lunedì 1 maggio 2017

RIPENSAMENTI  

Tra le offerte di lavoro affisse alla bacheca dell’istituto di Antropologia ve n'era una scritta a mano, con calligrafia incerta: “Cercasi commesso per negozio di antiquariato. Si richiedono puntualità e serietà. In fede, Melvin Grimshaw”.

Tra i tanti annunci stampati a computer, taluni dei quali persino a colori, quel foglietto, che pareva provenire da epoche remote, faceva una strana impressione.

Carmello annotò su un taccuino il numero di telefono e l’indirizzo del negozio.  Decise di recarvisi immediatamente, senza farsi precedere da una telefonata.

Uscendo di casa, quella mattina, aveva assistito a una scena singolare. Dinanzi ai suoi occhi, il portalettere – un sordomuto – era caduto in un tombino lasciato incautamente aperto dagli operai del gas. Le urla gutturali dello sventurato attirarono sul posto un nugolo di pensionati che presero subito a discutere animatamente circa il da farsi. Una pattuglia della polizia che transitava da quelle parti, richiamata dall'assembramento, accostò e, appurata la situazione, allertò via radio i vigili del fuoco. Dal tombino non giungevano ormai che suoni sporadici, disarticolati e raschianti.

L’episodio non turbò Carmello: il portalettere era un individuo crudele e perverso, che si divertiva a catturare gli uccellini per poi staccare loro la testa a morsi. Anni prima, gli aveva mostrato un barattolo di vetro pieno zeppo di testoline rinsecchite di passeri.

Il negozio del signor Grimshaw sorgeva all’incrocio fra Aberdeen Road e Kent Street, non lontano dalla Chiesa dell’Ascensione.

La fermata del bus più vicina distava pochi minuti a piedi.  Il quartiere, ricco di alberi e di edifici in pietra a vista, era piuttosto gradevole a vedersi – una piccola oasi, a confronto del distretto limitrofo.

Il negozio sorgeva in una casa sulle cui pareti un’edera tenace e rigogliosa si era arrampicata sin quasi a raggiungere il tetto.

La vetrina era stata allestita con gusto: vi erano esposti volumi antichi, ceramiche, statue lignee, strumenti musicali. Il negozio era deserto: l’odore delle rilegature in cuoio, della carta pergamena e del legno, unitamente al silenzio ovattato, contribuivano a trasmettere una sensazione straniante al visitatore.

Parve a Carmello di essere entrato in una dimora situata fuori dal tempo, sospesa in una specie di bolla d’aria. Uno scricchiolio, proveniente da dietro a un armadio ricolmo di libri, richiamò d’un tratto la sua attenzione. Si sporse a guardare e vide un uomo disteso sul pavimento, con le mani giunte sul petto.

Si trattava di un vecchio dalla barba candida, elegantemente vestito.

Senza perdere la calma, Carmello esclamò:

“Signor Grimshaw?”.

L’anziano aprì gli occhi e gli rivolse uno sguardo bonario.

“Sarebbe così gentile da aiutarmi ad alzarmi?”.

La manovra non richiese fatica: l’antiquario pesava come una piuma.

“Si sente bene? Vuole che chiami un medico?”

“Non si preoccupi, ho avuto un semplice mancamento. Mi capita, a volte. Fortunatamente il mio sistema neurovegetativo ha il buon gusto di darmi sempre una sorta di preavviso, così ho il tempo di adagiarmi a terra ed evito di schiantarmi. Ciò mi risparmia bernoccoli, lussazioni o peggio.”

Carmello sorrise, divertito dall’insolito frasario del suo interlocutore.

“Immagino che lei sia qui per l’annuncio.”

In quel preciso istante un orologio a cucù prese a battere le ore.

“E’ intagliato in un legno della Foresta Nera. Posso sapere il suo nome?”.

Carmello si presentò.

“Ha mai fatto il commesso prima?”

“Sì, per un breve periodo, presso un negozio di alimentari.”

“Beh”, osservò l’antiquario carezzando il dorso di un volume “Anche questo è cibo, in fondo. Cibo per l’anima. Questo invece,” disse indicando un tavolo Servant fine Ottocento inglese in mogano massello, “è cibo per le tarme. Lasci che le mostri una cosa.”

L’antiquario sparì dietro a uno scaffale e ricomparve poco dopo recando un volume vetusto.

“Una rarità assoluta: la traduzione dall’arabo in lingua latina del Necronomicon di Abdul Alhazred, eseguita da Pietro il Venerabile.”

“Ho sempre creduto che il Necronomicon fosse un testo immaginario”.

“E invece eccolo qui.”

“E in questo libro ci sono formule magiche, rituali?”.

“No. Questo libro è una porta.”

“Una porta? E quanto costa?”

“Non è in vendita. Ne esistono solamente altri due esemplari: uno è custodito in Germania; l’altro in Spagna. Da privati”.

“Io non so il latino.”

“Ho provveduto personalmente a tradurlo nella nostra lingua.”

“Mi piacerebbe leggerlo.”

“Non ci capirebbe nulla. Io stesso non ci ho capito granché. Alhazred era quasi certamente un folle o un posseduto, oppure entrambe le cose insieme. Si narra che Pietro il Venerabile, ultimata la traduzione del testo, si sia segregato in un eremo e non abbia più scritto nulla, né predicato in pubblico. Le entità descritte nel Necronomicon sono reali, non immaginarie.”

“Lei ha provato ad evocarle?”

“Certo che no, del resto non saprei neppure come procedere, il libro non dice come farlo”.

“E  cosa c'è nel libro allora?”

“Il Necronomicon descrive queste entità demoniache primordiali e ne indica i nomi, ma non spiega come evocarle. Non è un testo di demonomanzia, capisce?”

“In che senso, allora, lei lo ha definito una porta?”

“Perché tale è, a tutti gli effetti. Solo che ad adoperarlo non siamo noi, ma loro. Mi capisce?”

Carmello avvertì un brivido corrergli lungo la schiena.

“Quindi il Necronomicon è una porta attraverso la quale le entità possono entrare nel nostro mondo?”

“Precisamente.”

“E le è mai capitato che lo facessero?”

“In tutta sincerità non saprei dirglielo. Se ciò è accaduto, io non me ne sono accorto. Ed ora, se permette, vado a riporlo nella teca in cui lo custodisco da decenni”.

Dopo un paio di minuti Grimshaw riapparve. "In questa busta troverà i dettagli del contratto. Non amo discutere a voce certe questioni. Ne prenda visione e decida come crede.”

Carmello aprì la busta che l’antiquario gli porgeva: su un foglio sottilissimo erano indicati gli orari di apertura del negozio e la somma che avrebbe ricevuto a fine mese.

"Grazie signor Grimshaw. Non la deluderò, vedrà".

"Ci conto, figliolo, ci conto".  

Rientrando a casa Carmello vide che un paranco elettrico a catena era stato collocato nei pressi del tombino: il portalettere ne veniva estratto proprio in quell’istante, inzaccherato ma vivo.

I pensionati, posizionati a distanza di sicurezza, osservavano la scena confabulando fra loro.

Uno di essi prese da terra un ciottolo e lo scagliò contro il portalettere, subito imitato dai presenti. In breve, il sordomuto fu fatto segno di una vera e propria sassaiola.

La polizia dovette intervenire con decisione per disperdere la folla di vecchietti decisi a lapidare lo sventurato, il quale approfittò della circostanza per darsi alla fuga. Una muta di cani delle più diverse taglie e razze, scavalcate le recinzioni dei cortili adiacenti, si lanciò immediatamente all’inseguimento dell’uomo latrando in modo indiavolato.

Carmello notò che l’uscio della sua abitazione era fuori squadra: qualcuno doveva aver tentato di forzarlo durante la sua assenza. Imprecò a bassa voce e diede un gran calcio a una lattina di birra vuota. La lattina si sollevò in aria, percorse una lunga traiettoria parabolica e cadde in testa a un passante, che si accasciò al suolo senza un lamento.

Indeciso sul da farsi, Carmello diede uno strattone alla maniglia della porta, che cedette rumorosamente, schiantandosi in mille pezzi.

La disintegrazione della porta – evento inaspettato e inspiegabile – produsse un’impressione profonda sul giovane, che osservò attonito le minute scaglie di legno sparse un po’ dappertutto, sulla veranda e sui gradini.

Il cane del vicino, uno spitz tedesco, approfittando di un varco nella rete metallica che separava le due proprietà, si mise a curiosare qua e là, annusando i resti della porta. Carmello si lasciò cadere sul divano del soggiorno, sopraffatto dalla stanchezza, e si appisolò.  

 A dividerlo dal mare era solo una lingua di terra. Correva e gli pareva di camminare, camminava e gli sembrava di star fermo. E se si fermava, le onde si ritiravano. Non c’era verso di potersi immergere, in quel mare insocievole e scostante. Un’imbarcazione a vela apparve all’orizzonte. Un istante dopo scompariva fra i flutti. Gli parve di udire le voci dei naufraghi, ma non si esprimevano in una lingua a lui conosciuta.  

Si svegliò di colpo. Il cane del vicino era ai piedi del letto, addormentato sul tappeto. Erano da poco trascorse le quattro del pomeriggio, un refolo di vento spargeva foglie secche in giro per la casa. Il telefono in cucina squillò due volte e poi tacque. Dopo circa un minuto riprese a squillare. “Sono Grimshaw, può raggiungermi in negozio? E’ un’emergenza”. Seguì un lungo silenzio: la comunicazione si era interrotta.

Carmello se ne accorse dopo un quarto d’ora di attesa al ricevitore. Riappese e diede un calcio a una palla da tennis finita chissà come in cucina. La palla si alzò in volo, traversò la finestra aperta e colpì alla tempia un nano che transitava proprio in quell'istante sul marciapiede.

Nell’uscire di casa, Carmello ne scavalcò il corpo e si diresse verso la fermata del bus, zoppicando a causa di un crampo improvviso al polpaccio.

Benché provato nel fisico e nel morale, il giovane sentiva di non potersi sottrarre alla richiesta d’aiuto dell’antiquario.

Appena giunto in prossimità del negozio percepì delle urla animalesche provenire dall’abitazione di Grimshaw. Sembrava che vi fossero state liberate delle scimmie o dei maiali. Carmello aprì la porta con circospezione e il baccano cessò come d’incanto. Dall’interno si udì la voce dell’antiquario.

“E’ lei? Venga, presto!”

L’anziano indicò una porta situata nel retro del locale.

“Che succede signor Grimshaw?”

“Succede che quei maledetti stanno cercando di entrare!” esclamò l’antiquario, scosso da un tremito convulso.

Carmello lo guardò basito.

“Quelli chi?”

“Le cose innominabili che strisciano e gorgogliano nelle intercapedini fra il nostro ed altri mondi!”

Carmello vacillò come un albero colpito da una violentissima raffica di vento.

Da dietro la porta si levò un coro di ruggiti, seguito da una raffica di colpi che ne fecero sussultare i cardini.

“Mi aiuti a puntellare l’uscio, in nome del cielo!”

Sembrava che un’orda di creature grottesche stesse premendo per uscire dalla cantina, i suoni che ne provenivano non avevano nulla di umano: si trattava, piuttosto, di una cacofonia infernale, che avrebbe fatto cedere i nervi al più compassato degli individui.

Carmello sospinse una pesante cassettiera contro la porta e prese ad accatastarvi ogni genere di oggetti su cui riuscì a metter mano.

Grimshaw, pallido come un cencio, farfugliava parole inudibili, reggendosi a malapena sulle gambe.

Il telaio della porta in legno massiccio parve sul punto di cedere in seguito a un colpo di inaudita violenza.

Dalla fessura apertasi tra il telaio e la parete si sprigionò un fetore nauseabondo di putredine.

D’improvviso, le urla si interruppero.

Nel locale invaso dal lezzo calò il silenzio.

Carmello si asciugò il sudore dalla fronte con il dorso della mano e si rivolse all’antiquario.

“Signor Grimshaw”.

"Sì?"

"Mi sa che non accetto il posto". 
 
Pietro Ferrari, 2015

sabato 29 aprile 2017

I "MURATINI":
UNA LEGGENDA POPOLARE  

Si narra che presso un'abbazia in Molise fosse costume, ogni Venerdì Santo, segregare all'interno di piccole celle sotterranee i giovinetti del luogo che si preparavano alla cresima.
Quivi i fanciulli trascorrevano una notte e un giorno in meditazione, con una brocca d'acqua e del pane quali unici generi di ristoro.
Sul tronco di una leggenda se ne innestano sovente altre. Si narra che, nei primi dell'Ottocento, uno dei muratini, una volta estratto dalla cella sotterranea in cui era stato rinchiuso, avrebbe riferito di esser stato testimone di eventi prodigiosi.
Durante la notte, il giovinetto udì un rumore improvviso all'interno dell'angusto locale e vide aprirsi un ampio spiraglio in una delle pareti di roccia. La curiosità ebbe il sopravvento sulla paura e il ragazzino si sporse ad osservare: al di là della parete, si estendeva una vasta grotta illuminata da un tenue chiarore azzurrognolo.
Dal varco apertosi nella parete, il "muratino" si introdusse nella grotta. Ne osservò sbalordito la vastità e prese a percorrerla sino ad imbattersi in uno specchio d'acqua sul fondo del quale guizzavano creature stranissime che egli descrisse come "pesci con le gambe". Nella grotta regnava un profondo silenzio. Il ragazzino, proseguendo nella sua esplorazione, scorse poi una nicchia ricavata nella roccia, al cui interno giaceva una statua dalle fattezze assai singolari: la forma era vagamente umana, ma la testa era simile a quella di una tartaruga; inoltre, al posto delle dita, le mani disponevano di tentacoli come quelli di un polipo. Atterrito da questa visione, il giovine corse a nascondersi nella sua cella.
All'indomani, dopo che ebbe raccontato la propria esperienza, la cella fu sottoposta ad attento esame, ma non fu trovata traccia di aperture nelle pareti. 

Pietro Ferrari, 2015

venerdì 28 aprile 2017

L'UOMO CHE PERDEVA I TRENI

Il giorno in cui mi fu diagnosticato un tumore al polmone in stadio avanzato, ovvero sei mesi prima della mia morte, appena uscito dal policlinico mi recai alla stazione ferroviaria. Mancava circa un'ora alla partenza del mio treno, così andai a sedere in sala d'aspetto. All'epoca ve n'erano due: una di prima e l'altra di seconda classe, quest'ultima stranamente semivuota. I soli presenti, a parte me, erano un'anziana donna e un uomo di mezza età, dall'aria assai patita, che, dopo avermi osservato per alcuni istanti, si alzò dal proprio posto e, avvicinatosi, mi disse: "Signore, mi scusi, le potrei parlare? Non intendo disturbarla".

Annuii.

"Sin dal suo ingresso in questa sala ho capito che lei è una persona cui ci si può confidare. Desidero raccontarle una storia e sono certo di poter contare sulla sua discrezione. Molti anni fa, in questa stazione, io spinsi sotto a un treno il mio insegnante di applicazioni tecniche. No, non mi guardi così, non sono un pazzo né un sadico. Lo uccisi, è vero, ma con ottime ragioni. Era un individuo orribile, un uomo cattivo."

"E non l'arrestarono?"

"No, non ci furono testimoni. Quel demonio tutti i giovedì si recava da una prostituta a Porta Calcinara, cenava in una trattoria e rientrava a casa col treno delle 20. Lei non sa quante volte dovetti rinunciare al mio proposito prima di poterlo attuare. Infine si presentò l'occasione giusta, in una sera nebbiosa di novembre."

"Ed è tutto?"

"Non esattamente. Il destino presenta sempre il conto, e da allora la mia vita è legata a doppio filo a questa stazione. Sa cosa faccio per vivere?"

"Sentiamo."

"Perdo i treni."

"Sarebbe a dire?".

"Sarebbe a dire che, ogni giorno, svariate volte, fingo di dover prendere un treno e lo perdo."

"Scusi, ma non riesco a capire: a che pro?"

"Sono pagato per farlo."

"Pagato da chi?"

"Da un'agenzia. Ce ne sono in tutte le città, non lo sapeva?"

"Sinceramente no."

"In tutte le città italiane ci sono individui pagati per recitare questa scena. E' costume che qualcuno debba giungere in stazione in ritardo, correre appresso al treno in partenza e infine arrendersi imprecando. Una tradizione che non si può interrompere."

"E lei è pagato per perdere i treni?"

"Si."

"Mi sembra una follia."

"Alla stazione di Santa Maria Novella, a Firenze, un mio collega perde i treni da vent'anni."

"E la pagano bene?"

"Per nulla, ma mi mantengo in vita. Inoltre mi hanno messo a disposizione un bugigattolo per dormire, vicino al deposito bagagli. Ora però devo salutarla, devo perdere il treno per Milano delle 12. E' stato molto gentile ad ascoltarmi, le auguro una buona giornata."

Il mio treno partiva alle 12 e 30. Nei mesi successivi, sino al mio decesso, non misi più piede in stazione e non incontrai più quel singolare personaggio. Lo rividi tuttavia in sogno: sostavamo nei pressi di un binario ferroviario, al sopraggiungere del convoglio, l'uomo, dopo avermi rivolto un sorriso disperato, si gettava sui binari venendo travolto dalla locomotiva.

Pietro Ferrari, 2015

mercoledì 26 aprile 2017


LA VIA LATTEA

Titolo originale: La Voie lactée
Anno:
1969
Paese di produzione: Francia
Lingua: Francese, latino
    (pronuncia mista ecclesiastica italica e restituta)
Durata:
92 min
Colore: Colore
Audio: Sonoro
Genere: Grottesco, surreale
Regia: Luis Buñuel
Soggetto: Jean-Claude Carrière, Luis Buñuel
Sceneggiatura: Jean-Claude Carrière, Luis Buñuel
Fotografia: Christian Matras
Montaggio: Louisette Hautecoeur
Musiche: Luis Buñuel
Interpreti e personaggi:    
    Ellen Bahl: Mme Garnier
    Claudine Berg: Una madre
    José Bergos: Presbitero priscillianista
    Julien Bertheau: Maitre Richard
    Claudio Brook: Vescovo
    Agnes Capri: Direttore dell'Istituto
    Auguste Carriere: Sorella Françoise
    Jean-Claude Carrière: Priscilliano
    Claude Cerval: Brigadiere
    Jean Clarieux: San Pietro
    Pierre Clementi: Demone
    Beatrice Constantini: Figlia di Priscilliano
    Alain Cuny: Uomo col mantello
    Georges Douking: Pastore
    Jean Ehrman: Condannato
    Michel Etcheverry: Inquisitore
    Paul Frankeur: Pierre
    Claude Jetter: Vergine nella taverna
    Pierre Lary: Giovane monaco
    Marius Laurey: Un cieco
    Pierre Maguelon: Caporale
    Rita Maiden: Figlia di Priscilliano
    François Maistre: Prete matto
    Denis Manuel: Rodolphe
    Georges Marchal: Il gesuita
    Muni: Madre superiora
    Bernard Musson: Oste francese
    Marcel Peres: Prete spagnolo
    Jean Piat: Il giansenista
    Michel Piccoli: Sade
    Daniel Pilon: François
    Edith Scob: Maria
    Delphine Seyrig: Prostituta
    Christian Simon: Ragazza incatenata
    Laurent Terzieff: Jean
    Bernard Verley: Gesù
Doppiatori italiani:    
    Alfredo Censi: Pierre
    Luciano Melani: Jean
    Mario Colli: Richard
    Tina Lattanzi: direttrice del collegio
    Maresa Gallo: sorella Francoise
    Natalino Libralesso: Madame Garnier
    Andrea Bosic: inquisitore
    Mario Erpichini: condannato
    Vittorio Di Prima: uomo col cappello
    Diego Michelotti: gesuita, prete francese
    Carlo Reali: marchese
    Michele Kalamera: conte
    Roberto Villa: prete spagnolo
    Sergio Fiorentini: caporale delle guardie
    Sergio Di Stefano: Gesù
    Emanuela Rossi: Brigitte, la bambina
    Carlo Buratti: autista
    Stefano Carrasso: angelo della morte
    Giancarlo Maestri: narratore
    Francesca Palopoli: madre superiora
    Carlo Sabatini: Rodolphe
    Dario Penne: François
    Maria Teresa Martini: la bambina diabolica
       del collegio

Trama:

Pierre e Jean sono due pellegrini francesi che si incamminano sulla via per Santiago di Compostela. Durante il loro lungo e tormentato tragitto verso il santuario incontrano tutta una serie di personaggi in costume e si ritrovano nel bel mezzo di eventi storici, tra i quali anche scene della vita di Cristo. Assistono alla potente predicazione dualista e anticosmica del vescovo Priscilliano da Avila, poi si ritrovano nel bel mezzo delle guerre di religione e della controversia giansenista. Dopo tanto penare, arrivati finalmente al santuario di Santiago, vengono a sapere da una prostituta bionda che i pellegrinaggi sono cessati. Da quando si è scoperto che le spoglie credute a lungo di San Giacomo erano in realtà di Priscilliano, il luogo non è stato più visitato da nessuno. Così la meretrice propone ai due pellegrini di spogliarsi e di razzolarsi con lei nei campi fino a insozzarla di sperma e a darle un figlio. I poveri pellegrini - che per la verità erano sembrati scettici fin dall'inizio del film - appena constatano che Dio è morto e che la sua Estinzione è un fatto compiuto, dopo un'iniziale esitazione accettano di buon grado la proposta dell'oscena fallofora. 

Recensione: 

Un film decisamente surreale. Buñuel, che era un pensatore profondo, in questo film propone riflessioni sulla natura del tempo. L'ontologia temporale sostenuta dal regista è quella che va sotto il nome di eternismo o eternalismo non tensionale (B-eternismo). In altre parole, il regista spagnolo è convinto che il passato e il futuro siano reali e vivi proprio come il presente, che convivano con esso nell'eternità, essendo il flusso temporale una mera illusione umana. Tra i sostenitori di questa problematica forma di eternismo, al giorno d'oggi molto popolare anche se piena di fallacie logiche, ci fu anche Albert Einstein - le cui scarse capacità filosofiche non riflettono i suoi grandissimi meriti come fisico. Oltrepassando i limiti della speculazione metafisica, Buñuel arriva a credere che queste realtà, che noi per comodità etichettiamo come "passate", "presenti" e "future", arrivino ad influenzarsi a vicenda, dando origine a una molteplicità che trascende l'infinità numerabile.

Un testo priscillianista in latino
(con analisi fonologica)

Nel film è presente una parte recitata in lingua latina. La pronuncia usata è mista, prevalentemente ecclesiastica ma con numerose parole pronunciate con alcuni fonemi della restituta. Possiamo notare quanto segue:
1) In diversi casi l'occlusiva /k/ è conservata velare davanti alle vocali anteriori /e/ e /i/, ma per il resto mostra palatalizzazione in /tʃ/ o in /ʃ/, quando non addirittura assibilazione completa in /s/. Così abbiamo carcer /'karker/, fornacem /for'nakem/, innocens /inno'kens/, confeci /kon'feki/, ma incipit /in'tʃipit/, decet /'deʃet/, principio /prin'sipjo/, ad caelestem /ad se'lestem/
2) In un caso l'occlusiva /g/ è conservata velare davanti alla vocale anteriore /i/: intelligis /intelli'gis/. Per il resto mostra palatalizzazione in /dʒ/ davanti a vocale anteriore /e/ e /i/, ma a volte l'esito è /ʒ/. Es. igitur /i'dʒitur/, angeli /'anʒeli/.
3) Il nesso /sk/ davanti alla vocale anteriore /i/ può essere reso da /ss/. Es. Priscillianum /prissil'ljanum/.
4) Il nesso /gn/ non ha subìto palatalizzazione e si conserva integro. Es. indignam /in'dignam/.
5) Quasi sempre l'occlusiva /t/ è affricata davanti a semiconsonante palatale, avendo come esito /tsj/, ma in un caso l'occlusiva è invece conservata: Gratianus Imperator /gra'tjanus impe'rator/. Si noterà che poco dopo ricorre gratias /'gratsjas/.
6) Si ha conservazione del dittongo /ae/ in praedicabimus /praedi'kabimus/ e in animae /'animae/, per il resto è semplificato in /e/.
7) Si ha conservazione del dittongo /oe/ in poenas /'poenas/. Tuttavia si ha monottongazione in poenam /'penam/.
8) La posizione dell'accento è spessissimo erronea (igìtur anziché ìgitur; anìma anziché ànima, e via discorrendo), come se gli attori provassero una ripugnanza innata per le parole sdrucciole. Né va taciuto che in numerosi casi l'ultima sillaba attrae l'accento (intelligìs anziché intèlligis; debèt anziché dèbet; innocèns anziché ìnnocens, e via discorrendo). 

Trascrizione dei dialoghi  

1) Il pastore con la lanterna va verso i due pellegrini. Stupito di vederli così paludati, dapprima cerca di accertarne l'identità, poi dà loro il benvenuto e li invita alla congregazione. Parla ai due usando i verbi e i pronomi al singolare, tranne un singolo imperativo. 

  Pastore: Tu ergo nihil intelligis! Quia iam incipit. Quis tam es tu? Unde nam venis? Quicumque sis pax tibi! Venite! At tamen, de iis quae videbis debes nec verbum dicere tibi recipit. 

2) Un presbitero annuncia la vittoria di Priscilliano. Questi si rivolge ai credenti proclamando i capisaldi della Dottrina.

 Presbitero: Fratres mei carissimi, laetum nuntium de urbe per proconsule Volventio ad nos pervenit. Gratianus Imperator Priscillianum episcopum sedi Abulensi restituit.
 
Priscilliano:
Igitur pars nostra vincit. Non ego haereticus sum, sed iste qui in cathedra Petri sedit, Damasus, iste qui Papae titulum sibi assumpsit. Nostra doctrina ergo vera est. Et eam cito aperto in universo mundo praedicabimus.   

 Presbitero: Gratias agamus Deo. 
 Priscilliano: Anima nostra essentia divina est.
 Presbitero: 
Sicut angeli, ipsa quoque a Deo creata est. Stellarum cursu regitur.   
 Prima matrona: In peccati poenam unita fuit corpori. Corpus nostrum opus daemonis est.  
 Seconda matrona: Daemon autem existit a principio, sicut Deus ipse.  
 Priscilliano: Rem tam indignam et impuram sicut corpus nostro Deum creasse non decet.
 
Terza matrona: Corpus carcer animae est. Anima, ut ab eo sese liberet paulatim ab ipso separari debet.
 
Quarta matrona: Corpus humiliare et contemnere necessarium est. Delectationibus carnis incessanter submittendum est. Ad hoc ut, post mortem, anima mundata ad caelestem sedem redeat. 

3) Priscilliano fa giurare i credenti di non rivelare nulla di quanto hanno ricevuto.

  Priscilliano: Iura, periura, secretum prodere noli. 

La risposta, nos iuramus, in modo ben sorprendente sembra pronunciata in un idioma romanzo, come no giuramu!

4) Priscilliano si allontana con due presbiteri. Benedice il pane, lo spezza, ne dà una parte ai presbiteri stessi e ne mangia un boccone, recitando una formula suggestiva.  

  Priscilliano: Non ego te messui nec molui. Nec ego te massam confeci. Neque te ego in fornacem misi. Innocens sum ego ab omnibus afflictationibus tuis, utinam illi qui te afflixerunt illas poenas patiant.   

Se uno ascolta bene i discorsi in latino, si rende conto che gli attori hanno una forte cantilena portoghese. Il Presbitero pronuncia chiaramente a Deo come /a 'deu/. Buñuel non era uno studioso dell'evoluzione della lingua latina nel corso dei secoli. Sono però convinto che avrebbe spiegato i motivi della sua scelta di una lingua fortemente disomogenea con l'incoerenza tipica di tutte le età in cui avvengono mutamenti storici. Immagino che si sia servito di un accademico, ma non sono riuscito a risalire al suo nome. A questo punto riporto la traduzione in italiano della Dottrina enunciata, che contiene gemme di Verità e che coincide con quanto io stesso professo salvo due punti (influenza delle stelle e utilità dei piaceri carnali per "sfinire" il corpo): 

La nostra anima è essenza divina. Come gli angeli, anch'essa è stata creata da Dio. Ed è sottoposta al corso delle stelle. Nella pena del peccato fu unita al corpo. Il nostro corpo è opera del Diavolo. Il Diavolo esiste dal principio, come Dio stesso. Non è possibile che Dio abbia creato una cosa tanto misera e indegna come il nostro corpo. Il corpo è il carcere dell'anima. Affinché se ne liberi, l'anima si deve separare a poco a poco da esso. È necessario umiliare e disprezzare il corpo. Ai diletti della carne deve essere incessantemente soggiogato. Questo affinché l'anima, dopo la morte, sia purificata e faccia ritorno alla sede celeste. 

Un accanimento feroce e satanico

La bambina demoniaca che recita un obbrobrioso remix di anatemi contro l'Insegnamento di Priscilliano, tratti dagli atti del Sinodo di Braga dell'anno 563, è la testimonianza di qualcosa che dovrebbe far riflettere tutti. Se i seguaci del Dualismo Anticosmico non esistono quasi più e sono quattro gatti, perché i poteri del mondo si accaniscono in questo modo? L'indecoroso e blasfemo spettacolo portato in scena da Buñuel trae la sua ispirazione da qualcosa che purtroppo non è affatto raro: ci si imbatte spesso in nemici accaniti. Gente che spende tempo e risorse allo scopo di abbaiare alla luna e di combattere contro le ombre. Esistono complottisti dal cervello bacato che inveiscono contro dottrine che da secoli non hanno più la benché minima rilevanza. È stato persino trovato un sito il cui gestore blaterava di un fantomatico "complotto della Gnosi orgiastica" messo in opera dai Rettiliani inserendo subliminali in un film i cui interpreti sono salsicce animate! Sarebbe bello poter applicare su questi elementi i sistemi usati dal grande Ezzelino III da Romano. Purtroppo una simile fantasia è destinata a restare una pia velleità, stante il tremendo Zeitgeist di quest'epoca abominevole, in cui la Verità è minacciata di estinzione e la menzogna prospera come una massa di cagnotti. Toccherà quindi usare contro i malfattori le armi della satira, dell'irrisione e dello scherno... e gli anatemi! 

Le origini del Terzo Segreto di Fatima

Quando nell'anno 2000 fu rivelato il Terzo Segreto di Fatima, Karol Wojtyła disse di essersi riconosciuto in una presunta visione dei pastorelli portoghesi, incentrata sulla fucilazione del papa vestito di bianco. Ecco il testo della cosiddetta "profezia": 

"E vedemmo ("qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti"), in una luce immensa che è Dio, un vescovo vestito di bianco ("abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre"), altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c'era una grande Croce di tronchi grezzi, come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo, con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce, venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni."

Troppo grande è la somiglianza con la scena della fucilazione del papa nel film di Buñuel del 1969 per pensare che possa trattarsi di una coincidenza! La verità è questa e non lascia adito a dubbio alcuno: i malfattori porporati hanno assemblato un testo confusionario traendo ispirazione proprio dalle sequenze de La Via lattea!   


Le conseguenze della falsa profezia

È credenza comune tra i papisti e moda tra i malfattori chiamati "veggenti" narrare le proprie visioni del futuro, siano esse il parto del delirio o pure invenzioni. Poi, di fronte al mancato avverarsi delle stesse visioni, affermano immancabilmente che il futuro è cambiato perché loro e i loro seguaci hanno pregato e convinto Dio a rinunciare ai suoi piani, tanto banali da essere modificabili su richiesta di quattro babbioni. Se un profeta fa una previsione che non si avvera, dovrebbe essere ritenuto un falso profeta. Karol Wojtyła, nel riconoscersi in una profezia falsa, si è attribuito l'etichetta di falso profeta. Forse consapevoli di rischiare grosso, i porporati del Collegio Cardinalizio pensarono bene di non obbligare i fedeli cattolici a credere al Terzo Segreto da loro fabbricato con grande frode, lasciando libertà di coscienza. La loro subdola macchinazione ha avuto un grande successo nell'insabbiare l'accaduto: ormai la falsa profezia è quasi caduta nell'Oblio, non ne parla più praticamente nessuno, salvo alcuni cattolici-belva emarginati che vorrebbero riutilizzarla per augurare la fucilazione a Papa George Pompeo Bergoglio. Ormai c'è soltanto il Terzo Segreto di Satira.

Pretesa esattezza rigorosa e inesattezze varie

Finito il film e scorsi i titoli di coda, ecco che compare un bizzarro quanto famoso disclaimer: 

«Tutto ciò che, in questo film, riguarda la religione cattolica e le eresie che essa ha suscitato, particolarmente dal punto di vista dogmatico, è rigorosamente esatto. I testi e le citazioni sono conformi sia alle sacre scritture, sia a delle opere di teologia e di storia ecclesiastica antiche e moderne.»

Eppure già in questa introduzione c'è un errore. Le cosiddette eresie non sono sempre semplici deviazioni discese dalla dottrina della Chiesa Cattolica, come accade ad esempio col Giansenismo. Sono in diversi casi vere e proprie religioni indipendenti. Le dottrine dei Patarini e di Priscilliano non hanno la loro origine nella teologia della Chiesa di Roma, dato che la loro sorgente prima è rimasta immune ai perniciosi effetti del Primo Concilio di Nicea. 

Patarini e paté

Vediamo che un singolarissimo prete cattolico entra in una trattoria e si mette a disquisire sulla Transustanziazione con un brigadiere. Un cameriere interviene e fa un esempio fuori luogo, dicendo che il corpo di Cristo è presente nel pane eucaristico come la carne di lepre in un paté. Il prete va su tutte le furie e attribuisce questa similitudine della lepre nel paté alle opinioni dei Patarini, ossia dei Catari (da non confondersi con la Pataria milanese), cosa che è senza dubbio abusiva. Il cameriere aveva alluso senza saperlo alla Consustanziazione, secondo cui il corpo di Cristo è effettivamente contenuto nell'ostia consacrata ma non coincide con la sua sostanza. Il bello è che soltanto poche frasi prima, il prete aveva invece affermato che per gli Albigesi l'Eucarestia era una rappresentazione, contraddicendo la propria sparata sui Patarini, che evidentemente riteneva una setta diversa. Le cose invece stanno così: per i Patarini il pane eucaristico è un semplice impasto di farina. "Fanno dèi di pastella e se li mangiano", diceva un Buon Uomo di Tolosa, come riportato dal Duvernoy. Presso tutti i Catari, Radicali e Mitigati, l'Eucarestia è considerata un sacramento meritevole di irrisione e di scherno. "Se anche il corpo di Cristo fosse stato grande come il Monte Morella", diceva il Buon Uomo Belibasta, "i preti con la loro voracità lo avrebbero già divorato per intero". Il Buon Uomo Peire Autier, che era l'Apostolo della Linguadoca, diceva che la Chiesa Romana mente, perché sostiene che il pane eucaristico è il corpo di Cristo, mentre i Buoni Uomini non mentono mai, in quanto chiamano il pane benedetto col suo nome. Alla fine il prete, preso dalla confusione, dice all'improvviso che il corpo di Cristo è contenuto nell'ostia come la lepre nel paté, affermando ciò che fino a poco prima aveva condannato e facendo trasecolare il brigadiere. Le sue continue antinomie sono interrotte dall'arrivo di un'ambulanza, il cui personale lo riconduce in manicomio. 

Il dialogo dei camerieri teologi

In una scena particolarmente surreale, vediamo alcuni camerieri discutere di teologia e di eresiologia intorno a un buffet in un albergo spesso usato da pellegrini estenuati e poco amanti della sana vita spartana. Una cosa che ben difficilmente può avere una sua corrispondenza nella nostra realtà, in quanto raramente si trova un cameriere incline a studiare e a filosofare: capita più spesso di scoprire camerieri che manipola il cibo con mani sporche di culo e di merda al fine di trasmettere agli avventori fastidiose diarree. La tesi dei camerieri mostrati da Buñuel era relativa al docetismo, ossia alla natura illusoria, apparente, del corpo di Cristo. Durante la dissertazione, il docetismo era attribuito a Nestorio e ai Monofisiti. Se devo essere franco trovo ben strana questa tesi. Il Docetismo è tipico delle varie forme di Dualismo Anticosmico, dagli antichi Gnostici ai Manichei, e ai Neomanichei medievali come Bogomili e Catari. Nasce dall'attribuzione della creazione della carne al Diavolo: essendo la carne malvagia, Cristo non può averla indossata. Per Nestorio, Cristo è formato dall'unione morale di due persone distinte, essendo Maria la madre della sola natura umana, corporale. Un insegnamento incompatibile col Docetismo. Per il Monofisismo la natura umana di Cristo è assorbita in quella divina, accolta in essa "come una goccia nell'oceano". Per il Miafisismo che ne è derivato, umanità e divinità di Cristo sono tra loro unite e indivisibili, fuse in un sinolo. Anche qui non abbiamo alcun rapporto con il rifiuto della materia. Quindi possiamo dire che asserito da Buñuel su Nestorio e sul Monofisismo non corrisponde a verità.

L'Arcivescovo Carranza e il suo strano destino

Merita infine una rapida menzione la figura dell'Arcivescovo di Toledo Bartolomé Carranza (1503-1576), a cui secondo molti internauti allude nel film il cadavere del porporato che vediamo esumato, sottoposto a processo e dato alle fiamme a causa del ritrovamento di un suo manoscritto. In realtà Carranza fu imprigionato e processato per eresia mentre era ancora in vita. Quale fu la causa di tutto questo? Leggendo la documentazione, ci si rende conto che l'eresia di Carranza consisteva in alcuni prestiti dottrinali presi dall'umanista e riformatore tedesco Filippo Melantone (Philipp Melanchthon). Il primate spagnolo, che aveva combattuto fieramente contro la Riforma, rifiutò sempre ogni addebito e non capì mai perché l'Inquisizione lo perseguitasse. Corse addirittura la voce che fosse riuscito a convertire al Luteranesimo l'Imperatore Carlo V in punto di morte, essendo stato da lui per dargli l'estrema unzione. Questa illazione, pur priva di qualsiasi fondamento, destò un immenso scalpore in tutta la Spagna. Dopo anni di tribolazioni giudiziarie, alla fine fu costretto ad abiurare un certo numero di posizioni teologiche ritenute erronee. Fu talmente sconvolto da questa sentenza che morì pochi giorni dopo.

lunedì 24 aprile 2017


SEBASTIANE
- IL PRIMO FILM SODOMITICO
IN LATINO - 

Titolo originale: Sebastiane
Paese di produzione: Regno Unito
Anno: 1976
Lingua: Latino (pronuncia classica*)
    *Vedi la trattazione nel seguito
Durata: 90 min
Colore: Colore
Audio: Sonoro
Genere: Drammatico, storico, erotico (omoerotico) 
Regia: Derek Jarman, Paul Humfress
Sceneggiatura: Derek Jarman, Paul Humfress,
   James Whaley
Produttore: Howard Malin, James Whaley
Traduzione latina: Jack Welch, James Whaley    
Fotografia: Peter Middleton
Montaggio: Paul Humfress
Musiche: Brian Eno, Andrew Thomas Wilson
Interpreti e personaggi:
    Leonardo Treviglio: Sebastiano
    Barney James: Severo
    Neil Kennedy: Massimo
    Richard Warwick: Giustino
    Donald Dunham: Claudio
    Daevid Finbar: Giuliano
    Ken Hicks: Adriano
    Janusz Romanov: Antonio
    Steffano Massari: Mario
    Robert Medley: l'Imperatore Diocleziano
    Lindsay Kemp: danzatrice
    Luciana Martínez: matrona romana
    Kevin Whitney: pittore di corte
    Eric Roberts: esecutore
    Gerald Incandela: ragazzo-leopardo
  Gli ospiti dell'Imperatore Diocleziano:   
    Charlotte Barnes
    Rufus Barnes
    Nell Campbell
    Sally Campbell
    Graham Cracker
    Michael Davis
    Nicholas de Jongh
    Joan de Vere Hunt
    Duggie Fields
    Guy Ford
    Peter Hinwood
    Christopher Hobbs
    Pamela "Jordan" Rooke
    Gerlinde Kostiff
    Michael Kostiff
    Ulla Larson-Styles
    Andrew Logan
    Alasdair McGaw
    Patricia Quinn
    Norman Rosenthal
    Johnny Rozsa
    Philip Sayer
    John Scarlett-Davies
    Rae Spencer-Cullen
    Volker Stokes
    Thilo von Watzdorf 
    Harald Waistnage

Trama:

Nell'estate dell'anno 303 d.C., nel palazzo dell'Imperatore Diocleziano si scatenano incendi inspiegabili, che gettano la corte nel terrore. L'anziano Imperatore attribuisce la colpa ai Cristiani, dando così inizio alla Grande Persecuzione. Più tardi, nello stesso anno, Diocleziano ritorna a Roma per celebrare l'anniversario dei 20 anni dalla sua intronazione. I festeggiamenti culminano il 25 dicembre, Giorno del Sole Invitto, quando il sovrano dà una festa in onore della sua famiglia e di Sebastiano, capitano delle Guardie di Palazzo e suo favorito. Qualcosa però va storto. Durante la festa vengono identificati come piromani alcuni giovani effeminati, che a dispetto dei loro vizi sodomitici seguono il Cristianesimo. Uno di questi ganimedi biondi sta per essere strangolato da un gigantesco e aggressivo mandingo davanti all'intera corte, quando Sebastiano interviene per impedirne l'uccisione. Facendo questo, egli si identifica come cristiano e viene quindi condannato alla deportazione in un avamposto militare isolato in una distretto impervio della Sardegna, lontano dai porti e dalla vita urbana. Guardato a vista, Sebastiano trascorre giornate vuote in quella desolazione, mentre i suoi commilitoni mimano danze oscene e si abbandonano ad atti pederastici. Ecco che il comandante, il biondo Severo, si invaghisce del giovane cristiano e desidera possederlo carnalmente. Sebastiano, che pure adora Severo fino al punto da comporre una poesia in cui lo paragona al Dio Sole, resiste a ogni tentativo di intrusione intestinale del fallo del suo spasimante, che vorrebbe scaricare nel budello il proprio sperma e porre fine al tormento. Alla fine, dopo una serie estenuante di tensioni fisiche e morali, Severo decide che il suo amato non può continuare a vivere e lo condanna ad essere trafitto dalle frecce.  


Recensione:

Senza dubbio uno dei film più strani e originali che mi sia capitato di vedere. Le sequenze sono lente e spesso quasi estenuanti, venate di un profondo sadomasochismo la cui natura sembra essere addirittura metafisica. Il contenuto è di grande interesse antropologico, nonostante sulla sua accuratezza storica ci sia molto da ridire.

Il problema delle fonti di Jarman

È opinione corrente che la fonte utilizzata da Jarman sia una versione apocrifa della vita San Sebastiano risalente agli inizi del XX secolo: il melodramma Le Martyre de Saint Sébastien di Gabriele D'Annunzio, musicato da Claude Debussy. Si trova spesso scritto che nell'opera del Vate il giovane Sebastiano sarebbe presentato come l'amante dell'Imperatore Diocleziano. Si può provare che queste credenze, pur diffusissime nel Web e altrove, non corrispondono al vero. Nel Martyre Sebastiano è ritenuto sì il favorito di Diocleziano, ma la cosa non sembra avere necessariamente una connotazione sessuale. Vero è che Diocleziano a un certo punto lo concupisce e cerca di sedurlo. Tuttavia è anche vero che questa passione non era ricambiata dal giovane cristiano, né è scritto che questi se ne andasse in giro bel bello ad avere rapporti anali passivi. Che Diocleziano fosse animato da passioni sfrenate non era di per sé ritenuto così scandaloso, dato che il persecutore dei seguaci di Cristo doveva essere necessariamente descritto come un mostro. Se ci fosse stata anche una minima allusione a un atteggiamento ambiguo del santo, il pubblico avrebbe considerato tutto ciò osceno e blasfemo. Invece si sa che la Chiesa Romana condannò l'opera e vietò ai suoi fedeli di assistervi soltanto perché San Sebastiano era interpretato da una donna, la famosa ballerina Ida Rubinštejn, che per giunta era ebrea. 

Questo si trova scritto nel blog Gayburg su Blogspot a proposito del problema delle fonti: 

"La storia del santo venne ripresa da numerosi artisti e scrittori. Ma è nel 1909 che Georges Eekhond parlò apertamente dell'omosessualità del santo nella sua opera "Saint Sébastien Dans la Peinture", riprendendo voci ed aneddoti risalenti a molto tempo prima. Anche Gabriele D'Annunzio nel 1910 si riferisce a Sebastiano come il "favorito" degli imperatori Diocleziano e Massimiano nella sua opera "Martyre de saint Sebastien": secondo alcuni quel termine indicava un rapporto di tipo affettivo con gli imperatori, secondo altri potrebbe anche lasciar intendere un ruolo da consigliere." 


A parte il fatto che lo scrittore fiammingo francesizzato si chiamava Eekhoud e non Eekhond, posso smentire l'autore del sito. Mi sono preso la briga di reperire il saggio Saint-Sébastien dans la Peinture e me lo sono letto interamente (è un articolo di poche pagine). Posso garantire che non si fa la benché minima menzione a concreti atti di sodomia. Questo è il link:


Eekhoud ci parla della sensualità di un santo rappresentato in modo quasi pagano, come una sorta di Dioniso cattolico, una sintesi voluttuosa tra Cristianesimo e culto di Bacco. Si insiste sul realismo sadico degli spagnoli, sul mediocre amore per le passioni mostrato dai tedeschi e via discorrendo. Si cita un brano tratto dal romanzo Il giglio rosso di Anatole France, che definisce voluttuose le immagini di vergini, angeli e santi della pittura italiana, definendo San Sebastiano "il Bacco doloroso del Cristianesimo". Dove sarebbero le penetrazioni del fallo eretto nell'ano lubrificato? Non ci sono, anche se il fiammingo di lingua francese era un "uranista". Si può concludere che il collegamento di Sebastiane con l'articolo di Eekhoud si fonda su un falso, come già il collegamento con il Martyre. Un falso preso per buono da moltissimi internauti e forse deliberato, al cui autore ultimo non è facile risalire, essendosi perso negli abissi dell'immaginario collettico blogosferico. Sono riuscito a trovare precedenti ben più espliciti e adatti Sebastiane e per il mito delle passioni sodomitiche del martire. Sono in buona sostanza i seguenti: 
1) Lo pseudonimo Sebastian Melmoth assunto da Oscar Wilde appena scarcerato dopo aver scontato una pena per i suoi comportamenti omosessuali ("gross public indecency"). Sembra chiaro che l'esteta irlandese si considerava un martire come il santo trafitto dalle frecce, cosa che presuppone un'associazione San Sebastiano-sodomia già ben radicata. Correva l'anno 1897.  
2) La poesia Sankt Sebastian, di Rainer Maria Rilke, che pur non contiene riferimenti espliciti, descrive ogni fase del supplizio con una profonda empatia masochistica, paragonando la posizione del martire a quella delle madri che allattano e chiama la sua morte "il distruttore di una cosa bella". Correva l'inverno 1905/1906.
3) La poesia The Love Song of St. Sebastian, di Thomas Stearns Eliot, sensualissima e piena di riferimenti carnali. Il testo fa una continua allusione alla colpa e alla vergogna, termini che in quei tempi potevano ben nascondere il contatto tra il seme virile e l'intestino retto. Correva l'anno 1914 quando la poesia fu composta, anche se la sua pubblicazione fu postuma. 
4) Il romanzo semi-autobiografico di Yukio Mishima, Confessioni di una maschera (Kamen no kokuhaku), in cui l'autore afferma di aver compreso le sue pulsioni omoerotiche eccitandosi davanti a un dipinto del martirio di San Sebastiano di Guido Reni. Correva l'anno 1948.
5) La poesia San Sebastiano de Sodoma, di Tennessee Williams, drammaturgo americano convertito al Cattolicesimo. Più esplicita non potrebbe essere. L'associazione del nome del martire alla città di Sodoma è decisamente audace e sorprendente, soprattutto da parte di un cattolico. Correva l'anno 1950. 
6) Il dramma Improvvisamente l'estate scorsa (Suddenly last summer), dello stesso Tennessee Williams, il cui protagonista omosessuale viene ucciso e divorato da una torma di nativi di un luogo desolato noto come Cabeza de Lobo. Correva l'anno 1958.
Tutti questi elementi dovevano scorrere come un fiume carsico, quasi invisibile sotto la superficie rocciosa eppure potente. È assai probabile che la leggenda dell'omosessualità di San Sebastiano sia stata amplificata e diffusa proprio dal film di Jarman, che potrebbe anche aver introdotto per primo il mito dell
a relazione carnale tra il santo e Diocleziano. Fatto sta che questa invenzione nel frattempo ha trovato grandissima diffusione nell'ambito delle comunità omosessuali, al punto che moltissimi in tale contesto lo ritengono addirittura il santo patrono dei sodomiti. A questo punto occorre capire il contesto in cui agiva il regista inglese.

Derek Jarman e il suo tempo 

Il lavoro di Jarman, che mostra uomini in completa nudità intenti a scambiarsi effusioni, fu per la sua epoca qualcosa di incredibilmente trasgressivo. Forse oggi queste cose non farebbero più tanto scalpore tra le genti, tale è il bombardamento che subiamo ogni giorno dal Web e dagli altri media. Quando Sebastiane fu girato, assistere a tali sequenze era qualcosa di sconvolgente, con buona pace della cosiddetta Rivoluzione Sessuale. Ricordiamoci che gli anni '60 e '70 dello scorso secolo erano radicalmente diversi dai tempi in cui viviamo. Le organizzazioni conosciute come LGBT erano ancora allo stato embrionale e non c'erano Gay Pride in grado di radunare un numero immenso di persone. Le masse credevano che gli omosessuali fossero quattro gatti e li odiavano con ferocia. Sembra che persino il famoso paladino dei diritti Fabrizio De André da ragazzo si divertisse a tirar loro sassi, a quanto ci ha testimoniato Paolo Villaggio in un'intervista in cui ricordava la propria gioventù. Vi erano ancora moltissime persone ignare della stessa fisiologia, che nella loro ciclopica ignoranza confondevano concetti come "impotenza", "sterilità", "castrazione" e "omosessualità". Difficile per un cittadino del XXI secolo immaginare le conseguenze di un simile pastone di idee distorte, che nel concreto mieteva vittime. In questo scenario che i Millennials riterrebbero alieno, Jarman decise di capovolgere il mondo intero e di mostrare qualcosa di sconosciuto, qualcosa che era confinato nell'oscurità e ridotto al silenzio perché considerato incredibilmente ripugnante dalla stragrande maggioranza del genere umano. Non dobbiamo dimenticarci che lo stesso regista inglese era noto per la sua omosessualità, comportamento che nelle sue opere analizzava dal punto di vista filosofico, etico e talvolta anche politico.  


La danza priapica

Le sequenze iniziali del film mostrano uno spettacolo che pochi hanno visto ai nostri giorni: una danza priapica in onore del Sole. Un ballerino effeminato e coperto di pigmenti, simile a un transex a cui mancano i seni (all'epoca non esisteva la mastoplastica), si muove tra alcuni uomini che esibiscono giganteschi simulacri fallici tra le gambe, agitandoli con furia. Il ritmo accelera, diventa frenetico, seguendo i movimenti masturbatori, per culminare nell'aspersione del femmineo danzatore con una crema pastosa e bianca che simula lo sperma. Quasi una gangbang omosex agli inizi del IV secolo d.C., decisamente qualcosa di osé per il pubblico degli anni '70. 

L'uso della lingua latina

Un'altra scelta rivoluzionaria del regista sta nella lingua il film è stato girato: il latino. Questo ne fa la sola pellicola girata in Inghilterra a necessitare di sottotitoli in lingua inglese. A me interessa particolarmente la realizzazione dei dialoghi e la pronuncia usata, che si fonda sulla pronuntiatio restituta con alcune modifiche. Due accademici si sono occupati di questi dettagli. Devo dire che purtroppo ci sono svariate inconsistenze nel loro prodotto e che non mancano errori anche grossolani. 1) Si noti che v (la u consonantica) suona sistematicamente /v/ anziché /w/, cosa abbastanza vicina al vero, dato che l'alterazione del fonema /w/ iniziò presto.
2) Non altrettanta precisione è stata impiegata con i dittonghi con secondo elemento palatale. Non soltanto il dittongo /ae/ è realizzato con i due elementi distinti in ogni posizione della parola, ma si danno casi in cui attrae l'accento. Così la parola rosae è pronunciata /ro'zae/, con tanto di sibilante sonora e con l'accento sulla desinenza. Ai tempi di Diocleziano, la monottongazione si era compiuta.
3) L'occlusiva velare /k/ conserva il suo suono, ma in un caso si ha addirittura una pronuncia sibilante. Quando i soldati giocano a far correre in una cavità nella sabbia alcuni coleotteri stercorari, si nota subito che hanno dato a ognuno di questi insetti il nome di una donna del passato imperiale. Così abbiamo ad esempio uno scarabeo chiamato "Messalina", un altro chiamato "Cleopatra". A un certo punto ecco che i militi incitano uno scarabeo che hanno soprannominato "Boadicea", pronunciato /boudi'si:a/. Il punto è che questo non è proprio possibile. L'allusione è alla regina degli Iceni, Boudicca, ossia "Vittoriosa", che ha guidato un'insurrezione contro i Romani in Britannia. La pronuncia corretta data dai Romani doveva essere /'bo:di:k(k)a/ o /'bu:di:k(k)a/, derivato dal celtico /'boudi:k(k)a/ con l'accento originale. Il vocabolo vive tuttora nel gallese buddig "vittorioso" < *boudi:kos. Si noterà che il dittongo /ou/, tipico delle lingue celtiche dell'epoca, era sentito come innaturale in latino già in epoca classica. Qual è dunque il problema? Durante il XVI secolo in Inghilterra il nome di Boudicca (varianti Bodicca, Budicca, etc.) era stato riscoperto e trascritto erroneamente come Boadicea, con -a- corruzione grafica di -u-, mentre -e- era una corruzione grafica di -c-. Così gli Inglesi hanno pronunciato questo nome con una sibilante /s/, seguendo la pronuncia accademica del latino. C'è addirittura chi pronuncia [boʊ'dɪsjə], che rima con l'inglese americano "miss you" e chi addirittura pronuncia [boʊ'dɪʃə], che rima quasi con l'italiano "biscia". Un professore universitario inglese queste cose avrebbe dovuto saperle.
4) Nonostante sia chiaro che Sebastiane è il vocativo di Sebastianus e che quindi vada pronunciato /seba'stja:ne/, diverse volte gli attori pronunciano /se'bastjan/. Altri casi di vocativi aberranti e adesinenziali si presentano nel corso del film, come ad esempio Max /maks/ per Maxime /'maksime/.
5) Gli strafalcioni marchiani non mancano. Così abbiamo car anziché cur "perché"; besius anziché basium "bacio"; est urentes anziché est urens o meglio urens est "è ardente".

La Grande Persecuzione

Ultima delle persecuzioni contro i Cristiani, quella ordinata da Diocleziano nell'anno 303 fu la più devastante e iniziò in modo un po' diverso da quanto è descritto nel film. Occorre innanzitutto dire che esisteva nella capitale Nicomedia (attuale Izmit, Turchia), una chiesa alla luce del sole, proprio davanti al Palazzo Imperiale. Era un edificio importante, che aveva anche pretese artistiche. Dettaglio non trascurabile, il luogo di culto sorgeva su un colle che dominava il Palazzo, cosa che creava senza dubbio più di un fastidio. Non si deve dimenticare che Diocleziano si decise a perseguitare i Cristiani dopo un periodo di tolleranza davvero lungo, iniziato con Gallieno nel 260 e noto come Piccola Pace della Chiesa. Il casus belli non ebbe a che fare con incendi inspiegabili, ma con un episodio ancor più singolare. Il retore cristiano Lattanzio scrisse che, trovandosi Diocleziano e Galerio in Antiochia, alcuni aruspici stessero scrutando le viscere degli animali sacrificati, sperando di leggervi il futuro. Non riuscendo nel loro intento, l'aruspice capo affermò che la causa stava nella presenza in loco di un gran numero di fedeli di Cristo, tra cui anche membri della famiglia imperiale. Ad ogni movimento degli aruspici, i presenti non facevano che segnarsi e recitare preghiere esauguratorie. Così il rituale abortì e fu interrotto. L'Imperatore andò su tutte le furie ed emanò in quattro e quattr'otto il primo editto persecutorio, che fece innanzitutto affiggere alle pareti delle stanze e dei corridoi del Palazzo. La chiesa di Nicomedia fu rasa al suolo senza esitazione. Gli incendi menzionati da Jarman ci furono, ma si verificarono a persecuzione già iniziata e provocarono il suo inasprimento, con l'emanazone di altri tre editti. Non fu mai trovato alcun responsabile di questi fuochi, ma alcuni ritengono strano che Galerio in quell'occasione abbandonasse in fretta e furia la città, temendo di essere linciato dai Cristiani. A iniziare da Edward Gibbon, numerosi storici hanno fatto di tutto per sminuire la portata dell'opera di Diocleziano, riducendo il numero delle vittime e dando vita a una forma di negazionismo. Per quanto mi riguarda, concordo invece con quanto Stephen Williams ha scritto nel 1985: "Anche ammettendo un margine per l'invenzione, ciò che rimane è abbastanza terribile. A differenza di Gibbon, noi viviamo in un'epoca che ha sperimentato cose simili, e sappiamo quanto sia insano il civilizzato sorriso di incredulità di fronte a tali resoconti. Le cose possono essere, e sono state, cattive quanto le nostre peggiori immaginazioni."

La leggenda di San Sebastiano

Il film presenta elementi che si discostano fortemente dalla leggenda di San Sebastiano, di cui scrisse Sant'Ambrogio nel suo commento al salmo 118. Secondo la tradizione, Sebastiano nacque nell'anno 256 da nobile famiglia a Narbona e ricevette un'educazione cristiana a Milano. Giunto a Roma ai tempi dell'Imperatore Carino, fece una rapida carriera nell'esercito, fino a diventare comandante della Prima Coorte Pretoria. Forte della sua posizione, si adoperava per la comunità crisitana sofferente, confortando i carcerati, sostenendo i condannati a morte e facendo seppellire i corpi dei martiri. Andò avanti così, nascondendo la sua religione e diffondendola a corte, finché non venne scoperto da Diocleziano, che lo fece condannare ad essere trafitto dalle frecce degli arceri di Mauritania fino a somigliare a un porcospino. Fu abbandonato dai carnefici che lo credevano morto, perché la sua carne fosse divorata dalle fiere. Eppure miracolosamente si salvò e fu raccolto da Sant'Irene, che lo curò e ristabilì la sua salute. Fu così che egli tornò da Diocleziano, interrompendo una celebrazione pagana che stava officiando e rimproverandolo per la sua ferocia contro i Cristiani. Diocleziano fece frustare a morte Sebastiano e diede ordine che il suo corpo fosse gettato nella Cloaca Maxima. Questa stessa leggenda presenta numerosi elementi incongrui che hanno portato gli storici a definirla spuria. Per esempio, sappiamo che Diocleziano aveva il suo palazzo a Nicomedia, in Asia Minore. Non abitò mai a Roma, città sempre più negletta dal potere imperiale. Anche la data di nascita e quella di morte di San Sebastiano creano difficoltà insormontabili. Diocleziano iniziò a perseguitare i Cristiani nell'anno 303, a febbraio, quindi non era possibile che Sebastiano patisse la persecuzione nel 288. Consapevole di questa grave incongruenza, il regista ha pensato bene di posticipare la morte del martire per far sì che coincidesse con la Grande Persecuzione. Possiamo dire per certo che, se Jarman e D'Annunzio hanno inventato, anche le fonti della Chiesa di Roma presentano qualche piccolo problema e non sono certo cristalline. 

Problemi di iconografia

Nel suo sito La gaya scienza, Giovanni Dall'Orto afferma che le raffigurazioni di San Sebastiano come efebo sono recenti e incoerenti, in quanto non era possibile che un capo della Guardia di Palazzo di Diocleziano fosse tanto giovane da passare per un ragazzino imberbe. Doveva essere un uomo maturo e virile. Dall'Orto riporta un'informazione interessante, parlando di un antico mosaico nella chiesa di San Pietro in Vincoli a Roma (sec. VII), che mostra San Sebastiano barbuto e in vesti militari. Tuttavia sbaglia quando confonde il mito recente dell'omosessualità di Sebastiano con le raffigurazioni androgine, che sono comparse col Rinascimento. Questo è quanto egli scrive: 

"San Sebastiano ha attratto l'attenzione degli artisti del Rinascimento come occasione di "bella anatomia" maschile, del corpo maschile adulto, ma non necessariamente omoerotica.  Va infatti ricordato che Sebastiano era un militare (e come tale patrono degli arcieri e dei balestrieri... e per eredità, oggi, dei... vigili urbani!) e quindi non poteva essere rappresentato come ragazzino: doveva essere un uomo fatto e "virile".
Pensiamo solo a quel catalogo di muscoli addominali che è il san Sebastiano del Mantegna (anzi, i tre Sebastiani del Mantegna)."


In realtà i virili dipinti del Mantegna mi sembrano un'eccezione. Esistono infatti moltissime opere rinascimentali che ritraggono San Sebastiano con sembianze giovanili e delicate. Basti guardare i dipinti di autori come Sandro Botticelli (1473), Antonello da Messina (1478), Perugino (c. 1495), Rubens (1604). Il quadro di Perugino ci mostra un ragazzo che sembra ai confini con la transessualità. Lodovico Carracci (1612) ha dipinto un raro soggetto, il corpo di Sebastiano gettato nella Cloaca Maxima, e ancora una volta le sembianze sono quelle di un giovane delicato dai capelli chiari, efebico e assolutamente femmineo. Probabilmente l'omoerotismo era per prima cosa nella testa di questi artisti, che si nutrivano di un simile immaginario sensuale, diffondendolo a macchia d'olio e facendolo perdurare nel corso dei secoli. Concordo con Giovanni Dall'Orto sul fatto che non sono documentate associazioni tra il santo e i sodomiti dei tempi pre-moderni, ma questo è dovuto con ogni probabilità al potere censorio della Chiesa Romana, che impediva di parlare di questo argomento. A quanto pare le fantasie dei sodomiti dei secoli passati erano incentrate su San Giovanni Evangelista (detto San Giovannino), raffigurato con sembianze efebiche e ritenuto un omosessuale passivo per via di una lettura maliziosa di un passo del Vangelo in cui giaceva sul petto di Gesù durante l'Ultima Cena (qui recubuit super pectus eius). Questo non toglie che moltissimi uomini si saranno masturbati già nel Rinascimento pensando al giovane Sebastiano trafitto dalle frecce.

Una passione ossimorica

Nelle sequenze iniziali del film, Sebastiano è indicato come il favorito di Diocleziano, in senso anche sessuale. Quindi si deduce che doveva avere rapporti omoerotici col suo protettore. Come mai dunque è tanto schivo con Severo e gli resiste fino alla morte? Il dilemma è tanto più grande dal momento che Sebastiano dichiara con una poesia di provare un amore ai confini con l'adorazione per il suo spasimante. Perché quindi non gli si concede? Non può essere lo scrupolo cristiano il motivo della ritrosia del giovane militare, dal momento che egli aveva invece avuto una relazione carnale con Diocleziano. Tra questi due atteggiamenti c'è una contraddizione insanabile. Non si può nemmeno pensare che nel frattempo Sebastiano si sia pentito delle sue azioni e che per questo abbia deciso di negarsi ogni soddisfazione sodomitica: la sua poesia è di ispirazione pagana e piena di passione carnale. Questi sono alcuni estratti: "corpus aureum est simile auro liquido", "tam formosus est quam sol", "manus eius haec vulnera leniet", "iste est Phoebus Apollo". Perché Sebastiano si mostra indifferente nei confronti di Giustino, l'unico commilitone che non gli è ostile? La spiegazione può essere una sola: in quella terra arida e ostile, bruciata dal sole della canicola, Sebastiano ha smarrito il senno ed è stato divorato dalla febbre del masochismo. Si converrà che in ogni caso nel personaggio mostrato da Jarman c'è una forte dose di ambiguità.