mercoledì 22 febbraio 2017

ALCUNE CONSIDERAZIONI SCETTICHE SUGLI IPERPOLIGLOTTI



Il contadino che conosce 100 lingue: "Ricordatemi per il mio lavoro, non come fenomeno"
Riccardo Bertani, 86 anni, dopo le elementari ha studiato da autodidatta idiomi dimenticati: dal mongolo alle lingue siberiane, pubblicando oltre 1000 volumi. La sua casa è diventata un Fondo e lui invita gli appassionati di lingue scomparse ad andarlo a trovare

di GIACOMO TALIGNANI
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L'articolo in questione, pubblicato su Repubblica, ha destato il mio vivo interesse, come tutto ciò che di straordinario e di mirabolante ha a che vedere con i misteri del linguaggio umano. Già qualche tempo prima mi ero imbattuto nella figura di Riccardo Bertani da Campegine nel corso di alcune mie letture sugli iperpoliglotti, persone che parlerebbero fluentemente un gran numero di lingue. La definizione di iperpoliglotta spesso cambia a seconda degli autori, ma potremmo ritenere tale, senza timore di smentite, una persona in grado di padroneggiare almeno dieci lingue.   

Wikipedia elenca un certo numero di poliglotti e di iperpoliglotti a partire dall'Evo Antico e dal Medioevo per arrivare a tempi più recenti, fornendo per ciascuno la data di nascita e di morte, annotando brevemente molti nominativi con qualche dettaglio biografico. Si parte da Mitridate, Re del Ponto, che gli Antichi ci dicono fosse capace di amministrare la giustizia nelle ventidue lingue parlate nel suo regno, passando per Federico II di Svevia, soprannominanto Stupor Mundi, percorrendo secoli e giungendo infine a soggetti ancora viventi, come l'attore Viggo Mortensen - che a quanto pare parlerebbe soltanto sei lingue.


Non è certo mia intenzione negare a priori l'esistenza del fenomeno dell'iperpoliglottismo. Semplicemente non posso evitare di nutrire qualche dubbio. Nella sostanza, sento di essere profondamente scettico. Cominciamo con l'analizzare alcuni contesti in cui più facilmente possono trovarsi soggetti in grado di parlare diverse lingue. Presso le popolazioni in cui si ha convivenza di lingue diverse, spesso da secoli, è naturale che si sviluppi una certa capacità di parlare o almeno di comprendere diversi idiomi oltre al proprio. Posso citare i seguenti casi:

1) Gli Israeliti sono abituati a parlare diverse lingue e ne apprendono facilmente di nuove. Non per nulla sono spesso chiamati cosmopoliti dai gentili. In non pochi casi le loro famiglie sono composte da coniugi di diversa origine. Rammento i signori S., che conobbi a Sassello e che ormai sono defunti (Z''L). Il capofamiglia proveniva dall'Austria e parlava tedesco, oltre allo Yiddish. Sua moglie era di origine turca e conosceva il turco, il tedesco e lo Yiddish. Entrambi si esprimevano in un buon italiano e parlavano l'ebraico in modo fluente, tanto che intercalavano i loro discorsi con parole ed espressioni di tale lingua (e si mostrarono sommamente inquieti quando diedi prova di capire quello che dicevano). 
2) I Cinesi apprendono facilmente per motivi di affari lingue assai diverse dalla propria nella fonetica e nella struttura. Possono trovare utile apprendere anche lingue in via di estinzione, al punto che ho potuto udire un cinese rispondere a tono in perfetto brianzolo alle provocazioni di T., un anziano parlante di quel dialetto gallo-italico. Accadde in un ristorante cinese. Comportandosi da cafone, T. aveva borbottato qualcosa come "U mangià da schivi". Al che il cameriere, per nulla intimorito, lo seccò con un "Basta che te pàghet". Se noi dovessimo imparare il cinese, non riusciremmo neanche a memorizzare poche espressioni stereotipate, senza contare le infinite possibilità di essere fraintesi per via della natura tonale della lingua e delle numerosissime omofonie. Le genti della Cina invece già solo gestendo un ristorante arrivano a imparare sempre meglio la nostra lingua, tanto dissimile dal loro idioma natio nei suoni e nel modo in cui sono formate le parole.
3) Tra le genti Papua della Nuova Guinea ci sono uomini capaci di apprendere numerose lingue di tribù vicine, spesso molto distanti dalla propria. Le condizioni di diversità linguistica in certe aree impervie e poco conosciute sono a dir poco incredibili, tanto che in una singola valle si possono trovare tribù che non hanno nulla in comune. Non sempre quelle genti mostrano curiosità e interesse per i loro vicini: lo stato di belligeranza non è una rarità e si danno anche episodi di esocannibalismo, tutte cose che non favoriscono lo scambio di informazioni. Uno studioso ha provato a registrare le voci di un gruppo che viveva a un'estremità di una valle e le ha fatte poi sentire a un altro gruppo che viveva all'imbocco della stessa valle, a pochi chilometri di distanza. Risultato: le frasi risultavano del tutto incomprensibili, come se fossero giunte da un altro pianeta.
4) Nel Nordovest dell'Argentina imperava il caos linguistico. Vi erano genti come i Diaghiti, che oltre alla propria lingua Kakán conoscevano spesso anche il Tonocoté, il Quechua e una lingua affine all'Atacameño. I membri di non poche popolazioni parlavano di norma quattro o cinque lingue, avendo conoscenza passiva di altrettante per via della convivenza in zone ristrette di un gran numero di etnie dissimili. Ancora oggi nella regione del Gran Chaco può capitare di trovare casi di multilinguismo di contatto come quelli descritti, in cui convivono lingue di ceppo Mataco (Mataguayo) con lingue di ceppo Guaycurú, anche se tutte sono minacciate dall'azione corrosiva dello spagnolo, vero e proprio idioma infestante responsabile della perdita di un gran numero di idiomi che un tempo avevano moltissimi parlanti. 
5) Le genti del Caucaso abitano in valli di altissima densità linguistica. Come già visto nel caso della Papua Nuova Guinea, anche nel Caucaso esistono distribuizioni strane di lingue diversissime all'interno di aree ristrette. Vi sono enclavi in gran numero e i casi di multilinguismo non si contano. Le lingue del ceppo nord-caucasico sono tra loro tanto diverse che si fatica non poco a ricostruirne una protolingua che renda conto di tanta diversità. Esistono anche lingue del ceppo kartvelico o sud-caucasico, come il georgiano, che non hanno alcuna relazione con le lingue nord-caucasiche: la denominazione è soltanto di carattere geografico. Il georgiano è una lingua di una tale complessità che ben pochi stranieri sono riusciti a impararla. Convivono con queste lingue difficilmente classificabili alcune lingue di diversa origine come quella degli Osseti, che è indoeuropea di tipo iranico e che discende dalla lingua degli Alani. Per inciso, stupirà molti sapere che un tempo esistevano parlanti della lingua alanica anche nella pianura padana, giunti con i Longobardi. Poco a sud dell'area del Daghestan si estende l'Azerbaijan, la cui lingua è di tipo turcomanno, appartenente al gruppo altaico.

Cosa spicca nell'analisi di tutte queste situazioni? Innanzitutto si vede subito che sono parlate sì diverse lingue, ma sempre in numero limitato: abbiamo a che fare con poliglotti, non con iperpoliglotti. Di norma si tratta al massimo quattro o cinque lingue e in alcuni casi sono tra loro imparentate; già non si arriva a trovare persone che ne parlino dieci. Le persone capaci di parlare diverse decine di lingue sembrano figure mitologiche e a quanto pare si trovano con la stessa facilità dello Yeti, degli unicorni o delle sirene. Tutto ci porta ad essere profondamente critici ogni qual volta si discute della stessa esistenza di genuini iperpoliglotti in grado di parlare cento lingue con la stessa naturalezza della propria. Inoltre l'apprendimento delle varie lingue avviene per esposizione diretta col parlato fin dalla più tenera età e non per studio tramite materiale scritto. Nessuno è mai diventato poliglotta grazie all'istituzione scolastica, alla scrittura e ai corsi. 

Dovremmo tutti porci una domanda. Come mai un tempo si parlava tanto degli iperpoliglotti e in questi tempi non se ne parla quasi più? Per capirlo è necessario fare un bizzarro paragone antropologico.

Un tempo esistevano numerosissimi settimini, ossia bambini prematuri che le giovani madri mettevano al mondo dopo soli sette mesi di gestazione. I primi figli in certe zone della Lombardia erano quasi tutti settimini. Perché questo? Semplice. Perché i fidanzati copulavano in gran segreto e non esistevano metodi contraccettivi, demonizzati dalla Chiesa Romana, così quando una ragazza si smutandava davanti a un uomo, restava incinta e si gonfiava subito. Ecco dunque la necessità delle cosiddette nozze riparatrici organizzate in fretta e furia. Molta gente ignorante e ingenua credeva che ci fosse davvero un motivo fisiologico per tale abbondanza di settimini: si pensava o si fingeva di pensare che una donna primipara mettesse naturalmente al mondo un bambino prematuro. Tuttavia quando giunse l'emancipazione sessuale, la Chiesa Romana si indebolì fino a decadere, si propagò la pornografia e fu possibile usufruire di stratagemmi per evitare la gravidanza, i settimini sparirono all'improvviso. Non se ne trovano quasi più. 

Voi mi direte: "Che c'entrano i settimini con gli iperpoliglotti?" C'entrano eccome. Un tempo l'uomo che aveva fama di essere iperpoliglotta era considerato un fenomeno da baraccone. Si esibiva. Mostrava a tutti le sue presunte capacità di parlare decine di lingue. Il punto è che di ogni lingua il presunto iperpoliglotta conosceva soltanto un elenco di parole più o meno nutrito e un frasario di base, il resto era spesso un grammelot simulato. Molta gente ignorante ha poi l'idea che basti conoscere qualche parola per parlare una lingua e rimane subito impressionata. Questo non avviene soltanto in Italia. In Inghilterra numerosissime persone ottuse sono convinte di parlare italiano perché sanno dire "buon giorno", "buona sera", "buon appetito", "pizza", "spaghetti", "mandolino", "mafia". Se poi sanno dire anche "picciotto", "padrino", "stiletto", "vendetta", "ricatto", "pizzo", "minchia", "famiglia", allora si ritengono dantisti. Poi non sanno reggere una normale conversazione, in quanto ignorano persino le parole per dire "acqua", "terra", "fuoco", "pietra", "mano", etc. A prender per buone le millanterie di questi inglesi, si avrebbe un'idea del tutto distorta della realtà. Per fissare le idee, penso che gli iperpoliglotti abbiano subìto lo stesso fato dei settimini, sparendo nel nulla non appena si è diffusa una maggior conoscenza delle lingue e soprattutto non appena si è avuta la possibilità di verificare le informazioni. Si vuole affermare ad ogni costo l'esistenza di autentici iperpoliglotti? Si può dimostrare che si tratta in ogni caso di allucinazioni cognitive.

Non conosco il signor Bertani e di certo ho per lui il massimo rispetto, perché in ogni caso bisogna riconoscere che ha dedicato l'intera sua vita allo studio. Nutro tuttavia il fondato dubbio che le sue conoscenze siano più che altro tratte dai libri e che non abbia altrettanta dimestichezza con le lingue parlate. Forse è per questo che declinò sempre gli inviti in Russia. Probabilmente non temeva tanto di trovarsi di fronte alle rovine della Grecia dopo essersi nutrito di Omero, ma di impappinarsi, di non distinguere bene i suoni pronunciati dai suoi interlocutori, di fare una brutta figura passando dal russo dei libri a quello articolato da persone in carne ed ossa, che spesso ha suoni sfuggenti e indistinti. Cosa umanissima e comprensibilissima. Le miei ipotesi non sono poi così peregrine. Basti ascoltare con attenzione le parole dello stesso Bertani, documentate nel video da me riportato in questo mio contributo. Egli con grande onestà intellettuale ci dice di trovarsi perfettamente a suo agio con il russo scritto, ma di avere qualche difficoltà col russo parlato. Risulta un ottimo traduttore delle lingue scritte, che usando grammatiche e dizionari riesce a venire a capo di testi difficilissimi. Essere un ottimo traduttore delle lingue scritte non implica necessariamente essere in grado di seguire un parlante madrelingua in una normale conversazione. Sono due capacità diverse, con buona pace di quei navigatori che non riescono a distinguere tra lingua parlata e lingua scritta.

Per inciso, certe opinioni dello stesso Bertani sono a dir poco sconcertanti. Sentir affermare che i Longobardi fossero "genti ugriche" e che fossero originari degli Urali e della Russia meridionale, è cosa che ad esser sinceri lascia come minimo di sasso. Evidentemente lo studioso ha assimilato concetti antiquati, che potevano essere creduti veri all'epoca di Bram Stoker. Infatti nel capolavoro dello scrittore irlandese il Conte Dracula affermava che i suoi antenati erano le tribù ugriche dell'Islanda. Siccome le parole hanno un loro significato ben preciso, va ricordato che ugrico è un aggettivo usato per indicare le lingue del ceppo uralico a cui appartiene l'ungherese, non indoeuropee e molto distanti dalle lingue germaniche. Orbene, uno studioso che non ha chiari questi concetti di per sé semplicissimi potrebbe essere definito un esperto di filologia germanica solo in un mondo in cui tale disciplina è per la massima parte delle persone un libro chiuso e un tabù. Sorprende il fatto che il contadino di Campegine affermi di non conoscere l'inglese e neppure il tedesco. Condizioni ideali per approfondire lo studio della filologia germanica e per avere accesso alla letteratura scientifica! Il perché di queste gravissime lacune è un mistero. Non voglio credere che tutto si riduca a una viscerale quanto banale avversione politica per la Germania dei brutti e cattivi nazisti e per l'America dei brutti e cattivi capitalisti! 

Reazioni nel Web

Tutte le mie perplessità le ho illustrate seguendo un filo conduttore razionale. Eppure quando si parla di iperpoliglotti, si scopre che non pochi navigatori nel Web affrontano l'argomento di pancia, scossi da furori e da flussi ormonali, reagendo con stizza indicibile ogni volta che un utente mette in discussione l'autenticità dell'iperpoliglottismo. Così pure si noterà che gli scettici sono sorprendentemente pochi. Non solo, non mi pare di averne trovato nemmeno uno in grado di argomentare e di tenere testa ai furibondi fan degli iperpoliglotti. Tutto parte da alcuni commenti sui video di falsi poliglotti postati in gran copia su Youtube. Gli autori di questi filmati non possono essere nemmeno lontanamente paragonati agli antichi fenomeni da baraccone, in quanto manca qualsiasi interattività: si capisce lontano un miglio che si tratta di sciorinatori di frasettine apprenditicce ripetute a macchinetta, con assoluta impossibilità di verifica della loro capacità di dire qualsiasi altra cosa. Sono un po' come quei presentatori russi dell'epoca sovietica che potevano presentare un programma in italiano perché avevano studiato la loro parte a memoria senza capire assolutamente nulla e senza saper dire assolutamente null'altro.

Riporto un interessante video dell'utente Flaze3, intitolato "Disonestà del mondo poliglotta", con link alla pagina di Youtube con i commenti: 



Flaze3 afferma giustamente: "Molti cosiddetti poliglotta ritengono di riuscire a palare in più di 8, 9 lingue, ma se le uniche cose che sanno dire sono 'mi piace imparare lingue' e 'questa lingua è bella', per me non costituisce 'parlare in un'altra lingua', e infatti è piuttosto disonesto."

Felix lama commenta: "Come dico sempre, più lingue si conoscono, più è basso il livello della media delle lingue parlate. La maggior parte dei "poliglotti" non sono tali."

Ecco la reazione scomposta di un certo Alessandro B., le cui affermazioni sarebbero considerate naïf persino tra i Puffi: "Falso! Quelli che come dici tu si spacciano per poliglotti e parlano oltre 8, 9 lingue lo hanno dimostrato in dei convegni parlando queste lingue con dei madrelingua! Inoltre sono stati intervistati da TV straniere! E non sanno dire solo "mi piace imparare lingue" . Queste persone che sono su youtube e che in realtà sono pochissime, i loro nomi escono addirittura su wikipedia. Il caso più famoso di poliglottia era Emil Krebs parlava e scriveva 68 lingue e ne aveva studiati altre 120! questa è storia non cavolate! Sono casi rarissimi!!! in quest' ultimo caso! Infatti il cervello di krebs funzionava diversamente! In vita c'è un Italiano che attualmente detiene un record si Chiama RICCARDO BERTANI è Italiano! Parla 100 lingue! La sua conoscenza è attualmente utilizzata dal "Grande Dizionario UTET" con cui collabora. Parliamo di persone cui le loro competenze sono state DIMOSTATE E SONO DI AIUTO AL MONDO DELLE ENCICLOPEDIE! E tu dici che è falso. ahahahahahahahahha"

Certo, Emil Krebs è su Youtube ed è stato intervistato da TV straniere. Come no! Oltre al fatto che Youtube ha notoriamente la stessa autorità del Vangelo 😄. Appurato che Riccardo Bertani scrive in 100 lingue e che traduce da 100 lingue, più che parlarle in modo fluente, dubito molto che il Grande Dizionario UTET contenga assurdità come l'attribuzione dei Longobardi al ceppo ugrico.

Nel mondo anglosassone qualcuno ci va giù abbastanza duro, come si vede dai seguenti articoli: 



In un farneticante thread apparso su Reddit, si leggono le incredibili parole dell'utente Electronp, che adduce aneddoti su Tesla come prova dell'esistenza dell'iperpoliglottismo. Oh bella! Forse ignorano che Tesla non fa testo perché era un alieno rettiliano 😀. Lo stesso Electronp, che vive nel mondo incantato delle favole, non si limita ad enumerare i miracoli compiuti dal fisico extraterrestre naturalizzato serbo. Arriva ad affermare quanto segue:

"Europeans have a very high standard for fluency; lots of euros I know will hold a conversation in perfect fluent English--after apologizing, in perfect fluent English, for their poor English. your English must be excellent, as I have never heard a European using the tone and terminology of your sentence: " ... anecdotal BS that makes for a good story but nothing else. How convenient the man is dead..."
you sound exactly like a snotty, 20-30 year old American male!
good job.

Certo, certo! Le genti dell'Unione Europea parlano tutte le lingue del pianeta in modo fluente senza sforzo alcuno e in particolare sono esperte di fonetica inglese! Se questo è vero, allora il pene di Jimmy Savile era inoffensivo! 😁

4 commenti:

Unknown ha detto...

Buongiorno,
Avevo sentito parlare di Riccardo Bertani qualche anno fa, senza avervi dedicato particolare attenzione. Qualche giorno fa ho avuto modo di parlarne con un mio amico, il quale mi aveva chiesto se ne avessi sentito parlare e, naturalmente, tributava ogni sorta di elogi per il suddetto Bertani.
Essendo anche io scettico di natura ho rivisto quelle poche sparute interviste disseminate in rete e non ho potuto fare a meno di cogliere le stesse, identiche contraddizioni qui espresse in modo articolato.
Non intendo affatto sminuire il Bertani sul profilo personale, né tantomeno mettere in dubbio la sua genuina passione per le lingue da lui coltivate. Tuttavia non ho potuto fare a meno di notare un’intenzione ampiamente condivisa da parte di alcune persone - molto forzata e fondata su argomenti esili - di volergli attribuire le connotazioni di uno studioso di alto profilo. Notare la profusione di termini specialisti che gli vengono attribuiti: “filologo”, “glottologo”,“glottoteca”, “linguista” e via di questo passo. Io sono convinto che il buon Bertani sia poco più che un egregio dilettante, ma tutt’altro che vicino a quanto enunciato.
Nel ritratto delineato da Francesco Campari e Erik Scaltriti (“Un contadino sbagliato” https://www.youtube.com/watch?v=xmuDLVMCjug) si fa riferimento al Bertani come un uomo che (sic) “vanta rapporti e collaborazioni con i maggiori istituti europei e può essere annoverato tra i maggiori esperti mondiali sulle lingue slave e siberiane”. Dopo una scorsa alla bibliografia del Bertani, costituita per lo più da articoli e saggi brevi, saltano all’occhio stesse edizioni italiane, tra le più ricorrenti: "Carlino Reggio", Reggio Emilia, "Apitalia", Ass. Apicoltori Italiani, "Il Polo", Istituto Geografico Polare, Fermo, "Bollettino Agricolo", Reggio Emilia, "Notiziario A.N.P.I.”, Reggio Emilia. Editori piccoli, di levatura decisamente non accademica. Possibile che nell’elenco, per quanto nutrito possa essere, non figuri nemmeno una rivista o un giornale stranieri? Inoltre, lo stesso Bertani ha dichiarato di non conoscere né l’inglese né il tedesco, lingue che, oltre ad incrementare il potenziale comunicativo, danno accesso ad una vasta letteratura scientifica, specialmente nell’ambito dello studio delle lingue turche, uralo-altaiche, mongole e tunguse. Basti pensare ad esempio a Vasilij Radlov ( ossia Friedrich Wilhelm Radloff) o Nicolaus Poppe, autori di lavori fondamentali per un turcologo. Non mi risulta difficile concludere che la statura di studioso del Bertani sia decisamente esagerata, complice la spontane ammirazione di chi lo ha intervistato.

Unknown ha detto...

Ha dedicato ampio spazio ai popoli nativi della Siberia, quali jakuti, evenki, oroči, čukči, kety... popoli di cui si sapeva ancora relativamente poco nel loro paese di origine. Senza contare che in epoca sovietica alcune delle summenzionate lingue erano sprovviste di scrittura. Inoltre, risulta strano che il periodo in cui Bertani era attivo coincide con una stagione di spedizioni di linguisti e antropologi il cui unico punto di appoggio erano le ricerche sul campo. Come avrà fatto Bertani ad apprendere così tante cose su lingue (idiomi tutt’altro che facili e suddivisi in vari dialetti), usi e costumi senza mai essersi mosso dal paese natale? Interrogativo che desta non poche perplessità. Viene da pensa che Bertani abbia tradotto pubblicazioni già esistenti in italiano.
A stridere in misura forse maggiore è l’etichettatura di “poliglotta”, quella che ho visto usare con maggior frequenza. A scrivere – e lo dico senza alcuna falsa modestia – è un ottimo conoscitore della lingua russa, al quale la pronuncia errata di Tàras Grigorèvič Ševčenko (unico accento esatto quello sul cognome) ha fatto decisamente accapponare la pelle, specie se si considera che l’autore dell’enunciato, ossia il Bertani, si attribuisce la padronanza del russo. Inoltre, il nome del poeta ucraino è pronunciato alla russa: la -v non subisce sordizzazione regressiva in Ucraino, è in sostanza una “l” scura. Sarò pedante, tuttavia mi aspetterei una pronuncia corretta da parte di chi, tra l’altro, sostiene di aver tradotto gli originali del massimo poeta romantico ucraino.
Infine, e qui la pianto, c’è una cosa di Bertani che proprio non riesco a mandare giù: per quale motivo non ha mai acquistato quaderni o risme di carta pulita per scrivere? Oltre alle agendine delle piccole banche locali ho visto sue cose scritte di suo pugno (intervista del Corriere) sulla carta del pane... Ai posteri l’ardua sentenza!

Antares666 ha detto...

Benvenuto in questo spazio e grazie degli utilissimi interventi!

Unknown ha detto...

Felice di essere qui, Antares!