilizzata nella produzione di simile materiale. Michelle decide di calarsi nelle più squallide profondità dell'ambiente della pornografia, prensentandosi a quel mondo di papponi e di larve umane come una donna lasciva desiderosa di esplorare nuove fonti di piacere violento - cosa che poi non è così distante dal vero. Il suo intento è quello di individuare i produttori di snuff e di trarre in salvo la figlia. La sua ricerca non è facile: per trovare una traccia deve fare un pompino a un malvivente sulle cui condizioni igieniche intime è lecito porsi qualche domanda. Presto riesce a prendere contatto con un terribile nano tiroideo che è un emissario dell'organizzazione criminale che produce i filmati di torture e di uccisioni. Michelle, mettendosi a disposizione di questo atroce figuro, arriva fino in Germania, dove risiede fisicamente il capo dell'organizzazione, il Dr. Hades, che si rivela essere una donna dalla singolare quanto sgradevole fisionomia. Un passo falso dopo l'altro - con la protagonista che si getta tra le braccia di un sadico assassino credendolo il suo salvatore - si giunge al finale scontato quanto raffazzonato: Lauren viene trovata e tratta in salvo all'ultimo secondo tramite improbabili acrobazie degli agenti, il Dr. Hades viene catturato assieme ai suoi tirapiedi. In pratica tutto finisce a tarallucci e vino, salvo che per il politicante René, che si ritrova in testa una foresta di corna da far invidia a un cervo reale. 

Recensione:

Guardando il film di Mattei, ci si rende subito conto che la narrazione è derivata da quella di da 8mm - delitto a luci rosse (Joel Schumacher, 1999), con forti influssi di Hardcore (Paul Schrader, 1979). Tale è la somiglianza con la pellicola di Schumacher che intere conversazioni vi sono state prese senza quasi subire modifiche. La principale innovazione è il fatto che la discesa agli Inferi ha come protagonista una donna, cosa che lascia al regista qualche grado di libertà in più. Una fascinosa signora può immergersi nella melma, degradandosi fino a livelli difficilmente concepibili per un investigatore di sesso maschile. Infatti Michelle fa un pompino in cambio di informazioni, si fa penetrare nell'ano per convincere il nano maligno di non essere una spia, infine si concede a un gangster senza avere il minimo sentore della sua natura. Molti spettatori provano un certo sinistro godimento a osservare la discesa di una bella donna nel vortice dell'abiezione, ecco perché la scelta di Mattei è stata capace di compensare le numerose carenze strutturali del film. Diciamo anzi che è stato l'unica carta che valesse la pena di essere giocata. Per essere eufemistici, potremmo dire che Snuff killer è un insieme di sequenze accidentate, qualcosa di indigeribile, con gravi discontinuità nella narrazione. Alcuni critichi hanno fatto notare che i contenuti erotici si mantengono entro i confini del softcore per poter raggiungere un pubblico sufficientemente vasto. Eppure vediamo due scene abbastanza crude. L'orrendo nano dalle membra sproporzionate, la cui laidezza non conosce confini, fa rompere l'ano di una ragazza bionda con un piede di porco. La povera giovane emette urla strazianti e contrae il volto in modo atroce. Nella dimora del Dr. Hades, vediamo un breve snuff scorrere su un video: a una ragazza terrorizzata viene puntata la pistola a una tempia e in breve il cervello misto a sangue le erutta dal cranio. Non sono sequenze da nulla, diciamo che un posto nella storia del cinema, seppur di nicchia, lo meritano di certo.  

Snuff killer fa parte del vasto novero dei film direct-to-video, che sono prodotti a basso costo non destinati alla distribuzione cinematografica, ma commercializzati unicamente per supporti Home video (in questo caso DVD). Anche se la produzione è italiana, il film è stato pensato soprattutto per il mercato estero: è uscito nel 2003 in Russia e soltanto nel marzo dell'anno successivo in Italia. Bruno Mattei ha diretto un certo numero di film erotici e splatter, continuando questa attività febbrile fino alla sua morte avvenuta nel 2007: difficilmente avrebbe potuto farlo dopo il decesso.

Altre recensioni e reazioni nel Web: 

Basta fare qualche ricerca per constatare che il film di Mattei non è particolarmente amato dagli internauti. Riporto il bellissimo e spassoso l'intervento di Uskebasi, apparso su Filmscoop.it

Appare il titolo a caratteri cubitali sia all'inizio che alla fine: "Snuff Movie", ma ufficialmente si chiama "Snuff Killer". Alla regia c'è Vincent Dawn, che ufficialmente si chiama Bruno Mattei. E' la prima persona che usa pseudonimi sia per se stesso che per il film. In effetti è una buona idea complicare le indagini su "chi ha fatto cosa", se hai fatto una cosa del genere.
Parla del porno con una telecamera e una fotografia da film porno.
C'è una milfona alla ricerca della figlia scomparsa e del fallo.
C'è un detective privato che viene eliminato dalla sceneggiatura da un secondo all'altro.
C'è un uomo che è l'esatto incrocio tra Toto Cutugno - Ligabue - e il mio babbo.
C'è un dialogo tra questo ibrido e la milfona da pelle d'oca: parlano come se stessero insieme da 46 anni quando in realtà si conoscono da 6 ore, 5:40 delle quali passate a trombare.
Ci sono momenti morti e sepolti con la milfona che cammina giusto per arrivare a un'ora e venti.
C'è un'ultima frase comica detta dalla sadica cattivona del film, cose del genere si sentono solo nei cartoni animati dei bambini di 5 anni.
Scopro con piacere dagli altri commenti che è pure il gemello incidentato di un altro film.

Tutto questo è Snuff Movie...
Scusate, Snuff Killer.