domenica 30 novembre 2014

LA POLITICA LINGUISTICA REPRESSIVA NELLA FRANCIA DEL XIX SECOLO

«Questo infelice biascicamento (l'occitano) è ormai tempo di proibirlo. Noi siamo francesi, parliamo francese.»
(un lettore dell'Écho du Vaucluse, 1828)

«Il patois porta alla superstizione e al separatismo, i francesi devono parlare la lingua della libertà.»
(La Gazette du Midi, 1833)

«Distruggete, se potete, gli ignobili patois dei limosini, dei perigordini e degli alverniati, costringeteli con tutti i mezzi possibili all'unità della lingua francese come all'uniformità di pesi e misure; noi vi approveremo di gran cuore; renderete un servigio alle loro popolazioni barbare e al resto della Francia che non ha mai potuto comprenderli.»
(Le Messager, 24 settembre 1840)

Come si può vedere da queste testimonianze, la Francia ha una tradizione di forte intolleranza verso le lingue diverse da quella ufficiale, un atteggiamento persecutorio che risale all'epoca della Rivoluzione. Se giudizi feroci come quelli sopra riportati sono diretti verso lingue dello stesso ceppo romanzo del francese, lascio immaginare quale potesse essere l'odio nei confronti di lingue di altro ceppo, come il tedesco d'Alsazia, il bretone e il basco: senza dubbio erano considerate favelle non umane. Non saranno certo mancati episodi violenti. Prima ancora che in Italia, la scuola è stata fucina di demenza proprio in Francia. L'Illuminismo conteneva senza dubbio una componente folle e contraddittoria, che ha introdotto nell'Occidente pacchetti memetici poi dilagati come un'epidemia di peste. "Il francese è la lingua della Libertà", si diceva, "Tutto il mondo dovrà parlare francese. Vediamo intanto di farlo parlare a tutti i francesi". L'idea di "imporre la Libertà" non è apparsa alle genti per la stortura che è. Ha avuto invece grande fortuna. Da questo seme cattivo sono nati alberi mortiferi: i regimi demonocratici di questo secolo. 

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