mercoledì 25 maggio 2016


SPIRITI NELLE TENEBRE

Titolo originale: The Ghost and the Darkness
Paese di produzione: USA
Anno: 1996
Durata: 109 min
Colore: colore
Audio: sonoro 
Genere: avventura, drammatico 
Regia: Stephen Hopkins
Soggetto: dal romanzo di John Henry Patterson
Sceneggiatura: Stephen Hopkins, William Goldman
Produttore: Paul Radin, Gale Anne Hurd, A.
    Kitman Ho
Fotografia: Vilmos Zsigmond
Montaggio:
Sally Menke, Robert Brown Jr., Steve
     Mirkovich, Roger Bondelli
Effetti speciali: Stan Wingston
Musiche: Jerry Goldsmith
Scenografia: Stuart Wurtzel
Costumi: Ellen Mirojnick
Interpreti e personaggi:
    Val Kilmer: John Henry Patterson
    Michael Douglas: Charles Remington
    John Kani: Samuel
    Tom Wilkinson: Robert Beaumont
    Om Puri: Abdullah
    Bernard Hill: il dottor David Hawthorne
    Brian McCardie: Angus Starling
    Emily Mortimer: Helena Patterson 
Doppiatori italiani:
    Roberto Pedicini: Val Kilmer
    Oreste Rizzini: Michael Douglas
    Kalongo Tsh Imanga: Samuel
    Sergio Fiorentini: Tom Wilkinson
    Fabio Boccanera: Brian McCardie
    Bruno Alessandro: Om Puri

Trama:
Siamo in Africa, nella regione dello Tsavo, in Kenya. Corre l'Anno del Signore 1898. Il colonnello Patterson deve costruire un ponte sul fiume Tsavo per incarico delle autorità coloniali britanniche, ma nonostante sia un eccellente ingegnere si trova subito in difficoltà: gli operai vengono predati e uccisi da due giganteschi leoni, che presto seminano il terrore in tutta l'area. La strage assume proporzioni inaudite e tutti i tentativi messi in opera da Patterson per porre un freno a tale calamità sono destinati all'insuccesso. Le fiere non sono soltanto bramose di carne umana: dimostrano un'intelligenza, un'astuzia e una capacità di sfuggire a ogni trappola che sembrano quasi sovrannaturali. Tra gli operai il panico aumenta, perché comincia a diffondersi la credenza che non si tratti realmente di due leoni, ma degli spiriti di due stregoni che hanno assunto la forma delle belve e che cercano vendetta. A questo punto interviene il cacciatore statunitense Remington, alla guida di un gruppo di cacciatori Masai. Nonostante la sua prosopopea, non riesce nel suo intento. Non soltanto i leoni sfuggono a un tentativo di accerchiamento, ma la furia con cui si abbattono sull'accampamento degli operai aumenta a dismisura. Tante sono le vite spezzate, tanto è il sangue che scorre, che i nativi abbandonano il cantiere. Restano soltanto pochi uomini ad affiancare Patterson e Remington, il cui unico scopo è quello di abbattere i felini aberranti. Quando seguono le tracce delle fiere e arrivano fino alla caverna che serve loro da tana, si spalancano le porte dell'Inferno: centinaia di scheletri e di altri resti umani giacciono in orridi mucchi, denotando l'innaturale volontà sterminatrice dei mangiatori di uomini. Com'è possibile che i leoni si comportino in questo modo? La caccia prosegue senza quartiere, con sequenze da incubo. Remington riesce a uccidere un leone, ma il superstite riesce a vendicarsi, uccidendo il cacciatore americano la notte successiva. Alla fine Patterson uccide anche il secondo leone, rendendo sicura l'area e permettendo la ripresa dei lavori.    

Recensione:
Un film eccellente, basato sul romanzo The Man-Eaters of Tsavo (Mangiatori di uomini dello Tsavo) che fu scritto di suo pugno dal protagonista degli eventi narrati, il tenente-colonnello John Henry Patterson. La valutazione di questo capolavoro resta più che entusiastica, nonostante ci siano alcune discrepanze rispetto alla narrazione dell'ufficiale coloniale britannico. Il personaggio di Remington, solo per fare un esempio, è fittizio. I leoni portentosi avevano inoltre una caratteristica del tutto inusuale per gli esemplari maschi della specie: erano sprovvisti di criniera. Questo fatto singolare non trova riscontro alcuno nel film, che mostra due felini dotati di splendida criniera, allo scopo di rendere le sequenze più spettacolari. Va infine riportato che il romanzo di Patterson ha ispirato altri due film, Bwana Devil (1952) e Killers of Kilimanjaro (1956), che spero avremo occasione di recensire.  

La necessità della demonologia

Ci sono cose che l'approccio materialista del mondo scientifico non è in grado di spiegare. Si capisce che qualcosa non quadra non appena si coglie un eco di grottesco e di inverosimile nelle affermazioni di Piero Angela e di suo figlio. Si rimane come sbalorditi dai loro tentativi di banalizzare autentiche enormità riducendole a "strategie riproduttive". Se il genere umano durerà abbastanza a lungo, sono convinto che un giorno la Scienza riuscirà a descrivere in termini perfettamente razionali mondi che oggi sfuggono ancora alla comprensione. In altre parole, sarà possibile includere la demonologia nel novero delle scienze esatte, con tanto di classificazioni, di teorie evolutive e di equazioni. 


L'esistenza di animali diabolici che uccidono esseri umani per odio 

Si sono dati casi di belve dal comportamento anomalo, spinte da un inestinguibile odio verso gli esseri umani. Particolare menzione merita il caso dei Leoni Assassini di Tsavo. Due leoni maschi più grandi della norma vivevano assieme in una spelonca e conducevano spietati attacchi contro gli operai impegnati nella costruzione della ferrovia lungo il fiume Tsavo. Aggredivano gli esseri umani di notte, trascinandoli nelle tenebre per poi divorarli. Quando i felini mostruosi furono finalmente uccisi, e per finirne uno fu necessario sparargli per dieci giorni di seguito, furono trovati nella caverna i resti di moltissime vittime orrendamente dilaniate. L’analisi delle feci rivelò la presenza di tessuti umani digeriti e di resti di cheratina. I materialisti hanno cercato di dare varie spiegazioni all’accaduto, ma nessuna di queste convince davvero. Secondo alcuni, i leoni sarebbero stati privati delle loro naturali prede a causa di un’epidemia di peste bovina e si sarebbero così abituati a cacciare umani per poter sopravvivere. Per altri invece sarebbe stata la tratta degli schiavi a rendere disponibile una gran quantità di carne umana, facendo familiarizzare i predatori al sapore delle carogne. Ma i leoni non hanno costumi carognari, né vi si abituano in caso di carenza di cibo. Quello che manca a queste futili spiegazioni, con tutta la loro patina di “ragionevolezza” è la comprensione della Natura del Male. 

(Compendio del Dualismo Anticosmico, cap. 4 - L'osservazione della Natura a conferma delle tesi dualiste)

Un'ultima nota

Se non convincono i tentativi di spiegare i comportamenti anomali degli animali partendo dai dogmi di Piero Angela, ancor più grotteschi sono i farfugliamenti di chi vorrebbe estendere all'intera Natura le baggianate behavioriste che già hanno prodotto danni spaventosi al genere umano. Possiamo ben immaginarci Vittorino Andreoli spiegare in un suo articolo che i mostruosi leoni dello Tsavo uccidevano per via del disagio o perché l'avanzare dei lavori della ferrovia rendeva incerti i loro progetti per il futuro. Ancor più facile è indovinare cosa accuseranno i boldrinisti delle stragi compiute dai felini in questione: il colonialismo

BRAVEHEART - CUORE IMPAVIDO

Titolo originale: Braveheart
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1995
Durata: 170 min
Colore: colore
Audio: sonoro
Genere: epico, drammatico, azione, storico
Regia: Mel Gibson
Soggetto: Randall Wallace
Sceneggiatura: Randall Wallace
Produttore: Mel Gibson, Alan Ladd, Jr., Bruce
    Davey, Stephen McEveety
Casa di produzione: Icon Productions
    The Ladd Company
Fotografia: John Toll
Montaggio: Steven Rosenblum
Effetti speciali: Michael L. Fink, John Frazier
Musiche: James Horner
Scenografia:
Peter Howitt
Trucco: Peter Frampton, Paul Pattison, Lois
    Burwell 

Interpreti e personaggi: 
   Mel Gibson: William Wallace
   Brendan Gleeson: Hamish Campbell
   James Cosmo: senior Campbell
   Sean McGinley: MacClannough
   Catherine McCormack: Murron
   Sophie Marceau: Principessa Isabella di Francia
   Patrick McGoohan: Re Edoardo I d'Inghilterra
   David O'Hara: Stephen, l'irlandese
   Angus Macfadyen: Robert Bruce / voce narrante
   Ian Bannen: Padre di Robert Bruce, il lebbroso
   Tommy Flanagan: Morrison
   Peter Hanly: Edoardo Principe di Galles
   Brian Cox: Argyle Wallace
   Tam White: MacGregor
   Alun Armstrong: Mornay
   Rupert Vansittart: Lord Bottoms
   James Robinson: giovane William
   Mhairi Calvey: giovane Murron
Doppiatori italiani:
    Claudio Sorrentino: William Wallace
    Roberto Pedicini: Hamish Campbell
    Angelo Nicotra: Campbell senior
    Alessandra Korompay: Murron
    Laura Boccanera: Principessa Isabella
    Sergio Fiorentini: Re Edoardo Plantageneto
    Massimo Lodolo: Stephen
    Tonino Accolla: Robert Bruce / voce narrante
    Giorgio Lopez: Padre di Robert Bruce, il lebbroso
    Loris Loddi: Edoardo Principe di Galles

Trama (da Comingsoon.it):
Sul finire del XIII secolo, sul trono di Scozia siede l'usurpatore Edoardo I Plantageneto, re d'Inghilterra. Lo scozzese William Wallace, la cui famiglia era stata massacrata dagli inglesi, diventato un uomo colto, ma legato alle tradizioni rurali della terra natia, torna dopo molti anni nel suo villaggio, dove vorrebbe creare una famiglia con la bella Murron che, per eludere lo "jus primae noctis" imposto dal feudatario inglese, sposa in segreto. Poi deve difenderla da un tentativo di stupro, ma catturata, la giovane viene barbaramente uccisa. Adirato William suscita una rivolta che estromette gli inglesi dal territorio dopo averli sconfitti a Stirling. Poi con la sua armata, formata da volontari provenienti da tutta la Scozia, Wallace conquista York. Edoardo I, preoccupato, invia a negoziare con lui la principessa Isabella di Francia, moglie dell'inetto principe Edoardo, suo figlio. Il furbo tiranno pensa di sfruttare l'avvenenza e l'intelligenza della giovane Isabella per ammansire Wallace.

Recensione:
Il film è esaltante e godibile anche a distanza di anni, nonostante sia ben lungi dall'essere una rappresentazione credibile o anche lontanamente somigliante alla realtà storica. Se il vero William Wallace potesse assistere a una proiezione, rimarrebbe di certo basito. Sarebbe già un ottimo risultato se potesse riconoscere un vaghissimo nucleo di attinenza alla propria vicenda personale e al contesto in cui visse. In realtà capire qualcosa nel guazzabuglio delle vicende della Scozia di quell'epoca è un'impresa ardua e sfido chiunque ad affermare il contrario. Solo per fare un esempio, pochi sanno che esisteva in Scozia un re fantoccio chiamato John Balliol, di cui in Braveheart non si fa la benché minima menzione.   

Il cognome di William Wallace

Per quanto la forma gaelica del cognome Wallace sia riportata come Uallas, questa non è che una traduzione del genuino Breathnach, che alla lettera significa "Gallese". La radice è quella della Britannia. La protoforma di Breathnach è ricostruibile con chiarezza come *britannikos, formazione che corrisponde al latino britannicus. Questo perché gli antenati dell'eroe provenivano dal Cumberland, che era un tempo conosciuto come Galles del Nord. Vi era infatti parlato una varietà dell'antico gallese, il cumbrico, che in seguito si è estinta. Il cognome Breathnach è tradotto in inglese in diversi modi: Brannagh, Brunnock, Brannick, ma anche Walsh, Wallace, Wallis.

Una gran copia di errori 

Innumerevoli sono gli errori contenuti nel film. Una vasta collezione è riportata nel sito Bloopers.it, a cui rimando per un approfondimento. Ne esistono talmente tanti che sarebbero necessarie molte pagine per elencarli tutti. Alcuni sono così insignificanti da meritare a stento una menzione, mentre altri necessiterebbero di lunghe e articolate trattazioni.

Errori tecnici

Chi scorre una lista anche sommaria di errori tecnici rimane di certo stupefatto dal loro grande numero, anche se va detto che essi non sono certo un'esclusiva dell'opera di Mel Gibson. Sono ripetitivi e noiosi. Di per sé irrilevanti e privi di qualsiasi significato, possono essere notati soltanto da occhi molto allenati ed esperti. Alcuni sarebbero esilaranti, se non fosse che hanno lo stesso spessore del famoso unicorno rosa invisibile e che la maggior parte degli spettatori non potrà mai verificarne l'esistenza effettiva. Mi limiterò a riportarne alcuni soltanto allo scopo di rendere l'idea:  

- Bavero della regina che varia di posizione;
- Spada di Wallace che diventa un'ascia;
- Spada di gomma impugnata da Wallace;
- Mano ferita di Wallace che guarisce da sé;
- Spade dei soldati che non si insanguinano;
- Cavallo drogato che cade nel lago;
- Arco armato da cui non scocca alcuna freccia, armato di nuovo;
- Wallace mancino da bambino, destrimane da adulto;
- Fiore in mano alla bambina Marron
(sic) anche dopo che Wallace l'ha preso;
- Wallace senza spada quando fugge nel bosco, poi la spada compare dal nulla;
- Genitori della bambina Marron
(sic) scambiati di posto durante la scena del funerale;
- Picca di Wallace che si tramuta in spada nel corso della prima battaglia contro gli Inglesi;
- Scena che si ripete identica nella battaglia di Stirling;
- Sfondo di cartone con alberi disegnati dietro ai suonatori di cornamusa;
- Inquadratura con le lunghe lance già puntate, prima dell'ordine di Wallace di puntarle:
- Il torace del padre morto di Wallace che si abbassa e si alza nella respirazione;
- Comparsa che ride mentre Wallace viene torturato;
- Ciuffo dell'irlandese nel bosco che si sposta in su e in giù mentre cambia la scena;
- Sangue di un inglese decapitato che schizza sulla telecamera;
- Lance che compaiono dal nulla a Stirling, senza essere posizionate a terra prima dell'ordine di impugnarle;
- Scozzesi a Falkirk con le lance già in mano, che le raccolgono da terra nell'inquadratura successiva
- Mani di Wallace che finge di arrendersi passsano dalla nuca alla testa, poi di nuovo sulla nuca nell'inquadratura successiva;
- Sangue che schizza sulla telecamera quando gli Inglesi vengono infilzati dalle lance; 
- Sangue che non schizza da Wallace decapitato.
- Sangue che schizza sulla telecamera.
- Scarpe marroni del boia, con suole di gomma rossa; 
- Mutande rosse di Wallace quando salta da cavallo per gettarsi in uno stagno;
- Furgoncino in bella vista durante una battaglia;
- Slip neri indossati da Wallace sotto il kilt visibili mentre salta;
- Ambulanza visibile in fondo alla scena di una battaglia;

etc.

Dopo un po' ci si stanca a tal punto che è inutile proseguire. Sono convinto che questi errori si riproducano come per generazione spontanea e che presto ci vorranno centinaia di pagine web per contenere i continui aggiornamenti.   

Errori storici e anacronismi

Una prima serie di errori riguarda le usanze degli Scozzesi e degli Inglesi. In diversi casi non è stata compiuta un'indagine meticolosa sulle vesti, i costumi e la musica, ma è stata semplicemente proiettata nel passato la conoscenza della realtà a cui siamo abituati. Prevale lo stereotipo. Questa è una lista di punti critici: 

1) Il costume dei Picti di dipingersi la faccia di blu era estinto da tempo all'epoca di Wallace. Attribuito generalmente all'antichità preromana, il popolo dei Picti in realtà mantenne la sua identità fino ad epoca abbastanza tarda (X secolo). 
2) Il kilt non era ancora usato dagli Scozzesi all'epoca dei fatti narrati nel film: sarebbe comparso soltanto nel XVIII secolo. Anche se gli abiti mostrati nel film sono diversi da quelli a noi ben noti, tanto che si potrebbe parlare di proto-kilt, sono ugualmente anacronistici. A quanto si è potuto accertare si usava invece una lunga veste dalla foggia alquanto singolare e per ottenere una colorazione gialla era usato un prodotto ottenuto dalla lavorazione dell'orina di cavallo.
3) La cornamusa all'epoca di Wallace non esisteva, almeno non nella forma che conosciamo e che è mostrata nel film. Per quanto il termine gaelico per indicare lo strumento, píob, sia di origine antica e derivi dal latino pipa /'pi:pa/ (donde anche l'italiano piva), doveva riferirsi a una realtà rudimentale in confronto a quella a cui siamo abituati. Le prime attestazioni della cornamusa risalgono al XV secolo. Inoltre risulta che tale strumento fu vietato soltanto in seguito alla battaglia di Culloden (1746), e per giunta soltanto per un breve periodo. Un'inesattezza non da poco.
4) Lo spadone a due mani non era usato nel XIII secolo: fece la sua apparizione molto più tardi.

5) All'epoca dei Plantageneti il famoso ius primae noctis non era in vigore in Scozia, né in Inghilterra, né altrove: si tratta di un meme moderno. In ogni caso, quando anche documentato, il cosiddetto diritto del signore feudale non consisteva affatto nel deflorare la sposa di un suo suddito, ma in una tassa che il suddito stesso doveva pagare per potersi sposare. 
6) Il francese era
la lingua ufficiale della corte dei Plantageneti e più in generale tra i nobili d'Inghilterra. Così non c'è alcuna utilità nella conversazione in francese, dal momento che quello era il naturale modo di esprimersi del Re e dei suoi cortigiani. Per maggiori informazioni si rimanda al seguito.

Non pochi errori riguardano la vita di William Wallace e degli altri personaggi storici, oltre che al modo in cui le battaglie si sono svolte. In pratica non c'è nulla di accurato, non un solo dettaglio. 

1) William Wallace non è rimasto orfano quando era ancora bambino, ma intorno ai venti anni.
2) William Wallace aveva due fratelli, Malcolm e John. Nel film c'è soltanto John.
3) William Wallace non ha potuto avere una relazione con Isabella di Francia, dato che questa aveva soltanto dieci anni all'epoca in cui l'eroe scozzese morì. Dubito fortemente che la pedofilia fosse un'opzione.
4) L'esecuzione di Wallace non avvenne tramite decapitazione, ma tramite impiccagione seguita come da tradizione dallo squartamento (come menzionato nel film, i pezzi del cadavere venivano esposti come monito nelle principali città del Regno).
5) Edoardo II è descritto come un omosessuale effeminato e completamente passivo. In realtà sembra che la sua vita sessuale fosse piuttosto movimentata, avendo egli relazioni sia con uomini che con donne.
6) La battaglia di Stirling non si è svolta nel modo spettacolare mostrato nel film: non è stata combattuta in campo aperto ma sul ponte della città. La cavalleria corazzata inglese causò con il suo peso il crollo del ponte. 7) Il Re Edoardo I non morì nello stesso momento dell'esecuzione di Wallace, ma due anni più tardi, nel 1307. 

Cosa davvero notevole, sembra che Mel Gibson abbia affermato che gli errori storici sono stati inseriti a bella posta nel film per renderlo più spettacolare. Come in altri simili casi, il condizionale è d'obbligo, dato che la documentazione precisa non è facile ad ottenersi e le fonti dei dati possono essere a loro volta contaminate dalla peste memetica.  

Il più grave errore: la pronuncia della lingua francese

Tuttavia l'errore più marchiano finora non sembra essere stato rilevato da nessuno. Chi non rammenta le svenevoli conversazioni in lingua francese tra la moglie del rampollo dei Plantageneti e la sua ancella? La giovane sovrana rimane senza fiato quando la sua inserviente le confessa di aver praticato la fellatio a un ufficiale inglese per ottenere un favore: "Questi inglesi non sanno a cosa serve la lingua". Date le costumanze igieniche a dir poco precarie dell'epoca, la cosa appare di per sé piuttosto improbabile, sempre che l'ancella non fosse un'appassionata di formaggio in decomposizione o una necrofila. In un'altra scena del film, William Wallace stupisce la sua amata parlandole in francese. Cosa c'è che non va? Semplice: il francese usato nel film è francese moderno, con tanto di "erre moscia". Il francese all'epoca di William Wallace era molto diverso.

Francese antico                            Francese moderno

chevaus /tʃe'vaus/ "cavallo"         cheval /ʃə'val/
reis, rois /reis, rois/ "re"               roi /Rwa/
voiage /vo'jadʒə/ "vaggio"           voiage /vwa'jaʒ/

Nell'inglese moderno, nei prestiti dal francese assunti in epoca medievale resta una pronuncia derivata da quella della lingua d'oïl, e non da quella del francese moderno. Così il dittongo /oi/ è tuttora realizzato come [ɔɪ] e non ha subito mutamenti avvenuti nel continente, che hanno dato infine /wa/ dopo secoli di cambiamenti. Così abbiamo: 

royal ['rɔjəl] "regale"
voyage [vɔɪd
ʒ] "viaggio"  

Interessanti sono i cognomi scozzesi formati con il prefisso Fitz-, che è dall'antico francese fils "figlio", con la sibilante finale conservata (un residuo della desinenza latina -us di filius).

Tutto questo ci fa riflettere sulla natura fallace dell'intelletto umano, che tende a proiettare il presente nel passato (e nel futuro). Quello stesso bug che fa credere a milioni di persone che la pensione sia il dono messianico di una nuova vita beata di decenni - a dispetto del fatto che in giro non si vedono persone di 200 anni - fa anche sì che milioni di persone trovino naturale credere che le lingue parlate nel presente non abbiano mai subìto nemmeno un singolo mutamento nel corso dei secoli. 

venerdì 20 maggio 2016


THANATOMORPHOSE

Titolo orginale: Thanatomorphose
Regia: Éric Falardeau
Anno: 2012
Soggetto: Éric Falardeau
Montaggio: Benoît Lemire
Fotografia: Benoît Lemire
Produzione: ThanatoFilms, Black Flag Pictures
Distribuzione: Bounty Films
Durata: 100 min
Paese: Canada
Lingua: Inglese
Genere: Horror, Gore
Personaggi e interpreti:
    Kayden Rose: Laura
    David Tousignant: Antoine
    Émile Beaudry: Julian
    Karine Picardas: Anne
    Roch-Denis Gagnon: Stephan
    Eryka Cantieri: Marie
    Pat Lemaire
    Simon Laperrière
Premi: 
 Best Movie Award, XXX Festival de Cine de Terror de Molins de Rei (2012)
 Best Special Effects Award, A Night of Horror International Film Festival (2012)
 Best Film, Best Director, Best Actress, Most Repulsive Flick Awards, Housecore Horror Film Festival (2013)
 Best Horror Film, The Phillip K. Dick Film Festival (2013)
 Best Special Effects Award, Horrorant Film Festival 'FRIGHT NIGHTS' (2014)

Trama:
Laura vive una vita squallida e vuota, imprigionata in una relazione con un energumeno che la sottopone ad abusi. Le sue velleità artistiche sono frustrate dal mondo e lei ha la chiara sensazione di non arrivare da nessuna parte: ogni sentiero che ha intrapreso ha portato al nulla. Per sfuggire a un simile vuoto, trova scampo in un mondo di masturbazioni solitarie. A un certo punto, dopo una notte di sesso rude e violento, si ritrova con un livido su un braccio. Non dà peso alla cosa, sapendo che il suo compagno ha i modi di una scimmia. L'ecchimosi tuttavia non si riassorbe, ma anzi si estende a tutto il corpo, e presto diventa evidente ciò che sta accadendo: i processi di decomposizione che avvengono nei cadaveri stanno prendendo possesso del suo corpo vivo, riducendolo a qualcosa di molto simile a un morto vivente!  

Recensione: 
Ritenuto simile a Contracted, in realtà è qualcosa di molto diverso. Il film non ci dice quale sia la causa della malattia di Laura, che la fa marcire: non è affatto evidente che possa trattarsi di un contagio sessuale. La vicenda appare surreale e isolata dalla realtà circostante: la donna, presa da questo processo di decomposizione, non pensa nemmeno di uscire, di rivolgersi a un medico. Non c'è alcuna resistenza da parte sua allo stato in cui viene a trovarsi. Anzi, si chiude in se stessa, trasforma la sua dimora in un sepolcro, pensa di conservare i pezzi caduti del suo corpo facendone una cronistoria fotografica. A questo punto non è più la sua volontà a muoverla, ma il Principio stesso della Morte. Una potente metafora della condizione umana come dannazione, in cui il corpo è il macigno di Sisifo.

La Gilda dei Violinisti Funerari

Parte della colonna sonora del film si fonda sulla musica sublime e struggente della Guild of Funerary Violinists (Gilda dei Violinisti Funerari). La tradizione del violino funebre fiorita nei secoli XVII e XVIII, sarebbe stata ripristinata da questo valente gruppo, guidato da Rohan Kriwaczek. Il condizionale purtroppo è d'obbligo, perché a quanto pare siamo di fronte a un meme di grande complessità, a un'ingegnosa invenzione dello stesso Kriwaczek. Certo, al suo genio si perdona l'aver fabbricato dal nulla una storia tanto affascinante, che ci dispiace possa non essere vera. Tutto era così perfetto e convincente. L'arte dei violinisti funerari sarebbe nata nell'ambito della Riforma Protestante, dalla necessità di riempire il vuoto lasciato dalla rimozione della pratica dell'intercessione. Non è forse quello che Manzoni avrebbe chiamato "vero poetico"?

Il rumore bianco di Thanatos

In netta contrapposizione alla bellezza estrema dei suoni dei violinisti, c'è la musica electro-house che mima il rumore di fondo di galassie in sfacelo, il rantolo agonico dell'Universo morente. Immagini agghiaccianti folgorano i nervi ottici dello spettatore, mandandoli in sovraccarico. Sotto la luce incandescente di un Sole della Morte, una letale stella al neon, scorrono le sequenze della decomposizione della carogna di un canide, la carne grigia in putrefazione umida, zeppa di percolati, fradicia dimora di grasse larve che strisciano tra i tessuti necrotici. Sembra di sentire l'odore ammorbante diffondersi nell'aria secca, crepitante di disperazione assoluta. Non ci sono dubbi: questo è puro Connettivismo!   

Immagini termografiche

Corpi che si compenetrano violando le stesse leggi della fisica macroscopica, come se fossero fatti di colla gluonica, come se fossero fluidi subnucleari in vorticoso movimento. Perdono la loro identità in un campo termico di colori abbacinanti, le membra che si fondono nella vertigine. Vomito quantistico.

Fluidi corporei

Esistono vari tipi di energumeni. Se il compagno di Laura ha una sessualità tutta incentrata sulla penetrazione e sul possesso, un suo amico, che la concupisce da tempo, ha un diverso modo di vedere le cose. Così quando la trova sola e già piena di lividi, accade che lei si inginocchia davanti a lui e gli esegue un atto che il suo uomo non le permette: una fellatio. Ovviamente lei è inquadrata di spalle, mentre lui le posa le mani sulla testa, guidandola nella suzione. L'uomo ha un orgasmo incredibilmente forte, come mostrano le sue smorfie e i suoi rantoli. Quando gli ultimi riverberi di piacere si estinguono nel suo fallo, lei si ritrae e sputa una gran quantità di liquido seminale, che finirà presto aggredito dai cagnotti. È una delle poche occasioni in cui viene mostrato lo sperma in un film non hard core

Piaceri solitari

La Porta dell'Inferno, l'orifizio femminile che attrae l'idolatria degli uomini-bestia, è come una ferita che si staglia in un cielo del colore del morbo. La si vede ogni volta che Laura si procura l'orgasmo carezzandosi tra le gambe. Il processo di dissoluzione dei tessuti avanza, fino a divorare ogni parvenza di struttura biologica organizzata. L'ultima volta che la donna si masturba, dal suo ventre esce un flusso di sangue nero che si confonde col percolato cadaverico.   

Un'intervista a Éric Falardeau

Sul sito www.darkveins.com è stata pubblicata un'intervista al regista del film, per leggerla basta seguire questo link:


Reazioni nel Web:
Come già per Contracted, si segnala l'intervento di un troll pestilenziale, il cui scopo evidente è colpire sul nascere qualsiasi tentativo di presentare il corpo e la sessualità come qualcosa di negativo. È davvero un peccato che il suo sito deleterio sia così quotato da comparire al primo posto quando si cerca in Google il titolo del film. Del resto è chiaro che i contenuti sgraditi al Re del Mondo possono soltanto essere ostacolati con tutti i mezzi, anche con quelli più subdoli.

martedì 17 maggio 2016

IL MISTERO DI SAEGANOR


Nella discussione della voce "Anton LaVey" su Wikipedia compare tuttora il mio intervento, dal titolo Saeganor, che risale al 31 luglio 2011. Lo riporto in questa sede, abbreviando per comodità i link che vi sono inclusi: 

La stessa frase inserita in questa sede a proposito del nome Saeganor compare in tutto il Web, ripetuta a pappagallo. "Un noto soprannome di LaVey era Saeganor, personaggio di un libro medievale, di una setta anticattolica". Quale libro? Quale setta? Non se ne fa menzione da nessuna parte, né in rete né altrove. Con ogni probabilità perché non esiste l'uno e non esiste l'altra. E quello che più stupisce è la sua presenza soltanto in siti in lingua italiana. A quanto pare l'informazione è una bufala e Saeganor è un nick collegato a qualche gioco di ruolo. Guardate cosa ritorna Google digitando "Saeganor":


E questo è quello che ritorna Yahoo:


Nel frattempo ogni menzione al nick fittizio Saeganor è stata giustamente rimossa dai Wikipediani - che non mi hanno nemmeno menzionato per aver smascherato l'informazione farlocca, ça va sans dire. Riflettendo su questo assurdo pacchetto memetico, mi chiedo come sia possibile che in tutto il Web nessun navigatore a parte me si sia posto domande sull'origine del fantomatico Saeganor. Da che lingua proverrebbe mai? Non è un nome latino, né greco, né germanico, né celtico, né basco e neppure ebraico. Non ha nulla a che fare con qualsiasi lingua parlata in Europa in epoca medievale. Che non sia greco né ebraico lo potrebbe capire anche una persona del tutto ignara di quelle lingue: nel Medioevo la conoscenza del greco era come un libro chiuso e quella dell'ebraico non era facilmente accessibile a chi non appartenesse a una comunità ebraica. Dante Alighieri, che fu tra i massimi sapienti della sua epoca, non poté mai apprendere il greco e nemmeno l'ebraico, pur avendone lo struggente desiderio.

Appurato che Saeganor non si spiega con una lingua naturale, possiamo cercare tra le lingue artificiali. In particolare, azzardiamo un parallelismo con la lingua enochiana. In enochiano SAGA significa "uno, intero", e NOR significa "figlio". Così avremmo SAGANOR col significato di Figlio Unico. Allo stesso modo abbiamo SAGACOR "in un numero", da SAGA e da CORMF "numero". In ogni caso sarebbe un anacronismo, dato che la lingua enochiana appare per la prima volta negli scritti di John Dee (1527-1608) e di Edward Kelley (1555-1597): non si può attribuirla a un uomo vissuto nel Medioevo, a meno che un giorno non si riesca a dimostrare che i due esoteristi hanno utilizzato materiale preesistente. Molte sono le discussioni sulla natura dell'idioma esoterico, che funziona in modo molto diverso dalle lingue delle genti, tanto che per molti meglio sarebbe assegnarlo al novero delle glossolalie. Che io sappia è anzi la più complessa e articolata conlang di origine glossolalica finora documentata. Avremo modo di parlarne diffusamente in altre occasioni.

Da dove proviene dunque la leggenda di LaVey-Saeganor? Dalla fantasia di un moderno, è ovvio. Forse un esoterista con vaghe reminiscenze di enochiano ha riportato SAGA "uno" con la grafia errata *SAEGA e ha coniato l'epiteto del fondatore della Chiesa di Satana.

Se qualcuno fosse in grado di smentirmi e di fornire una documentazione attendibile del fatto che LaVey si attribuisse il soprannome Saeganor o Saganor lo sfido a riportarla in un commento a questo post. Sono tuttavia certo che ciò non accadrà mai.

giovedì 12 maggio 2016

PROVE INTERNE DELLA PRONUNCIA RESTITUTA DEL LATINO: MACELLINO, SOPRANNOME DELL'IMPERATORE MACRINO

Pochi al giorno d'oggi ricordano l'esistenza dell'Imperatore Macrino. In fondo, qualcuno dirà, regnò soltanto per un anno e due mesi. Anche se il regno di un Augusto durava soltanto quattordici mesi, è ben vero che potevano essere mesi molto lunghi. Questo è quanto si trova in Rete, dal Romuleon di Benvenuto da Imola (XIV secolo, tradotto in volgare e pubblicato nel XIX secolo):

Macrino fu superbo e sanguinario, e uomo che volle per forza di genti d'armi imperare; e perciò, nondimeno, pose in croce molti de' cavalieri, e con servili tormenti sempre gli afflisse. Lungo sarebbe a narrare tutte le crudeltadi di Macrino; nondimeno una, nonne udita, ne voglio ponere: cioè, che essendo accusati a lui due cavalieri, che commettevano adulterio con l'ancilla dell'albergatore loro, Macrino, avuta la loro confessione, fece aprire due buoi di maravigliosa grandezza, e comandoe che l'uno cavaliere fosse esso dentro nell'uno, e l'altro cavaliere nello altro, insino alla gola, tanto che solo li capi loro stessono fuori, e faceva dare loro mangiare e bere; onde li loro corpi per tanto miserevole generazione di pena infracidirono e morirono. Faceva ancora Macrino congugnere e legare li corpi de' vivi con li corpi de' morti; e ancora li vivi intra li muri fece chiudere e murare. Li adulteri sempre li fece ardere insieme con le donne adultere. Macrino fu tanto crudele in tutti, che li servi suoi non solo chiamavano Macrino, ma Macellino. Cupidissimo fu di cibo e di vino, insino a inebriarsi. 

Mi rendo conto che la traduzione è in un italiano un po' demodé e che potrebbe essere ardua ai lettori più giovani, che nelle scuole parlano a monosillabi, necessitando di apprendere la parafrasi di autori moderni e deleteri come Alberoni. L'accaduto potrebbe essere riassunto da un moderno in questi termini:

Macrino ha fatto tagliare la testa a due buoi. Poi ha messo dentro a questi buoi due fighi strafighi che avevano scopato con una tipa, una Valentina Nappi dell'epoca. Loro cagavano e pisciavano nei buoi, perché gli davano da mangiare e da bere. Poi, quando i buoi si sono riempiti di merda e di piscia, i due ganzi sono marciti e sono morti. Le donne che facevano le corna, Macrino le faceva bruciare vive con i loro ganzi. Mangiava come un porco e beveva vino fino a sballarsi. 

Il testo del Romuleon è a sua volta il riassunto di un testo latino del III secolo, la Historia Augusta, che riporta per esteso i fatti. I capitoli relativi alle crudeltà di Macrino sono questi

 12
1 Fuit igitur superbus et sanguinarius et volens militariter imperare, incusans quin etiam superiorum temporum disciplinam ac solum Severum prae ceteris laudans. 2 nam et in crucem milites tulit et servilibus suppliciis semper adfecit et, cum seditiones militares pateretur, milites saepius decimavit, aliquando etiam centesimavit, quod verbum proprium ipsius est, cum se clementem diceret, quando eos centesimaret qui digni essent decimatione atque vicensimatione. 3 longum est eius crudelitates omnes aperire, attamen unam ostendam non magnam, ut ipse credebat, sed omnibus tyrannicis inmanitatibus tristiorem. 4 cum quidam milites ancillam hospitis iam diu pravi pudoris adfectassent, idque per quendam frumentarium ille didicisset, 5 adduci eos iussit interrogavitque utrum esset factum. quod cum constitisset, duos boves mirae magnitudinis vivos subito aperiri iussit atque his singulos milites inseri capitibus, ut secum conloqui possent, exsertis; itaque poena hos adfecit, cum ne adulteris quidem talia apud maiores vel sui temporis essent constituta supplicia. 6 pugnavit tamen et contra Parthos et contra Armenios et contra Arabas, quos Eudaemones vocant, non minus fortiter quam feliciter. 

7 Tribunum, qui excubias deseri passus est, carpento rotali subteradnexum per totum iter vivum atque exanimum traxit. 8 reddidit etiam Mezentii supplicium, quo ille vivos mortuis inligabat et ad mortem cogebat longa tabe confectos. 9 unde etiam in Circo, cum favor publicus in Diadumenum se proseruisset, adclamatum: 

"Egregius forma iuvenis,
"cui pater haud Mezentius esset." 

10 vivos etiam homines parietibus inclusit et struxit. adulterii reos semper vivos simul incendit iunctis corporibus. servos qui dominis fugissent reppertos ad gladium ludi deputavit. 11 delatores, si non probarent, capite adfecit, si probarent, delato pecuniae praemio infames dimisit. 

  13
1 Fuit in iure non incallidus, adeo ut statuisset omnia rescripta veterum principum tollere, ut iure non rescriptis ageretur, nefas esse dicens leges videri Commodi et Caracalli et hominum imperitorum voluntates, cum Traianus numquam libellis responderit, ne ad alias causas facta praeferrentur quae ad gratiam composita viderentur. 

2 In annonis tribuendis largissimus fuit, in auro parcissimus, 3 in verberandis vero aulicis tam impius, tam pertinax, tam asper, ut servi illum sui non Macrinum dicerent, sed Macellinum, quod macelli specie domus eius cruentaretur sanguine vernularum. 4 vini cibique avidissimus, nonnumquam usque ad ebrietatem, sed vespertinis horis. nam si prandisset vel privatim parcissimus, in cena effusissimus. 5 adhibuit convivio litteratos, ut loquens de studiis liberalibus necessario abstemius.

Quello che a noi importa è un dettaglio che non riscuoterà l'interesse delle scolaresche: il fatto che Macrino fosse soprannominato Macellino, ossia Macellinus. Giuseppe Guatteri, che rese in italiano il Romuleon, mise una nota a questo Macellino, traducendolo erroneamente come martellino (da latino marculus, marcellus, diminutivi di marcus "martello"). L'errore è reso evidente leggendo nella Historia Augusta il vero motivo del nomignolo: "Perché la sua casa era insanguinata come un macello dal sangue dei suoi servi". A questo punto dobbiamo notare che se la parola macellum (che in greco è giunta come μάκελλον, μάκελλος, etc.) avesse avuto un suono palatale ab aeterno, come sostenuto dai nostri avversari, non sarebbe stato formato un soprannome Macellinus a partire da Macrinus, ché non ci sarebbe stata tra le due forme alcuna assonanza.

La stronzata di Plauto che avrebbe fatto un gioco di parole tra socius e Sosia, già evidenziata come possibile umbrismo e confutata da un suo gioco di parole tra arcem e arcam, è fatta a pezzi e gettata nella discarica dal buon Macrino, dei cui sistemi di governo si sente tanta mancanza in questi tempi scellerati. 

PROVE INTERNE DELLA PRONUNCIA RESTITUTA DEL LATINO: -G- PER -H- IN ALCUNI PARADIGMI VERBALI

Grandgent riporta quanto segue nel suo manuale Introduzione allo studio del latino volgare:

417. I verbi struĕre, trahĕre, vehĕre si foggiarono le forme infinitive *strúgere, trágere, végere (tragere e vegere sono usate da Fredegario, Haag, 34) e un'intera flessione del presente e dell'imperfetto con -g-, come *trago, *tragam, *tragēbam. La gutturale derivò dal perfetto indicativo e dal participio perfetto - struxi structus, traxi tractus, vexi vectus - sull'analogia di ago actus, figo fixi, lego lectus, rego rectus, tego tectus, e anche fingo finxi fictus, tango tactus, e probabilmente cingo cinxi cinctus, jungo junxi junctus, pango panxi panctus, plango planxi planctus, ungo unxi unctus, ecc. Si può supporre siano esistiti anche *strúcere, *trácere, *vécere, fondati sull'analogia di dico dixi dictus, duco duxi ductus.
Cfr. Substrate, VI, 131. 

Come possiamo vedere, l'accademico attribuisce queste strane forme con -g- intervocalica all'azione dell'analogia. Una spiegazione che tuttavia non sembra del tutto convincente. Vediamo che due dei verbi in questione, trahere, vehere (quelli che hanno -h-), derivano da forme antiche con una consonante aspirata sonora -*gh-, come ben dimostrato dai loro paralleli in altre lingue indoeuropee.

Per la radice *weg'h- ci sono numerosissimi derivati, dato che è una delle radici indoeuropee più antiche, note e testimoniate, presente tanto in Occidente quanto in Oriente.

Per *trag(')h- si hanno queste forme celtiche:
     gallico *trageds "piede", gen. *tragetos  
         neogallico (Glossario di Vienne) treide "piede"
          < *tragete(s)1
     antico irlandese traig "piede" (< *tragets), gen.
          traiged
(< *tragetos)
     gallese traed "piedi" (< du. *tragete, pl.
          *tragetes)
     gallico *vertragos "(cane) dalla zampa veloce",
         preso a prestito in latino come vertragus,
         donde italiano antico veltro.
     gallico *trogion "sentiero", che ha dato esiti
         romanzi.
     antico irlandese tráig "bassa marea" < *tra:gi-;
     antico irlandese tethraig "egli fuggì" < *tetrage


1La forma duale o quella plurale sono passate a indicare il singolare.

Da una variante *dhrag(')h- derivano le forme germaniche, come il norreno draga. La provenienza ultima della radice è sconosciuta.

L'esito di questa consonante antica tendeva a sparire, tanto che ci viene detto dai grammatici che traho si pronunciava trao.

In struo non si trova traccia dell'antica -h- neanche nell'ortografia, e dall'etimologia risulta che la forma originaria fosse invece *strew-, *strow-, senza alcuna -*gh-. È tuttavia possibile che in epoca più antica ci fosse un suono aspirato di altra natura, come ipotizzato dalla teoria delle laringali, e che il suo scontro con suffissi consonantici abbia generato le forme struxi, structum e derivati (es. structura). 

Secondo i sostenitori della pronuncia ecclesiastica ab aeterno, le forme con -g- che alcune lingue romanze presuppongono, avrebbero dovuto sempre avere forme palatali davanti a desinenze in -e- e in -i-. Ovviamente i nostri avversari non possono spiegare come forme tanto lontane da quelle corrette si siano potute formare senza destare ripugnanza all'orecchio dei parlanti. Dovremmo ad esempio postulare /*'tradʒit/ per /'tra(h)it/, cosa del tutto insostanziale.

Invece è ben possibile che nell'epoca in cui l'antico suono indeoeuropeo era diventato una fricativa ɣ sonora, prima che diventasse una sorda h e quindi finisse col dileguarsi, alcuni parlanti lo abbiano riprodotto in modo difettoso come g, finendo col dare origine ai paradigmi volgari di cui parla Grandgent per vehere e trahere. Se così fosse, si potrebbe parlare di analogia soltanto in struere, in cui la consonante sarebbe stata aggiunta per ipercorrettismo. Queste forme devianti si sarebbero conservate come brace sotto la cenere, finendo poi col riemergere in epoca successiva, quando l'autorità dei grammatici e della scuola si era molto affievolita a causa del generale declino dell'Impero.

domenica 8 maggio 2016

PROVE ESTERNE E INTERNE DELLA PRONUNCIA RESTITUTA DEL LATINO: LA TRASCRIZIONE DI ANTROPONIMI E TOPONIMI CELTICI

La lingua latina degli autori classici usava la propria ortografia per trascrivere antroponimi e toponimi della lingua dei Celti, sia continentali che insulari, senza dover ricorrere a particolari convenzioni. Così se si prende l'opera di Giulio Cesare sulla conquista della Gallia Transalpina, troviamo nomi propri di persona e nomi di luogo con le lettere C e G davanti a vocale anteriore I e E. Sappiamo che in nessuna lingua celtica esistevano i suoni postalveolari /tʃ/ e /dʒ/ tipici della pronuncia ecclesiastica del latino. Se tali suoni fossero esistiti, e fossero state in auge pronunce come /'tʃena/, /'tʃelus/ e /'dʒenus/, lo stesso Giulio Cesare, nell'atto di scrivere i Commentarii de bello Gallico, avrebbe trovato il modo di esprimere i suoni occlusivi della lingua celtica davanti alle vocali anteriori /i/ e /o/ facendo ricorso a qualche artificio, per far sì che un lettore ignaro della retta pronuncia di quei nomi non errasse. Per esempio, avrebbe ben potuto esprimere /k/ davanti a vocale anteriore usando il digramma CH, che era già in uso per trascrivere lemmi greci, oppure resuscitando l'uso della lettera K, che ai suoi tempi si trovava soltanto in poche parole come Kalendae. Invece nulla di tutto ciò è mai accaduto.

Prendiamo ad esempio il nome del famosissimo condottiero Vercingetorige, cui la pronuncia della scuola attribuisce per tradizione un suono che i Galli avrebbero reputato assolutamente irreale e bizzarro.

Vercingetorix in lingua gallica era pronunciato /wɛrkiŋ'gɛtɔri:ks/.
Il suo genitivo era *Vercingetorigos /wɛrkiŋgɛ'tɔri:gɔs/.
Il suo dativo era *Vercingetorigi /wɛrkiŋgɛ'tɔri:gi:/.
Il suo accusativo era *Vercingetorigan /wɛrkiŋgɛ'tɔri:gan/


Una declinazione molto simile a quella del latino, lingua a cui somigliava tanto che potremmo quasi definirle "lingue sorelle". La morfologia dei sostantivi è attestata nelle iscrizioni galliche, e mostra una perfetta consonanza con quanto si è ricostruito a partire dall'antico irlandese, quindi la flessione da me riportata non è frutto di fantasia, ma un dato di fatto. 

Corrispondenze britanniche:

gallese gor "sopra" < *wer = lat. super, gr. ὑπέρ
     < IE *(s)uper-
gallese rhi "re" < *ri:ks = lat. re:x
gallese rhiain "vergine" < *ri:gani: "regina" 


La -g- intervocalica ha subìto lenizione ed è caduta: non è riportata nella scrittura già nella fase dell'antico gallese.

Corrispondenze iberniche:

antico irlandese for "sopra" < *wer = lat. super,
     gr. ὑπέρ < IE *(s)uper-
antico irlandese cing /kji
ŋgj/ "guerriero" < *kingets
  gen. s. cinged /kji
ŋgjeð/ "del guerriero"
      < *kingetos
 
nom. pl. cingaid /k
jiŋgj/ "guerrieri" < *kingetes
  dat. pl. cingedib
/kjiŋgjeðjj/ "ai guerrieri"
      < *kingetobi
antico irlandese rí /r
ji:/ "re" < *ri:ks 
  gen. s. ríg /r
ji:ɣ/ "del re" < *ri:gos
  nom. pl. ríg /r
ji:ɣj/ "re" < *ri:ges  
  dat. pl. rígaib /
'rji:ɣj/ "ai re" < *ri:gobi

Si può vedere che le forme attestate delle lingue celtiche insulari si sono sviluppate da una lingua molto affine a quella parlata nelle Gallie. I mutamenti fonetici tipici, come la formazione di una approssimante palatale in antico irlandese, si sono sviluppati durante i primi secoli dell'età medievale. 

Nelle iscrizioni in lingua gallica e in caratteri latini, lo stesso uso di Cesare è valido: non si ha nessuna traccia di particolari convenzioni grafiche, diverse da quelle in uso nella lingua latina, relative alle lettere C e G davanti a vocale anteriore. L'ortografia gallica è in generale simile a quella latina, ma si riesce comunque a capire quando si trova in difficoltà nell'esprimere suoni non tipici della lingua di Roma. Esiste infatti un carattere speciale, che è chiamato "tau gallicum" ed è derivato dalla lettera greca theta. Questo è usato per trascrivere una fricativa interdentale sorda (secondo alcuni un'affricata dentale sorda). Presenta diverse varianti, in genere assume la forma -đđ- o -θθ-, ma può anche essere reso con il gruppo -ds- o con -ss-. Si trova regolarmente per trascrivere l'esito dell'antico gruppo /st/ ereditato dall'indoeuropeo.

PROVE ESTERNE E INTERNE DELLA PRONUNCIA RESTITUTA DEL LATINO: LA TRASCRIZIONE DELL'ARAMAICO KEFA

Ricordo ancora quando Jacopo D., figlio del più noto pittore Valentino D., mi parlò dell'Apostolo Pietro, dicendo che era soprannominato Cefa e aggiungendo che tale nomignolo significa Pietra. Secondo Jacopo, Pietro doveva tale denominazione al fatto di essere duro di comprendonio, piuttosto che per via delle parole di Gesù: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa" (Mt 16:18-19).
Jacopo aveva pronunciato Cefa come le due sillabe iniziali della parola "cefalo", ossia /'tʃefa/, con un suono palatale. Lì per lì non pensai più al discorso pseudognostico del compagno di sventure universitarie, ma mi curai di mettere l'informazione in un banco di memoria nelle profondità del mio archivio neuronico. Un banco di memoria che presto divenne stagnante. La bizzarra pronuncia di Cefa venne fuori un paio di volte in seguito.

Quando ero impegnato con la tesi mi rilassavo studiando l'ebraico. Nel dizionario di Ben Yehuda, che usavo per verificare i lemmi appresi e per approfondirne altri, mi sono imbattuto per caso nella parola כף kēph /ke:φ/ "pietra", ma anche "roccia cava". Capii in un lampo che era proprio il Cefa di tanti anni prima, anche se il suono iniziale è chiaramente diverso. La forma כיפא kêfâ che ha dato il soprannome di Pietro è aramaica. In seguito ho potuto constatare che in Basco esiste un particolare aranismo, ossia un conio artificioso del nazionalista Sabino Arana: Kepa "Pietro". Evidentemente è un semplice adattamento del lemma aramaico.

Com'è quindi accaduto che la forma che si legge nelle Scritture sia Cefa con la c di cena, ossia con una consonante postalveolare? Semplice: è una pronuncia ortografica. Il nome fu innanzitutto adattato in greco come Κηφᾶς, anche se molti testi hanno Πέτρος (Petros). L'autore del testo latino della Vulgata trascrisse la parola aramaica come Cephas in alcuni passi: Giovanni 1,42; Prima lettera ai Corinzi, 1,12; Lettera ai Galati 1,18. 

Col passar dei secoli, ecco che i chierici, che avevano completamente dimenticato l'esistenza stessa della pronuncia antica della lingua latina, diedero alla consonante iniziale di questo nome una pronuncia palatale, uscendosene con l'innaturale Cefa /'tʃefa/. Innaturale perché non può avere nulla a che fare con la fonetica delle lingue semitiche.

Ora, cosa avrebbe mai spinto San Girolamo, di lingua latina, a usare la grafia Cephas? Evidentemente egli sapeva bene qual era la pronuncia classica della lingua e non credeva necessario usare un carattere particolare, come ad esempio la kappa, per esprimere una semplicissima occlusiva velare /k/ davanti a una vocale anteriore /e/. Non dimentichiamoci che in un famoso scritto umoristico (Epistulae, XXII. Ad Eustochium, 30) si immaginava di essere rapito in spirito e di giungere al tribunale divino: avendo egli affermato di essere cristiano, il Giudice lo apostrofava accusandolo di essere piuttosto un ciceroniano.

giovedì 5 maggio 2016


L'ENIGMA DI KASPAR HAUSER 

Titolo originale: Jeder für sich und Gott gegen alle
     (Ognuno per sé e Dio contro tutti)
Paese di produzione: Germania
Anno: 1974
Durata: 106 min
Colore: colore
Audio: sonoro
Rapporto: 1.66:1
Genere: biografico, drammatico
Regia: Werner Herzog
Soggetto: Werner Herzog
Sceneggiatura: Werner Herzog
Fotografia: Jörg Schmidt-Reitwen
Montaggio:
Beate Mainka-Jellinghaus
Musiche: Popol Vuh
Scenografia: Henning von Gierke
Interpreti e personaggi:
    Bruno S.: Kaspar Hauser
    Walter Ladengast: professor Daumer
    Brigitte Mira: signora Käthe
    Willy Semmelrogge: direttore del circo
    Herbert Fritsch: il borgomastro
    Helmut Döring: il Piccolo Re
    Henry van Lyck: capitano di cavalleria
    Michael Kroecher: Lord Stanhope
    Volker Prechtel: Hiltel, guardia carceraria
    Gloria Doer: signora Hiltel
    Marcus Weller: Julius, il figlio di Hiltel
    Johannes Buzalski: ispettore di polizia
    Herbert Achternbusch: ipnotizzatore di polli bavarese
    Enno Patalas: il reverendo Fuhrmann
    Clemens Scheitz: scriba
    Franz Brumbach: addestratore di orsi
    Alfred Edel: professore di logica
    Andi Gottwald: il giovane Mozart
    Kidlat Tahimik: Hombrecito
    Reinhard Hauff: un contadino
    Wolfgang Bauer: contadinello 
    Wilhelm Bayer: contadinello irridente
    Florian Fricke: pianista cieco
    Hans Musäus: uomo sconosciuto
Premi:
    Festival di Cannes 1975: Grand Prix Speciale della Giuria, Premio FIPRESCI, Premio della giuria ecumenica

Trama (da Mymovies.it):
Norimberga, 1828. All'alba, in una piazza, compare come dal nulla un giovane sporco, lacero e allucinato, che stringe tra le mani una lettera anonima nella quale si spiega che il ragazzo, abbandonato dalla madre, è stato allevato da un contadino che ora lo affida al capitano di cavalleria. Subito iniziano a fiorire le ipotesi: che lo sconosciuto sia un figlio illegittimo di Napoleone? Un principe in disgrazia? Il ragazzo finirà in carcere e poi esposto come fenomeno da baraccone nelle piazze e nelle fiere. Morirà cinque anni più tardi, ucciso da un sicario, e l'autopsia rivelerà la causa della sua idiozia: Kaspar Hauser, simbolo d'innocenza, era un minorato e aveva il cervello piccolo.

Recensione:
Un film che non si dimentica facilmente.
Ottima la colonna sonora e superba l'interpretazione di Bruno S., all'anagrafe Bruno Schleinstein, che si è calato alla perfezione nella parte, data la sua sconvolgente esperienza biografica. Si nota che la ricostruzione fatta da Herzog non sempre collima in dettaglio con la realtà dei fatti storicamente accertata. Per esempio, il giovane abbandonato non fa nessuna menzione del proprio nome a chi lo ritrova: solo in un secondo tempo scrive il suo nominativo su un foglio, come per automatismo. Il contenuto della famosa lettera non mostra una completa corrispondenza con quello noto, in cui si faceva chiara menzione al battesimo. Certo, che un genio come Herzog possa prendersi qualche libertà a me sta più che bene. Un dettaglio che pochi sembrano aver notato è l'abilità a rendere verosimile il sudiciume e persino le lesioni cutanee prodotte dalla scabbia. Riconoscibili a prima vista, al punto che solo a guardarle mi sembra di sentirsi muovere le mandibole taglienti degli acari intenti a scavare canali nella pelle, sono classificate da un ottuso ufficiale come non meglio precisate ferite.

Kaspar e il teologo

Interrogato da un pastore protestante, Kaspar è in grado di rispondere a tono. All'epoca c'era un morboso interesse per l'innatismo. Si discuteva senza sosta per stabilire se certe idee esistessero nell'essere umano a prescindere dall'educazione. In particolare si cercava conferma della presenza del concetto di un Essere Superiore, creatore e ordinatore di tutto l'esistente. Così l'uomo di Chiesa si mostra stupefatto dalle risposte del trovatello, che non corrispondono a quanto atteso. In tutta la sua prigionia nell'angusta cella, Kaspar non ha mai pensato per un solo istante a qualcosa che fosse anche lontanamente simile all'esistenza di Dio. La sua conoscenza innata si dimostra di natura ben diversa.   

Kaspar e il luminare

Un accademico paranoico pone a Kaspar un quesito cervellotico per valutare le sue capacità. La risposta che ottiene è folgorante e lo sconvolge - al punto da destare in lui ira. Il parruccone non può accettare una soluzione inattesa e semplice, a cui nessuno aveva mai pensato prima. Così si lascia andare a una crisi isterica, continuando a ripetere che non può accettare la risposta ineccepibile e geniale del ragazzo, perché non rientra in qualche non ben precisata categoria. Ovviamente la giustificazione di un simile rifiuto non convince nessuno.  

Una rovinosa caduta

Herr Daumer: "Kaspar, quello che tu dici non può essere vero, e cioè che solamente il tuo letto è l'unica cosa buona del mondo, e che tutto il resto è cattivo. Il giardino non ti piace, l'uva spina, o laggiù, quelle cipolle, così verdi..."
Kaspar: "Sì. Ho proprio l'impressione che la mia apparizione qui, su questa terra, sia stata una caduta pesante."

Queste sono le parole originali di Kaspar Hauser, da cui è stato tratto il dialogo: "Ja, mir kommt es vor, dass mein Erscheinen auf dieser Welt ein harter Sturz gewesen ist".  

Sembra che nessuno abbia mai compreso a fondo la sostanza di questi concetti, che appartengono agli Gnostici dell'antichità e al Manicheismo. Kaspar Hauser, che rifiutava con determinazione i dogmi dei pastori protestanti, non esitava ad affermare un'idea che non aveva riscontro ai suoi tempi. Si può anzi dire che la sua consapevolezza dell'Esilio è stata una delle pochissime manifestazioni di contenuti dualisti e anticosmici nell'Evo Moderno. 

L'autopsia

Il film termina con la dissezione del corpo del povero Kaspar. Viene in particolare analizzato il suo cervello, che viene manipolato con insistenza dai medici. La conclusione è che la massa cerebrale dimostra particolari anomalie - cosa che tranquillizza il notaio, permettendogli la cessazione di ogni inquietudine. Per lui, la constatazione dell'anormalità del cervello è una spiegazione razionale in grado di rintuzzare l'irromprere del mistero nella sua vita ripetitiva e meccanica come quella di un automa.

Un'audace soluzione a un secolare mistero

Anche a costo di attirarmi le ire di non pochi esperti di questioni dinastiche, oso proferire la mia opinione sul mistero di Kaspar Hauser. Il singolare fato del ragazzo non è dovuto affatto alla sua ipotetica nascita da genitori nobili e alle necessità di una successione. La causa è una sola: il persistere del culto di Wotan in alcuni distretti della Germania. Una conventicola di adepti di Wotan intendeva compiere un sacrificio umano tramite impiccagione. Siccome Wotan non gradiva l'immolazione di un battezzato, ecco che per attribuire al sacrificio la massima efficacia doveva essere impiccato un ragazzo che non avesse avuto alcun contatto con i sacramenti cristiani. Così la vittima designata era stata cresciuta in uno stato di reclusione assoluta fin dalla nascita, in attesa del momento adatto per il sacrificio pagano. A un certo punto però è accaduto qualcosa che ha sconvolto i sacrificatori: il ragazzo si è ammalato gravemente. L'uomo che gli portava il cibo e che lo accudiva non aveva potuto impedire che una inserviente lo battezzasse, temendo per la sua vita e per la salute della sua anima. In questo modo gli è stato dato un nome: Kaspar. Il ragazzo è sopravvissuto, ma quando il sacerdote di Wotan è venuto a conoscenza dell'accaduto, la setta non lo ha più voluto, perché diventato ormai inidoneo per il rito sacrificale. Questo battesimo "laico" non deve stupire: era un'usanza molto comune nei secoli passati, e spesso è stato utilizzato dalla Chiesa Romana per reclamare proprietà sul battezzato, ma il principio era valido anche per le Chiese Protestanti. La vaccinazione a cui è stato sottoposto il giovane Kaspar non deve essere considerata una contraddizione: è chiaro che questi settari avevano tutto l'interesse a che la vittima da immolare non morisse precocemente di vaiolo vanificando le spese per il suo mantenimento e obbligandoli a cercare un nuovo sacrificando.

Prima possibilità: continuità diretta popolare

Il culto di Wotan potrebbe essere sopravvissuto all'epoca antica in forma catacombale. Immagino che il nome della divinità pagana si sia usurato per naturale consunzione fonetica, finendo con l'essere pronunciato Wuten. Sono consapevole delle difficoltà che questa mia tesi incontra. I manuali scolastici e i testi universitari ci dicono che la Germania è stata cristianizzata ai tempi di Carlo Magno, e secondo l'ottica degli accademici è inconcepibile che un culto precristiano possa essere durato tanto a lungo nella clandestinità. Tuttavia la Storia non è riducibile a un mucchietto di date su un testo ad uso delle scuole superiori. 

Seconda possibilità: revivalismo dotto

Esiste una possibilità che non può essere esclusa: il culto di Wotan non sarebbe giunto all'epoca di Kaspar Hauser per sopravvivenza continuata e diretta, ma sarebbe stato il frutto di un'opera di ricostruzionismo e di revivalismo dotto. La cosa non è di per sé improbabile: quella era l'epoca del Romanticismo e negli ambienti colti si provava una grande fascinazione per il passato pagano. Tentativi simili si erano registrati in Inghilterra già nel XVIII secolo per la religione dei Druidi. Quello che non mi convince in questa ipotesi è che i risultati di queste operazioni di ricostruzione, basati su metodi filologici inconsistenti e su basi assai labili, sono ben lungi dall'essere confrontabili con i culti antichi. 

Kaspar Hauser e il Cristianesimo esoterico

La gran massa di baggianate proferite da Rudolf Steiner sulla figura di Kaspar Hauser merita comunque una menzione, non fosse altro che per l'assurdità dei concetti enunciati. Secondo il fondatore dell'Antroposofia, Kaspar si sarebbe incarnato come rampollo del Granduca di Baden per impedire il passaggio dallo spirito del Romanticismo a quello del Decadentismo rivivendo in chiave simbolica il sacrificio di Cristo. In questo pastone occultistico, i Rosacroce si mescolano ai Gesuiti e non si scorge traccia dei Rettiliani solo perché Icke non era ancora nato. Tra gli epigoni di Steiner c'è chi ha parlato di premonizione del Nazismo, ma del resto anche dalla lettura di un fondo di caffè sarebbe stata tratta la stessa conclusione, soprattutto col senno di poi. Il vero Cristianesimo Esoterico di cui il trovatello di Norimberga fu testimone è in realtà quello Dualista e Anticosmico, di cui può essere a buona ragione considerato un Martire.