sabato 11 agosto 2018

L'ESTATE DEI MORTI

“Oh Signùr, al Giulio l’ha mort! Aiüt, aiüt!”
Pavia, venerdì 8 giugno 2018, ore 10 del mattino: le grida della signora Ernestina, vedova settantacinquenne, risuonano altissime in Viale Gorizia. L’anziana donna, affacciatasi sull’uscio di casa, ha appena scorto nel cortile dell’abitazione del vicino il corpo di quest’ultimo riverso sull’erba, a faccia in giù. Due cornacchie zampettano attorno alla figura esanime, beccandola sulla testa. Le urla di Ernestina attirano l’attenzione di un messo comunale che in quel momento sta percorrendo Viale Gorizia.
“Sciùra, sä süceda?”
“L’ha mort al Giulio, gh’è i crov che 'lä mangiän!”
Il messo compone immediatamente il 112; dopo una decina di minuti sopraggiungono un’ambulanza e una volante della polizia. Il paramedico non può far altro che constatare la morte del pensionato e chiedere l’intervento di una vettura per il trasporto della salma alla camera mortuaria di Via Forlanini. 

“Giovane, i morti vanno trattati con rispetto, tienilo sempre a mente.”
L’uomo che ha pronunciato queste parole si chiama Attilio Ceriani e presta servizio all’obitorio da oltre vent’anni. Il giovanotto che sta istruendo, invece, è alle prime armi.
“Dai morti c’è sempre da imparare, ricordati. Non devi averne paura, abituati a stare in loro compagnia. E mi raccomando, non ridere mai in presenza dei parenti dei defunti! Hai capito Sergio?”
“Capito.”
“Se ti viene da ridere, devi fissare un punto sulla parete, che so io, una macchia di muffa, e concentrarti su quello.”
“Guardare il muro?”
“Funziona.”
“E con gli stranieri?”
“Anche.”
“No, volevo dire: come mi devo comportare?”
“Normalmente. Mostrati serio ma non accigliato. Sii moderatamente affabile.”
Dallo sguardo del neoassunto, Ceriani intuisce che questi ignora il significato del termine.
“Sii cortese”, rettifica, “Parla solo quando interpellato. Tu parli da solo?”
“A volte.”
“Non prendere l’abitudine di parlare coi cadaveri se no poi diventa un vizio.”
“Ma se non posso parlare coi morti, con chi parlo?”
“Parla dentro la tua testa.”
“E come si fa?”
“Imparerai. Intanto devi prendere confidenza con i cadaveri. Questo è molto importante.”
“Cosa devo fare?”
“Devi stare in loro compagnia e non averne paura. Per esempio, ci sono persone che hanno timore di dare le spalle a una barella con sopra un morto. Questo non va bene. E’ una paura che va superata. Lo senti questo odore?”
“Sì.”
“Dovrai farci l’abitudine. Questo è il tuo nuovo mondo. Ti piace?”
“Non tanto.”
“Hai passato troppo tempo all’aria aperta. Il sole fa male, meglio i posti chiusi: sotterranei, cripte. Qui non ti annoierai, te l’assicuro… C’è sempre gente che va, gente che viene. Morti sempre nuovi e relativi parenti. Stai solo attento al personale delle pompe funebri!”
“Perché?”
“Non dar loro confidenza. Non parlare mai più del necessario. Rammenta: è dei vivi che devi avere paura, non dei morti!”
In quel preciso istante si ferma dinanzi all’ingresso la vettura per il trasporto delle salme.
“Che ti dicevo, Sergio? Forza, al lavoro!”
Il fu Giulio viene prontamente scaricato e collocato su una barella zincata nel salone di osservazione.
“Ora del decesso? La trovi scritta su quel documento.”
“Otto del mattino”
“Bene, questo signore resta qui sino alle otto di domattina, dopo di che va nella cella refrigerata, chiaro?”
“Agli ordini!”
Alle 7 dell’indomani, all’atto dell’apertura della camera mortuaria, Ceriani avverte una strana sensazione. Si dirige immediatamente verso il salone, accende la luce: ai piedi della barella zincata su cui, il giorno precedente, era stata deposta la salma del pensionato ora ce ne stanno altre tre.
I cadaveri giacciono nudi uno accanto all’altro, sul pavimento.
“Sergio, vedi anche tu quel che vedo io?”
“Sono uguali.”
“Sì, uguali fra loro… e al morto sulla barella.”

Ore 8, Dipartimento di Medicina Legale

“Non me la raccontate giusta: i cadaveri erano quattro anche ieri sera”.
Il dottor Fulcis lancia un’occhiata severissima agli addetti alla camera mortuaria.
“Le assicuro di no - ma prima di continuare le chiedo di osservarli bene.”
Il medico forense rivolge la propria attenzione alle quattro salme disposte nella sala anatomica. Passa dall’una all’altra, più volte.
“Che razza di scherzo è questo?”
“Me lo dica lei”, risponde Ceriani, “io so solo che ce n’era uno e stamane sono diventati quattro.”
“Esigo sapere esattamente com’è andata.”
“Ieri hanno portato un morto, l’abbiamo sistemato normalmente. Stamattina all’apertura abbiamo trovato altri tre cadaveri uguali al primo.”
“L’originale dov’era?”
“Sulla barella, dove l’avevamo posato.”
“E gli altri?”
“Per terra.”
“In che stato erano?”
“Come li vede ora: rigor mortis.”
In quel preciso istante, il telefono posto sulla scrivania prende a squillare. L’assistente di Fulcis solleva il ricevitore.
“Chiamano dalla camera mortuaria: il cadavere di un’anziana si è quadruplicato.”
Fulcis ha un sussulto, come se avesse ricevuto una frustata.
“Ci sono i parenti della defunta che danno fuori di matto.”
Fulcis e Ceriani si guardano con gli occhi sbarrati.
“Avvertite la polizia per ogni evenienza. Ceriani, lei intanto vada a vedere e mi riferisca.”
La telefonata di Ceriani non si fa attendere.
“Dottore, abbiamo quattro cadaveri uguali come gocce d’acqua.”
“Cos’è questo baccano? Chi grida? I parenti?”
“Sì.”
“Fateli allontanare! Avete chiamato la polizia?”
“Sta arrivando.”
“Portatemi qui la vecchia, subito.”
“Quale delle quattro?”
“Tutte e quattro!”
I quattro corpi giacciono distesi sui tavoli autoptici, indistinguibili l’uno dall’altro.
“Prelievi ematici su tutte e quattro, massima urgenza”, ordina Fulcis.
Il telefono squilla di nuovo. Fulcis esita un istante prima di rispondere.
“Dottore, sono centodiciotto!”
“Come?!”
“Centodiciotto cadaveri!”
“Si può sapere cosa state dicendo? Siete tutti impazziti?”
“Si stanno moltiplicando a tutto spiano! Da sette che erano, sono diventati cento in meno di un’ora. Non sappiamo più dove metterli!
” 
Le urla dei parenti dei defunti risuonano da un capo all’altro della via. Un vecchio vedovo, colto da malore, collassa nel vestibolo della camera mortuaria. Le manovre di rianimazione non sortiscono alcun risultato: viene constatato il decesso. Trasportato al vicino Dipartimento di Medicina Legale, il cadavere si moltiplica sotto gli sguardi atterriti dei necrofori. Fulcis, testimone del fenomeno, vacilla come un pugile colpito da un diretto al volto, quindi dà ordine di deporre i corpi nei sotterranei dell’edificio.

Università degli Studi di Pavia, ore 10

Il professor Erminio Robecchi, ordinario di Diritto delle società offshore e Tecniche di evasione fiscale, trattiene a stento una bestemmia: non uno degli studenti iscritti alla sessione d’esame fissata per quel giorno si è presentato. Gli assistenti stringono la testa fra le spalle, presagendo l’esplosione di rabbia del docente, che non si fa attendere.
“Perché cazzo non mi avete avvisato? Incapaci! Il mio tempo è denaro, lo capite o no?”.
“Veramente noi…”
“Stia zitto! Ma me la pagano, perdìo se me la pagano! Perché dovranno pur tornare… Li aspetto al varco, quei merdosi!”.
La sagoma di un bidello fa capolino all’ingresso dell’aula. L’uomo ha un’aria sinistra: il viso, segnato da cicatrici, trasuda malvagità allo stato puro.
“Professore.”
“Che c’è?”
“Un decesso, in biblioteca.”
“Chi è morto?”
“Il catalogatore. Infarto, credo.”
“E allora? Che c’entro io? Avvertite la famiglia, il 112.”
“Già fatto. Solo che adesso sono tre.”
“Tre cosa?”
“I cadaveri.”
“Le ha dato di volta il cervello?”
“Se non mi crede, venga a controllare di persona.”
“Non ci penso proprio! Ho uno studio da gestire, io. Mi avete già fatto perdere sin troppo tempo!”.
Afferrata la borsa, Robecchi si alza e si dirige all’uscita senza salutare nessuno. Fatti pochi passi in corridoio, inciampa in un cadavere disteso sul pavimento e cade, battendo violentemente la testa contro lo spigolo di uno scaffale. Uno schizzo di sangue imbratta la parete dell’istituto.

10 giugno, Via Forlanini, ore 8 del mattino

“Dottore, che facciamo?”
La domanda dell’assistente di laboratorio cade nel vuoto. Fulcis osserva ipnotizzato la facciata dell’edificio sede del dipartimento di medicina legale. Durante la notte, i cadaveri si sono moltiplicati a un ritmo tale da riempire i corridoi sino ai soffitti. La pressione esercitata dalla massa crescente di corpi ha schiantato le porte degli uffici; saturati anche questi locali, le salme hanno sfondato i vetri delle finestre ed ora debordano all’esterno.
I cadaveri fuoriusciti dalle finestre infrante si moltiplicano per scissione sotto gli sguardi terrorizzati del personale del Dipartimento.
Il mondo che Fulcis conosceva, un mondo strutturato secondo regole stabili, ha cessato di esistere e il medico forense avverte la sensazione che l’abisso del caos si sia spalancato e stia per inghiottire ogni cosa, inclusa la sua vita.
“Ripiegare.”
“Come, dottore?”
“Andiamocene subito da qui!”
Al semaforo di Via Forlanini la circolazione è interrotta. Un posto di blocco impedisce il passaggio delle auto private. Fulcis si rivolge a un agente di polizia: “Ci sarebbe un problema”
“Che problema?”
“Se vuole avere la cortesia di dare un’occhiata nel cortile del dipartimento…”
L’agente fa un cenno a un collega ed entrambi si dirigono nella direzione indicata dal medico. Un minuto dopo li si vede schizzare fuori dal cancello del dipartimento.
Sono sconvolti, faticano a parlare.
“E’ pieno di cadaveri!”
“Visto?”
“E adesso che si fa?”
“Ditemelo voi.”

Ore 10, Prefettura di Pavia

“Tutte le salme giacenti nelle camere mortuarie di tutti gli ospedali e gli istituti di ricovero e cura della provincia devono essere immediatamente cremate”, letta la frase ad alta voce, il prefetto posa il foglio sulla scrivania.
“Non ce la facciamo. Il forno in funzione al cimitero è del tutto insufficiente”.
“E chi ha parlato del San Giovannino? Signor sindaco, le salme vanno all’inceneritore di Parona. La questura garantirà la scorta dei convogli.”
Chiamato in causa, il questore dice la sua:
“Noi siamo pronti a fare la nostra parte. Si tenga presente, tuttavia, che lo smembramento interrompe il processo di moltiplicazione.”
“Ne consegue che?”
“Ne consegue che dovremmo farli a pezzi all’istante, lì dove si trovano.”
“E’ una proposta aberrante! E chi dovrebbe occuparsi della macellazione delle salme?”
“Se non prendiamo provvedimenti saremo sommersi dai cadaveri.”
“Chiediamo l’intervento immediato del ministero dell’Interno.”
“Sì, ma nel frattempo che ne facciamo dei morti?”
“Vanno distrutti!”
“Vediamo se ho capito bene: in un ospedale o in un ospizio si accerta il decesso di un degente; lo si preleva dalla stanza e lo si fa a pezzi?”
“Ha capito benissimo.”
“E io torno a chiederle: chi se ne occuperebbe?”
“Questo è il minore dei problemi: basta pagare e il personale si trova.”
“E quelli che muoiono nella propria casa?”
“Sono una sparuta minoranza.”
“Scusate ma mi è appena giunta una segnalazione: a Lodi e a Cremona sta succedendo lo stesso.”
“Cosa?!”
“La moltiplicazione dei cadaveri dei deceduti nelle ultime ore ha saturato le camere mortuarie degli ospedali e dei ricoveri per anziani. Le salme debordano nelle vie.”
“Siamo rovinati.”
“Allertiamo le autorità sanitarie, le direzioni delle case di riposo: siano schedati malati gravi, vegliardi, moribondi.”
“E’ troppo tardi, signor questore. La situazione ci è già sfuggita di mano.”
“Non è detta l’ultima parola”, osserva il questore.
“Sarebbe a dire?”
“Potremmo giocare d’anticipo, sopprimere i soggetti a rischio: malati terminali, anziani in fin di vita…”
“Ma è mostruoso!”
“E’ in gioco il destino stesso della nazione. Non è tempo di sentimentalismi.”
“In questo momento il nostro problema non sono i moribondi ma coloro che sono già morti, volete capirlo?”, esclama il prefetto.
Un segretario si affaccia alla porta con un foglio in mano. Il prefetto se lo fa consegnare e ne dà lettura:
“Le cataste di cadaveri occupano Via Forlanini in tutta la sua lunghezza. Le salme formano una specie di muro, la cui altezza va aumentando costantemente.”
Il sindaco abbandona la stanza in preda al più assoluto sgomento. Dopo sedici ore, il Ministero dell’Interno dichiara lo stato di emergenza in tutto il territorio nazionale. 

Circolare riservata – distruggere dopo la lettura 

Le “unità speciali” si articolano in squadre di “cacciatori-liquidatori” e “smaltitori”. I primi hanno i seguenti compiti: individuare le minacce (i moribondi) e le “matrici” (i cadaveri) ovunque essi si trovino; accelerare la dipartita dei moribondi; depezzare le salme. Per tale operazione si utilizzino motoseghe, scuri, mannaie. I resti vanno scaricati presso la stazione di smistamento - qui, le squadre degli “smaltitori” provvedono a stiparli nei cassoni dei camion diretti agli inceneritori.

“Mai vista tanta gente qui. Di solito non c’è nessuno.”
Una folla di donne è raccolta in preghiera all’interno della basilica di San Michele Maggiore e nella piazza antistante. Il questore accoglie le parole del funzionario della Digos con un’alzata di spalle.
“A me preme solo che non scoppino tafferugli. Avete avvertito il prete di non dire spropositi?”
“Certo.”
“Non voglio sentir pronunciare la parola apocalisse. La gente va tranquillizzata, non spaventata.”
“Abbiamo chiarito bene la cosa.”
“Da oggi non si scherza più. Chi diffonde allarmismo va arrestato, chiaro?”
“Ricevuto.”
“Come si chiama l’officiante?”
“Don Angelo Barbieri.”
“Spero per lui che si attenga alle disposizioni. In ogni caso, orecchie aperte: alla prima nota stonata, intervenite.”
La recita del rosario dura ormai da due ore. Gli amplificatori posizionati in piazza diffondono la voce di don Angelo fra coloro che non sono potuti entrare. Il senso di angoscia e smarrimento è tale da risultare quasi palpabile. D’un tratto, nel bel mezzo del Salve Regina, una vecchia si accascia nella navata centrale. Si leva immediatamente un coro di grida stridule, come uno strepitare di cornacchie e di gazze. Un medico si fa largo tra la gente per prestare soccorso. Mentre sta controllando il battito cardiaco dell’anziana, dal corpo di quest’ultima scaturisce un clone perfettamente formato. Si scatena il fuggifuggi generale. Don Angelo raggiunge di corsa i locali della canonica e vi si barrica. I fedeli si accalcano all’uscita, urla spaventose risuonano sotto le volte della basilica.
Gli agenti presenti in piazza San Michele tentano invano di garantire un deflusso ordinato della folla in preda al panico.
Il questore, avvertito al telefono, ruggisce un ordine perentorio:
“Non fatevi sfuggire il prete!”

Ore 14, Questura di Pavia

“Eminenza!”
“Dottore buongiorno. Non le nascondo che questa convocazione improvvisa mi ha non poco sorpreso.”
“Non ha motivo di preoccuparsi. Dovendo conferire urgentemente con lei, l’ho mandata a prendere. Lei comprenderà che nelle presenti condizioni ogni minuto è prezioso.”
“Certamente.”
“Ho letto le sue dichiarazioni sul quotidiano locale… il suo appello al rispetto dei diritti umani. E’ un momento difficile per tutti, le istituzioni politiche, militari, religiose devono dar prova di coesione e senso della responsabilità.”
“Questo mi è chiaro ma io non potevo non raccogliere il grido di dolore dei parenti dei malati, degli anziani.”
“Naturale, tuttavia volevo informarla che, per motivi di sicurezza, le sarà assegnata una stanza confortevole presso di noi, in questo edificio, da oggi e per le prossime settimane, sino a quando tutto non tornerà nei binari della normalità.”
“Devo considerarmi in arresto?”
“Ma neanche per sogno! Come le dicevo, si tratta di una misura a garanzia della sua incolumità. Ed ora devo proprio salutarla: sa, gli impegni mi chiamano. Se vuol essere così gentile da seguirli, gli agenti la scorteranno presso il suo appartamento.”
L’appartamento del vescovo si rivela essere una comunissima cella.

Ore 16, Prefettura di Pavia

Il prefetto siede, solo, nel proprio ufficio: sulla scrivania sono sparpagliate delle carte. Il funzionario stringe in mano una Beretta 92 S.
“Cosa diceva la maestra Belloni? "Il viatico di una buona vita è una coscienza retta". E adesso? Cosa volete che faccia? E’ finita, è tutto finito.”
Da piazza Guicciardi giunge un coro di urla.
“Che succede? Chi grida? Disperdete l’assembramento!”
Nessuno risponde. Il Prefetto riprende a parlare fra sé e sé.
“Mi sparo, non mi sparo? Dio mio, che devo fare?”
Lo squillo del telefono interrompe le elucubrazioni del funzionario.
“Pronto!”
“La aggiorno sulla situazione.”
La voce del questore ha un suono inquietante, come se qualcosa dentro di lui si fosse incrinato per sempre.
“Sono oltre diecimila, e aumentano a ritmo vertiginoso. A tutti gli effetti, il numero esatto non può più essere stimato.”
“E adesso?”
“In questo preciso istante ci sono le ruspe in azione in Via Forlanini, ma è come cercare di svuotare il mare. Ne spuntano sempre di nuovi. Una cosa allucinante.”
“E nelle altre camere mortuarie?”
“La situazione è fuori controllo alla Maugeri, al Santa Margherita e al Pertusati”
“Allora siamo fottuti”
“Temo proprio di sì.”

Policlinico San Matteo, ore 17

“Ceriani, mi stia a sentire.”
“La ascolto.”
“Ho esaminato attentamente la questione. I cadaveri si moltiplicano per scissione, questo è assodato, ma che ne è dei cloni, se così vogliamo chiamarli?”
“Cominciano a decomporsi.”
“Precisamente. La moltiplicazione si interrompe nel momento in cui inizia la fase putrefattiva enfisematosa. Il problema è che, in 24 ore, da un cadavere possono scaturirne mille.”
“E ciascun clone dà origine ad altri cloni.”
“Ecco, appunto.”
“Quindi siamo spacciati.”
“E’ quel che ho spiegato al prefetto, prima che si sparasse.”
“Ho saputo. Ho sentito anche quel che è successo dopo.”
Fulcis tacque, distogliendo lo sguardo.
“Sono spuntati quattro cloni del prefetto, ognuno con un buco alla tempia.”

Lunedì 19 giugno

Pavia è una città fantasma. Gli abitanti sono fuggiti in preda al panico. Il tanfo di decomposizione rende l’aria irrespirabile: le vie sono ingombre di cadaveri. Le ruspe aprivano un varco fra i cumuli di cadaveri, e subito lo spazio liberato veniva nuovamente riempito dalle salme in moltiplicazione. L’istituzione-attivazione delle “unità speciali” ha richiesto due giorni e in quel sia pur breve lasso di tempo la situazione è precipitata senza scampo.
I morti hanno saturato la città: edifici, strade, piazze, vicoli.
I vivi ne sono stati scacciati.

2 luglio 2018

Il dottor Fulcis ha trovato rifugio nella casa di famiglia a Fortunago, un borgo situato sulle colline dell’Oltrepò Pavese, e da qui segue, tramite Internet, l’evolversi catastrofico della situazione. Ceriani è al suo fianco, armato di fucile, per ogni evenienza.
“Sta andando tutto quanto a puttane! Ascolti questo report:
La fuga dalle aree urbane ha interessato tutta quanta la penisola. Numerosissimi gerontocomi sono stati dati alle fiamme con i ricoverati ancora dentro.
Le unità speciali setacciano le colonne degli sfollati in cerca di anziani e malati da abbattere, scontrandosi con la resistenza delle famiglie.
I piccoli centri su cui si riversa l’ondata di profughi vengono saccheggiati e in molti casi dati alle fiamme. Dalle grandi città la massa dei cadaveri tracima verso il circondario, inarrestabile. Trasportati dalle acque dei fiumi, i morti vengono disseminati ovunque, e qui seguitano a moltiplicarsi, a ritmo crescente.

“Basta non arrivino quassù…”
“E’ un rischio remoto, il problema è un altro: l’interruzione dei rifornimenti di generi di prima necessità. I negozi sono vuoti!”
“Per questo abbiamo fatto scorta prima di venire qui.”
“E quando l’avremo esaurita? Per non parlare dei saccheggiatori… Non siamo affatto al sicuro. Da un giorno all’altro potrebbero piombare qui e mettere il paese a ferro e a fuoco.”
“Non staremo certo a guardare.”
“Ci faranno a pezzi comunque. E poi c’è un altro rischio da considerare. Se morisse qualcuno dei tanti vecchi che vivono qui?”
“Lo facciamo a pezzi e lo bruciamo.”
“E’ una parola! Crede forse che la famiglia ce lo lascerebbe fare? ‘Prego, smembratelo pure!’. Lei non conosce questa gente.”
“Se un cadavere non viene trattato immediatamente, è la fine.”
“La fine è già arrivata, Ceriani, e questo posto pullula di anziani.”
“Non ho intenzione di seguire l’esempio del prefetto. Sarà finita quando sarà finita. Per il momento abbiamo ancora cibo a disposizione e la cantina è ben fornita.”
“Di notte non riesco a chiudere occhio… ho sempre l’impressione che qualcuno cerchi di entrare in casa.”
“Le finestre hanno le inferriate, la porta pare robusta…e noi siamo armati.”
“Abbiamo provviste per non più di un mese.”
“Meglio di niente, dottore.”
“E poi?”
“E poi basta.”

Pietro Ferrari, luglio 2018 

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