martedì 21 marzo 2017

ALCUNE RIFLESSIONI SULL'APPRENDIMENTO DELLA LINGUA LATINA

Girando nella Rete, in una pagina del Corazziere della Sera mi sono imbattuto in qualcosa di veramente singolare. Si tratta dell'adattamento in lingua latina di una canzonetta che reputo ossessiva e oltremodo fastidiosa: Il gatto e la volpe, di Edoardo Bennato.


Questo è il testo latino del video pubblicato, riportato anche dall'articolo del Corazziere: 

FELES ET VULPES 

Quid festinas? Quo curris? Quo vadis?
Si breve tempore nos audibis intelleges: 
Is feles est et ego vulpes, societatem habemus, nobis fidere potes.
De tuis rebus et molestiis loqui potes,
optimi in hac re sumus nos.
Est negotium peritissimum, pactum fac et videbis te non paenitere.
Ingenia invenimus et numquam erramus.
Tuis virtutibus sciemus uti.
Da nobis quattuor nummos et famae certamini te inscribimus.
Nonne vides verum negotium, dies carpendum est aut tibi paenitendum erit.
Non accidit quotidie ut habeas duos consulentes, duos redemptores qui maxime curent tibi.
Prae i! Nole haesitare: subscribe hic. Ordinarius contractus, consuetudo est.
Potestatem nobis cede et faciemus te Capitolinum divum!  

Questo è il testo originale di Bennato:

IL GATTO E LA VOLPE 

Quanta fretta, dove corri, dove vai?
Se ci ascolti per un momento, capirai,
lui è il gatto, e io la volpe, siamo in società
di noi ti puoi fidare...
Puoi parlarci dei tuoi problemi, dei tuoi guai
i migliori in questo campo siamo noi
è una ditta specializzata, fai un contratto e vedrai
che non ti pentirai...
Noi scopriamo talenti e non sbagliamo mai
noi sapremo sfruttare le tue qualità
dacci solo quattro monete e ti iscriviamo al concorso
per le celebrità!... 
Non vedi che è un vero affare
non perdere l'occasione
se no poi te ne pentirai
non capita tutti i giorni
di avere due consulenti
due impresari, che si fanno
in quattro per te!....
Avanti, non perder tempo, firma qua 
è un normale contratto, è una formalità
Tu ci cedi tutti i diritti
e noi faremo di te
un divo da hit parade!...

Se il video con l'irritante tormentone tradotto in latino è senz'altro qualcosa di utile e di meritorio, che deve essere elogiato, dissento dalle opinioni espresse dall'artefice dell'iniziativa in suo commento sull'apprendimento dell'idioma di Cicerone: "Nessuno si illuda che questo metodo consenta di impararlo più facilmente", "Cantare in latino serve a imparare le regole"

"Non è stata una passeggiata", commenta la professoressa. Mi dispiace che i suoi studenti siano rimasti sfiniti dall'ardua impresa. Per i contemporanei sembra che questa impresa sia tanto ostica da rasentare l'inconcepibile. Neanche si dovesse tradurre un convoluto testo filosofico di Schopenhauer in una lingua extraterrestre con quarantacinque casi della declinazione, con centodue tempi e trentaquattro modi verbali, con coniugazioni totalmente diverse per i verbi transitivi e per i verbi intransitivi, in cui prefissi e suffissi cambiano in funzione dei pronomi inclusi. Santo Cielo, se il latino fosse insegnato con metodi sensati e come lingua viva, la traduzione del testo di una canzone la farebbe senza sforzo anche un bambino! 

Per colmo del paradosso, la principale pietra d'inciampo è proprio il deleterio mito del "latino che fa ragionare" o del "latino che insegna la logica". Trattasi di una gran massa di colossali stronzate, talmente radicate nell'idea dei moderni da risultare quasi dogmi indiscutibili. Una lingua non è fatta per insegnare la logica applicando le regoline: è fatta per essere appresa e parlata. Tramite le regoline, le regolucce, le regolette e le regolacce non si riuscirà mai a raggiungere questo scopo: non è questo il modo per far sì che da un poppante che sa solo frignare e smerdare si arrivi a un bambino in grado di parlare in modo corretto la propria lingua. Cicerone, Cesare e Virgilio non hanno imparato il latino tramite gli specchietti e la grammatichina, o sarebbero cresciuti senza saper proferire verbo! Prova di quanto affermo sia il fallimento completo del sistema scolastico nel trasmettere qualcosa di utile che possa facilitare l'apprendimento delle lingue classiche. Gli studenti, quei pochi che ancora studiano il latino, balbettano. Sanno fare versioni rigorosamente dal latino all'italiano soltanto servendosi di un ponderoso vocabolario e dei bigini. Se si chiedesse loro di tradurre un testo dall'italiano al latino, farebbero tutti seppuku in aula.

Il segreto per l'apprendimento è questo: immersione, imitazione, ripetizione, correzione delle frasi errate tramite ripetizione della forme corrette. Cantare in una lingua non serve a imparere le regolette: serve a parlare e a pensare! Purtroppo la più deleteria piaga del Moloch scolastico impone alle genti di pensare che non ci sia differenza tra una struttura grammaticale e il nome usato dai grammatici per descriverla.

Alcune osservazioni sul testo tradotto

Sorvolando sulla pronuncia della lingua di Roma, devo ammettere che l'esperimento in questione ha dato un esito tutto sommato positivo, che rappresenta un passo avanti notevole rispetto alle tipiche quanto vane versioni. Aggiungo qualche nota critica. 

Mentre il testo di Bennato si fonda su un ritmo ben preciso e presenta versi rimati o allitteranti, il testo in latino prodotto dalla professoressa e dai suoi studenti presenta quelli che il giornalista del Corazziere della Sera definisce "inevitabile scivolata sulla metrica musicale della lingua latina". Abbiamo così quo vadís, intellegés, nobís, habemús. Sono stati fatti salti mortali per costringere a viva forza il testo tradotto in uno spartito che di certo sarebbe stato giudicato alieno dagli antichi Romani. Va anche detto, a difesa dell'insegnante e degli studenti, che nella lettura dei versi poetici la metrica imponeva spesso accentazioni non troppo dissimili.

Geniale è l'adattamento del famoso "divo da hit parade" in Capitolinum divum (acc.). Non tutto fila però così liscio. Se si studia il lessico della lingua latina, ci si imbatte spesso in sorprese non di poco conto. Il vocabolo feles in realtà non traduce automaticamente "gatto" nella moderna accezione del termine. Intanto indicava soprattutto l'animale selvatico. Poi va detto che era usato anche per designare altri carnivori come la martora, il tasso, la faina e la puzzola. Per indicare il tasso e la martora si usava anche il sinonimo meles, che pur essendo assonante ha diversa origine. Nella lingua parlata l'animale domestico era chiamato cattus, da cui deriva la parola che usiamo tuttora, mentre termini medievali come muriceps e murilegus "acchiappatopi" sembrano essere nati da un tabù. Eppure l'uso scolastico vuole che feles corrisponda in modo biunivoco ed ontologico al nostro gatto. La tradizione è inveterata: l'aggettivo dotto felino è stato recuperato direttamente dalla lingua classica (felinus), mentre felide è una formazione più recente nata nel mondo scientifico.

Non è dunque a mio avviso senza difficoltà la traduzione "Is feles est et ego vulpes", dato che è ambigua. Un antico romano avrebbe potuto immaginarsi infatti una martora e una volpe. La locuzione "il gatto e la volpe" dice a noi molto, certamente, ma soltanto perché abbiamo letto le avventure di Pinocchio scritte di Collodi. Un antico romano avrebbe comunque compreso questo accostamento di animali, anche senza sapere nulla del burattino dal lungo naso e delle sue traversie. Senza dubbio avrebbe interpretato Feles e Vulpes come soprannomi di persone. Infatti vulpes significa anche "furbizia", "astuzia". Si noterà che quando è detto di persona, feles significa "rapitore". Tutto ciò metterebbe in guardia persino un allocco. :) 

Le insidie del latino moderno

La traduzione del testo di Bennato dà l'occasione per ulteriori riflessioni. Per quanto concerne la semantica del latino moderno, un caso interessante è quello di birota, pronunciato costantemente *biròta e interpretato come "bicicletta", quando in realtà la parola classica si pronunciava bìrota /'birota/ e significava "calesse a due ruote" (da cui deriva la forma diminutiva *birotulus che ha dato biroccio). Non di rado l'ingenuità dei moderni fa loro proiettare all'epoca dell'Impero recenti modalità di formazione di parole, che dimostrano la totale assenza di comprensione per i composti della lingua classica: è il caso del nuntius televisificus "annunciatore televisivo", in cui mi è capitato di imbattermi anni fa e che ha destato in me assoluto obbrobrio. Ebbene, questo nuntius televisificus non nasce da giochini di metallari: è una traduzione ufficiale usata dalle autorità vaticane nei loro testi. Allego i seguenti link sull'aggettivo televisificus:



A questi abusi oscenissimi del latino moderno dovrebbe essere posta la parola FINE: non è così che si riporta in vita una lingua antica. 

domenica 19 marzo 2017


SPECIE MORTALE

Titolo originale: Species
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1995
Durata: 108 min
Colore: Colore
Audio: Sonoro
Lingua: Inglese
Rapporto: 2.35 : 1
Genere: Orrore, fantascienza, thriller erotico
Regia: Roger Donaldson
Soggetto: Dennis Feldman
Sceneggiatura: Dennis Feldman
Fotografia: Andrzej Bartkowiak
Montaggio: Conrad Buff
Effetti speciali: Gino Acevedo, Damon Allison
Musiche: Christopher Young
Scenografia: John Muto
Interpreti e personaggi:
    Ben Kingsley: Xavier Fitch
    Michael Madsen: Preston Lennox
    Alfred Molina: Dott. Stephen Arden
    Forest Whitaker: Dan Smithson
    Marg Helgenberger: Dott.ssa Laura Baker
    Natasha Henstridge: Sil
    Michelle Williams: Sil (giovane)
    Scott McKenna: Hobo ucciso sul treno
    Shirley Prestia: Dott.ssa Victoria Roth
Doppiatori italiani:
    Renzo Stacchi: Xavier Fitch
    Massimo Corvo: Preston Lennox
    Gianni Giuliano: Dott. Stephen Arden
    Roberto Pedicini: Dan Smithson
    Laura Boccanera: Dott.ssa Laura Baker
    Francesca Fiorentini: Sil
Budget: $35 million
Incassi: $113.3 million

Titoli alternativi:

   Argentina e Messico: Especies
   Belgio (Fiandre): De vrouwelijke mutant
   Brasile: A Experiência
   Bulgaria: vidove
   Canada (Quebec): Espèces
   Francia: La mutante
   Grecia: Thanásimo eídos
   Norvegia: Farlig rase
   Polonia: Gatunek
   Portogallo: Espécie Mortal
   Romania: Specii
   Russia: Osob'
   Serbia: Vrste
   Slovenia: Tuja vrsta
   Spagna: Species (Especie mortal)
   Finlandia: Peto e Species - Peto
   Svezia: Species - Hotet från rymden 
   Turchia: Tehlikeli tür 
   Ungheria: A lény

Riconoscimenti:
    1995 - Catalonian International Film Festival
        Migliori effetti speciali a Steve Johnson e
           Richard Edlund
        Candidatura per Miglior film a Roger
           Donaldson
    1995 - Universe Reader's Choice Award
        Miglior trucco a Steve Johnson
    1996 - MTV Movie Awards
        Miglior bacio a Natasha Henstridge e Matthew
           Ashford
        Candidatura per Miglior performance
           rivelazione a Natasha Henstridge
    1996 - Saturn Awards
        Candidatura per Miglior film di fantascienza
        Candidatura per Miglior trucco a Steve
           Johnson, Bill Corso e Kenny Myers
        Candidatura per Migliori effetti speciali a Steve
           Johnson e Richard Edlund

Testi e musiche di Christopher Young:
    Species – 3:43
    A Vibrant Slime – 3:34
    Protostar – 2:57
    Ring Nebula – 5:29
    Fever (Original Main Title) – 2:29
    Species Feces – 4:28
    Bax Max – 3:43
    Milky Way Breasts – 4:54
    Safe Sex – 2:37
    Worm Hole – 2:26
    Son Of Sil – 1:54
    Star Bright – 5:03
  Durata totale: 43:17
 

Trama:

Il SETI, quell'inutile ente che si aspetta di trovare il bavoso e incontinente E.T. di Spielberg tra le stelle, dopo lunghi anni di vana ricerca riceve finalmente un segnale intelligente di origine aliena. La trasmissione dalle profondità cosmiche viene decifrata. Non è il famoso "E.T. telefono-casa" dell'osceno bradipo glabro: si tratta invece della descrizione di un sistema in grado di procurare energia gratuita all'infinito. C'è anche una sequenza di DNA alieno, completa di istruzioni per combinarla con DNA umano per produrre un ibrido. A chiunque sano di mente sarebbe suonato un campanello d'allarme nel cranio. Chi può essere così idiota da pensare di attuare simili istruzioni deleterie credendole innocue? Gli anglosassoni degli States, ovviamente! Senza pensare a possibili conseguenze, un gruppo di scienziati pieni di coglionesco entusiasmo dà origine a una bambina artificiale con DNA ibrido. A questa creatura viene dato il nome Sil. Quando gli scienziati si accorgono che Sil cresce a ritmi incredibili e ha seri problemi, come violente crisi durante il sonno, cominciano a temere qualcosa di grave e decidono di sopprimerla col cianuro. La frittata a questo punto è fatta: Sil trattiene il respiro e riesce a mandare in frantumi il vetro della sua prigione, fuggendo. Come quelli del Governo vengono a sapere l'accaduto, si cagano in mano un bel po' di diarrea. Presi dal panico, incaricano una squadra di scienziati di recuperare l'aliena. Fanno parte di questa formazione Xavier Fitch (il demiurgo di Sil), la bellissima Laura Baker dalla chioma rossa come il fuoco, l'antropologo Stephen Arden, il sensitivo (o meglio mentalista) Dan Smithson e il sicario Preston "Press" Lennox. Intanto Sil subisce una metamorfosi. Nascosta in un vagone letto su un treno, si impupa e in breve tempo dal bozzolo fuoriesce una donna adulta, che ruba degli abiti e si confonde facilmente nella massa. Così arriva a Los Angeles, dove comincia a far danni. Il suo imperativo è trovare un maschio con cui scopare facendosi eiaculare nel vaso procreativo e restando così gravida. Chi si mette di traverso viene da lei ucciso senza pietà né misericordia. Si reca in una discoteca a rimorchiare e trova un bell'uomo, ma quando giunge nella sua villa si accorge che qualcosa non va: il suo partner ha una malattia genertica, il diabete. Sil lo capisce dall'odore. L'accoppiamento non può avvenire perché darebbe origine a una prole difettosa. Così l'uomo dal pancreas malfunzionante viene soppresso. Sil è una donna bellissima e seducente che non perde tempo in preliminari. Non pratica la fellatio e non si lascia leccare. Ha un solo fine: copulare e ricevere lo sperma nel ventre. Un altro potenziale partner che si trova con lei in piscina cerca di sottrarsi quando lei gli dice che vuole un bambino. È preso dal terrore alla sola idea di sburrarle dentro, perché teme che lei lo possa ricattare e costringere a mantenere la creatura fino alla maggiore età. Non sa di aver a che fare con qualcosa che viene da un altro pianeta. Lei non perde tempo: lo uccide. In una discoteca una ragazza le soffia un uomo sotto il naso. Lei la uccide in una latrina. Quando capisce che la squadra di Fitch le dà la caccia, ruba un'auto, inscena un incidente e lascia trovare una sua falange sul luogo dello scontro, per far credere d'esser morta. In realtà Sil fugge, cambia look, il dito amputato si rigenera. Fitch e i suoi festeggiano in un hotel, folleggiando. Laura Baker si introduce nella camera del killer Preston Lennox, lo spoglia e si inginocchia davanti a lui, prendendogli in bocca il fallo e poppandolo avidamente. L'aliena, che adesso ha i capelli neri, entra nell'albergo senza essere riconosciuta, si introduce nella stanza di Stephen Arden e subito si mette a copulare con lui nella posizione della cowgirl: evidentemente l'odore dell'uomo la convince della bontà del suo corredo genetico. Lui le schizza dentro, e subito il ventre di lei si muove, ribollendo di vita in formazione. Stephen rimane agghiacciato ma è troppo tardi: Sil lo uccide. Dan arriva nella stanza tropo tardi. A questo punto l'aliena si strappa la sua forma umana di dosso e assume il suo vero aspetto. Abbatte un muro e si introduce in un condotto fognario. Qui ha luogo la battaglia finale, che si conclude con l'annientamento di Sil e della sua orrida progenie. Tutto sembra concludersi per il meglio, ma le riprese mostrano che un tentacolo dell'atroce creatura, perso durante la lotta, finisce in un anfratto dove attira un ratto di chiavica, che se ne ciba. L'incubo è tutt'altro che finito, ma a questo punto compaiono i titoli di coda. 

Curiosità:

La costruzione in laboratorio di una creatura artificiale servendosi di dati alieni captati dallo spazio è un'idea sinistra e seducente che risale alla miniserie televisiva britannica A for Andromeda (1961), di cui è stato fatto un remake italiano un decennio dopo: A come Andromeda (1972).

Nella sceneggiatura originale Sil doveva uccidesse un autista di taxi spinta dall'arbitrio del momento. La scena è stata cambiata per far sì che il pubblico continuasse a simpatizzare per la ragazza (si sa, è cosa gradita che la gente veda di buon occhio una assassina di bell'aspetto): all'omicidio è stata fornita una motivazione percepita come legittima, ossia l'autodifesa.

La MGM desiderava di evitare costi giudicati inutili - essendo i suoi dirigenti più tirchi dei Cartaginesi - così cercò di impedire che fosse girata la scena in cui Sil si imbozzolava in treno. H.R. Giger, vero padre della creatura, si oppose a questa decisione insensata, reputando la scena di importanza capitae. Dovette pagarne la produzione con i propri soldi.

La colonna sonora, opera di Christopher Young, è stata pubblicata da Intrada in formato CD nel 1995, con numerose ristampe. Il genere è definito come "Electronic, Stage & Screen", mentre lo stile è "Modern Classical, Score". Sembra che sia tuttora possibile acquistarlo online.  

Sequel: 

Species II, regia di Peter Medak (1998)
Species III, regia di Brad Turner (2004)
Species IV - Il risveglio, regia di Nick Lyon (2007)

Recensione:

Il film di Roger Donaldson è stato sottovalutato e ritenuto un prodotto di serie B rispetto ad Alien di Ridley Scott (1979), pur trattando in sostanza lo stesso argomento: la riscrittura del DNA umano ad opera di materiale genetico alieno. La differenza sostanziale è che mentre nel film di Scott questa riscrittura avviene per opera di un parassita che si sviluppa nella vittima, nel film di Donaldson il genetico alieno è usato per creare in laboratorio un ibrido che in natura non potrebbe esistere. Sono convinto che qualche merito Specie mortale lo abbia senz'altro. 


Una fulva molto lasciva 

Siamo di fronte a un assoluto capolavoro della fantascienza erotica. L'attrice più sensuale del cast non è a parer mio Natasha Henstridge, che interpreta Sil. Le mie preferenze vanno alla fulva e sensualissima Marg Helgenberger, che interpreta la dottoressa Laura Baker. Donna immensamente libidinosa, potrebbe sciogliere un iceberg col suo calore. È una fellatrice spermatofaga capace di far deviare un uomo dalla virtù e da ogni suo principio etico, e persino di fargli rinnegare la sua religione. La sequenza centrale del film è quella in cui si reca nella stanza di un suo collega e lo seduce, succhiandogli il membro eretto per ottenere in bocca il suo seme e ingoiarlo con voluttà.


Lasciando il giudizio ai lettori e intimando ai minori di non entrare, riporto il link allo spezzone, che si trova su un sito pornografico: 


La persecuzione dei diabetici nel mondo
anglosassone 

Specie mortale parla di un argomento che per il pubblico di lingua inglese è un gravissimo tabù, ritenuto ancor più traumatizzante della pedofilia, dell'incesto e del cannibalismo: il diabete! Tremenda nel mondo anglosassone è infatti la discriminazione nei confronti dei diabetici e in special modo di coloro che soffrono di diabete II - quello che compare in età adulta, da cui io stesso sono affetto. Le autorità sanitarie credono che tale malattia insorga a causa della vita dissoluta dei pazienti e cercano con ogni mezzo di porre le basi per impedire loro di curarsi. Se un diabetico II ha un problema e necessita di cure urgenti, i medici violano tranquillamente il giuramento di Ippocrate e lasciano che le condizioni del malato si incancreniscano. Se poi questi muore, il personale sanitario fa festa ed è convinto di aver acquisito benemerenze agli occhi di Dio e del genere umano per aver evitato spese mediche insostenibili alla Nazione. In Nuova Zelanda uno chef sudafricano è stato espulso perché in sovrappeso: le autorità sanitarie hanno espresso il terrore che potesse diventare diabetico, aggiunendo che in tal caso avrebbe gravato sulle spese pubbliche, cosa che era giudicata un affronto sanguinoso. Negli States sono innumerevoli i diabetici che nascondono le loro condizioni alla famiglia per timore di essere rinnegati, espulsi e diseredati. Si possono curare soltanto persone molto ricche, per gli indigenti non c'è altra possibilità all'infuori dello sfacelo e della morte. In Facebook si trovano non pochi commenti di cittadini inglesi che invocano lo sterminio dei diabetici, affermando di non voler "pagare per l'altrui ghiottoneria". Questi mostri sono proprio quei "Liberatori" che hanno seppellito la Germania sotto un tappeto di bombe incendiarie e che si lamentano di non essere riusciti a processare il dottor Mengele. 

Il Genio della Specie

Sil sa fiutare il genoma dei potenziali partner, soltanto da pochi feromoni comprende ogni cosa sul loro stato di salute. In base a questo giudica se il genoma annusato meriti di essere propagato o debba essere consegnato all'Oblio. Non si creda che questo sia poi molto distante dalla nuda e cruda realtà delle cose! In ogni essere umano di sesso femminile agisce lo stesso identico meccanismo genetico, che porta le donzelle a scegliere come partner i peggiori energumeni. La differenza è che mentre l'ibrida aliena Sil è capace di perforare la giugulare degli energumeni e di farli crollare morti sul pavimento di una latrina, per poi scomparire nella notte, le umane non hanno queste capacità e subiscono le conseguenze delle loro scelte luttuose - salvo poi frignare ed esporre una lunga serie di scarpette rosse ogni volta che una di loro soccombe al partner selezionato come ideale prosecutore della Specie. Nel film Sil agisce e seleziona per far sì che ciò che è feroce possa prevalere: la sua prole non è letale a causa della stupidità dello scimmione che presta il seme, ma a causa del corredo genetico alieno che domina il processo di riscrittura del DNA. Non nasconderò la verità innegabile. Le femmine umane hanno decretato l'estinzione dei poeti e dei filosofi, moltiplicando i bruti. Inutile dire che una specie che permette questo è giunta al suo stadio terminale: se dallo Spazio giungesse la sua Nemesi, riderei come un pazzo di Dio ed eleverei inni senza fermarmi un attimo, in preda all'ebbrezza, andando con gioia verso la morte!     

Reazioni della stampa e nel Web 

Riporto nel seguito alcuni interventi su questo film, che possono essere facilmente reperiti nel Web (ad esempio su Wkipedia). Alcune frasi sembrano interessanti per i dettagli che forniscono, altre sono di una banalità assoluta e di una noia a dir poco mortale. Metafore, immigrazione, politica radical shit e altre cazzate da salotto, ancora un po' salta fuori anche il disagio

«Se nell'ambientazione dell'epilogo sono evidenti le memorie del primo Alien, la parentela tra Sil e il mostro del film di Ridley Scott è lampante (l'autore, il premiato Hans Rudi Giger, è lo stesso). Vogliamo spingerci fino a vedere in Specie mortale simbologie prenatali (i cunicoli uterini) o allegorie di maternità frustrata? Più prudente limitarsi a considerarlo un thriller fantascientifico di pura evasione, nei limiti, peraltro, accurato ed efficace.»
(Roberto Nepoti La Repubblica del 4 marzo 1996)

«Disegnata dal talento di H. R. Giger (il papà di Alien), Specie mortale ha raccolto un certo successo in patria, grazie all'accoppiata sesso e mostri, ma Roger Donaldson non è capace di mettere un'idea portante alla materia, la lascia allungarsi sugli effettacci horror, sulle copulazioni mostruose, in un ritmo lentissimo e senza l'ombra di vera suspense: c'è solo il trionfo barocco del Trucco Ripugnante. Il contesto ha questa mantide sexy omicida è la Los Angeles dove tutto è possibile e dove ciascuno al momento giusto urla "oh mio Dio!" mentre alla fine i ragazzacci si consolano con "tutto ok, tutto a posto, tesoro". Il confine col ridicolo è spesso superato e il racconto offre la spiacevole sensazione di girare a vuoto.»
(Maurizio Porro Corriere della Sera del 15 febbraio 1996)

«Donaldson, che nelle interviste parla di metafora del colonialismo e delle invasioni (oltre al proprio Dna gli alieni inviano sulla Terra tecnologia "pulita" e benefica, come fece a suo tempo l'Occidente civilizzatore), si perde ben presto dietro ai cliché del film d'azione. Quanto al look della creatura, che alterna i canonici 90-60-90 a fattezze da locusta, è curato dal Giger di Alien. Ma tanto è vistosa l'eredità del film capostipite, quanto pallida l'eco della sua forza. Se questi sono i kolossal fantastici di oggi, ridateci la cara vecchia serie B.»
(Fabio Ferzetti Il Messaggero del 12 febbraio 1996)

«Controversa produzione realizzata con il limitato budget di 30 milioni di dollari, con i talenti riuniti di Richard Edlund (curatore anche degli effetti visivi della saga di Guerre stellari) e di Hans Rudi Giger (ideatore del mostro di Alien) e con un cast solido ma privo di una vera e propria star: la splendida esordiente Natasha Henstridge nel ruolo di Sil avrebbe poi finito con il monopolizzare il successo. Va comunque ricordato, nel ruolo dell'antropologo Arden, vittima di Sil e involontario "padre" della sua creatura, l'attore Alfred Molina (la guida che tenta di rubare la statuetta d'oro ad Indiana Jones nel prologo de I predatori dell'arca perduta), che impersona il terribile Dr. Octopus nel recentissimo Spider Man 2. Nelle intenzioni del regista Donaldson il soggetto dovrebbe suggerire una metafora del moderno colonialismo, ma qualche commentatore vi ha letto anche un discorso sulla maternità negata, agganciando le peripezie della perseguitata madre aliena alle scenografie "uterine" dei vicoli e dei cunicoli bui. Senza soffermarci a ricercare referenze tematiche letterarie o a cogliere derivazioni stilistiche dal primo Alien, il film va forse più prudentemente considerato come un onesto lavoro di pura evasione che mette efficacemente a servizio della fantascienza gli stereotipi dell'horror e del thriller erotico.»
(Fantafilm)

mercoledì 15 marzo 2017

 

IL SEGRETO DEGLI INCAS 

Titolo originale: Secret of the Incas
Lingua originale: Inglese, Quechua (Qusqu
     Runasimi), spagnolo, rumeno
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Anno: 1954
Durata: 100 min
Colore: Colore
Audio: Sonoro
Genere: Avventura
Regia: Jerry Hopper
Soggetto: Sydney Boehm,
  Ranald MacDougall,
  Boehm Maximum
Sceneggiatura: Sydney Boehm,
  Ranald MacDougall,
  Boehm Maximum
Produttore: Mel Epstein,
  Hal B. Wallis
Casa di produzione: Paramount Pictures
Fotografia: Lionel Lindon,
  Irma Roberts
Montaggio: Eda Warren
Musica: David Buttolph
Interpreti e personaggi:
    Charlton Heston: Harry Steele
    Robert Young: Stanley Moorhead
    Nicole Maurey: Elena Antonescu
    Thomas Mitchell: Edward "Ed" Morgan
    William Henry: Dott. Lang
    Glenda Farrell: Mrs. Winston
    Michael Pate: Pachacutec
    Yma Sumac: Kori-Tika
    Leon Askin: Anton Marcu
    Grandon Rhodes: Mr. Winston
    John Marshall: Charlie
    Booth Colman: Direttore del Museo
    Kurt Katch: Sicario
Doppiatori italiani:
    Emilio Cigoli: Harry Steele
    Augusto Marcacci: Stanley Moorhead
    Rosetta Calavetta: Elena Antonescu
    Mario Besesti: Edward "Ed" Morgan
    Pino Locchi: Dott. Lang
    Franca Dominici: Mrs. Winston
    Cesare Polacco: Pachacutec
    Andreina Pagnani: Kori-Tika
    Carlo Romano: Anton Marcu; Sicario
    Lauro Gazzolo: Mr. Winston
    Stefano Sibaldi: Charlie
    Gianfranco Bellini: Direttore del Museo

Trama:

Il polveroso avventuriero Harry Steele, romantico sotto la dura scorza e con uno strano concetto di igiene, vive in Perù e ha dimestichezza con i nativi, tanto che ha appreso alla perfezione la lingua Quechua. Per guadagnarsi da vivere fa la guida turistica a Cuzco, ma in lui rifulgono ben altre aspirazioni. Ha adottato come perno della propria esistenza una singolare teoria partorita dalla sua immaginazione e da abbondanti bevute di ayahuasca. La civiltà degli Inca a parer suo non sarebbe andata in rovina a causa della brutalità dei Conquistadores, delle terribili malattie da essi introdotte e dall'incapacità di reggere l'impatto con il nuovo mondo portato dagli stranieri: sarebbe invece scomparsa per via della volontà degli Dei capricciosi, adirati in seguito al furto sacrilego del tesoro del Tempio del Sole. Anziché proteggere il popolo loro devoto, questi esseri sovrumani lo avrebbero punito per la colpa commessa da uno spagnolo, alla faccia di ogni parvenza di senso della giustizia e di amore per i propri figli. Acquisite queste fondamentali conoscenze tra una crisi di vomito da ayahuasca e l'altra, Steele è più che convinto di poter operare la resurrezione dell'Impero dell'Inca, il Tawantinsuyu, trovando il fantomatico tesoro sottratto e riportandolo nel Tempio. Magari pensa anche di ricevere come ricompensa i favori di qualche dea. Come sempre accade nella filmografia americana, c'è il cattivo, certo Edward Morgan, soprannominato con molta fantasia Ed. Ovviamente si tratta di un cattivo sommamente banale, che non può stare nemmeno al livello di Macchia Nera o di Gambadilegno: è piuttosto un vecchio ubriacone avido e taccagno. Non poteva poi mancare la maliarda fatale, l'esule rumena Elena Antonescu, elegantissima e rossochiomata. Fuggita dal suo paese per la sua inclinazione al furto e alla truffa, più che per motivi politici, si è rifugiata in Sudamerica, braccata dal console Anton Marcu, parente del più famoso Silupescu: in parole povere è un energumeno che si distingue da Polifemo per il solo fatto di aver due occhi. Costretta a fuggire dalla Bolivia, la Antonescu è finita proprio a Cuzco, ma gli emissari del Partito non demordono e cercano di acciuffarla per ricondurla nel Paradiso dei Proletari. Inutile dire che la leggiadra fanciulla incontra proprio Steele e gli chiede aiuto. Dopo una fuga rocambolesca, prima in aeroplano e poi a piedi per i dirupi, i due si ritrovano tra le rovine di Machu Picchu nel bel mezzo di un raduno dei discendenti degli Incas e di una spedizione archeologica il cui fine è la ricerca della tomba del Primo Inca, Manco Capac. Qui ogni tassello del mosaico ritorna al suo posto. Prima viene esumata la mummia di una principessa, la Mamakuna, subito esposta all'adorazione dei nativi. Poi Steel scopre il Tesoro, un disco d'oro tempestato di diamanti (che gli Inca non conoscevano e non avrebbero saputo lavorare) proprio in un anfratto della tomba dell'Inca, mettendo così in crisi l'idea del furto. Non si capisce infati perché mai il prezioso manufatto sia stato sottratto a un tempio per essere sepolto proprio in una parete del sepolcro di Manco Capac, Figlio del Sole e sacro a sua vola. Alla fine i protagonisti raggiungono l'Apoteosi e tutti vissero felici e contenti: il malvagio tirchio alcolizzato Ed precipita in un baratro, l'attempato archeologo Moorhead riceve picche dalla Antonescu, che si riconcilia con Steele dopo tutta una serie di litigi. Il disco d'oro con i suoi improbabili diamanti ritorna al Tempio del Sole e gli epigoni degli Incas iniziano la resurrezione dell'Impero.

Curiosità:

Il film non ha utilizzato scenari di cartapesta. È stato girato in Perù, proprio nei luoghi reali in cui si svolge l'azione: Cuzco e Machu Picchu. Per la prima volta il cinema americano si è interessato a questi siti incaici e soprattutto alla popolazione indigena che tuttora parla la lingua Quechua. Furono infatti impiegati più di cinquecento nativi come comparse.

In svariate occasioni George Lucas ha molto insistito sul fatto che Il segreto degli Incas gli ha ispirato I predatori dell'arca perduta (1981). La figura di Steele ricorda infatti quella di Indiana Jones: un uomo selvatico e coperto di polvere, sotto il cui involucro abita un'immensa conoscenza e splendono grandi ideali. 

Recensione:

Pur essendo la trama abbastanza banale e a tratti degna di essere messa in satira, questa pellicola ha comunque qualche merito, perché ha promosso l'uso della lingua Quechua nel cinema, contribuendo ad innalzarne il prestigio in un contesto particolarmente difficile. Il fatto è passato inosservato al pubblico italiano e nessuno sembra aver fatto caso alle conversazioni in purissimo Runasimi di Cuzco (Qusqu). Già solo per questo motivo sarebbe auspicabile che l'opera di Jerry Hopper godesse di una maggior fama.


Splendori della tradizione incaica

Quando la fulva protagonista si fa il bagno in una vasca rudimentale scavata nella roccia, una donna autoctona la guarda con intenso disgusto. Questo non perché sia turbata dalla nudità della profuga, nonostante le genti incaiche siano abbastanza puritane, ma per l'incapacità di reggere senza disgusto la vista di un corpo dalla pelle tanto lattea. Così essa, in preda allo sdegno, esclama "aya khanka!" /'aya 'khanka/, parole che vengono tradotte da Steele come "pallida come un pesce morto". In realtà il pesce menzionato da Steele non c'entra granché: aya khanka significa "cadavere sudicio" e fa riferimento al terrore superstizioso per i morti e per il loro colorito alterato. Infatti aya si traduce con "morto, cadavere", ma anche "spettro". La stessa radice aya si trova anche nel vocabolo ayawaska (in genere scritto ayahuasca), che indica un beverone allucinogeno dal sapore ripugnante in grado di fungere da violento purgante, inducendo vomito e diarrea: alla lettera è la "liana dei morti" o "corda dei morti" (waska indica la corda). La pronuncia corretta è /aya'waska/ e non /*aya'waʃa/ come a volte si sente. La principessa Kori-Tika è interpretata dalla splendida Yma Sumac, il cui nome in Quechua significa "che bella!", essendo formato dal pronome ima /'ima/ "che cosa; quanto" e dall'aggettivo sumaq /'sumaχ/ "bello". Kori-Tika significa invece "Fiore d'Oro", da qori /'qɔri/ "oro" e da t'ika /'tʔika/ "fiore". Pachacutec è una trascrizione di Pachakutiq, che significa "Trasformatore del Mondo": deriva da pacha /'patʃa/ "terra; mondo" e dal verbo kutiy /ku'tij/ "cambiare". Pachakutiq Yupanki è il nome del nono Inca, a cui è attribuita la costruzione della maggior parte dell'Impero Incaico. Regnò tra il 1438 e il 1471. Quando ho sentito la fulva Elena Antonescu apostrofare l'archeologo e accusarlo di essere "ignorante" perché ha confuso sarcasticamente George Washington con Abraham Lincoln, mi è andato in ebollizione il sangue nelle vene. Come si fa a definire "ignorante" un conoscitore di una lingua amerindiana tanto complessa e ricca? Una rifugiata che si atteggia a insopportabile maestrina, che già ha l'arroganza di una nobildonna senza averne alcuna virtù! I danni provocati dal sistema scolastico sono più devastanti di quelli della Terza Pandemia di peste! 

Il mito di Machu Picchu

Il film riflette le idee un tempo popolari su Machu Picchu, che era ritenuta la Città Santa degli Incas. Alla sua scoperta nel 1911 il sito fu confuso con Vilcabamba (Willkapampa), l'ultimo centro del potere dell'Inca dopo l'espugnazione di Cuzco ad opera di Francisco Pizarro nel 1533: era una enclave fondata da Manco Capac II (Manqu Inka Yupanki), che durò fino al 1572. In realtà oggi sappiamo che la fondazione di Machu Picchu risale al XV secolo e fu probabilmente opera dell'Inca Pachacutec, che intendeva imporre una residenza estiva forzata ai nobili dell'Impero, in pratica per tenerli in ostaggio e impedire rivolte. Era un luogo ben diverso da Vilcabamba e che non vi si potrà mai trovare la tomba del Primo Inca Manco Capac (Manqu Qhapaq). A scanso di equivoci, non è nemmeno possibile che  nel film si parli della tomba di Manco Capac II, primo sovrano dello Stato Neoincaico di Vilcabamba, dato che i suoi resti mummificati furono distrutti dagli Spagnoli. Il film di Hopper si mostra estremamente grossolano e non aderente alla realtà storica. Notevole la presenza di un soffietto tra gli oggetti recuperati in un sito archeologico incaico. La scarsa cura per questi dettagli anacronistici e incoerenti è la norma e ci sarebbe piuttosto da stupirsi del contrario. Allo stesso modo, il disco del Sole è incastonato di diamanti perché l'ideatore della trama ha pensato di proiettare caratteristiche del mondo moderno nella civiltà del Tawantinsuyu. Questo ci dice Garcilaso de la Vega nei suoi Commentari reali degli Incas (Libro III, cap. XXII): 

"Lungo gli spigoli delle modanature stavano molte pietre preziose incastonate, come smeraldi e turchesi, perché in quella terra non s'avevano né diamanti né rubini. In codesti tabernacoli s'assideva l'Inca in occasione delle feste del Sole, ora in quelli di una parete, ora in quelli dell'altra, a seconda della festa." 

E ancora (Libro I, cap. IX), quando si parla dell'idolatria degli Indiani preincaici: 

"Adoravano la pietra smeralda, soprattutto in una provincia che oggi chiamano Puerto Viejo; non adoravano diamanti né rubini perché in quella terra non se ne trovavano."

Il termine Quechua per indicare il diamante, q'ispirumi, è un neologismo che significa "pietra di vetro", da q'ispi (variante qhispi"vetro; cristallo" (dall'omonimo aggettivo che significa "trasparente") e da rumi "pietra". In realtà il Disco d'Oro esisteva e si trovava nel Tempio del Sole di Cuzco, che era chiamato Coricancha (Qorikancha "Corte dell'Oro"). Era incrostato di turchesi e di altre pietre preziose, di certo non di diamanti - e non fu mai a Machu Picchu. Fu proprio questo manufatto, che era un simbolo della Dinastia dell'Inca, a cadere nelle mani del Viceré Francisco de Toledo quando nel 1572 fu catturato Tupac Amaru I, l'ultimo sovrano di Vilcabamba.

Stratificazioni etniche

Il Perù è rappresentato da Hopper in modo verosimile, come una realtà composita e variegata, in cui convivono popolazioni tra loro diversissime. Questo si nota anche nell'uso della lingua spagnola da parte della classe dominante, che si contrappone all'uso generale del Runasimi tra gli Indiani. Quello che in Europa sanno davvero in pochi è che in America latina esiste un fortissimo pregiudizio nei confronti delle lingue native. Se un turista cercasse di parlare in Quechua a un peruviano ispanofono, il suo tentativo potrebbe anche essere considerato un insulto. Il termine runa, che in Quechua significa "uomo, essere umano", è stato adottato dallo spagnolo locale col significato di "campesino" e addirittura di "uomo rozzo, ignorante", in frasi come "es un verdadero runa". Anche se il Quechua è lingua ufficiale del Perù assieme allo spagnolo, il suo futuro è abbastanza incerto. Il sistema scolastico, causa e radice di tutti i mali di ogni società, opera infatti attivamene per eradicare l'idioma, anche perseguitando gli alunni che osano pronunciarne in pubblico qualche parola.


Il mistero di Yma Sumac

La cantante peruviana conosciuta come Yma Sumac ha dietro di sé un passato a dir poco misterioso. Il suo vero nome è Zoila Augusta Emperatriz Chávarri del Castillo e nacque nel lontano 1922 a Ichocán, nella regione di Cajamarca che diede i natali anche a Carlos Castaneda. Il suo nome d'arte è spesso scritto con ortografia incostante, come Ymma Sumak o Imma Sumack. In genere è tradotto come "la più bella", anche se non mi risulta che in Quechua i superlativi si formino in questo modo (vedi l'etimologia più sopra). Sulla sua biografia permangono ombre e circolano diverse versioni contraddittorie, il cui studio riguarda la scienza della memetica. Alcuni ritengono che sia nata in uno squallido sobborgo di Lima, pur essendo cresciuta a Ichocán, dove i suoi avevano una fattoria. Per accrescere e propagare intorno a lei un alone leggendario, qualcuno ha provveduto a diffondere la voce che attribuiva la sua origine addirittura all'Inca Atahuallpa, di cui sarebbe stata l'ultima discendente diretta. Sarebbe meraviglioso se fosse così, purtroppo non si hanno prove scientifiche che possano dimostrare la fondatezza di una simile voce. Altri fabbricatori di pacchetti memetici hanno anagrammato il nome d'arte Yma Sumac, leggendolo al contrario e ottenendone Amy Camus. Per questo motivo si è diffuso il mito di sue origini canadesi del Québec o addirittura statunitensi di New York. La sua voce era portentosa e copriva l'estensione di cinque ottave (secondo alcuni soltanto di quattro, ma è già una cosa incredibile). Sua fu la nota più acuta mai registrata in una voce femminile. Nel film di Hopper la si sente mentre intona una strana e bellissima opera lirica di stile incaico, anche se non immune da infussi musicali più moderni. In diverse sequenze vediamo i nativi che la fissano come ipnotizzati, rapiti nell'Iperuranio. La Sumac ha avuto una vita abbastanza irrequieta, ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo e il suo matrimonio col compositore e direttore d'orchestra Moisés Vivanco è stato poco felice. Incurante delle voci confuse e divergenti sui suoi natali, la cantante si è spenta nel 2008 a Los Angeles.  


Il declino della reputazione della Romania 

All'epoca in cui il film fu girato, negli anni '50 dello scorso secolo, la popolazione della Romania doveva godere di una fama non troppo cattiva negli States e più in generale nell'Occidente: la donna rumena era ritenuta piena di fascino e di mistero, al punto da poter essere la protagonista di un film di avventura. Qualche decennio più tardi, nel film Alibi seducente (Her Alibi, 1989) con Tom Selleck, si mostrano già stereotipi non proprio positivi sulle donne della Romania, sospettate addirittura di essere assassine e avvelenatrici solo per esser nate e cresciute nel paese sbagliato: è sufficiente che il protagonista oda la moglie pronunciare la parola înmormântare "funerale" (da *in-monumentare) per scatenare il panico e far sottoporre a lavanda gastrica gli invitati a un banchetto. Oggi l'italiano medio che guardasse Il Segreto degli Incas rimarrebbe basito nel vedere un tipo di donna molto distante dalla realtà a cui è abituato: Elena Antonescu è chiaramente un'americana WASP in ogni fibra del suo essere. Ancor più si stupirebbe il regista se potesse vedere qual è la reputazione della Romania nell'Italia degli inizi del XXI secolo. Additata come terra di ladri, di assassini e di prostitute, è maledetta migliaia di volte ogni giorno da innumerevoli persone, complice anche la confusione tra i Rumeni e i Rom, che è diffusissima. Perderei tempo e fiato a spiegare che i primi, discendenti di Daci e di Romani, nulla hanno a che fare coi secondi, che sono giunti in Europa dalla remota India. Data l'avversione assoluta e viscerale che le popolazioni della Penisola nutrono verso le genti zigane, la confusione con il popolo rumeno ha lo scopo precipuo di disumanizzarlo. Queste stranezze non dipendono nemmeno dalla politica, sia essa di destra o di sinistra. Coloro che si definiscono di destra o neofascisti dimenticano la stessa esistenza di Corneliu Codreanu e considerano personalità come Emil Cioran e Mircea Eliade alla stregua di extraterrestri di Altair o di Vega. Coloro che si definiscono di sinistra e si danno nome di antirazzisti, a conti fatti si limitano a nascondere la loro avversione per motivi di ipocrisia politica, poi in privato odiano mortalmente sia i Rumeni che i Rom - puntualmente ritenuti lo stesso popolo. Questi sono meccanismi che meritano studi antropologici approfonditi.

Reazioni nel Web 

Forse ho cercato in modo poco approfondito, ma su questo film non ho trovato online recensioni o pensieri meritevoli di qualche interesse. 

Così su Filmscoop.it:

Siamo agli sgoccioli della carriera cinematografica di Hopper, il quale troverà nel piccolo schermo la sua dimensione intrattenitiva, Heston nei panni di un Indiana Jones ante litteram, impressionante quanto in look e in stilemi i 2 personaggi siano collimanti, presente anche Thomas Mitchell nel ruolo di una carriera a rappresentare il villan attraverso forme bonarie. (NotoriousNiki)

Simili concetti sono espressi anche su Davinotti.com:

domenica 12 marzo 2017


LA CADUTA DELL'IMPERO ROMANO

Titolo originale: The Fall of the Roman Empire
Paese di produzione: Stati Uniti d'America
Lingua: Inglese
Anno: 1964
Durata: 153 (USA 188 min)
Colore: Colore
Audio: Sonoro
Rapporto: 2.35:1
Formato della pellicola: 65mm Ultra Panavision
   70 in Technicolor
Genere: Epico, storico, drammatico
Tipo di film: Kolossal
Regia: Anthony Mann
Sceneggiatura: Ben Barzman, Philip Yordan,
    Basilio Franchina
Casa di produzione: Samuel Bronston Productions
Fotografia: Robert Krasker (Technicolor-Ultra
   Panavision 70)
Montaggio: Robert Lawrence, Magdalena Paradell
Musiche: Dimitri Tiomkin
Orchestratore: George Korngold
Suono: Milton C. Burrow, David Hildyard, Gordon
   K. McCallum
Dialoghi: George Tyne
Effetti speciali: Alex Weldon
Scenografia: Venerio Colasanti, John Moore
Costumi: Veniero Colasanti, John Moore
Trucco: Grazia De Rossi, Mario Van Riel, José Luis
   Pérez
Casting: Maude Spector
Regia della II unità: Andrew Marton, Yakima
   Canutt
Consulente Technicolor: Will Durant
Titoli di testa: Maciek Piotrowski

Interpreti e personaggi:

    Sophia Loren: Lucilla
    Stephen Boyd: Livio
    Alec Guinness: Marco Aurelio
    James Mason: Timonide
    Christopher Plummer: Commodo
    Anthony Quayle: Verulo
    John Ireland: Ballomar
    Omar Sharif: Sohamus
    Mel Ferrer: Cleante
    Eric Porter: Giuliano
    Finlay Currie: senatore
    Andrew Keir: Polibio
    Douglas Wilmer: Nigro
    George Murcell: Vittorino
    Norman Wooland: Virgiliano
    Michael Gwynn: Cornelio
    Virgilio Teixeira: Marcello
    Peter Damon: Claudio
    Rafael Calvo: Lentulo
    Lena von Martens: Helva
    Guy Rolfe: Mario
Doppiatori italiani:
    Sergio Rossi: Livio
    Stefano Sibaldi: Marco Aurelio
    Arturo Dominici: Timonide
    Renzo Palmer: Commodo
    Carlo Buratti: Cleante
    Aldo Silvani: senatore
    Leonardo Severini: Polibio
Luoghi delle riprese in Spagna: 
  Segovia (sequenza d'apertura)
  Sierra de Guadarrama (battaglia contro i Germani
    nella foresta)
  Las Matas, Madrid (foro romano)
  Manzanares, Madrid (battaglia contro i Persiani)
  Valencia (Ravenna)
  Studi Samuel Bronston Production, Madrid
     (interni)
Premi: 
    Nomination all'Oscar per la miglior colonna
    sonora;
    Golden Globe 1965: migliore colonna sonora
    originale

Curiosità: 

Il set cinematografico di questo film è il più grande di tutta la storia della settima arte. Furono necessari ben due anni a John Moore e a Veniero Colasanti per progettare e costruire lo scenario in grandezza naturale su una superficie di più di 24 ettari in una zona periferica di Madrid. Questo scenario comprendeva ben 400 statue, tra cui quella di Giove Capitolino, alta 30 metri, oltre a più di 600 colonne, a 35 edifici e a 7.400 metri di scalinate percorribili. Per completare quest'opera ciclopica è stato necessario il lavoro di 1.000 operai, che hanno impiegato 200.000 blocchi di marmo.   

Fu pubblicato un romanzo tratto dal film, scritto da Harry Whittington e anch'esso intitolato La caduta dell'Impero romano (The Fall of the Roman Empire), edito da Fawcett Publications, Inc. & Frederick Muller Ltd. (1964). Le copertine delle varie edizioni di questo romanzo sono screenshot tratto dal film. Il testo fornisce un'esposizione più dettagliata della trama del film. 

Trama:

Siamo nell'inverno del 180 d.C., lungo la frontiera settentrionale dell'Impero romano, nella regione che attualmente è nota come Austria e che all'epoca era la terra dei Quadi e dei Marcomanni. Quelle fiere popolazioni germaniche si sono ribellate e stanno imperversando in territorio romano. L'Imperatore Marco Aurelio, allo scopo di sedare la rivolta, riunisce in riva al Danubio gli alleati di Roma e tiene loro un discorso. Il suo intento appare fin da subito utopistico: egli vagheggia una condizione di pace universale in cui tutte le genti godano condizioni paritarie nell'illuminata architettura imperiale. Per raggiungere questo scopo, intende nominare suo successore il generale Gaio Metello Livio, promesso sposo della figlia Lucilla. Questa decisione non piace alla nobiltà, che teme la perdita dei propri privilegi, essendo Livio un uomo integerrimo che avrebbe esercitato il suo compito con grande rigore. Così accade che Marco Aurelio finisce ucciso dal veleno: il figlio Commodo viene acclamato Imperatore al posto dell'erede designato. Per prima cosa Commodo pone fine alla guerra contro i Germani, quindi si mette in viaggio per Roma. Una volta insediatosi al potere, inizia una vita dissoluta e dimostra di non avere il benché minimo interesse per la politica, cosa che in un Imperatore può soltanto portare alla rovina dello Stato e dei popoli. I bagordi e gli spettacoli dei gladiatori diventano la sola ragion d'essere del giovane figlio di Marco Aurelio, che prende molto sul serio la formula "panem et circenses". Per farsi benvolere dal popolo di Roma e dell'Italia, lo narcotizza con spettacoli e piaceri, mantendolo nel lusso; come è ovvio, per poter far questo deve applicare una feroce tassazione delle altre province. Il generale Livio non è più capace di sopportare le iniquità del tiranno, così decide di avviare una ribellione per deporlo. Alla testa delle sue legioni marcia su Roma, ma all'ultimo il sostegno dell'esercito gli viene a mancare: Commodo è riuscito a corrompere gli ufficiali, neutralizzando il tentativo di golpe. Livio viene arrestato. Commodo viene a sapere di non essere figlio biologico di Marco Aurelio, ma figlio illegittimo del Prefetto Verulo. Come reazione, il despota fa uccidere il proprio vero padre. Condanna quindi Livio e Lucilla all'arena. Alla presenza del popolo dell'Urbe, della nobiltà e del Senato, l'Imperatore è preso dal delirio di onnipotenza e sfida il generale a un duello all'ultimo sangue. Ne segue un combattimento accanito il cui esito è la morte di Commodo. A questo punto i presenti acclamano Imperatore Gaio Livio Metello, ma questi, schifato dal tanfo della corruzione, decide di rifiutare e di lasciare Roma al suo destino, portando con sé la donna amata.      

Recensione: 

Un kolossal di capitale importanza nella storia del cinema, che non può per nessuna ragione essere dimenticato - nonostante sia in diversi punti cruciali poco aderente alla realtà dei fatti. Anthony Mann proveniva dal contesto dei film western e non aveva alcuna esperienza nella sperimentazione di pellicole incentrate sull'Impero romano, all'epoca tanto comuni. Inoltre non era uno storico: per realizzare questo film fece tesoro soprattutto della sua lettura del capolavoro di Edward Gibbon, The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, o più verosimilmente di un suo riassunto, dato che un regista non ha certo il tempo di immergersi in un'opera ponderosa di ben sei volumi, per giunta senza una specifica preparazione. Tuttavia possiamo dire per certo che dell'opera di Gibbon, Mann ha assimilato l'essenza profonda. Il suo film si distanzia molto dai prodotti dei contemporanei, che presentavano Roma antica come uno scenario di cartapesta in cui il potere dell'Impero trionfava per principio, il cui finale era un'apoteosi. Questa discrepanza stridente tra gli scenari foschi della corruzione e le aspettative del pubblico, abituato agli splendori di un mondo fantastico, è stata indicata dal regista come la causa principale dell'insuccesso della pellicola, che fu una vera catastrofe finanziaria: solo un quarto del budget è stato coperto dalle entrate. Ultimo del suo genere, La caduta dell'Impero romano chiuse l'epoca dei kolossal sull'Impero, portando all'estinzione i film del genere peplum. Da allora non si videro più nemmeno film di argomento paleocristiano come Quo vadis, La tunica, Barabba e via discorrendo.

Una scelta oltremodo interessante

Cosa ha spinto il regista a parlare proprio di Commodo? In fondo, uno spettatore con un minimo di cultura storica si sarebbe aspettato un film ambientato nella seconda metà del V secolo d.C., ai tempi in cui l'erulo Odoacre depose Romolo Augusto, detto Augustolo, inviando le insegne imperiali a Bisanzio - evento che nella tradizione scolastica segna (in modo assolutamente discutibile) la transizione dall'Evo Antico al Medioevo. In realtà la deposizione di Romolo Augustolo non fu percepita come una cesura storica dai contemporanei - anche perché l'inetto sovrano era considerato un usurpatore. A quell'epoca non esisteva nemmeno più l'Impero, soltanto il suo cadavere decomposto stillante percolato. Per colmo del paradosso, mostrare gli eventi del 476 d.C. non avrebbe avuto alcun senso e non avrebbe aiutato nessuno a comprendere le dinamiche della Caduta. Quello che interessava a Mann non era un particolare evento che un manuale storico ad uso delle scuole medie potesse catalogare in modo inequivocabile come la parola "FINE" calata sull'Impero tra capo e collo: gli premeva invece descrivere l'inizio di un processo che ha intaccato la compagine statale dall'interno, passando inosservato e continuando il suo corso come la sifilide non curata, che alla fine porta alla tabe dorsale e alla pazzia. L'ascesa al potere di Commodo è stata scelta come il punto d'inizio dell'incancrenimento. Semmai si può obiettare che già prima di Marco Aurelio non erano mancati i sovrani degeneri: ad esempio Tiberio viveva in perenne stato di ubriachezza e si faceva fellare dei poppanti, mentre Caligola mangiava le feci delle sue amanti e in spaventose visioni conversava con un mostro marino. Che dire poi del cornuto Claudio e dell'incestuoso Nerone? Potremmo affermare che l'Impero portava già in sé alla nascita i semi della propria distruzione, ma avremmo ragione soltanto a metà. All'epoca dei primi imperatori pazzi della dinastia giulio-claudia, Roma aveva ancora molto da dare, era ben organizzata e non si scorgevano ancora i segni delle crisi venture. Non si avvertiva ancora la pressione demografica dei popoli cosiddetti "barbari", anche se occasionali conati di caos già eruttavano, senza che nessuno li riconoscesse come precoci segni infausti di un futuro non proprio roseo. Sarebbe troppo dispendioso trattare in modo approfondito questi processi. Aggiungerò soltanto che, per le ragioni esposte, reputo molto assennata la decisione dell'artefice del film di ambientare le sequenze nel tardo II secolo, al termine dell'Età dell'Oro del Principato Adottivo. 

Un portento funesto

Una scena di cui il pubblico non sembra aver compreso l'importanza è quella in cui l'aruspice scruta le viscere della vittima sacrificale. Subito dopo il criptocristiano Timonide annuncia che non è stato trovato il cuore dell'animale immolato. È qualcosa che avrebbe dovuto mettere i brividi. Si potrebbe quasi affermare che Mann pone l'Inizio del Declino proprio nell'istante in cui l'aruspice ha scrutato le interiora non trovando l'organo più importante, il cuore. Se qualcosa di simile si fosse verificata e fosse stata resa nota, sarebbe bastata per gettare le genti nel panico più totale e per farle tremare di terrore. L'assenza del cuore ha significato profondi: a non esistere più, avvisava il portento, era il Mos Maiorum, il nucleo stesso dell'ethos romano di cui all'improvviso si era manifestata la morte. Stupisce che al giorno d'oggi esistano non pochi esaltati che parlano di Roma Eterna e di resurrezione dell'Impero, quando tali realtà erano già seriamente compromesse ai tempi della morte di Marco Aurelio. Affermare una continuità diretta e ininterrotta tra la realtà imperiale e l'Italia moderna, invertendo per giunta il flusso della decadenza, è assurdo come credere alla possibilità di ottenere da una gran massa di sterco un ricco piatto di lasagne.


Le mostruose aberrazioni di Commodo

Commodo faceva le gangbang spermatiche e durante una di queste orge sporcò sua sorella Lucilla con i fiotti del prorio seme, cosa che fece inorridire i contemporanei, al punto che gli storici cercarono di presentare questi fatti come dicerie. Da parte sua, Lucilla deve aver gradito poco le morbose attenzioni del fratello, dal momento che complottò per farlo uccidere. A tal punto giunse Commodo nella sua depravazione da gettare una luce sinistra sullo stesso suo padre, il virtuosissimo Marco Aurelio. Ci si può infatti porre una domanda inquietante: com'è possibile che un padre tanto buono abbia cresciuto un simile demonio? Anthony Mann cerca di dare una risposta a questo interrogativo, affermando che in realtà Commodo non sarebbe stato figlio biologico di Marco Aurelio. Una supposizione che non ha alcun fondamento. La scelleratezza dell'atroce personaggio è ben descritta nella Vita Commodi (Historia Augusta) di Elio Lampridio: 

Post haec Commodus nunquam facile in publicum processit neque quicquam sibi nuntiari passus est nisi quod Perennis ante tractasset. Perennis autem Commodi persciens invenit, quemadmodum ipse potens esset. Nam persuasit Commodo, ut ipse deliciis vacaret, idem vero Perennis curis incumberet; quod Commodus laetanter accepit. Hac igitur lege vivens ipse cum trecentis concubinis, quas ex matronarum meretricumque dilectu ad formae speciem concivit, trecentisque aliis puberibus exoletis, quos aeque ex plebe ac nobilitate vi pretiisque forma disceptatrice collegerat, in palatio per convivia et balneas bacchabatur. Inter haec habitu victimarii victimas immolavit. In harena rudibus, inter cubicularios gladiatores pugnavit lucentibus aliquando mucronibus. Tunc tamen Perennis cuncta sibimet vindicavit; quos voluit, interemit, spoliavit plurimos, omnia iura subvertit, praedam omnem in sinum contulit. Ipse autem Commodus Lucillam sororem, cum Capreas misisset, occidit. Sororibus dein suis ceteris, ut dicitur, constupratis, consobrina patris complexibus suis iniuncta uni etiam ex concubinis matris nomen inposuit. Vxorem, quam depraehensam in adulterio exegit, exactam relegavit et postea occidit. Ipsas concubinas suas sub oculis suis stuprari iubebat. Nec inruentium in se iuvenum carebat infamia, omni parte corporis atque ore in sexum utrumque pollutus. Occisus est eo tempore etiam Claudius quasi a latronibus, cuius filius cum pugione quondam ad Commodum ingressus est, multique alii senatores sine iudicio interempti, feminae quoque divites. Et nonnulli per provincias a Perrennio ob divitias insimulati spoliati sunt vel etiam interempti. His autem, quibus deerat ficti criminis adpositio, obiciebatur, quod scribere noluissent Commodum heredem.

Traduzione (da latinovivo.com): 
"Dopo quanto avvenuto Commodo si mostrava difficilmente in pubblico, e non voleva che gli venissero portati messaggi senza che prima se ne fosse occupato Perenne. Perenne, poi, che sapeva tutto del carattere di Commodo, trovò il modo di diventare lui stesso potente. Persuase infatti Commodo a dedicarsi completamente ai suoi divertimenti, mentre lui, Perenne, si assumeva le cure del governo; ciò che Commodo accettò con entusiasmo. Vivendo dunque secondo questo accordo, se la spassava nel Palazzo gozzovigliando tra banchetti e bagni in compagnia di trecento concubine, che aveva radunato scegliendole fra le matrone e le meretrici per la loro bellezza, e di giovanetti pervertiti, anch'essi in numero di trecento, che aveva raccolto a viva forza o comprandoli, tanto fra il popolo quanto di mezzo alla nobiltà, e avendo quale criterio di scelta l'avvenenza. Di tanto in tanto, in veste di sacerdote, immolava vittime. Si cimentava in duelli in qualità di gladiatore, usando nell'arena dei bastoni, mentre, quando combatteva con gli inservienti di corte, con armi talvolta affilate. Intanto comunque Perenne aveva avocato a sé ogni potere; metteva a morte chi voleva, spogliava dei beni moltissime persone, sovvertiva tutte le leggi, si accaparrava tutto ciò che poteva arraffare. Dal canto suo Commodo fece uccidere la sorella Lucilla dopo averla confinata a Capri. Poi, dopo aver violentato, a quanto si dice, tutte le altre sorelle, e aver anche avuto rapporti con una cugina del padre, arrivò a dare il nome della madre a una delle sue concubine. Sua moglie, che aveva sorpreso in adulterio, la cacciò di casa, poi la fece deportare, e infine la fece uccidere. Ordinava che le stesse sue concubine venissero violentate sotto i suoi occhi. Né era esente dall'ignominia di essere stato oggetto di rapporti omosessuali con giovani, e non c'era parte del suo corpo, compresa la bocca, che non fosse stata contaminata da aberrazioni sessuali in rapporto ad entrambi i sessi. In quel periodo venne anche ucciso, apparentemente in un'aggressione di briganti, quel Claudio il cui figlio una volta era entrato alla presenza di Commodo armato di pugnale, e furono uccisi senza processo molti altri senatori, e anche donne di ricca famiglia. E numerose persone che abitavano nelle varie province furono messe sotto accusa da Perenne a motivo delle loro ricchezze, e spogliate dei loro beni quando non anche uccise. Quelli poi contro i quali non era possibile l'imputazione di un'accusa inventata, venivano incriminati per non aver voluto nominare Commodo loro erede."
 

Devo ammettere che fa una certa impressione costruirsi mentalmente sequenze in cui la Loren è circondata da falli eretti e li fella uno dopo l'altro, per poi essere sburrata da un mefistofelico Christofer Plummer. Inutile aspettarsi tanto dal cinema americano, i cui codici rigidissimi vietavano anche il minimo riferimento a qualsiasi atto sessuale ritenuto "contro natura", e in particolar modo all'incesto. Certo, non posso pretendere un film pornografico, sarebbe una cosa folle. Nonostante ciò la questione resta. Appurato che di tutte le turpitudini commodiane non si fa la minima menzione nel kolossal di Anthony Mann, sorge infatti una domanda. È possibile rappresentare un personaggio storico tacendo completamente dei suoi vizi e delle sue depravazioni, rimuovendole dalla narazione come se non fossero dettagli pertinenti al reame dell'esistenza? Noi sappiamo benissimo che per Commodo tali passioni dovevano essere di primaria importanza e assorbire ogni sua fibra di essere. Come si può quindi far finta che Commodo ne fosse immune? Come si può presentare come casta proprio la dissoluta e incestuosa Lucilla?

Marco Aurelio, Commodo e i Cristiani   

Pochi sanno al giorno d'oggi che Marco Aurelio fu un metodico sterminatore di cristiani, che fece uccidere in gran numero. Gli storici tendono a minimizzare questa persecuzione, tradizionalmente computata come la quarta. Eppure la conoscenza dei fatti era già andata perduta nel Medioevo: l'ideale stoico di giustizia e di umanità contribuì a far prevalere l'immagine di Marco Aurelio come uomo di pace contrario in ogni caso alla violenza. Per contro, il suo abominevole figlio fu molto tollerante in materia di religione, tanto che non fece mettere mai a morte un seguace di Cristo. I soli martiri che ci furono all'inizio del suo regno morirono a causa delle disposizioni del precedente sovrano, che non furono bloccate in tempo. Le ragioni di questa sorprendente tolleranza sono presto spiegate. Una concubina cristiana di Commodo, Marzia, che fungeva da fellatrice spermatofaga con buona pace della sua fede, ottenne l'immunità per i suoi correligionari, che non furono perseguitati. Queste sono le parole di Edward Gibbon sull'argomento: 

Durante l'intero corso del suo regno, Marco [Aurelio] disprezzò i Cristiani come filosofo, e li punì come sovrano. Per una singolare fatalità, le avversità che essi avevano sopportato sotto il governo di un principe virtuoso cessarono immediatamente all'ascesa di un tiranno e, come nessuno tranne loro aveva sperimentato l'ingiustizia di Marco, così essi soltanto furono protetti dalla clemenza di Commodo. La rinomata Marzia, la più favorita delle sue concubine, che alla lunga escogitò l'omicidio del suo amante imperiale, intrattenne un singolare affetto per la chiesa oppressa; e, sebbene fosse impossibile per lei conciliare la pratica del vizio con i precetti del Vangelo, potrebbe aver sperato di redimersi dalle debolezze del suo sesso e della sua professione dichiarandosi patrona dei Cristiani. Sotto la graziosa protezione di Marzia, essi trascorsero al sicuro i tredici anni di un crudele tiranno; e, quando l'impero fu stabilito nella casa di Severo, formarono una connessione domestica ma più onorevole con la nuova corte.  (The History of the Decline and Fall of the Roman Empire, vol. 3, cap. XVI)

Nel film di Mann queste tematiche non sono trattate, al punto che vi è un'unica allusione al Cristianesimo: quando l'ex-schiavo Timonide stramazza a terra, morto stecchito, si vede che portava al collo il monogramma di Cristo (Chi - Rho o Chrismon). Si riesce comunque a capire l'appartenenza religiosa di Timonide da un fatto significativo: quando il marcomanno Ballomar lo sottopone all'Ordalia intimandogli di adorare una statua di Wotan, il greco rifiuta anche a costo di bruciarsi una mano senza lamentarsi. Come conseguenza, Ballomar incendia l'idolo, convinto della superiore potenza della divinità adorata da Timonide. Un pagano, forte dell'interpretatio romana (o dell'interpretatio graeca), avrebbe ritenuto il manufatto una statua di Mercurio e l'avrebbe adorata. Questo non è un film interamente pagano: è piuttosto un film in cui è stato scelto di non mostrare molto del Cristianesimo. 

Invenzioni, errori e morti sbagliate 

Il generale Gaio Metello Livio è un personaggio inventato di sana pianta, senza alcun fondamento storico. Questa pellicola ha inaugurato una costumanza che da allora ha dato qualche discutibile frutto: quella di far morire Commodo in un combattimento nell'arena. Un'altra opera mostra gli sviluppi di quello che ormai è diventato un vero e proprio meme: Il gladiatore, di Ridley Scott (2000). Che l'uccisore di Commodo si chiami Livio o che si chiami Massimo l'Ispanico, tutto sommato cambia poco. Resta il fatto che nessuno può essere ucciso da qualcuno che non esiste. I falsi storici e le violenze imposte ai fatti realmente accaduti non finiscono qui. Sappiamo che Lucilla non sopravvisse al perverso fratello, ma fu da questi uccisa dopo essere stata rimossa da Roma e condannata all'esilio a Capri. Non coronò alcun sogno d'amore, come si vede nel kolossal. Allo stesso modo si descrive in modo non corretto la morte del grande Marco Aurelio, che in realtà fu contagiato dalla peste, soccombendo alle febbri e ai miasmi dei bubboni purulenti. Stoico fino all'ultimo respiro, si comportò in modo esemplare, dicendo a coloro che lo assistevano che si limitava a precederli. Nel film di Scott si va anche oltre a quanto escogitato da Mann: nella sua pellicola l'Imperatore Filosofo viene strangolato dal suo stesso figlio Commodo, spinto da un ferocissimo, incontenibile odio verso la Conoscenza. Per inciso, nella realtà storica il successore scelto da Marco Aurelio... fu proprio Commodo! 

Un capo germanico dal bizzarro nome

Il nome Ballomar significa... Famoso per i Testicoli. Non si tratta dell'inconsapevole invenzione di uno sceneggiatore esuberante. L'antroponimo è reale ed è stato portato da un fiero principe dei Marcomanni che combatté realmente contro l'Impero all'epoca di Marco Aurelio, dando origine alle Guerre Marcomanniche. Guidando una coalizione di numerosi popoli, tra i quali anche i Longobardi, nell'anno 170 si spinse a devastare il territorio attualmente noto come Friuli, assediando Aquileia e distruggendo Opitergium (Oderzo). Si possono dedurre diverse cose di un certo interesse dal nome Ballomar, riportato tal quale da fonti storiche. La protoforma germanica è *ballumæ:riz. La lingua parlata dai Marcomanni e dai Quadi era quindi germanico occidentale, con alcune caratteristiche salienti già ben definite in un'epoca tanto precoce. La trasformazione della vocale lunga -æ:- in -a:- si era completata nel II secolo d.C.; i suffissi del nominativo singolare maschile forte come -az e -iz erano già caduti a quei tempi. L'idea tradizionale secondo cui i Marcomanni e i Quadi formarono in seguito il popolo dei Baiuvari, conosciuti in seguito come Bavari, alla luce di questi fatti risulta abbastanza plausibile.

Alcuni commenti su interpreti e personaggi  

Spicca innanzitutto l'interpretazione di Alec Guinness nel ruolo di Marco Aurelio. Tale è la somiglianza tra il personaggio storico e l'attore che una mente suggestionabile potrebbe pensare a un episodio di reincarnazione. Sophia Loren nel ruolo di Lucilla è a parer mio abbastanza convincente, per come il personaggio è stato disegnato - anche se la critica nel Web ha più volte stroncato la sua interpretazione, ritenendo addirittura l'attrice a disagio e lamentando la scarsa esibizione delle sue forme. Il generale Livio è un gran paradosso. Stephen Boyd aveva già interpretato nel 1959 il personaggio di Messala nel film Ben-Hur di William Wyler, che per l'occasione gli aveva fatto tingere i capelli e indossare lenti a contatto scure. L'assurdo è che il tipo fisico dell'attore incarna l'idea che il popolino anglosassone ha degli antichi Romani, come già abbiamo avuto occasione di far notare nella recensione de I giganti di Roma di Antonio Margheriti (1964). Non si può nemmeno invocare quella che con orrido vocabolo è chiamata "barbarizzazione" dell'esercito romano: oltre a essere troppo presto per parlare di esercito "barbarizzato", si vede subito che Gaio Livio Metello non è affatto un nome germanico.

I funerali di  un mondo

Spettacolari le sequenze del funerale di Marco Aurelio, in cui la pira viene fatta ardere mentre cade la neve e i soldati intonano un coro che fa venire la pelle d'oca. Il regista riesce a comunicare qualcosa di immenso, ossia la consapevolezza che a morire sia stato un mondo e non un semplice uomo. Il freddo e la neve sembrano quasi un simbolo dei tempi duri che sarebbero giunti. A mio avviso già soltanto questa scena sublime è in grado di consegnare La caduta dell'Impero romano all'immortalità.

Il finale

Mi è restata impressa la reazione di Lucilla nell'assistere alla demenza collettiva della popolazione intera, rapita da una volgare tarantella. La sorella di Commodo, sconvolta, cerca di trattenere la folla posseduta dall'insensatezza e dall'insania, ma non ci riesce: la disgregazione della Città Eterna procederà comunque senza che nessuno possa fare alcunché anche soltanto per rallentarla. Il simbolismo della scena è tanto efficace da far quasi dimenticare difetti quali la riscrittura del passato nell'ottica della politica contemporanea.   

Un documentario di Alberto Angela

Ricordo di aver visto un documentario di Alberto Angela sull'antica Roma in cui era utilizzato uno spezzone del film di Anthony Mann doppiato in latino. Commodo parlava con Lucilla e sguazzava in una piscina. In queste sequenze la pronuncia attribuita all'Imperatore e alla sorella era quella ecclesiastica seguita nelle scuole, piena zeppa di suoni postalveolari. Il figlio di Piero Angela non trovava nulla di strano in tutto questo e non si poneva il problema nemmeno per un secondo, dando per buone le stronzate insegnate dal sistema scolastico italiano e credendole rappresentative della realtà della Roma Imperiale di Marco Aurelio. La Scienza è più settoriale e schizoide di quanto si possa pensare: è possibile sapere tutto sulle palle del triceratopo e ignorare che la gestazione di una femmina umana dura nove mesi. Si assiste alla proiezione dell'apprendimento scolastico acritico, non vagliato dalla Scienza e proiettato all'infinito nel passato. Non che Mann se la passasse meglio: in un lungo brano non doppiato si assiste a un lungo discorso in cui i nominativi dei personaggi sono pronunciati in modo ben più assurdo di quanto possa fare un prelato della Chiesa di Roma: si tratta della pronuncia accademica anglosassone, di cui avremo modo di parlare in altra sede. Finora non sono riuscito a capire se lo spezzone in latino ecclesiastico utilizzato da Alberto Angela sia stato realizzato a bella posta per il documentario o se esista davvero una versione completa del film in tale lingua. 

Reazioni nel Web

In genere il kolossal di Anthony Mann è stigmatizzato e ritenuto paccottiglia da una buona parte degli internauti che sono a conoscenza della sua esistenza. Non sono rare le stroncature. Segnalo questa recensione in controtendenza, più che entusiastica, scritta da Giuseppe Lippi e comparsa su Filmtv.it