lunedì 15 maggio 2017

UNA BREVE STORIA DELLA PRONUNCIA ECCLESIASTICA DEL LATINO

Vediamo ora di capire come si è formata la famosa pronuncia ecclesiastica del latino, che alcuni in Italia si ostinano a credere genuina, come se fosse propria dei Romani fin dalla notte dei tempi. Siccome è usata nell'insegnamento scolastico e per scopi liturgici - o lo è stata fino a poco tempo fa - sembra naturale a chi non ha fatto studi specifici credere che sia la sola possibile e che non presenti problemi di sorta, complice la diffusa credenza nell'immutabilità della Chiesa di Roma. Eppure le cose non stanno affatto così. La pronuncia in questione ha di certo la sua tradizione e il suo contesto, questo nessuno lo nega. Può essere un oggetto di studio e di approfondimento, ma riguarda una fase storica in cui la lingua latina è lingua dotta e artificiosa che non è più la lingua nativa di nessuna nazione della Terra.

Popolarmente si ritiene che il latino sia una lingua morta, ma questo è comunque impreciso: il latino scolastico era un tempo parlato fluentemente in certi ambienti e ci furono in ogni epoca alcuni locutori che assimilarono la lingua già nell'infanzia al pari di una lingua viva. Tra questi possiamo citare ad esempio il filosofo francese Michel de Montaigne e il teologo calvinista Isaac Casaubon. Tuttavia possiamo dire per certo che la trasmissione del latino ecclesiastico non avviene da madre in figlio. Non siamo dunque lontani dal vero se affermiamo che non è più una lingua naturale. 

In realtà non si dovrebbe parlare semplicemente di pronuncia ecclesiastica, ma di pronuncia ecclesiastica italica. Perché? Semplice. Perché sono esistite fino ad epoca abbastanza recente altre pronunce ecclesiastiche usate dalla Chiesa Romana nei vari paesi, molto diverse da quella a cui siamo abituati. In pratica ogni nazione aveva la sua pronuncia ecclesiastica, adattata ai suoni della propria lingua. Nel corso dei secoli, questo processo di assimilazione del latino agli usi fonetici locali diede origine a un gran numero di varianti con sistemi fonetici molto interessanti, che potremmo senz'altro definire "dialetti". Naturalmente, a causa del ruolo centrale che Roma e più in generale l'Italia rivestivano per il Cattolicesimo, la pronuncia ecclesiastica italica aveva notevole prestigio e finì per imporsi sulle altre. Questo accadde in un'epoca sorprendentemente vicina a noi. Alla fine del XIX secolo e agli inizi del XX si pose in modo sempre più pressante la necessità di una pronuncia uniforme che valesse per tutta la Chiesa Romana. Avvenne così che nel 1912 Pio X in una lettera all'Arcivescovo di Bourges, Louis-Ernest Dubois, raccomandò che l'uso della pronuncia ecclesiastica in vigore in Italia fosse esteso a tutto il mondo cattolico. All'inizio ci fu qualche opposizione: alcuni porporati recalcitranti non volevano saperne di abbandonare la loro pronuncia nazionale, ma la reazione del Pontefice fu così veemente da ridurli all'obbedienza, al punto che già prima della Grande Guerra le sue disposizioni erano riuscite a prevalere. Riporto il testo della lettera papale, che ho preso dal sito dei Cattolici Romani e che ho trovato anche in altri recessi del Web (es. Rassegna gregoriana per gli studi liturgici e pel canto sacro, in Google Books): 

Vénérable frère,
Votre lettre du 21 juin dernier, comme aussi celles que Nous avons reçues d'un grand nombre de pieux e distingués catholiques français, Nous ont appris, a Notre grande satisfaction, que, depuis la promulgation de Notre Motu proprio du 22 novembre 1904 sur la musique sacrée, on s'applique avec un très grand zèle, dans divers diocèses de France, à faire en sorte que la prononciation de la langue latine se rapproche de plus en plus de celle qui est usitée à Rome; et que l'on cherche en conséquence à rendre plus parfaite, selon les meilleures règles de l'art, l'exécution des mélodies grégoriennes, ramennés par Nous à leur ancienne forme traditionelle.
Vous même, quando vous occupiez la siège episcopal de Verdun, vous étiez entré dans cette voie et vous aviez pris, pour y réussir, des dispostions utiles et importantes. Nous apprenons d'autre part, avec un vif plaisir, que cette réforme s'est déjà répandue en beaucoup d'endroits, et qu'elle a été introduite avec succès dans un grand nombre d'églises cathédrales, de séminaires, de collèges, et jusque dans des simples églises de campagne.
C'est qu'en effet la question de la prononciation du latin est intimement liée à celle de la restauration du chant grégorien, objet constant de Nos pensées et de Nos reccomandations, depuis le commencement de Notre Pontificat.
L'accent et la prononciation du latin eurent une grande influence dans la formation mélodique et rythmique de la phrase grégorienne; et par suite il est important que ces mélodies soient reporduites, dans l'exécution, de la manière dont elles furent artistiquement conçues à leur origine. Enfin la diffusion de la prononciation romaine aura encore cet autre avantage, comme vous l'avez fort bien remarqué, de consolider de plus en plus l'œuvre de l'unité liturgique en France, unité accomplie par l'heureux retour à la liturgie romaine et au chant grégorien.
C'est pourquoi Nous souhaitons que le mouvement de retour à la prononciation romaine du latin se continue avec le même zèle et les mêmes succès consolants qui ont marqué jusqu'à présent sa marche progressive; et pur les motifs énoncés plus haut, Nous espérons que, sous votre direction et celles des autres membres de l'épiscopat, cette réforme puisse heuresement se propager dans tous le diocèses de France.
Comme gage des faveurs célestes, à vous, vénérable frère, à vos diocésains et à tous ceux qui Nous ont adressé des demandes semblables à la vôtre, Nous accordons de tout cœur la bénédiction apostolique.
Du Vatican, le 10 juillet 1912.

PIUS PP. X

Sembra che il casus belli che portò alla crociata per imporre la pronuncia ecclesiastica italica si sia verificato nell'ambito del rilancio del canto gregoriano. Si notò infatti che le pronunce ecclesiastiche locali diverse da quella italica producevano risultati abbastanza sgraziati.

Riportiamo ora alcuni esempi concreti di queste pronunce ecclesiastiche locali, tanto per chiarire il concetto.

Nella pronuncia ecclesiastica italica ho potuto riscontrare una certa confusione tra il suono chiuso [e] con il suono aperto [ɛ], del suono chiuso [o] con il suono aperto [ɔ], anche se molti usano i suoni aperti in sillaba tonica chiusa e i suoni chiusi in sillaba tonica aperta, come in molte altre pronunce ecclesiastiche nazionali. Non ho mai saputo di un prete consapevole di questo problema: era costume tra quella gente usare i suoni aperti o quelli chiusi in dipendenza dal contesto sillabico e dal tipo di italiano parlato. Adotterò quindi una trascrizione semplificata /e/, /o/ - tranne che nella pronuncia ecclesiastica francese.
La quantità vocalica antica non è rappresentata in nessuna pronuncia ecclesiastica nazionale; in genere è lunga ogni vocale tonica in sillaba aperta, breve ogni vocale tonica in sillaba chiusa, così sarà omessa ogni notazione - tranne che nella pronuncia ecclesiastica tedesca.

Pronuncia ecclesiastica italica: 

Caesar /'tʃezar/
caelus /'tʃelus/
gens /dʒens/
magnus /'maɲ(ɲ)us/
ascendit /a(ʃ)'ʃendit/
excelsus /eks'tʃelsus/
natio /'natsjo/
Deus /'deus/*
Deum /'deum/*
dicunt /'dikunt/
quercus /'kwerkus/ 
Venus /'venus/

*Dovrebbe pronunciarsi in due sillabe: De-us, De-um. Nella pratica si sente pronunciare con un dittongo, [dɛus] e [dɛum], per quanto in Wiktionary si riporti soltanto con iato, addirittura come ['de:us].

Pronuncia ecclesiastica rumena: 

Caesar /'tʃezar/
caelus /'tʃelus/
gens /dʒens/
magnus /'magnus/
ascendit /as'tʃendit/
excelsus /eks'tʃelsus/
natio /'natjo/
Deus /'deus/
Deum /'deum/
dicunt /'dikunt/

quercus /'kverkus/
Venus /'venus/

Si noterà la somiglianza con la pronuncia ecclesiastica italica, tuttavia ha anche qualche caratteristica dissimile.

Pronuncia ecclesiastica tedesca: 

Caesar /'tse:zar/
caelus /'tse:lus/
gens /gens/
magnus /'magnus/
ascendit /as'tsendit/
excelsus /eks'tselsus/
natio /'natsjo/

Deus /'de:us/
Deum /'de:um/

dicunt /'di:kunt/
 

quercus /'kverkus/
Venus /'ve:nus/, /'fe:nus/

Pronuncia ecclesiastica spagnola:

Caesar /'θesar/, /'sesar/
caelus /'θelus/, /'selus/
gens /xens/
magnus /'maγnus/
ascendit /as'θendit/
, /a'sendit/
excelsus /es'θelsus/, /e'selsus/
natio /'naθjo/, /'nasjo/

Deus /'deus/
Deum /'deum/

dicunt /'dikunt/

quercus /'kwerkus/
Venus /'venus/

Pronuncia ecclesiastica francese: 

Caesar /se'zaR/
caelus /se'lys/
gens /ʒãs/
magnus /mag'nys/
ascendit /asã'dit/
excelsus /ɛgzɛl'sys/
natio /na'sjo/
Deus /de'ys/
Deum /de'ɔm/
dicunt /di'kɔ̃t/
quercus /kɥɛR'kys/
Venus /ve'nys/

Notiamo che tutte queste pronunce hanno fenomeni di assibilazione o di palatalizzazione: nessuna corrisponde alla pronuncia classica del latino, le cui forme differiscono spesso in modo drastico.

A questo punto, per poter fare un rapido confronto, riporto per le parole in analisi anche la trascrizione dei fonemi e di alcuni allofoni della pronuncia classica o restituta:

Caesar /'kaesar/
caelus /'kaelus/
gens /ge:ns/
magnus /'magnus/, /'maŋnus/
ascendit /a'skendit/
excelsus /eks'kelsus/
natio /'na:tio:/, /'na:tjo:/
Deus /'deus/*
Deum /'deum/*
dicunt /'di:kunt/
quercus /'kwerkus/
Venus /'wenus/

*Vocalis ante vocalem corripitur - tranne che in pochi casi.

Dall'esposizione di questi fatti ben documentati, si possono trarre le seguenti conclusioni:

  1) È un grave errore concettuale chiamare "tedesca" la pronuncia restituta del latino, come fanno i nostri avversari: semmai tale epiteto deve essere attribuito alla pronuncia ecclesiastica che vigeva in Germania e in Austria prima della riforma di Pio X.
  2) È un grave errore concettuale affermare qualcosa senza cercare prima notizie sulla sua attendibilità. Le disposizioni di Pio X sulla pronuncia ecclesiastica italica provano che essa non fu universale, ma soltanto un particolarismo locale che si impose nella stessa Chiesa Romana solo a partire da tempi a noi prossimi.

  3) Se la pronuncia ecclesiastica italica fosse stata la pronuncia degli antichi Romani, giunta a noi per tradizione ininterrotta, essa sarebbe naturalmente stata adottata già fin dall'inizio dell'evangelizzazione da tutte le genti, finendo poi per divenire l'unica possibile in tutta la Cristianità già nell'Alto Medioevo. Così non è. I nostri avversari, che danno per scontate moltissime cose senza provare il bisogno di conoscere nulla, non sono in grado di spiegare l'esistenza di un gran numero di pronunce ecclesiastiche, ossia di dialetti del latino scolastico. Già soltanto questo argomento non depone a loro favore.

Secondo lo studioso britannico Frederick Brittain (Latin in Church; the history of its pronunciation, 1955), la pronuncia ecclesiastica italica sarebbe semplicemente una pronuncia ortografica formatasi in Italia, applicando al latino le regole di pronuncia dell'italiano, considerando i dittonghi ae e oe come se al loro posto fosse scritta la lettera semplice e (non dimentichiamoci che nel latino medievale molto spesso si scriveva semplicemente e) e poche altre peculiarità grafiche. Certo, viene da chiedersi perché le altre pronunce ecclesiastiche dovrebbero essere ortografiche e quella italica dovrebbe invece essere genuina. Si scopre subito che è come chiedersi perché solo un dio dei pagani dovrebbe essere falso e non tutti quanti. Se uno analizza tutti questi sistemi di pronuncia, uno dopo l'altro, gli viene all'istante qualche sospetto. Sono creazioni artificiali e tutto sommato abbastanza recenti, che hanno sostituito tradizioni più antiche. In altre parole, la Chiesa Romana avrebbe subìto molteplici riforme della pronuncia nel corso della sua storia millenaria, in Italia e altrove, e le cose non sono affatto semplici come le si può credere a prima vista.

sabato 13 maggio 2017

IL NOME DEGLI AUSCI DELL'AQUITANIA NON HA CONNESSIONE CON EUSKARA 'LINGUA BASCA'

Diversi autori, tra cui André Martinet, hanno sostenuto come punto fermo il paragone tra il nome degli Aquitani Ausci e l'endoetnico dei Baschi, Euskaldunak, che deriva da Euskara, Euskera "lingua basca". A un certo punto questa conoscenza è stata data per acquisita. Eppure è fallace e si può dimostrare la sua inconsistenza con argomenti oltremodo solidi.

Il nome degli Ausci significa "Orientali", è da IE *aus- "sorgere del sole, oriente", radice antichissima che troviamo nel latino aurora /au'ro:ra/ "sorgere del sole"auster "vento di Mezzogiorno", oltre che nel gotico austr "oriente". L'etnonimo aquitano sopravvive nel toponimo francese Auch /ɔʃ/ (per ascoltare la pronuncia vai all'mp3), considerato l'unica parola di quella lingua in cui /ʃ/ finale è scritto come -ch senza una -e finale. A mio avviso ne esistono altri esempi: ne avevo trovato uno che purtroppo non mi sono segnato e si è disperso nei miei banchi di memoria stagnante. La forma ricostruita è chiaramente *auskos "orientale". A parer mio questa denominazione è attribuibile alla varietà linguistica indoeuropea preceltica, ma potrebbe benissimo appartenere a qualche forma poco nota di celtico.    

Sono stati tentati raffronti con il nome dell'antica città di Osca (oggi Osca in catalano, Huesca in castigliano), ma anche con il torrente Oscara, oggi chiamato Ouche. Si tratta di false etimologie da rigettare senza indugio, dato che in esse non si ha traccia di dittongo /au/. La vocale tonica di Osca era senza dubbio breve, come mostrato dalla sua evoluzione nello spagnolo Huesca: cfr. focu(m) > fuego; fonte(m)fuentelocu(m) > luego, etc.

Il termine Euskara "lingua basca" deriva invece dal proto-basco *enuskala e la sua antica nasale intervocalica ci è attestata nella forma enusquera (registrata da Garibay, vedi anche Trask per la discussione). Il termine è da analizzarsi come *enu-s-kala e ha la stessa radice di dio "dice", che ha la variante diño e discende da una protoforma *d-ino < *da- + -inau-, dove da- è il prefisso verbale di III persona (singolare e plurale) del verbo presente. La stessa radice si trova in forme più complesse come diñaust, diñost, diost "mi dice"; "gli dico, le dico". La nasale mediana non poteva essersi già dileguata in epoca antica: sappiamo che nella lingua aquitana era conservata, mentre è scomparsa in epoca medievale nei prestiti dal latino e dal protoromanzo. Per quanto riguarda il suffisso -kara < -*kala, si trova anche in erdera "lingua straniera", ma senza la consonante occlusiva iniziale; il primo elemento di tale composto è in questo caso di oscura origine: non si tratta di erdi "mezzo, metà" (per la semantica, cfr. latino barbarus semisermo), visto che entra come primo membro dei composti con la forma ridotta ert-.

venerdì 12 maggio 2017

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL LATINO AUSTRUM E OSTRUM 'PORPORA'

Il lemma latino ostrum "porpora" è dal greco ὄστρεον (ostreon) "conchiglia", donde deriva anche la parola italiana ostrica. L'origine ultima è la radice indoeuropea *ost- "osso", che ha dato latino os (gen. ossis) "osso" e greco ὀστέον (ostéon) id. Il dittongo au- della notevole variante austrum di ostrum non ha alcuna giustificazione etimologica e deve avere come causa una forma di ipercorrettismo. Questa è la semantica del vocabolo in questione:

1 porpora, materiale che si otteneva da un particolare tipo di molluschi
2 color porpora
3 veste o stoffa porpora
(fonte: Dizionario online Olivetti)

In greco la vocale o- del lemma ὄστρεον era breve, essendo scritta con la lettera omicron, e anche in latino doveva essere tale: /'ostrum/. A causa del nesso consonantico a un certo punto deve essersi prodotta una variante /'o:strum/, poi ipercorretta in /'austrum/ - essendo la vocale lunga e chiusa /o:/ scambata per una caratteristica rustica. 

Nessuno tra i (pochi) fautori della pronuncia ecclesiastica ab aeterno si sogna di dire che taurus debba suonare /*'torus/ perché esistono doppioni come ostrum e austrum. Invece costoro ritengono, usando due pesi e due misure, che Caesar debba suonare /'tʃezar/ perché esistono doppioni come ceterus - caeterus.

martedì 9 maggio 2017

PROVE ESTERNE E INTERNE DELLA PRONUNCIA RESTITUTA DEL LATINO: L'ETNONIMO AFRICANO MAZICES

Il nome dei Berberi deriva chiaramente dal latino barbari. Il vocabolo è stato preso a prestito nella lingua araba come barbar, che presenta entrambi i significati di "barbaro" e di "berbero". Ovviamente le genti autoctone della Barberia non si danno questo nome nelle varietà della loro lingua ancestrale. Un endoetnico molto comune è formato a partire dalla radice -mazigh- /-ma:ziɣ-/ (la consonante finale è una fricativa velare sonora):

Amazigh "Berbero"
Imazighen "Berberi"
Tamazight "lingua berbera" (lett. "la berbera")
Tamazgha "Terra Berbera" (neologismo)

Il significato originario di Imazighen è "Uomini Liberi" e di certo è molto antico, anche se a quanto pare è stato tramandato per tradizione, non essendo più vivo come parola comune nella lingua parlata. L'etnonimo Amazigh è usato nelle parlate attuali del Marocco e dei Tuareg, mentre è decaduto, evidentemente in tempi recenti, nelle isole berberofone dell'Algeria settentrionale e del Nord del Sahara. In particolare non si ha attestazione di Amazigh tra i Cabili, il cui endoetnico è Iqbayliyen. Cosa abbastanza curiosa, Amazigh è stato introdotto in Cabilia in epoca recente, tramite la canzone nazionalista di Mohand Idir Ait Amrane, Ekkr a mmi-s Umaziɣ, ossia "In piedi, figlio di Amazigh!". Presso i Tuareg la pronuncia di Imazighen è Imuhaɣ (con numerose varianti locali), termine che indica i nobili in contrapposizione al resto della società, che comprende i vassalli, i servi, i liberti, i religiosi e gli artigiani. Si noterà infine che nella lingua dei Berberi di Gourara, nell'Algeria meridionale, Dio è chiamano Amaziɣ, ossia "Il Libero"

Bibliografia:

1) Paul Provotelle (1911), Etude sur la tamazir't ou zénatia de Qalaât Es-Sened, Parigi (E. Leroux) 

2) Francesco Beguinot (1941), Il Berbero Nefûsi di Fassâṭo, Roma (Istituto per l'Oriente)  

3) Tommaso Sarnelli (1957), "Sull'origine del nome Imazighen", in Mémorial André Basset, Parigi (A. Maisonneuve)  

4) Esteban Ibañez (1959), Diccionario español-senhayi (dialecto bereber de Senhaya de Serair), Madrid (Cons. Sup. Inv. Científicas)  

5) Salem Chaker (1995), "Amaziɣ, '(le/un) Berbère', in S.Ch., Linguistique berbère. Etudes de syntaxe et de diachronie, Parigi-Lovanio (Peeters) 

Per maggiori informazioni rimando al sito dell'Encyclopédie Berbère, che tra l'altro a pagina 2465 riporta una mappa molto interessante con le aree di diffusione dell'endoetnico in questione.


Gli Imazighen nell'Antichità 

L'etnonimo Amazigh è ben attestato nell'antichità in documenti in lingua latina e in lingua greca. Le forme a noi trasmesse sono molteplici. Abbiamo forme plurali come Maxyes in Erodoto, Mazyes in Ecateo, Mazikes in Tolomeo. Gli autori di lingua latina ci testimoniano oltre alle varianti plurali Mazices, Mazaces, Mazazaces, anche forme singolari spesso usate come collettivi e non sempre assimilate alla morfologia della lingua di Roma: Mazax, Mazix, Mazic, Mazica, Mazicat, etc. Questo è quanto riportato nel dizionario online sul sito perseus.tufts.edu


MAZICES
Eth. MAZICES (Μάζικες, Ptol. 4.2.19; Eth. Mazax, Lucan 4.681; Claudian, Stil. 1.356), a people of Mauretania Caesariensis, who joined in the revolt of Firmus, but submitted to Theodosius, A.D. 373. (Amm. Marc. 29.5.17; Le Beau, Bas Empire, vol. iii. p. 471; comp. Gibbon, c. xxv.)
 

Si possono aggiungere le seguenti citazioni scelte:

"Gentes Mazices multas"
(Etico Istro, Cosmographia, vedi Riese, Geographi Latini minores, pag. 88)


"Ubi aiunt in minima parte ipsius deserti habitare barbarorum paucam gentem, quae sic uocatur Mazicum et Aethiopum." 
(Expositio totius mundi, vedi Riese, Geographi Latini minores, pag. 123)


"Cumque errantes eos per deserta, et deficientes iam fame, conspexissent a longe Mazices, quae gens cunctis nationibus immanior atque crudelior est: non eos ad effusionem sanguinis desiderium praedae sed sola ferocitas mentis instigat."
(Giovanni Cassiano, in Patrologiae cursus completus, De vitis patrum, Liber IV, Caput XLIV)

"Pridie nonas martias in Numidia apud Mazacos concilium Numidiarum episcoporum fuit."
(Agostino, Epistulae ad Romanos, Epistola 22).

L'antica consonante /k/ si è evoluta in una fricativa velare sonora /ɣ/ nelle lingue berbere moderne, in modo del tutto regolare. Così la parola latina causa ha assunto l'articolo femminile ta- e si è evoluta in taghawsa /ta'ɣausa/ "cosa". L'assenza del prefisso a- nelle forme antiche come Mazices non stupisce affatto, dato che si tratta di un semplice articolo maschile. Si prova così che l'antico Mazices con le sue varianti è perfettamente compatibile col moderno Amazigh, Imazighen, etc.

Coloro che affermano la pronuncia ecclesiastica del latino ab aeterno, non possono in alcun modo spiegare le forme usate dagli autori antichi per designare i Mazices della Numidia. Se infatti in latino la lettera c davanti a vocale anteriore e avesse per necessità reso un suono palatale (postalveolare) /tʃ/, non sarebbe mai stata usata per trascrivere un suono /k/ senza dubbio occlusivo. Vediamo così che i casi retti del plurale Mazices sono scritti con la stessa lettera usata per il genitivo Mazicum, l'uso di c è indipendente dal contesto (vi è persino la forma singolare Mazic). Se il suono /tʃ/ fosse stato usato in Cicero e in Caesar, come sostengono i nostri avversari, gli autori avrebbero usato unicamente trascrizioni come Mazikes, *Maziches o *Maziqes (non ho trovato attestazioni delle ultime due).

lunedì 8 maggio 2017

PROVE INTERNE DELLA PRONUNCIA RESTITUTA DEL LATINO: DUMECTA SCRITTO DUMECITA PER DUMETA

Queste informazioni sono riportate nel manuale del Grandgent, Introduzione allo studio del latino volgare (pag. 148, par. 266):

266. Kt in alcune parti d'Italia si assimilò in tt verso l'inizio del quarto secolo, nel mezzogiorno già fin dal primo secolo: FATA, OTOGENTOS, a Pompei, Lat. Spr., 476; AVTOR, LATTVCÆ (301 d.C.), OTOBRIS (380 d.C.), PRÆFETTO, ecc. S., 348; App. Pr., "auctor non autor"; Festo, "dumecta antiqui quasi dumecita appellabant quæ nos dumeta. S., 348.

Per chi abbia poca familiarità con queste parole, reputo necessario specificare che dumeta è il plurale di dumetum /du:me:tum/ "roveto", che in epoca antica aveva la variante dumectum /du:mektum/. Questo è quanto riporta il dizionario online Olivetti alla voce dumetum

1 pruneto, roveto
2 (in senso figurato) asperità, faccenda spinosa

L'origine ultima della parola è dumus /'du:mus/ "rovo, spino", di cui sono note anche le varianti arcaizzanti dusmus e dusimus, dal latino antico *dusmos, di origine ultima sconosciuta - per quanto molti accademici giurino e spergiurino che la radice è la stessa di de:nsus "denso", a dispetto delle insormontabili difficoltà fonetiche.

Risulta evidente che il (quasi) dumecita citato da Festo è una trascrizione di /du:'mekəta/ e che non può in nessun modo avere un suono palatale trascritto con la lettera c, dal momento che sarebbe una cosa completamente fuori dal contesto. È chiarissimo cosa intese scrivere Festo dicendo che dumecta suonava quasi come dumecita: esisteva una vocale impercettibile, che i linguisti moderni chiamano Schwa, che separava il suono occlusivo velare /k/ dalla seguente occlusiva dentale /t/.

Appurato questo, se la lettera c fosse stata usata per trascrivere un suono palatale all'epoca in cui Festo scrisse, egli avrebbe utilizzato un altro grafema per esprimere lo scontro da /k/ e /t/. Avrebbe ad esempio usato la lettera k, la lettera q oppure il digramma ch, cosa che non è. Dovendo trascrivere /du:'mekəta/ egli ha usato dumecita senza esitazione alcuna. Non ha riportato *dumekita, *dumeqita o *dumechita. Non ha neppure pensato di usare *dumecuta con una vocale intrusiva -u- per rendere chiaro il suono trascritto dalla lettera c. Questo argomento, seppur breve e semplicissimo, è di una potenza micidiale e basterebbe già da solo per abbattere gli sproloqui dei nostri avversari.

domenica 7 maggio 2017

PROVE INTERNE DELLA PRONUNCIA RESTITUTA DEL LATINO: GLI IMPERATIVI PERENTORI DIC, DUC, FAC

Nella lingua latina classica esistono tre verbi tematici che mostrano un imperativo di II persona singolare decisamente anomalo. Questi sono i paradigmi:

dico, dicis, dixi, dictum, dicere "dire"
   imperativo II sing. dic /di:k/ 

duco, ducis, duxi, ductum, ducere "guidare"  
   imperativo II sing. duc /du:k/
facio, facis, feci, factum, facere "fare" 

   imperativo II sing. fac /fak/

Data la natura di questi verbi, ci aspetteremmo le forme regolari di imperativo: dice, duce e face rispettivamente. Invece queste varianti con -e finale sono attestate solo sporadicamente (Grandgent, §412). Con ogni probabilità sono dovute a livellamento analogico e non arcaismi. 

Le protoforme indoeuropee ricostruite sono rispettivamente:

  IE *deik- "mostrare" (> "indicare")
  IE *deuk- "spingere; guidare"
  IE *dhək- < *dhəH1-k- "fare",
       derivato da
*dhe:- "porre, mettere"

Un altro verbo che ha un imperativo privo di uscita in -e è il seguente:

fero, fers, tuli, latum, ferre "portare" (verbo suppletivo)
   imperativo II sing. fer /fer/

Questo verbo tuttavia non fa testo: derivato da una forma indoeuropea *bher-, presenta esiti tematici in numerose lingue mentre in latino è diventato atematico.
Così abbiamo ad esempio:

1) sanscrito:
  bhara:mi "io porto"; bharasi "tu porti"; bharati "egli porta"bharanti "essi portano", etc. 


2) greco antico:
  φέρω "io porto"; φέρεις "tu porti" (< IE *bheresi); φέρει "egli porta (< *φέρειτ < IE *bhereti); φέρουσι "essi portano" (< IE *bheronti), etc. 


3) gotico:
  baira /'bεra/ "io porto"; bairis /'bεris/ "tu porti" (< IE *bheresi); bairiþ /'bεriθ/ "egli porta" (< IE *bhereti); bairand /'bεrand/ "essi portano" (< IE *bheronti).

A provocare le anomalie del latino con ogni probabilità è stato il forte potere dell'accento, che ha usurato alcune forme di uso frequente, come ad esempio l'imperativo singolare, la cui natura perentoria deve aver facilitato il processo. 

Veniamo ora alle implicazioni di tutto questo.

Se il latino avesse avuto i suoni della pronuncia ecclesiastica già nell'antichità, avremmo avuto gli imperativi di dico, duco e facio pronunciati sempre con la vocale -e finale e con suoni palatali, al seguente modo:

dice /*'ditʃe/
duce /*'dutʃe/
face /*'fatʃe/

Come conseguenza, non si sarebbero potute produrre in nessun caso le forme apocopate, che anche nella pronuncia ecclesiastica hanno una consonante velare:

dic /dik/
duc /duk/
fac /fak/

Il passaggio da /tʃ/ a /k/ non è possibile nemmeno nel mondo degli accademici più isolati, che non hanno recepito i progressi scientifici degli ultimi tre secoli. Per contro si capisce che la forma originaria deve avere per necessità il suono velare /k/: da /*'di:ke/ (< */'deike/) a /di:k/, da /*'du:ke/ (< /*'douke/) a /du:k/, da /*'fake/ a /fak/, il passaggio è elementare.

giovedì 4 maggio 2017

PROVE INTERNE DELLA PRONUNCIA RESTITUTA DEL LATINO: GRATIS E GRATIIS DA GRATIA

Tutti conosciamo il significato della parola gratis. Pochi però si interrogano sulla sua origine. Ricordo che al liceo P., un autentico materialone che anni dopo sarebbe diventato un fanatico sostenitore di Berlusconi, si stupì quando venne a sapere che in inglese gratis si dice "free". Come gli chiesi il perché della sua reazione, mi disse che aveva sempre pensato che gratis fosse una parola di origine anglosassone, importata di recente dall'America, "perché finisce in consonante". Quando gli dissi che si tratta di una parola latina, fece una faccia da pesce lesso con gli occhi strabuzzati dalle orbite: non ci voleva credere. Anche la presenza in italiano dell'aggettivo gratuito non era da lui considerata nemmeno di striscio. Del resto l'ignoranza di P. andava ben oltre. Avendo notato l'abbreviazone AND sotto uno stemma del Castello Sforzesco a Milano, la pronunciò senza esitare /end/ credendo che fosse la congiunzione inglese (!).

Chiunque abbia anche una minima dimestichezza con la lingua dell'antica Roma, sa che gratis è una contrazione di gratiis, ablativo plurale di gratia "favore". Nella lingua classica gratiis significa "per i favori", "per le benevolenze", da cui il passaggio a "gratuitamente" è stato naturale. L'uso moderno della parola si trova attestato in italiano a partire dal XVI secolo, come riportato nel sito dell'Accademia della Crusca.


Sorvoliamo sulla forma italiana a gratis, erronea e fabbricata dall'ignoranza del volgo illetterato prendendo come modello la locuzione a sbafo, vediamo di fare chiarezza su alcuni aspetti fonetici del vocabolo che stiamo trattando. 

Pronuncia restituta: 

gratia /'gra:tia/, /'gra:tja/
gratiis /'gra:tii:s/
gratis /'gra:ti:s/ (forma contratta) 

In Plauto si aveva ancora soltanto la forma /'gra:tii:s/, che era scandita come un trisillabo /'gra:-ti-i:s/. Più tardi, ma ancora in epoca classica, ebbe luogo la contrazione in /'gra:ti:s/, che è ovviamente un bisillabo /'gra:-ti:s/.

Pronuncia ecclesiastica: 

gratia /'gratsja/
gratiis /'gratsjis/
gratis /'gratis/ (forma contratta)

Si nota subito che la pronuncia ecclesiastica dovrebbe mostrare assibilazione parziale di /tj/ in /tsj/ soltanto se la vocale seguente è diversa da /i/, mantenendo invece l'occlusiva dentale integra in gratiis /'gratiis/, in modo tale da spiegare l'esistenza della forma contratta. Per coerenza, ci si augura che nessun ecclesiastico pronuncerà mai /'gratsjis/. Ahimé, invano. 

Questo mostra la natura secondaria delle forme assibilate, che non possono essere state presenti nella lingua ab aeterno. La cosa è tanto più comprensibile dal momento che la stessa parola gratia è derivata tramite un semplice e comunissimo suffisso -ia dall'aggettivo gratus /'gra:tus/, donde l'italiano grato. Il bello è che queste cose appaiono in massimo grado chiare a un gran numero di ministri della Chiesa Romana, che pure usano la pronuncia ecclesiastica per i loro scopi. Quando ero ancora un ragazzo, sentii parlare di pronuntiatio restituta proprio da un prete cattolico. Eppure esistono ancora in Italia individui legati ai più rancidi ambienti accademici, come quello della setta archeologica, che si ostinano a non voler comprendere cose così semplici e di per sé evidenti.

Un dottismo latino in inglese

Dobbiamo infine rilevare che anche gli anglofoni hanno preso la voce gratis dal latino, pronunciandola /'gɹeɪtɪs/ o /'gɹa:tɪs/, e la usano talvolta come un vocabolo dotto (avverbio e aggettivo). Questi sono alcuni esempi del suo uso trovati nel Web:

The manufacturer provided an extra set of coats gratis.

But I understood from the plat that the consultations were gratis.

Now and then a still more positive character baits the hook with the offer of gratis services.


Si vede subito che si tratta di scelte molto lontane dal linguaggio colloquiale.

martedì 2 maggio 2017

IL SOFFITTO DI CORALLO

Era uno di quei giorni d'estate in cui non si sa materialmente che fare della propria esistenza, giorni in cui i pensieri evaporano come gocce d'acqua cadute sull'asfalto arroventato dal sole. Dalla finestra del suo appartamento, Carmello osservava, in una condizione psichica prossima alla trance, una banda di energumeni avanzare sul marciapiede antistante l'ingresso della palazzina. Procedevano a passo dinoccolato, berciando e schiamazzando da veri trogloditi. D'un tratto, da un bidone della spazzatura, schizzò fuori una pantegana e si avventò contro uno di loro, un individuo dall'aspetto patibolare che indossava pantaloncini da basket, azzannandogli un polpaccio. Il tipo lanciò un urlo, seguito da una sfilza di bestemmie. Intorno a lui si fece immediatamente il vuoto. Tra i "fratelli" vi fu chi prese a sghignazzare, mantenendosi a distanza di sicurezza, e chi invece mise mano allo smartphone per riprendere la scena. Nessuno intervenne in aiuto dell'aggredito. Questi, urlando a squarciagola, fece per afferrare la pantegana nel tentativo di strapparsela di dosso, ma il grosso topo di fogna non mollava la presa, anzi, si fece ancor più accanito. Estratto un coltello a serramanico dalla tasca dei pantaloni, il fratello lo conficcò nel corpo del ratto, che reagì avventandosi con furia sull'avambraccio armato. La scena andava assumendo aspetti sempre più orripilanti, al punto che Carmello se ne distolse e si rifugiò in un'altra stanza, disgustato. Accese la tivù per non sentire le urla, ma non potè fare a meno di udire, pochi minuti dopo, il suono del campanello. Dallo spioncino scorse il volto della vicina, l'anziana signora Torrejon. Aprì, rassegnato.

"Ha visto? Ha visto che roba?".

"Si, signora, ho visto."

"Lo vado dicendo da mesi che bisogna fare pulizia nel quartiere! Pulizia accurata! Quelli non sono ratti, ma belve sanguinarie. Venga, venga da me che le preparo un caffè. E' pallido come un cencio."

Carmello obbedì. L'appartamento della signora Torrejon presentava più di una singolarità, prima fra tutte la decorazione del soffitto della sala: vi era raffigurato un banco di coralli, dipinto con maestria. La signora praticava una devozione religiosa tutta sua; allineate su una cassettiera, a fianco del ritratto del marito defunto, facevano bella mostra di sé due statuette: una raffigurava la Vergine di Guadalupe, l'altra la Santa Muerte.

"Si accomodi, le porto subito qualcosa."

La signora tornò con un vassoio su cui erano posate una tazza e una piatto con dei panini tondi.

"Li assaggi, non faccia complimenti. Sa come li chiamiamo in Messico? Pan de muertos, il pane dei morti."

"Grazie, signora, molto gentile."

"Dunque, dicevo, ha seguito tutta quanta la scena?"

"In parte."

"Avrebbe dovuto. Quanto sangue ha perso quel tipaccio! E il ratto anche da morto affondava i denti nella carne! Eh, mi sa che quel bruto farà meglio a farsi vedere in ospedale, e in fretta. C'è un lago di sangue sul marciapiede, deve avergli reciso una vena, vedesse che roba. Poi scendo a gettare un secchio d'acqua."

"Ci penso io signora. Ma quegli altri se ne sono andati?"

"Si si, e di corsa! Lei forse non sa cosa combinano, in un garage qui vicino."

"Sinceramente no".

"Girano filmacci porno con delle puttanelle bianche a cui la cocaina ha corroso il cervello. Che schifo, non so se siano peggio loro o i ratti che infestano il quartiere. Gente simile non merita di stare al mondo."

Sul tavolino di fronte al divano stava un giornale aperto su una pagina interna, riservata alla cronaca. Un titolo calamitò l'attenzione di Carmello:

Incendio nel negozio di un antiquario

Per un istante, gli parve che la stanza prendesse a girare vorticosamente intorno a lui.

"Che c'è, si sente bene?"

"Si, solo una momentanea vertigine."

"Carmello, lei è troppo sensibile,"

"Ora è passata."

Nell'articolo compariva un nome: Melvin Grimshaw.

Dopo un'ora circa, Carmello si trovava dinanzi all'abitazione dell'antiquario. L'incendio l'aveva annerita senza tuttavia distruggerla. L'edera sui muri, cotta dal colore sprigionatosi dall'interno, appariva color ruggine. Sinistro e funereo come una lapide in marmo nero, l'edificio emanava odore di legno combusto.

Dalla finestra al piano superiore si udì una voce:

"Entri, la prego!"

Carmello non si sottrasse alla richiesta accorata. La porta blindata non era chiusa a chiave, gli bastò sospingerla per aprirla. La vista del disastro provocato dal fuoco lo gettò nello sconforto; dei tanti, begli oggetti esposti nel negozio non restava più nulla.

"Salga, la scala è alla sua sinistra."

Il piano superiore era stato risparmiato dalle fiamme grazie alla presenza di una porta tagliafuoco, ma vi stagnavano un odore acutissimo di bruciato e un tanfo indescrivibile. Grimshaw sedeva su una poltrona, sul suo volto era impressa un'espressione di dolore e terrore.

"Si sieda, la prego. Lei non può immaginare quel che ho passato in questi ultimi giorni".

"Non si è trattato di un cortocircuito, vero?"

"Ha letto il giornale? E' la versione fornita dai vigili del fuoco. Non credo che l'abbiano imbastita a casaccio. Potrebbe essere plausibile".

"Potrebbe, ma sappiamo entrambi che non è così. Lei era in casa?"

"No, ero alla chiesa dell'ascensione, ad assistere al concerto di un clavicembalista."

"Dal giorno in cui venni qui sino a quello dell'incendio si sono verificati altri... problemi?"

Grimshaw si prese la testa fra le mani.

"Non mi hanno dato tregua."

"Ora cosa conta di fare? Non vorrà restare qui, spero!"

"Non lo so. Ha sentito?"

Si sarebbe detto che una scossa elettrica avesse attraversato il corpo dell'antiquario, facendolo sobbalzare sulla poltrona. Carmello tese l'orecchio. Dal pianterreno saliva un suono melmoso e raschiante, simile a un gracidio.

"Andiamocene subito!"

"Non posso, lei non si rende conto delle conseguenze."

Il gracidio si trasformò in un muggito gorgogliante.

"Mi rendo conto benissimo invece, prenda l'indispensabile, in fretta, e andiamocene!"

Grimshaw infilò poche cose in un borsone. Scendendo la scala, furono investiti da un coro di urla inumane, provenienti dalla cantina, la cui porta veniva percossa, a intervalli regolari, da colpi possenti.

Mentre si dirigevano all'uscita, risuonò un colpo tremendo. La porta cedette di schianto, abbattendosi sul pavimento, mentre i cardini e l'intelaiatura volavano in pezzi. Dalla soglia della cantina, immersa in un'oscurità impenetrabile, si sprigionò una nube di putredine salmastra così intensa da togliere il fiato. La carcassa di un grosso cetaceo in decomposizione su una spiaggia assolata non avrebbe potuto produrre un lezzo più penetrante. Non parve vero ai fuggitivi di poter raggiungere indenni il giardino. Il gorgoglio cessò nel momento esatto in cui misero piede fuori dall'edificio.

Fu solo a bordo dell'autobus che Carmello si accorse di un particolare che gli era sfuggito sino a quel momento. Dal borsone in cui Grimshaw aveva riposto le proprie cose spuntava il dorso di un libro che riconobbe immediatamente: il Necronomicon.

"Non mi dica che se l'è portato appresso!"

"Non volevo dargli la soddisfazione di impadronirsene. Non che la cosa faccia differenza, ormai."

Durante il tragitto, a bordo del mezzo si accese, per ragioni ignote, un alterco tra due passeggeri: una corpulenta donna afroamericana di mezza età e un vecchio asiatico. La donna, in preda alla furia, rovesciò sul poveretto un torrente di insulti, mulinando le braccia come pale. L'asiatico rimasto silenzioso e a capo chino sotto quella grandinata di ingiurie, a un certo punto prese qualcosa dalla borsa di iuta che portava a tracolla e la gettò verso la donna che troneggiava su di lui. Carmello non riuscì immediatamente a capire di che si trattasse, vide però l'espressione della donna cambiare all'istante, assumendo le sfumature della paura. Un grido di raccapriccio scaturì dalla sua bocca. L'asiatico le aveva scagliato addosso un rettile, un geco leopardino per la precisione, che lesto le si era insinuato nella scollatura dell'abito. La donna cominciò a spogliarsi nel tentativo di liberarsi dal geco. L'asiatico, allontanatosi di qualche passo, osservava la scena con un sorrisetto crudele. Dinanzi allo sguardo allibito di Carmello e dei pochi passeggeri presenti sull'autobus, la donna si privò di tutti gli indumenti, mentre il geco si sottraeva a ogni tentativo di cattura. Quando Carmello e l'antiquario scesero dal mezzo, l'ossessa si stava ancora dimenando, nuda e urlante,. L'autista ripartì, del tutto indifferente a quanto stava accadendo.

"Non credo si libererà tanto facilmente da quel rettile", osservò Grimshaw, "l'ho già visto accadere altre volte".

"Ha già assistito a una scena simile?", domandò Carmello stupefatto.

"Oh sì, certo. Pensi che una tale dovette rassegnarsi a portare su di sé un geco per un'intera settimana. Non se ne voleva andare. Aveva trovato un microclima confortevole tra le pieghe adipose dell'ospite. Del resto, li addestrano apposta."

"Li addestrano?"

"Si, ha capito bene. Ha osservato quel tale, l'indonesiano? Le sembra normale che uno salga sull'autobus con un geco nella borsa? Avrà anche notato con che rapidità fulminea il geco si è infilato nella scollatura. Era chiaramente addestrato."

"Mi sfugge il senso di tutto ciò."

"Dovrà abituarsi a ben altro, amico mio: la natura degli eventi straordinari è celata talvolta allo sguardo degli uomini comuni da una fitta trama di elementi apparentemente riconducibili a cause ordinarie. Essa si rivela solo all'occhio di colui che sappia osservare ciò che giace oltre la superficie, in profondità."

Carmello destinò il proprio letto all'antiquario e attrezzò per sé una branda in soggiorno. Il disordine regnante in casa faceva apparire vano ogni tentativo di porvi rimedio.

"Grimshaw, per qualche giorno potrà restare qui. Nel frattempo penseremo al da farsi. Adesso si prepari a conoscere la mia vicina di casa, la signora Adelita Torrejon. E' una brava donna ma molto curiosa. La presenterò come mio zio. Prima sbrighiamo quest'incombenza, meglio è."

L'incontro fu più breve del previsto, la vicina disse di essere indaffarata in cucina e, sia pur con cortesi, liquidò piuttosto sbrigativamente i due visitatori.

"Strano davvero", disse Carmello, "credevo ci trattenesse chissà per quanto sottoponendola a un terzo grado e invece... Beh, meglio così."

"La signora soffre di una singolare forma di strabismo."

"Già."

"Ed è pure claudicante. Ha forse una malformazione?"

"Non saprei. Zoppica, questo sì."

"Trascina la gamba destra in modo assai evidente e penoso."

"Signor Grimshaw, lei è un attento osservatore. Ed ora che ne direbbe se mangiassimo qualcosa? Una frittata le va?"

Conclusa la magra cena, Carmello si stravaccò sul divano con una birra. L'antiquario sedeva sconsolato, i gomiti appoggiati al tavolo della cucina.

"Dobbiamo tornare al negozio e chiudere la porta. L'abbiamo lasciata aperta, uscendo."

"Sta scherzando spero!"

"Niente affatto: metta il caso che dei ragazzini si introducano in casa."

"E allora? Non è rimasto più niente da rubare!"

"Non è quello che mi preoccupa. Pensi a ciò che potrebbero combinare le abominazioni in cantina."

"Senta, l'ultimo autobus parte dal suo quartiere alle undici, se proprio dobbiamo andare, diamoci una mossa."

Nella luce fioca del crepuscolo la casa dell'antiquario sembrava una belva in attesa di presa.

"Direi che è tutto tranquillo, non le pare?"

"Chiudiamo quella benedetta porta."

Tutto si svolse senza incidenti. L'interno del negozio era immerso nel più assoluto silenzio.

"Bene, direi che possiamo andare."

Alla fermata dell'autobus sostava un uomo di mezza età visibilmente ubriaco. Indossava un cappello dalla foggia insolita, un tricorno, rimediato chissà dove. Non smise un istante di parlare da solo, a voce alta.

Carmello non ci fece neppure caso, avvezzo com'era alla presenza di reietti, prostitute, emarginati, alienati di ogni genere.

"Grimshaw, le lascio una copia della chiave di casa, lei vada pure a dormire se vuole, io passo allo store a comprare qualcosa da bere."

"Preferirei accompagnarla."

"Come crede."

Salirono a bordo dell'autobus, semivuoto. L'ubriaco rimase a terra, col suo cappello e le sue conversazioni solitarie.

"Questa città sta perdendo il lume della ragione."

"Ammesso e non concesso che l'abbia mai posseduto."

"Non si rattristi. Lei è giovane, ha tutta la vita davanti a sé."

"E' proprio questo che mi preoccupa."

Lo store, gestito da un coreano, disponeva di un reparto alcolici assai ben fornito.

"Che ne direbbe, già che ci siamo, di prendere qualcosa da mangiare?"

"In effetti non sarebbe una cattiva idea."

Grimshaw si diresse col carrello verso gli scaffali degli alimentari, lasciando Carmello a contemplare estasiato le bottiglie di birra e liquori.

L'antiquario dichiarò di voler pagare personalmente tutto quanto e Carmello oppose una resistenza puramente simbolica.

Non fecero in tempo a varcare la soglia della palazzina che la signora Torrejon uscì di casa in vestaglia da camera e sguardo spiritato.

"Carmello!"

"Che succede?"

"Una cosa terribile! Venga subito!"

"Il tempo di riporre la spesa e sono da lei."

"Porti anche suo zio."

Carmello imprecò sottovoce.

"Grimshaw, è prioritario mettere in frigorifero la birra."

Posate le borse furono immediatamente in balia della vicina.

"Seguitemi in cucina!"

Nell'attraversare il soggiorno Grimshaw osservò con stupore il soffitto di corallo ma non proferì parola.

La signora Torrejon aprì il rubinetto del lavandino: ne sgorgò un getto di acqua color ruggine che emanava un pesantissimo odore salmastro.

"E' così da almeno un'ora!"

Carmello e l'antiquario riconobbero immediatamente quel lezzo e si scambiarono un'occhiata preoccupata.

"Ho provato ad aprire la porta dello scantinato e ne è uscito un puzzo tale che per poco non svenivo. Potreste dare un'occhiata voi?"

"Domattina provvederemo senz'altro, signora", tagliò corto Carmello, "mio zio è piuttosto stanco per il viaggio. Le auguro la buonanotte."

Un minuto dopo aver varcato la soglia di casa, Carmello stava già tracannando birra a garganella.

"Giovanotto, non è certo bevendo che risolveremo i nostri problemi."

"Se è per quello, non li risolveremo nemmeno da sobri. Quelle cose ci hanno seguito sin qui, vero?"

"Temo proprio di sì."

"E allora mi sa tanto che siamo fottuti."

"Vado a coricarmi un poco. Non sarò suo zio ma stanco lo sono davvero."

Carmello, che soffriva di insonnia, si scolò altre due birre seduto sul divano, rimuginando intorno agli eventi di quel giorno. Alle tre esatte, un suono cupo e distante si levò dallo scantinato della palazzina. Lo si sarebbe potuto descrivere come l'incrocio fra un muggito e la sirena di una nave lontana. Carmello scattò in piedi come una molla.

Il suono si ripeté a distanza di qualche minuto, questa volta con maggiore intensità. La porta della camera da letto si aprì. Grimshaw, che doveva aver vegliato a sua volta, rivolse a Carmello uno sguardo che esprimeva più afflizione che spavento.

Un grido di donna acutissimo, proveniente dall'appartamento vicino, richiamò l'attenzione di entrambi. Vi si diressero senza indugio. La porta era chiusa. Dall'interno provenivano invocazioni disperate d'aiuto.

"Si sposti Grimshaw, provo a sfondare la porta."

Carmello, pur essendo persona mite, possedeva una certa energia: con alcune vigorose spallate fece saltare il chiavistello. Le luci nell'appartamento della signora Torrejon erano spente, eppure la casa era percorsa da uno strano chiarore azzurrino. Le urla provenivano dal salotto. Carmello si arrestò sulla soglia, atterrito da quanto vide oltre.

Era come se la stanza fosse ruotata su sé stessa ed il soffitto e il pavimento si fossero scambiati di posto. La signora Torrejon giaceva al suolo, distesa su un vero banco di coralli fra i quali serpeggiavano creature simili a murene, che, con fulminei assalti, infliggevano alla povera donna morsi crudeli.

Grimshaw si precipitò all'interno, dimostrando un'agilità insospettata e, facendo attenzione a non scivolare sui coralli, afferrò la donna per le ascelle, nel tentativo di trascinarla all'esterno. Carmello, ripresosi, intervenne a sua volta e sollevò la signora Torrejon da terra guadagnando in tutta fretta l'uscita.

Deposta la signora sul divano, corse in bagno a prendere una boccetta di Mercurocromo e delle garze. Le ferite sulle gambe e le braccia della signora Torrejon non erano profonde, ma la donna appariva in forte stato di choc.

"Chiamiamo subito un'ambulanza!" esclamò Grimshaw.

"Provveda lei, io come vede ho da fare."

"Il telefono è fuori uso."

"Come sarebbe a dire a fuori uso?"

"Non funziona! Non ha un cellulare?"

"Sì, è lì vicino al televisore ma temo abbia la batteria scarica."

"Lei, piuttosto, non ne ha uno?"

"Purtroppo no."

"Vada in casa della signora, telefoni da lì."

"Facciamo così: io bado alla signora e lei telefona."

Carmello, non senza qualche sommessa imprecazione, tornò nella casa della messicana. Il telefono era in cucina e, fortunatamente, a questa si poteva accedere dal corridoio senza dover attraversare il soggiorno.

Compose il 911. Dal ricevitore gli giunse quella che tutto pareva fuorché una voce umana. Si sarebbe detto che, dall'altro capo del filo, qualcuno stesse cercando di sturare un lavandino otturato.

"E che cazzo!"

Carmello riagganciò rudemente il telefono. Il corridoio sfavillava di luce azzurra come l'ingresso di una discoteca di Brooklyn.

"Niente, non funziona manco quello!" esclamò una volta rientrato in casa.

Grimshaw seduto accanto alla signora Torrejon il cui deliquio pareva in via di attenuazione, scosse il capo sconsolato.

"Come sta la signora?"

"Meglio direi, si è acquietata, respira senza affanno."

"Esco a chiedere aiuto."

Non fece in tempo a dar corso alla sua intenzione: l'edificio fu scossa da quella che sembrava una scossa sismica.

"Via di qui, subito!". Prese in braccio la signora - che grazie al cielo era minuta - e intimò all'antiquario di seguirlo.

"Non prenda niente, tantomeno quel fottuto libro!"Non si fermò finché non giunse ad alcune decine di metri di distanza dalla palazzina.

"Carmello, la casa!" gridò l'antiquario.

Carmello, sudato fradicio, si volse a guardare. Sulle prime credette di essere vittima di un'allucinazione: l'edificio stava sprofondando nel suolo, come se quest'ultimo si fosse tramutato in fanghiglia. Metro dopo metro, con sconvolgente rapidità, ne fu del tutto inghiottito, sino a scomparire alla vista.

Pietro Ferrari, 2015