sabato 30 marzo 2024


PARIS QUI DORT

Titolo originale: Paris qui dort
AKA: Le Rayon de la mort 
Titolo in italiano: Parigi che dorme
Lingua originale: Film muto
Paese di produzione: Francia
Anno: 1925
Durata: 35 min (versione ridotta) 
      67 min (versione restaurata)
Dati tecnici: B/N
Audio: Film muto 
Rapporto: 1,33:1 
Tipologia: Mediometraggio
Genere: Fantastico, fantascienza
Tematiche: Scienziati pazzi, natura del tempo 
Influenze: Dadaismo, surrealismo 
Regia: René Clair
Soggetto: René Clair
Sceneggiatura: René Clair 
   (rielaborazione dell'originale Le rayon magique)
Produttore: Henry Diamant-Berger
Società di distribuzione: Tamasa Distribution 
Distribuzione in italiano: Medusa Film 
Fotografia: Maurice Desfassiaux e Paul Guichard
Montaggio: René Clair
Musiche: Jean Wiener
Scenografia: André Foy
Costumi: Claude Autant-Lara
Interpreti e personaggi:
    Henri Rollan: Albert
    Charles Martinelli: Lo scienziato pazzo
    Louis Pré Fils: L'Ispettore 
    Albert Préjean: Il pilota
    Madeleine Rodrigue: Hesta, una passeggera
    Myla Seller: Nipote dello scienziato
    Antoine Stacquet: Il miliardario
    Marcel Vallée: Il ladro 
Titoli in altre lingue: 
   Inglese: Paris Asleep 
      AKA: The Crazy Ray
   Tedesco: Paris schläft
   Fiammingo: Slapend Parijs 
   Spagnolo (Spagna): Paris que duerme 
   Ungherese: Az alvó Párizs 
   Polacco: Paryż śpi 
   Russo: Париж уснул 
   Rumeno: Parisul adormit sau raza invizibila 

Trama: 
Albert, il guardiano notturno della Torre Eiffel, si sveglia e trova Parigi congelata nel tempo: tutti gli abitanti dormono o sono paralizzati nelle stesse posizioni in cui si trovavano alle 3:25 del mattino. Vagando per le strade, trova infine altre cinque persone che, arrivate in aereo durante la notte, devono essersi salvate perché, come lui, si trovavano in una posizione elevata.
Inizialmente, godendosi la generale calma che permette loro di fare festa in un cabaret di Montmartre o di rubare tutto ciò che desiderano, inclusa la Gioconda; ben presto però si annoiano e iniziano a litigare. Trascorrono gran parte del tempo nella Torre Eiffel, che sembra loro più sicura.
Dopo quattro giorni di questa vita, sentono una voce alla radio che chiede aiuto. Recatisi all'indirizzo indicato dalla voce, trovano la nipote di uno scienziato pazzo che ha paralizzato il mondo con un raggio. Costringono lo scienziato a riprendere i suoi calcoli per restituire la vita ai parigini e, probabilmente, al mondo intero.
La vita riprende poi il suo corso, a tal punto che nessuno, tranne loro, è consapevole del fatto che tutto si sia fermato. I cinque viaggiatori, il guardiano della torre e la nipote dello scienziato vengono persino ricoverati brevemente in un manicomio, poiché nessuno crede alle loro storie (era una prassi triste e assai comune all'epoca). Nel frattempo, lo scienziato pazzo spiega a un collega come ha bloccato ogni movimento con la sua macchina.
Il mondo alla fine scopre cosa è successo e cerca di recuperare il tempo perduto vivendo più intensamente di prima, dedicandosi a immensi bagordi orgiastici! La nipote dello scienziato ritrova il guardiano della torre e inizia una storia d'amore con lui in cima, con vista sulla capitale. Con un po' di fantasia, posso immaginare il seguito: lei si fa iniettare nel ventre litri di materiale genetico!


Recensione: 
Il film, di chiara ispirazione positivista, dal punto di vista tecnico è un catalogo di tecniche cinematografiche dell'epoca, tra cui l'uso di ralenti, accelerazioni e fermi immagine per rappresentare la stasi. Nonostante l'impianto fantascientifico, il tono è giocoso e dissacrante, focalizzato sulle avventure di un gruppo di risvegliati nella città fantasma. Il regista riflette sul desiderio di libertà, l'avversione per le ricchezze e critica la società moderna, offrendo uno sguardo poetico e visionario, senza mai abbandonare il suo radicale ottimismo, la sua fede assoluta nelle magnifiche sorti e progressive. Nonostante il tema fantascientifico, la pellicola mantiene una leggerezza da commedia, quasi surreale e satirica. La libertà totale dei protagonisti in una Parigi paralizzata permette situazioni ironiche che mettono a nudo i desideri e le debolezze umane. Paris qui dort è considerato un piccolo capolavoro d'avanguardia, fondamentale per la storia del cinema, che segna il passaggio del cinema francese verso una dimensione più poetica e tecnica, influenzando generazioni di registi successivi. Naturalmente, un essere lucifugo e zombesco come me non può davvero apprezzare qualcosa di tanto ammorbante. 


Il Paradosso del Tempo Fermo

Le persone sorprese dal raggio malefico piombano all'istante in una condizione più simile all'ibernazione che al sonno. I loro corpi si irrigidiscono e restano così, pietrificati nelle posizioni più improbabili. Un sonno che fa sprofondare nel Nulla, nel vuoto quantistico che le genti chiamano "inesistenza": uno stato che è davvero imago mortis
Spero che mi si perdonerà se il linguaggio non è troppo rigoroso. Il tempo non si potrebbe fermare, lasciando indenni dal blocco poche persone. Il punto nevralgico che rende Paris qui dort una fantasia scientificamente impossibile è la fisica della realtà. La freccia termodinamica e l'entropia non consentono simili anomalie. Il concetto di fermare il tempo solo per alcuni è un paradosso termodinamico insormontabile. Se il tempo si fermasse davvero per il resto del mondo, i protagonisti si scontrerebbero con problemi letali in frazioni di secondo. Fermare il tempo significa azzerare i processi termodinamici. Se il mondo si pietrifica in un istante, si ha la cessazione dei processi molecolari e della propagazione del calore. Se la freccia del tempo è ferma, i fotoni non si muovono, non possono compiere alcuna traiettoria - anzi, non possono essere emessi né assorbiti: sarebbero come frecce sospese a mezz'aria, impossibili da spostare. I protagonisti sarebbero ciechi, dato che la luce non raggiungerebbe la retina; inoltre non potrebbero respirare, dato che le molecole d'aria sarebbero come muri di cemento armato immobili, impossibili da inalare. C'è anche di peggio. In un mondo perfettamente fermo, la velocità del tempo è zero. Per compiere una qualsiasi azione in un istante a tempo zero, bisognerebbe muoversi a una velocità infinita. Tuttavia, come ci insegna Einstein, man mano che un oggetto con massa accelera verso la velocità della luce, la sua massa tende all'infinito. Muoversi a velocità infinita, o compiere un lavoro in tempo nullo, richiede energia infinita. Per muovere un oggetto, dobbiamo spingerlo contro la resistenza dell'aria o interagire con le sue molecole. Se tutto è congelato, le molecole non vibrano, l'aria non fluisce e i legami molecolari sono statici. Spostare un oggetto significherebbe forzare la materia a sbloccarsi, un'azione che richiede un'energia potenzialmente infinita. La stasi assoluta non può essere superata. 
L'idea del tempo fermato ritorna nella celeberrima serie televisiva Ai confini della realtà (The Twilight Zone), nell'episodio Un po' di pace (A Little Peace and Quiet, 1985), diretto da Wes Craven. Una casalinga biondiccia, distrutta dal rumore e dal comportamento ossessivo dei figli e del marito, trova un ciondolo che la rende capace di bloccare il tempo a comando, per tutto l'universo tranne che per lei. Alla fine il dono si rivelerà una spaventosa trappola. Anche se manca la figura dello scienziato pazzo, non c'è dubbio che Craven ha tratto la sua ispirazione proprio dall'opera di Clair. 


Critica 

Giovanna Grignaffini (René Clair, pagg. 25-28) ha scritto:

"Paris qui dort si presenta come un vero e proprio repertorio di tecniche e procedimenti cinematografici, la stasi e il movimento, il rallentato, l'accelerato, l'inversione. Una specie di manifesto catalogo di tutte le possibili regole grammaticali e sintattiche che il cinema, svincolato dalla letteratura e dal teatro, poteva utilizzare." 

Bruno Lattanzi e Fabio De Angelis hanno scritto su Fantafilm:

"Il raggio dallo straordinario potere può essere considerato una metafora della capacità propria del cinema di inventare e rielaborare la realtà." 

Cineforum Fantafilm

Il film di René Clair è stato proiettato al Cineforum Fantafilm dell'amico Andrea "Jarok" Vaccaro il 9 novembre 2009, assieme a un altro film dello stesso regista: Accadde domani (It Happened Tomorrow, 1944). Riporto in questa sede quanto ha scritto l'amico Emanuele Manco.


"Erano tempi diversi, quelli in cui il fantastico poteva insinuarsi in una commedia, fornendo spunti narrativi capaci di intrattenere senza i produttori temessero per l'esito commerciale del film. Basti pensare al forse già citato, e più famoso, Ho sposato una strega, oppure a La vita è meravigliosa di Frank Capra.
Clair nel suo percorso di autore ha semplicemente affrontato diverse tematiche, trovando di volta in volta il modo migliore di raccontarle, anche in modo non realistico. Il suo percorso infatti era cominciato nel 1923 con film molto più smaccatamente fantastico: Paris Qui Dort.
Al risveglio il custode della torre Eiffel scopre ai suoi piedi la città “addormentata”. Sconcertato, percorre le vie di una Parigi completamente immobile. Oltre all’uomo, anche alcuni viaggiatori giunti in aereo durante la notte sono sfuggiti al sortilegio che ha paralizzato l’intera metropoli: uno scienziato pazzo ha inventato una macchina in grado di far sprofondare il mondo in una totale letargia.
Alla sua prima prova Clair ha in nuce alcuni elementi che caratterizzeranno le sue opere successive, dall'eleganza visiva, qui mista a capacità visionaria e gusto per il fantastico, all'equilibrio con il quale riesce a gestire i toni della commedia, oltre che l'amore smisurato per la sua città di origine.
Brillanti gli “effetti speciali”, considerata l'epoca. Spettacolare la scalata della Torre Eiffel da parte del protagonista." 

giovedì 28 marzo 2024


UN CHIEN ANDALOU 

Titolo originale:
Un chien andalou 
Pronuncia: /œ̃ ʃjɛ̃ ɑ̃da'lu/
Titolo in italiano: Un cane andaluso 
Paese di produzione: Francia
Anno: 1929
Durata: 21 min
Dati tecnici: B/N
Rapporto: 4:3
Genere: Surreale, grottesco, onirico
Regia: Luis Buñuel
Soggetto: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Sceneggiatura: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Produttore: Luis Buñuel, Salvador Dalí
Fotografia: Albert Duverger
Montaggio: Luis Buñuel
Musiche: Richard Wagner (Tristano e Isotta),
     Beethoven; due tango argentini
Scenografia: Pierre Schilzneck 
Continuità: John Marshall
Interpreti e personaggi:
    Pierre Batcheff: Giovane uomo
    Simone Mareuil: Giovane donna
    Luis Buñuel: Uomo con il rasoio
    Fano Messan: Androgino
    Robert Hommet: Giovane seminarista 
    Jaume Miravitlles: Seminarista grasso
    Salvador Dalí: Seminarista; uomo sulla spiaggia
    Marval: Seminarista 
    Pancho Cossío: Uomo che passeggia
    Juan Esplandiu: Uomo che passeggia 
Titoli in altre lingue: 
    Spagnolo: Un perro andaluz 
    Portoghese: Um Cão Andaluz 
    Tedesco: Ein andalusischer Hund 
    Olandese: Een Andalusische hond 
    Polacco: Pies andaluzyjski 
    Russo: Андалузский пёс 
    Lituano: Andalūzijos šuo 
    Finlandese: Andalusialainen koira 
    Ungherese: Andalúziai kutya 
    Giapponese: アンダルシアの犬
    Giapponese (traslitterato): Andarushia no Inu 
Link: 


Trama: 
Un uomo affila un rasoio e prova il filo della lama sul pollice. Fissa la luna, che sta per essere tagliata a metà da una sottile nuvola. Una giovane donna guarda dritto davanti a sé mentre lui le avvicina il rasoio a un occhio. La nuvola che passa davanti alla luna, poi il rasoio che squarcia l'occhio alla donna.

"Otto anni dopo" 
Un giovane pedala lungo una strada cittadina indossando un abito da suora e portando una scatola a righe con una tracolla al collo. La donna della prima scena lo sente arrivare e getta via il libro che stava leggendo. Si affaccia alla finestra e vede il giovane disteso sul marciapiede, con la bicicletta a terra. Esce dall'edificio e tenta di rianimarlo. 
Più tardi, la donna assembla pezzi degli abiti del giovane su un letto. L'uomo appare poi vicino alla porta, con le formiche che escono da un buco nella sua mano. Una giovane donna ermafrodita tocca una mano umana mozzata nella strada sottostante l'appartamento, circondata da una grande folla.
La folla si disperde quando un poliziotto mette la mano nella scatola precedentemente portata dal giovane e la consegna alla donna androgina. Lei rimane in mezzo alla strada stringendo la scatola, dove viene investita da un'auto. L'uomo nell'appartamento sembra provare un piacere sadico per l'incidente e fa un gesto verso la donna nella stanza con lui, guardandola con sguardo lascivo e palpandole il seno. 
La donna inizialmente gli resiste, ma poi gli permette di molestarla mentre lui la immagina nuda. Quindi lo respinge mentre lui si perde nei suoi pensieri e tenta di fuggire correndo dall'altra parte della stanza. L'uomo la mette alle strette mentre lei cerca di afferrare una racchetta per difendersi, ma improvvisamente lui afferra due corde e trascina con sé due pianoforti a coda contenenti due asini morti, tavole di pietra con i Dieci Comandamenti, due zucche e due sacerdoti legati alle corde. La donna fugge dalla stanza. L'uomo la insegue, ma lei gli intrappola la mano, infestata dalle formiche, nella porta. Lo trova poi nella stanza accanto, vestito con l'abito da suora. 
Verso le tre del mattino, l'uomo viene svegliato dal suono del campanello (rappresentato da uno shaker per cocktail). La donna va ad aprire la porta e non fa ritorno. Un altro giovane entra nell'appartamento, gesticolando con rabbia verso il primo. Il secondo costringe il primo a gettare via gli abiti da suora e poi lo obbliga a stare in piedi con la faccia rivolta verso il muro. 

"Sedici anni fa" 
Il secondo uomo ammira materiali artistici e libri su un tavolo vicino al muro e costringe il primo uomo a tenere in mano due libri mentre fissa il muro. Il primo uomo alla fine spara al secondo quando i libri si trasformano improvvisamente in revolver. Il secondo uomo, ora in un prato, muore mentre cerca di colpire alla schiena una figura femminile nuda che scompare improvvisamente nel nulla. Un gruppo di uomini arriva e porta via il suo cadavere. 
La donna torna nell'appartamento e vede una sfinge testa di morto (Acherontia atropos). Il primo uomo la deride mentre lei si ritira e si pulisce la bocca dal viso con la mano; i peli dell'ascella le si attaccano poi nel punto in cui si trovava la sua bocca. Lei lo guarda con disgusto ed esce dall'appartamento tirando fuori la lingua. Mentre esce dall'appartamento, la strada lascia il posto a una spiaggia costiera, dove incontra un terzo uomo con cui cammina a braccetto. Lui le mostra l'ora sul suo orologio e camminano vicino agli scogli, dove trovano i resti dell'abito da suora del primo giovane e la scatola. Si allontanano abbracciati felici e facendo gesti romantici. 

"In primavera" 
La coppia è sepolta nella sabbia fino ai gomiti, immobile. 


Recensione: 
Un chien andalou non è solo un cortometraggio; è il Big Bang del surrealismo cinematografico. Se oggi accettiamo film che sfidano la logica o registi come David Lynch, lo dobbiamo in gran parte a questa follia di una ventina di minuti nata dalle menti di Luis Buñuel e Salvador Dalí. Ancora oggi, a distanza di tanti anni, la visione di quest'opera è un'esperienza piuttosto disturbante. La cosa affascinante è che Buñuel e Dalí scrissero la sceneggiatura con una regola ferrea: la logica dell'Irrazionale. Affermavano la necessità di non accettare alcuna idea o immagine che potesse avere una spiegazione razionale, psicologica o culturale. Volevano scioccare. La loro chiave di lettura della realtà era psicoanalitica, freudiana, altamente simbolica: volevano liberare il subconscio. Il risultato è un flusso di frammenti onirici e incubici a cui non è attribuito alcun "significato" nel senso tradizionale, ma che deve far "sentire" qualcosa. Questa architettura di simbolismi rappresenta perfettamente la repressione sessuale e religiosa imperante all'epoca - temi che Buñuel avrebbe poi esplorato per tutta la vita. In questi tempi di trame lineari, banalità, pippe infinite, prequel, sequel e remake, Un chien andalou ci ricorda che un'immagine potente non ha bisogno di una giustificazione per restarti impressa nel cervello per giorni.
Tutto ebbe origine da un singolare episodio di sincronicità. In un'occasione, Luis Buñuel raccontò a Salvador Dalí di un sogno in cui una nuvola tagliava la luna a metà "come una lama di rasoio che taglia un occhio". Dalí rispose di aver sognato una mano brulicante di formiche. Dall'unione di queste due potenti immagini oniriche nacque il film. 


Il Bagaglio della Repressione

Immensa è la fatica fisica del protagonista: non sta solo trascinando soltanto degli oggetti, sta trascinando l'intera struttura morale della società spagnola dell'epoca. 

- I due pianoforti a coda: 
Rappresentano la cultura borghese, l'educazione "per bene", le apparenze e il peso delle tradizioni accademiche. 
- I preti (Fratelli Maristi): 
Sono l'ancora morale. Per Buñuel, cresciuto con un'educazione gesuita molto rigida, la Chiesa Cattolica non era spiritualità, ma un fardello di colpa che castrava ogni desiderio naturale. 
- Gli asini putrefatti: 
Qui c'è molto di Dalí. L'asino morto è l'immagine della decomposizione della carne, ma anche la negazione del piacere. È il ribrezzo e il senso di impurità che la morale cattolica cercava di associare ad ogni atto sessuale.

Mettere tutto insieme (fede, cultura borghese e morte) per impedire a un uomo di arrivare a una donna è un atto di accusa ferocissimo. Buñuel diceva che quell'uomo siamo tutti noi: vogliamo correre verso il desiderio, ma siamo legati a una corda che trascina secoli di dogmi e cadaveri. Il regista spagnolo odiava così tanto l'istituzione ecclesiastica che, nonostante si dichiarasse "ateo per grazia di Dio", ha passato tutta la carriera a inserire preti e feticci religiosi nei suoi film, quasi a voler esorcizzare quel trauma. È incredibile come un corto di quasi cent'anni fa riesca ancora a trasmettere quella sensazione di "blocco"


La morte di un linguaggio

Purtroppo nel cinema contemporaneo si è smarrito il gusto per lo scandalo simbolico. Solo i Boomer e i più vecchi della Generazione X potrebbero ancora capirlo. Oggi quel tipo di iconoclastia (distruzione sistematica dei simboli sacri) ha perso quasi tutto il suo potere d'urto, e il motivo è paradossale. Siamo diventati così "secolarizzati" che il simbolo del prete non incute più quel timore o quel senso di oppressione che Buñuel voleva combattere. Per un ragazzo della Generazione Z, un prete che trascina un asino è solo un'immagine "weird" o "random", mentre per un boomer o uno della Generazione X cresciuto sotto l'ala pesante della morale cattolica, era un attentato al cuore del sistema. 
Per fare un sacrilegio, si deve avere qualcosa di sacro. Se nulla è più veramente intoccabile, lo scandalo svanisce. Nel 1929 mettere dei preti accanto a carogne di asini era un atto di guerra culturale. Oggi viviamo in un'epoca di iper-esposizione dove tutto è stato già deriso, smontato e trasformato in meme. La provocazione religiosa scivola via come acqua. 
La repressione sessuale è cambiata radicalmente. Ieri il peso era esterno (la Chiesa, la famiglia, lo Stato). Erano i preti di Buñuel che impedivano alle persone di raggiungere l'oggetto del desiderio. Oggi la repressione è diventata psicologica e performativa. La gente non si sente in colpa perché "Dio ci guarda", ma perché "non siamo abbastanza" rispetto agli standard dei social. Il peso che ci si trascina dietro oggi è piuttosto lo smartphone o l'ansia da prestazione sociale. 


La perdita dell'astrazione 
e la Fine del Proibito

Il pubblico moderno è abituato a trame che spiegano tutto (il cosiddetto info-dumping). Il Surrealismo richiede uno sforzo di interpretazione che mal si sposa con la soglia di attenzione attuale. Se un film non dice chiaramente "questo prete rappresenta la tua colpa", molti spettatori semplicemente cambiano video. C'è una differenza enorme tra l'assurdo dei Surrealisti e il "non-sense" moderno. Il Surrealismo usava l'irrazionale per attaccare la logica borghese. Era un assurdo politico e filosofico. L'arte moderna social spesso propone un assurdo puramente estetico. È l'estetica del meme: divertente, magari visivamente stimolante, ma priva di quella carica di rabbia che rendeva Un chien andalou un'opera pericolosa. 
Ai tempi di Buñuel e Dalí, l'arte era un esplosivo. L'artista poteva finire in prigione, essere scomunicato o vedere il suo film sequestrato dalla polizia. C'era un rischio reale. Oggi lo scandalo è diventato una strategia di marketing. Se un artista fa qualcosa di "estremo", lo fa per ottenere click, non per scuotere le fondamenta della società. Il sistema ha imparato a masticare e digerire ogni provocazione, trasformandola in contenuto... o in output fecale!

Alcune considerazioni musicali

Nel 1960, a questo cortometraggio venne aggiunta una colonna sonora su indicazione di Luis Buñuel. Il regista utilizzò la stessa musica presente sui dischi fonografici riprodotti durante le proiezioni del 1929: estratti dal Liebestod del Tristano e Isotta (Tristan und Isolde) di Richard Wagner e due tango argentini.
David Bowie iniziava ogni concerto del suo tour Station to Station del 1976 proiettando Un chien andalou. Se avete mai sentito il pubblico mugugnare alla scena iniziale, immaginate il fragore di un intero auditorium, in cui la maggior parte degli spettatori lo vedeva senza dubbio per la prima volta! 


L'ombra del Vescovo

Scavando nel Web alla ricerca di informazioni, mi sono imbattuto in un interessante aneddoto che dimostra l'elevatissimo grado di interconnessione livello mondiale nel mondo della Settima Arte, già nella prima mentà del XX secolo. Nel libro All'ombra di Nathan (I skuggan av Nathan, 2014), la scrittrice svedese Omi Söderblom ha raccolto gli scritti autobiografici di suo nonno, l'attore Helge Söderblom (1896 - 1932). In questi scritti, Helge menziona di aver partecipato al cortometraggio di Buñuel, interpretando uno dei sacerdoti trascinati sul pavimento. Il confronto con le sue fotografie presenti nel libro sembrerebbe avvalorare questa affermazione. Helge Söderblom era il figlio maggiore di Nathan Söderblom, arcivescovo della Chiesa di Svezia e vincitore del premio Nobel per la pace nel 1930. 

Curiosità varie

Alla prima parigina, Luis Buñuel si nascose dietro il paravento con delle pietre in tasca per paura di essere aggredito dal pubblico confuso. A quei tempi, non dimentichiamolo, esisteva un diffuso terrore della pazzia, di cui le allucinazioni erano considerate un sintomo. Non si verificò alcuna tumulto da parte degli spettatori. Anzi, tutti apprezzarono moltissimo la trama misteriosa e incomprensibile, chiedendo delucidazioni. 

Per realizzare la scena del rasoio che taglia un globo oculare, facendone fuoriuscire l'umor vitreo, fu usato un occhio di un vitello morto. 

Durante la scena in bicicletta, la donna seduta su una sedia e intenta a leggere getta via un libro. L'immagine che si apre sul libro è la riproduzione di un dipinto di Johannes Vermeer (1632 - 1675), un pittore olandese molto ammirato da Salvador Dalí, il quale spesso ne traeva ispirazione nei suoi dipinti. 

Il film contiene diversi riferimenti al poeta e drammaturgo Federico García Lorca (1898 - 1936), che era innamorato di Salvador Dalí. García Lorca era omosessuale, cosa che rese difficile la sua esistenza nella conservatrice Spagna degli anni '20 e '30; la sua opera ne fu profondamente influenzata, in particolare i "Sonetti dell'amor oscuro". Fu assassinato dai franchisti nel 1936 anche a causa della sua omosessualità, definita dai carnefici come una "aberrazione".
Si ravvisano nella pellicola di Buñuel anche influenze di altri scrittori dell'epoca. In particolare, gli asini in decomposizione sono un riferimento al romanzo "Platero y yo" del poeta Juan Ramón Jiménez (1881 - 1958), che entrambi gli sceneggiatori detestavano.

La leggenda narra che la mano mozzata utilizzata nella scena di strada fosse una mano vera, e che Dalí avesse convinto un uomo a tagliarla in cambio di denaro sufficiente per comprarsi il pranzo.

Entrambi i protagonisti del film, Pierre Batcheff e Simone Mareuil, si suicidarono anni dopo l'uscita della pellicola. Batcheff morì per overdose all'età di 24 anni, mentre Mareuil si diede fuoco in una piazza pubblica a 55 anni. 

domenica 24 marzo 2024

 
PROFONDO ROSSO 
 
Lingua originale: Italiano, inglese 
Lingue frammentarie: Ebraico
Paese di produzione: Italia 
Titolo in inglese: Deep Red
Anno: 1975
Durata: 127 min
Rapporto: 2,35:1
Genere: Orrore, thriller, giallo 
Regia: Dario Argento
Soggetto: Dario Argento, Bernardino Zapponi 
Tematiche: Infanzia deviata, sadismo  
Sceneggiatura: Dario Argento, Bernardino Zapponi
Produttore: Salvatore Argento, Angelo Iacono
Produttore esecutivo: Claudio Argento
Casa di produzione: Rizzoli Film, Seda Spettacoli
Distribuzione in italiano: Cineriz
Fotografia: Luigi Kuveiller
Montaggio: Franco Fraticelli
Effetti speciali: Germano Natali, Carlo Rambaldi
Musiche: Giorgio Gaslini, Goblin
Scenografia: Giuseppe Bassan
Costumi: Elena Mannini
Trucco: Giuliano Laurenti, Giovanni Morosi 
Arredatore di scena: Armando Mannini 
Manager di produzione: Angelo Iacono 
Assistente alla regia: Stefano Rolla 
Reparto sonoro: Nick Alexander, Mario Faraoni
Controfigure: Giorgio Ricci 
Camera a mano: Ubaldo Terzano
Assistente operatore: Antonio Annunziata, Antonio Tonti 
Continuità: Vivalda Vigorelli
Interpreti e personaggi:
    David Hemmings: Marcus Daly (1)
    Daria Nicolodi: Gianna Brezzi
    Gabriele Lavia: Carlo
    Macha Méril: Helga Ulmann
    Eros Pagni: Commissario Calcabrini
    Giuliana Calandra: Amanda Righetti
    Glauco Mauri: Professor Giordani
    Clara Calamai: Madre di Carlo
    Geraldine Hooper: Massimo Ricci (2)
    Furio Meniconi: Rodi
    Nicoletta Elmi: Olga, la bambina fulva sadica
    Liana Del Balzo: Elvira
    Piero Mazzinghi: Signor Bardi
    Jacopo Mariani: Carlo da bambino
    Salvatore Baccaro: Fruttivendolo
    Salvatore Puntillo: Poliziotto 
    Fulvio Mingozzi: Agente Mingozzi 
    Bruno Di Lula: Uomo preoccupato in bagno 
    Gianni Di Segni: Rabbino 
    Attilio Dottesio: Fiorista 
    Tom Felleghy: Chirurgo 
    Lorenzo Gobello: Spettatore al teatro 
    Tullio Lutrario: Spettatore al teatro 
    Glauco Onorato (ruolo non attribuibile)
    Pietro Oro: Spettatore al teatro; tipografo
    Mario Pascucci: Bibliotecario
    Simone Santo: Fiorista 
    Giordana Serra: Spettatrice al teatro
    Franco Vaccaro: Pietro Valgoi
(1) Spesso citato dalla critica come "Marc" o "Mark"
(2) Una donna interpreta l'amante omosessuale di Carlo.
Doppiatori originali:
    Gino La Monica: Marcus Daly
    Isa Bellini: Madre di Carlo
    Renato Cortesi: Massimo Ricci
    Corrado Gaipa: Rodi
    Emanuela Rossi: Olga, la bambina fulva sadica
    Wanda Tettoni: Elvira 
Titoli obsoleti: 
    La tigre dai denti a sciabola 
    Chipsiomega
Titoli in altre lingue: 
    Tedesco: Rosso - Die Farbe des Todes 
    Francese: Les Frissons de l'angoisse 
    Spagnolo: Rojo oscuro 
    Portoghese (Portogallo): O Mistério da Casa Assombrada 
    Portoghese (Brasile): Prelúdio Para Matar 
    Olandese: Bloedlink 
    Polacco: Głęboka czerwień 
    Russo: Кроваво-красное 
    Serbo: Tamno crveno   
    Lituano: Sodriai raudona 
    Lettone: Dziļi sarkans  
    Estone: Tumepunane 
    Ungherese: Mélyvörös 
    Finlandese: Verenpunainen kauhu 
    Greco (moderno): Βαθύ κόκκινο 
    Turco: Derin Kırmızı 
    Giapponese: 
Budget: Non documentato
Box office (Italia): 3,7 miliardi di lire italiane 
Box office (USA): 629.903 dollari US
Box office: 2,9 milioni di dollari US

Colonna sonora: 
 1. Profondo Rosso (4:56)
 2. Death Dies (4:42)
 3. Mad Puppet (5:50)
 4. Wild Session (4:59)
 5. Deep Shadows (5:46)
 6. School at Night (2:05)
 7. Gianna (1:52)

Trama: 
Anno del Signore 1956. Durante le feste natalizie in una casa di famiglia, una figura invisibile ne accoltella a morte un'altra. La lama insanguinata cade a terra ai piedi di un bambino.
Vent'anni dopo, a Roma, il professor Giordani presiede un convegno di parapsicologia con la medium Helga Ulmann. Helga è improvvisamente sopraffatta dai pensieri "contorti, perversi e omicidi" di qualcuno tra il pubblico. Parlando più tardi con Giordani, la donna afferma di credere di poter identificare questa persona, ignara che qualcuno la stia ascoltando dall'ombra.
Più tardi quella stessa notte, una figura in guanti neri invade l'appartamento di Helga e la uccide con una mannaia. Il pianista jazz inglese Marcus Daly assiste all'omicidio dalla finestra mentre passa e si precipita nell'appartamento, trovando il cadavere mutilato. Dopo l'arrivo della polizia, in Marcus si fa strada la netta sensazione che uno dei dipinti dell'appartamento sia scomparso, anche se non riesce a individuare con precisione quale. 
I media identificano Marcus come testimone oculare e mostrano la foto scattata dalla giornalista Gianna Brezzi. La mattina dopo, Marcus si reca a casa del suo amico Carlo, un alcolizzato, ma trova solo la sua eccentrica madre, Martha, che sembra dimostrargli un certo interesse. Quella stessa notte, l'assassino fa ascoltare la registrazione di una canzone per bambini fuori dalla porta di casa di Marcus, che riesce a chiudere la porta evitando l'ingresso dell'intruso; sente tuttavia il roco sussurro: "Prima o poi ti ucciderò". Gianna si sente in colpa per aver messo in pericolo Marcus scattandogli una foto, così inizia ad aiutarlo nelle indagini. 
Marcus racconta l'accaduto a Giordani, che ha incontrato al funerale di Helga. Giordani, notando che anche la sensitiva aveva accennato di aver sentito una canzone infantile durante la sua visione, si ricorda di un libro di folklore moderno che descrive una casa infestata non distante, dove a volte si sente una canzone infantile. Marcus trova il libro di folklore in biblioteca. Preso da un moto di teppismo, strappa una pagina con una foto della casa e progetta di saperne di più andando a trovare l'autrice del volume, Amanda Righetti. Tuttavia, l'assassino, che ha tenuto d'occhio Marcus, aggredisce Amanda e la annega atrocemente nell'acqua bollente prima che Marcus arrivi. 
Marcus usa la foto per trovare l'enorme casa abbandonata. Sotto il cartongesso scopre un inquietante murale: un bambino che tiene in mano un coltello insanguinato sopra un cadavere. Dopo che se ne va, un pezzo di cartongesso si stacca, rivelando un'altra figura nel disegno. Nel frattempo, Giordani, che ha aiutato Marcus nelle indagini, viene ucciso dall'assassino dopo essere stato attaccato da una grande bambola meccanizzata. 
Continuando la sua ricerca nella casa abbandonata, Marcus trova una stanza murata. Al centro del pavimento polveroso giace un cadavere mummificato. Marcus viene colpito da qualcuno, e indietreggia inorridito fino a perdere i sensi. Si risveglia fuori dalla casa, che sta bruciando. A questo punto appare Gianna, che gli spiega di aver ricevuto il suo messaggio riguardo all'indagine sulla casa e di essere arrivata in tempo per salvarlo. Marcus e Gianna aspettano la polizia nella casa del custode, la cui figlia fulva ha disegnato un'immagine identica al murale nascosto che Marcus ha trovato nella casa. La ragazza dai capelli rossi gli dice di aver visto il disegno negli archivi della scuola locale. 
Marcus e Gianna si recano immediatamente a scuola e trovano il disegno, che si rivela essere opera di Carlo, un amico d'infanzia. Gianna esce per chiamare la polizia e incontra Carlo, che la accoltella. Inseguito da Marcus e dalla polizia, Carlo corre in una strada buia e viene investito da un camion della spazzatura, che gli impiglia i vestiti e lo trascina finché un'auto in arrivo non gli passa sopra la testa. Gianna viene ricoverata in ospedale e sopravvive all'accoltellamento. 
Marcus ricorda che la notte dell'omicidio di Helga incontrò un Carlo completamente ubriaco che proveniva da una direzione diversa da quella dell'omicidio. Carlo non poteva quindi essere l'assassino. Tornato all'appartamento di Helga, Marcus ha un'illuminazione: il presunto quadro che aveva visto la notte dell'omicidio, e che in seguito non era più riuscito a trovare, era in realtà il riflesso dell'assassino in uno specchio. Mentre Marcus si rende conto di aver visto Martha, la madre di Carlo, lei gli appare alle spalle con una mannaia. Martha spiega che, dopo che il marito aveva minacciato di farla internare di nuovo in un manicomio, lo aveva ucciso a coltellate davanti al giovane Carlo. Aveva poi murato la stanza in cui si trovava il cadavere. Carlo, segnato dal trauma, da ragazzo aveva disegnato in modo compulsivo la scena del crimine; da adulto aveva cercato di reprimere il ricordo dell'omicidio tracannando immense quantità di alcol: aveva così aggredito Marcus e Gianna per proteggere la madre assassina dalle loro indagini.
Martha aggredisce Marcus e lo ferisce con la mannaia, ma la sua collana si impiglia nelle sbarre dell'ascensore. Marcus preme il tasto e l'ascensore scende, decapitando la donna. 

 
Recensione: 
Questa pellicola è il capolavoro assoluto del giallo-thriller italiano, sintesi perfetta tra estetica macabra, suspense e colpi di scena. Il regista crea un incubo visivo barocco, dove la realtà si fonde con il subconscio, utilizzando dettagli macabri e giochi di specchi per disorientare lo spettatore. Trasforma la macchina da presa in un occhio inquietante. L'uso frequente della soggettiva fa vedere il mondo con gli occhi del killer, creando confusione tra il pubblico e l'omicida. Le musiche prog-rock dei Goblin, martellanti e incalzanti, diventano parte integrante della tensione, che viene amplificata in modo quasi insopportabile. Il film è ricco di indizi nascosti, che il pubblico spesso rimuove, rendendo necessaria almeno una seconda visione. È il film della maturità per Argento, capace di mescolare enigmi logici con una messa in scena barocca e sanguinosa che ha ridefinito il genere slasher. Questo labirinto visivo e sonoro è invecchiato bene: nei decenni non ha perso un briciolo della sua forza disturbante. 
Quando il film uscì, avevo 9 anni. La prima volta che lo vidi, avvenne in stato di sonnambulismo. Era un'epoca pre-tecnologica, la Rete non esisteva. In casa c'era una sola televisione. A mia madre (RIP), Dario Argento non piaceva - più che altro per sentito dire. Temeva che, se avessi visto film horror, sarei cresciuto "pauroso", come diceva, ossia "pieno di paure". Una notte mi alzai mentre i miei genitori dormivano e guardai il film senza che me ne restasse memoria alcuna - finché non lo vidi molti anni dopo ed ebbi fortissimi déjà vu, dal primo istante della pellicola all'ultimo. Fui così assolutamente certo che lo avevo già visto in uno stato di incoscienza soltanto apparente. 


Gli archetipi e l'intuizione finale

In Profondo Rosso, Argento compie un’operazione magistrale: riveste una struttura da giallo moderno con una pelle fatta di archetipi universali, quelli che Carl Jung definirebbe come immagini primordiali che risiedono nel nostro inconscio collettivo. Il film non è solo una caccia all'assassino, ma una vera e propria discesa agli Inferi, ossia una catabasi. Sotto la superficie agiscono forze potenti, spaventose. 
L'archetipo centrale è la Grande Madre o Madre Terribile (Mater Terribilis). Solitamente simbolo di nutrimento e vita, la figura materna qui appare nella sua manifestazione divoratrice, che annienta e castra. L'assassino non riesce a svincolarsi dall'ombra materna, restando prigioniero di un grembo che è diventato una prigione di follia.  
La villa del bambino urlante, con i suoi bui corridoi labirintici e i segreti murati, è una rappresentazione fisica dell'archetipo della Casa-Utero: un luogo che dovrebbe proteggere e che invece soffoca e uccide. 
L'assassino incarna l'archetipo del Fanciullo Eterno (Puer Aeternus), un essere involuto che si rifiuta di crescere, essendo rimasto fissato in un'età infantile, larvale. L'uso della canzoncina infantile non è solo un vezzo horror; è il segnale che l'archetipo del Puer è stato corrotto. Il gioco diventa morte perché il bambino non ha mai imparato il confine tra sé e l'altro. 
Marcus rappresenta l'archetipo dell'Investigatore-Cercatore, ma la sua ricerca è speculare a quella dell'assassino. L'assassino è l'Ombra di Marcus, quasi un suo Doppelgänger: rappresenta ciò che Marcus non vuole vedere (letteralmente, nel caso dello specchio). Più Marcus si addentra nel mistero, più entra in contatto con la propria fragilità e con l'irrazionale, perdendo così la sua identità di musicista logico e sicuro di sé. 
In molti miti c'è una figura che detiene la Conoscenza, ad esempio un indovino o un saggio. In Profondo Rosso, questo ruolo spetta alla sensitiva Helga Ulmann, dotata di poteri telepatici. Tuttavia, nell'universo di Argento la saggezza non salva: la sensitiva viene infatti eliminata proprio perché "vede troppo". Questo suggerisce un archetipo tragico: la conoscenza della verità come una condanna a morte
Gli archetipi sono rafforzati da uno schema simbolico basato sui Quattro Elementi
- Fuoco: Il calore del sangue e la passione distruttiva.
- Acqua: Le fontane della piazza notturna, che sono i simboli di una purificazione impossibile.
- Terra: Le mura della villa che nascondono i cadaveri.
- Aria: Il soffio del vento e i sussurri che perseguitano i protagonisti.
Il film è strutturato come un rito d'iniziazione fallito. Marcus cerca di risolvere l'enigma per diventare "adulto e consapevole", ma alla fine si ritrova davanti a uno specchio di sangue, traumatizzato quanto l'assassino che ha appena sconfitto.


La bambina fulva sadica 

Olga cattura le lucertole e le dilania, le strazia, le infilza con uno spillo, godendo di ogni loro attimo di agonia! Per questa sua "abitudine voluttuaria", desta le ire dell'anziano padre, che non esita a prenderla a schiaffi, Inutilmente. 
La bambina non parla molto, comunica attraverso l'azione violenta. Questo stabilisce un legame sottile con la follia dell'assassino: entrambi usano la sofferenza altrui per affermare la propria esistenza in un mondo che sembra non comprenderli o isolarli. La reazione di Marcus di fronte al rettile trafitto è di disagio, quasi di impotenza, e sottolinea ancora una volta come lui sia un osservatore che non riesce mai a intervenire in tempo per fermare l'orrore. 
Già nell'antichità esisteva l'immagine della lucertola seviziata con un ago: è noto il mito ellenico di Apollo Sauroctono ("Uccisore della lucertola"). L'opera scultorea originale di Prassitele mostra il dio, giovane e quasi femmineo, nell'atto di colpire una lucertola che si arrampica su un tronco. Questa immagine classica si riflette e si distorce nel film di Argento. Nell'iconografia greca, Apollo non uccide la lucertola per odio, ma quasi per un gioco divino, con un distacco che rasenta l'indifferenza. In Profondo Rosso, la bambina agisce con la stessa freddezza divina, essendo però mossa dal demonismo interiore: non c'è rabbia nel suo gesto, ma i suoi occhi irradiano una luce di sadismo assoluto. Questo trasforma l'atto di annientamento della vittima da semplice "monelleria" a una manifestazione di un tremendo potere ancestrale, amorale e ctonio. Apollo è spesso rappresentato come un dio dai tratti efebici, a metà tra il maschile e il femminile. Argento gioca costantemente con l'ambiguità di genere - basti pensare all'identità dell'assassino o al rapporto tra Marcus e Gianna. La bambina, che ricalca il gesto di Apollo, riafferma in qualche modo questa confusione: un'entità piccola e apparentemente fragile che possiede la spietatezza di un carnefice. Nella simbologia antica, la lucertola è legata alla terra e alla rigenerazione (si pensi alla coda che ricresce). Ucciderla trafiggendola significa bloccare il flusso della vita, immobilizzare il divenire. Nel film di Argento, questo simboleggia il tema del trauma congelato: l'assassino è rimasto infilzato in un momento del passato, quello dell'omicidio del padre, così non può più evolversi. Come la lucertola infilzata da Olga, l'anima del killer è inchiodata a un singolo istante di violenza, che lo pietrifica per l'Eternità.
Crescendo, l'attrice Nicoletta Elmi è diventata una donna bellissima, estremamente affascinante. Ha gli occhi di ghiaccio e uno sguardo inquietante. Me la immagino come una Domina, in abiti di cuoio e borchie, nell'atto di sottomettere e umiliare un amante-succube. Peccato che la sua carriera nella Settima Arte sia finita anzitempo nel 1985: a quanto pare si è messa a lavorare come logopedista e ha adottato tre bambini colombiani. 
Ebbene sì. La grossa lucertola verde è stata davvero pugnalata con uno spillo e lasciata lì a contorcersi con le interiora bucate, finché non è spirata nel modo più penoso, consegnandosi alle Forze della Putrefazione. In seguito, Dario Argento ha affermato di essersi pentito amaramente di aver girato quella scena. Va detto che all'epoca non era affatto diffusa la sensibilità nei confronti degli animali, che finivano spesso seviziati per pura animosità. 


La bambola grottesca

La sequenza dell'orrida bambola di porcellana mossa da un meccanismo è un unicum nel cinema di genere dell'epoca, a livello mondiale, e rappresenta uno dei momenti più puramente perturbanti ("Uncanny") dell'intera storia della Settima Arte. Non è soltanto un salto sulla sedia, ma un vero e proprio corto circuito logico e visivo! L'apparizione dell'automa che ride, prima della morte del professor Giordani, è inconsueta per diversi motivi che toccano vette di sadismo e tecnica cinematografica altissime. 
Secondo la definizione di Sigmund Freud, il perturbante è qualcosa di familiare che improvvisamente diventa estraneo e minaccioso. Una bambola di porcellana dovrebbe evocare infanzia, gioco e rassicurazione. Argento la trasforma in un mostruoso messaggero di morte. Il fatto che si muova con scatti meccanici, rigidi, che rida con un suono metallico e distorto, rompe la barriera tra l'animato e l'inanimato. È un cadavere meccanico che simula la vita. In quella scena si ha l'Eclissi dell'Assassino. Infatti l'assassino scompare dietro l'oggetto. Non è il killer a spaventare, ma il suo "prolungamento" giocattolo. Simbolicamente, la bambola è il sostituto del figlio. Rappresenta la fissazione infantile della madre (Martha) che usa un simulacro di bambino per terrorizzare la sua vittima prima di colpirla. L'automa è privo di anima, esattamente come l'assassino è privo di empatia. È un guscio vuoto che esegue un programma di crudeltà. 
La stranezza della scena deriva anche da una precisa scelta tecnica di Argento. Per rendere i movimenti della bambola così innaturali e inquietanti, il regista fece costruire un automa a grandezza naturale da Carlo Rambaldi. Il vero tocco di genio fu far muovere la bambola molto velocemente e poi rallentare la pellicola in montaggio, o viceversa, creando quell'effetto di "moto a scatti" che sembra sfidare le leggi della fisica. Questo genera nello spettatore un senso di nausea cinetica: il cervello capisce che c'è qualcosa che non va nel movimento. 
Il suono della risata della bambola è sovrapponibile alla canzoncina infantile che precede i delitti. È una risata di scherno verso la logica scientifica del professor Giordani. Giordani rappresenta la ragione, la scienza, la deduzione: è l'incarnazione di un costrutto galileiano e cartesiano. La bambola rappresenta invece l'irrazionale, il grottesco, l'incubo che entra in ufficio. Infilzare Giordani (un altro atto di penetrazione violenta) dopo averlo distratto con un giocattolo è l'atto di suprema umiliazione della vittima. Se si osserva bene il volto della bambola, si nota che ha un'espressione vitrea ma quasi adulta nei lineamenti, con labbra rosse eccessive che richiamano – ancora una volta – il trucco pesante della madre, Martha. Sembra quasi che la bambola sia Martha che ritorna bambina, come una specie di caricatura aberrante. Quell'entità è un mostro vomitato dall'Incubo! 
Non è un oggetto che appartiene al mondo fisico, ma un’estrusione della psiche malata dell'assassino che prende corpo nella realtà di Marcus e del professor Giordani. Quell'automa è un mostro ontologico, e la sua forza inquietante deriva proprio da questo senso di rigetto viscerale, come se la realtà stessa non riuscisse a contenerlo. La sequenza è una delle vette del cinema di Argento. L'incubo, per definizione, è qualcosa che non può essere fermato e che segue una logica propria, assurda e spietata. L'automa incarna questa inevitabilità. Non respira, non ha motivazioni umane, non prova pietà. Si muove con quegli scatti convulsi che ricordano le crisi epilettiche o i movimenti di un insetto morente, ma con una velocità predatoria. È il corpo del trauma che torna a bussare alla porta. Quando quella porta si apre e l'automa entra ridendo, lo spettatore prova lo stesso shock di Giordani. Non è paura di un uomo con un coltello (quella è paura razionale): è terrore dell'assurdo. In quel momento, le leggi della fisica e della logica del giallo crollano, e restiamo soli davanti all'Orrore Assoluto.
Quella scena è stata così influente che ha dato il via praticamente a tutto il filone delle bambole assassine o inquietanti nel cinema moderno. L'automa di Argento resta insuperato perché non è posseduto da demoni: è un congegno mosso da una pazzia puramente umana. 


Una sequenza "sborror"!

Quando la collana impigliata all'ascensore affonda nel collo di Martha, recidendole il capo, si vede un fiotto di fluido biancastro e denso uscirle dalla bocca: sembra sperma! È come se l'assassina avesse eseguito una fellatio a qualcuno, trattenendo in bocca il materiale genetico eiaculato, a lungo, senza inghiottirlo o sputarlo - cosa che appare abbastanza inverosimile, dato che prima di far colare quel liquido dalle labbra aveva parlato a lungo. Nessuno può negare che le sequenze in questione descrivano qualcosa che trova un impressionante riscontro in migliaia di fotogrammi pornografici ("blowjob", "spit cum", "oral creampie", etc.). 
Qual è il significato di questo dettaglio assolutamente viscerale e disturbante? Senza dubbio Argento voleva suggerire qualcosa di profondo. Il legame tra Martha e Carlo è simbiotico, malsano, soffocante: è l'archetipo edipico dell'incesto tra madre e figlio. In quest'ottica, la decapitazione diventa l'atto finale di un'espulsione violenta: la madre vomita il seme del figlio che ha ingurgitato, digerito e distrutto. È l'immagine definitiva della vagina dentata della madre divoratrice: la donna ha inghiottito la virilità del figlio per tenerlo legato a sé per sempre, e solo la morte, ossia la separazione fisica della testa dal corpo, libera quel segreto rimosso. Argento usa spesso il contrasto cromatico: il bianco denso contro il rosso vivido del sangue. Visivamente, quel liquido perlaceo suggerisce qualcosa di "alieno" o di profondamente corrotto all'interno del corpo della madre. Non è solo sangue, ossia vita: è un siero di follia, una sostanza che non dovrebbe essere lì. Il regista lavora molto sull'inconscio. Anche se non ha dichiarato esplicitamente che "quello è sperma", l'effetto disturbante generato nello spettatore è esattamente ciò che cercava: una reazione di repulsione legata a qualcosa di sessualmente deviato e organico.
Dal punto di vista squisitamente tecnico della realizzazione, quel fluido spermatico era probabilmente una miscela di latte condensato o composti simili, usati spesso negli effetti speciali dell'epoca per simulare sostanze organiche diverse dal sangue e dalle feci. L'artefice di questa trovata è stato il geniale e poliedrico Carlo Rambaldi, a cui si devono cose immense e (purtroppo) anche quel ributtante alieno degenere di E.T.


L'onnipresenza della castrazione

Il tema della castrazione in Profondo Rosso non è solo un sottotesto freudiano, ma un vero e proprio motore d'azione che Argento visualizza con una precisione chirurgica e quasi sadica. Se la madre è l'eviratrice primaria e assoluta, il film è pieno di "oggetti sostitutivi" e mutilazioni che richiamano la perdita della virilità e del potere. 
In quasi tutti i delitti di Argento, e in particolare in questo film, l'arma bianca (coltello, mannaia, spilla) è un simbolo fallico rivoltato contro la vittima. La madre-assassina usa un oggetto lungo e penetrante per riappropriarsi di un potere maschile che non le appartiene. Quando la sensitiva Helga viene colpita attraverso la porta, l'arma che attraversa il legno è un'intrusione violenta in uno spazio privato, una penetrazione mortale che nega la vita. 
Carlo vive in uno stato di perenne castrazione psicologica. La sua omosessualità, nel contesto culturale degli anni '70 del XX secolo, viene presentata come una fuga dal modello maschile dominante e un rifugio dal controllo materno. La morte di Carlo è l'apice di questo simbolismo: muore trascinato da un camion, con la testa che urta ripetutamente l'asfalto. È una distruzione del volto e del corpo che rappresenta l'annullamento definitivo della sua identità da parte del meccanismo del Destino innescato dalla madre-carnefice. 
Secondo la psicoanalisi, la decapitazione rappresenta il simbolo per eccellenza della castrazione. La morte di Martha non è casuale: lei perde letteralmente la testa, ossia la sede del comando e della razionalità corrotta, a causa di una collana, un gioiello simbolo di vanità femminile. Il fatto che la sua testa venga separata dal corpo, mentre lo sperma fuoriesce dalla bocca, chiude il cerchio: la madre, che ha castrato il figlio e il marito, subisce la castrazione definitiva. 
Anche il protagonista, Marcus, subisce una forma di castrazione simbolica. È un musicista, ossia un artista, un creatore, che perde gradualmente il controllo della realtà. Il suo continuo scontro con Gianna è emblematico. Gianna è una donna forte, guida un'auto che cade a pezzi ma corre ugualmente, vince a braccio di ferro. L'uomo si sente costantemente minacciato nella mascolinità da una donna moderna e aggressiva, riflettendo la propria incapacità di risolvere il mistero, il "particolare mancante", con la sola logica analitica maschile. È come se Marcus sentisse le dita di Gianna che gli penetrano nell'intestino retto, fino ad arrivare a stimolare la prostata, inducendo erezione ed emissione di materiale genetico nel vuoto. 
Il trauma originale che dà il via a tutto è una scena d'infanzia dove il padre viene ucciso davanti al bambino. Quel momento è l'atto di castrazione originario, primordiale: l'autorità paterna viene distrutta, lasciando il bambino solo con la Madre Terribile. In Argento, la castrazione non è mai solo fisica, ma è l'incapacità dei personaggi di agire sul mondo. Marcus guarda, ma non vede; Carlo beve, ma non dimentica; Martha uccide, ma non si libera. 


Il fallimento della percezione

Il quadro-specchio è senza dubbio il dispositivo narrativo più geniale della storia del giallo. È un gioco di prestigio cinematografico che trasforma lo spettatore in un testimone oculare inaffidabile. Inganna la mente razionale, è un capolavoro di manipolazione psicologica. 
Quando Marcus attraversa il corridoio dopo l'omicidio della sensitiva, la macchina da presa inquadra per una frazione di secondo il volto dell'assassina riflesso tra i quadri. Marcus registra l'immagine, ma il suo cervello la cataloga immediatamente, in modo erroneo, come un quadro grottesco. Questo è l'archetipo dell'Angoscia del Vedere: il terrore non deriva da ciò che non sappiamo, ma da ciò che abbiamo visto e non riusciamo a ricordare o decodificare. In questa sequenza, lo specchio non è un oggetto d'arredo, ma una soglia, un confine tra due mondi. Rappresenta il confine tra la realtà (Marcus che cammina nel corridoio) e l'orrore (il volto di Martha). Trasformando lo specchio in un quadro, Argento ci dice che l'Orrore è diventato "arte", è diventato parte della stessa estetica della casa. La follia si è mimetizzata tra le decorazioni borghesi. Marcus è un uomo che vive di armonia e precisione: il quadro mancante diventa la sua ossessione compulsiva. Simbolicamente, quel vuoto nella memoria è una lacuna dell'anima.
Per tutto il film, Marcus cerca di ritrovare quel quadro, parlando con esperti, tornando nella casa, analizzando i dettagli. Il fatto che la soluzione sia sempre stata lì, in quel riflesso, è la suprema beffa dell'assassino: la verità lo ha guardato in faccia, e lui non l'hai riconosciuta. Al primo passaggio, quasi nessuno nota che quel volto è vivo. Quando, nel finale, la verità viene rivelata con un flashback che corregge la nostra memoria visiva, proviamo un senso di vertigine. Argento ci dimostra che siamo ciechi pur avendo gli occhi aperti.

Una geografia incubica

Nonostante il film sia ambientato a Roma, la maggior parte delle riprese sono state effettuate a Torino. A parer mio, non siamo di fronte a una pura e semplice scelta tecnica. Argento ha di fatto disegnato un mondo alternativo, riempiendo Roma di luoghi tetri e abissali che non appartengono al suo contesto. Si potrebbe definire un'operazione di trapianto ontologico, una lugubre migrazione di fantasmi di luoghi dalle regioni più oscure del Multiverso. 


I luoghi delle riprese: Piazza C.L.N.

Uno dei luoghi più famosi è senza dubbio Piazza C.L.N. (acronimo di "Comitato di Liberazione Nazionale", da me pronunciato "CLIN"). È una piazzetta situata nel centro storico di Torino, che si trova appena dietro le due chiese "gemelle" di piazza San Carlo (Santa Cristina e San Carlo), lungo l'asse di via Roma, in direzione di piazza Carlo Felice e dei giardini Sambuy. Ovviamente le informazioni le ho raccattate nel Web, dato che la mia memoria per la toponomastica urbana è disastrosa. Prima del 1935 la piazzetta era nota come "Piazza delle Due Chiese". A caratterizzarla sono le due statue gemelle, gigantesche ed opprimenti, collocate sulle due fontane. Assurte a fama internazionale per via di Profondo Rosso, nel 1987 le fontane furono svuotate e messe fuori servizio a causa della perigliosa usura della copertura della vasca e dell'impianto idrico. Un restauro radicale fu avviato nel 2005, dopo un ventennio di completo abbandono e degrado. Grazie a questo intervento, le due fontane sono attualmente in funzione. 


I luoghi delle riprese: Villa Scott

La spettrale Villa del bambino urlante, collocata dalla fantasia di Argento nelle campagne romane, è in realtà Villa Scott, un edificio storico di Torino situato presso la prestigiosa zona della Precollina, nel quartiere Cavoretto al confine con Borgo Crimea (Borgo Po). Splendido esempio di Liberty torinese, fu costruita nel 1902 su progetto dell'ingegner Pietro Fenoglio. Il contesto storico è quello dell'urbanizzazione della collina torinese, tra gli ultimi anni dell'Ottocento e i primi anni del Novecento. Sorgevano come funghi le ville nobiliari e dell'alta borghesia. All'epoca delle riprese del film di Argento, l'edificio era di proprietà dell'Ordine delle Suore della Redenzione, che lo avevano adibito a collegio femminile con il nome di Villa Fatima. la produzione pagò un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore e a tutte le ragazze allora ospitate nel collegio, in modo tale da poter effettuare le riprese. 

Musiche immortali

L'inquietante colonna sonora di Profondo Rosso è entrata nella mitologia. Argento inizialmente contattò il pianista e compositore jazz Giorgio Gaslini per la colonna sonora del film; tuttavia, non fu soddisfatto del suo lavoro. Questi ne fu irritato in sommo grado e lasciò incompiuto il progetto. Dopo aver fallito nel tentativo di convincere i Pink Floyd a sostituire Gaslini, Argento tornò in Italia e trovò i Goblin, una band locale di progressive rock, composta da Claudio Simonetti, Walter Martino, Maurizio Guarini, Massimo Morante e Fabio Pignatelli. Il loro leader, Claudio Simonetti, impressionò Argento componendo due brani in una sola notte. Argento mise subito sotto contratto i Goblin, che finirono per comporre la maggior parte della colonna sonora del film (circa il 90%); tre composizioni di Gaslini furono mantenute nella versione finale. 

La questione del titolo 

Il film si intitolava originariamente "La tigre dai denti a sciabola", seguendo il consolidato schema dei precedenti thriller di Dario Argento. Tuttavia, con suo grande disappunto, altri registi avevano iniziato a usare per i propri film di genere titoli simili, legati agli animali (una "tendenza faunistica"), così decise di imboccare una strada diversa. Va detto che come titolo, "La tigre dai denti a sciabola" lascia molto a desiderare e non avrebbe contribuito all'immensa fortuna della pellicola - per non parlare del grecizzante e bruttissimo "Chipsiomega" (riportato erronemamente come "Chipsyomega" su IMDb.com). Direi che metà della fama acquisita si deve proprio alla geniale scelta del titolo "Profondo Rosso"! Intitolarlo "La tigre dai denti a sciabola" o "Chipsiomega" sarebbe stato come spararsi a bella posta una revolverata in un piede. Per inciso, la futile polemica sulla cosiddetta "serie degli animali" è una delle trovate mediatiche più stupide e insensate della storia della Settima Arte in Italia. A sentire critici e giornalisti, lo spettatore avrebbe dovuto cagarsi addosso alla semplice menzione del nome di un animale in un titolo! 

L'enigma dell'adattamento in giapponese

Dopo gli ottimi riscontri internazionale del successivo film di Dario Argento, Suspiria (1977), accadde un fatto assai singolare: Profondo Rosso fu distribuito in Giappone con il titolo "Suspiria 2" (サスペリア PART2, traslitterazione "Sasuperia PART2"), nonostante fosse stato realizzato due anni prima e non sussistesse alcun collegamento narrativo tra le due pellicole! 


Curiosità varie

Secondo Dario Argento, la sceneggiatura di Profondo Rosso era lunga più di 500 pagine. Quando suo padre Salvatore Argento (produttore) e suo fratello Claudio (produttore esecutivo) lessero la sceneggiatura, rimasero scioccati dalla sua lunghezza e la ritennero tediosa. Temevano che il pubblico non avrebbe capito le intenzioni di Dario; pensavano che alcune parti fossero troppo criptiche, così Dario si convinse ad accorciarla a "sole" 321 pagine. 

Il co-sceneggiatore Bernardino Zapponi ha dichiarato che l'ispirazione per le scene di omicidio è nata dalla sua riflessione, insieme a Dario Argento, su ferite dolorose in cui il pubblico potesse immedesimarsi. In sostanza, non tutti conoscono il dolore di essere colpiti da un proiettile, ma a tutti è capitato almeno una volta di urtare accidentalmente un mobile o di scottarsi con l'acqua bollente. 
Il regista e sceneggiatore ha poi dichiarato a proposito del film: "Mentre lo giravo, sapevo esattamente cosa volevo. Ero molto rilassato, per niente stressato. La storia è bellissima, l'ho scritta senza sforzo in un paio di giorni. È stato miracoloso. Basta guardare un film per capire cosa provava il regista nel momento in cui lo stava realizzando."

In una scena Marcus passa davanti al Blue Bar di notte. Il bar è ispirato al famoso dipinto "Nighthawks" di Edward Hopper (il titolo significa alla lettera "I nottoloni"; comunemente è tradotto "I nottambuli"). Nella famosa scena in cui Marcus e Carlo suonano insieme il pianoforte, si può notare una donna con un cappello, seduta con in mano una tazza di caffè. Ebbene, questa misteriosa signora è ispirata al celebre dipinto "Automat" (1927) di Edward Hopper. Questo è il secondo riferimento a un dipinto di Hopper nel film. In realtà, il Blue Bar non è mai esistito: è stato costruito in Piazza C.L.N. appositamente per le riprese.

Secondo Daria Nicolodi, David Hemmings era molto depresso durante le riprese perché il suo matrimonio con Gayle Hunnicut stava andando in pezzi. La Nicolodi ha detto che Hemmings aveva un tic nervoso che lo portava a strofinare l'unghia dell'indice lungo il lato del pollice e che lo faceva così spesso da bucarsi la mano; ha anche detto che Dario Argento ha messo in difficoltà Hemmings durante le riprese, costringendolo a ripetere le scene più e più volte. 

Lino Capolicchio era la prima scelta del regista per il ruolo di Marcus. Un incidente d'auto, mentre si recava a un incontro con Argento, gli impedì di accettare la parte. In un'intervista, Capolicchio ha raccontato che, dopo un po' di tempo, quando ebbe l'occasione di rivedere l'auto coinvolta nell'incidente, ritrovò la sceneggiatura che Argento gli aveva inviato, ancora macchiata di sangue di quel terribile giorno. 

Il film fu concesso in licenza per la distribuzione nelle sale cinematografiche nell'ex Jugoslavia e distribuito con il titolo serbo-croato "Tajna napustene kuce" ("Il mistero della casa abbandonata"). La versione proiettata era quella internazionale che includeva tutte le scene cruente. In Jugoslavia, negli anni '70, pochissimi film erano vietati ai minori di 15 anni, e quasi mai per motivi legati a violenza, sesso o nudità, il che portava regolarmente un pubblico minorenne, persino scolaresco, a frequentare i cinema e a guardare tranquillamente film ben al di sopra della propria fascia d'età. Mi è stato riferito che nell'ex Jugoslavia i giornali pornografici erano presenti dovunque, in bella mostra nelle case, e circolavano regolarmente persino tra bambini.