domenica 21 luglio 2024

RESIDUI DEL GENERE NEUTRO IN ITALIANO E NEI DIALETTI MEDIANI

Le maestrine "gnè gnè gnè" affermano come dogma che i generi grammaticali dell'italiano siano due: il maschile e il femminile. Eppure esistono sostantivi maschili molto strani i cui plurali terminano in -a, sono considerati femminili e spesso hanno significato di collettivi. Non ci vuole molto a capire che sono chiari derivati del genere neutro del latino. Certo, in italiano non esiste un genere neutro propriamente detto, per la semplice ragione che le forme neutre presenti sono state classificate in modo diverso dai grammatici. La tradizione, portata avanti per secoli, dà il suo concreto  quanto funesto contributo all'offuscamento della comprensione delle cose. Proprio perché è "tradizione", diventa tabù metterla in discussione e superarla quando se ne presenterebbe la necessità: il suo fine non è formare persone in grado di pensare, bensì produrre servi, le cui capacità critiche sono come quelle di un pupazzo. 

Procediamo ad analizzare i dati.

1) Forme collettive classificate come femminili singolari, che reggono il verbo al singolare. L'articolo determinativo usato è la; non esiste possibilità di usare l'articolo indeterminativo.

la frutta 
la grana "i soldi" 
    (colloquiale o gergale, in origine plurale di grano;
    si trova anche "il grano")
la legna 

Esempi: 

"La frutta è matura."
"La grana è sparita, qualcuno l'ha rubata."
"La legna si è seccata." 

2) Forme classificate come femminili plurali irregolari (ossia "aberranti"), che reggono il verbo al plurale. L'articolo determinativo usato è le

le braccia 
le budella 
le calcagna 
    (ormai solo nella locuzione "alle calcagna")
le centinaia
le cerchia (raro)
le cervella 
le ciglia 
le cogna "tipo di unità di misura" (raro)
le corna
le cuoia 
   (ormai solo nella locuzione "tirare le cuoia",
    ossia "morire")
le dita 
le fastella "i fasci" (raro, arcaico)
le ferramenta 
   (chi si occupa delle ferramenta è chiamato 
   il ferramenta
le fila 
   (ormai solo nella locuzione "tirare le fila",
   ad esempio 
di una congiura, di un complotto)
le filamenta (raro)
le fondamenta 
le fusa
le gesta 
le ginocchia 
le gomita (regionale, Toscana)
le grana (arcaico per la grana)
le grida 
le interiora 
le labbra 
le lenzuola 
le membra 
le midolla 
le miglia 
le migliaia
le moggia "tipo di unità di misura" (raro)
le mura 
le ossa 
le paia 
le pudenda
le risa 
le serramenta 
le sopracciglia 
le staia "tipo di unità di misura" (raro)
le strida 
le strilla 
le terga (poco usato)
le uova 
le urla 
le vestigia "i resti" 

Esempi: 

"Ho le braccia indolenzite."
"Le mura della città sono inespugnabili."
"Le cervella fritte sono deliziose" 

In alcuni casi esiste anche la normale forma maschile plurale in -i. Sono i cosiddetti "plurali sovrabbondanti". La scelta dipende dalla semantica. Il fenomeno presenta sfumature molto sottili. 

braccia (neutro), parte del corpo;
bracci (maschile), ad esempio bracci di mare

ossa (neutro), parte del corpo; 
ossi (maschile), ad esempio ossi di seppia

Forme desuete

La maggior parte delle forme desuete ci suonano stonate perché sono state dimenticate. Sono del tutto scomparse dal sapere comune. Eccone una lista, che non ha la pretesa di essere esaustiva: 

le anella "gli anelli"
le àrcora "gli archi"
†le bórgora "i borghi"
le càmpora "i campi"
le castella "i castelli"
le coltella "i coltelli"
le comandamenta "i comandamenti"
le demònia "i demòni", "i diavoli"
le ditella "le ascelle"
le dónora "i doni"
le fora "i fori, le piazze" 
le fuòcora "i fuochi"
le fòcora "i fuochi" (variante del precedente)
le giumenta "i giumenti"
le intestina "gli intestini"
le istrumenta "gli strumenti"
le letta "i letti"
le luògora "i luoghi"
le martella "i martelli" 
le orecchia "gli orecchi"
le palma "i palmi"
le peccata "i peccati"
le pègnora "i pegni"
le pómora "i pomi" 
le pràtora "i prati" 
le pugna "i pugni"
le quadrella "le frecce"
le ràmora "i rami" 
le sacca "i sacchi"
le sacramenta "i sacramenti"
le sentimenta "i sentimenti"
le stèrcora "gli sterchi"
le tina "i tini" (forse sopravvive in toscano)
le tèmpora "i tempi"
le tèrgora "i terghi" (cfr. "le terga")
le vasa "i vasi"
le vasella "i vaselli"
le vestimenta "gli abiti" 

Di un paio si conservano soltanto resti in locuzioni sclerotizzate e poco usate, che a un passo dalla scomparsa. Sono le seguenti: 

le càmpora "i campi"
Si conserva solo nella locuzione "andare in campora" (diminutivo: "andare in camporella"), che indica colloquialmente raggiungere un luogo appartato in cui fare sesso. Se si dovesse estrarre il termine dalla locuzione, si direbbe la campora, una campora.

le tèmpora "i tempi"
Si conserva solo nella locuzione "digiuno delle quattro tempora" (che si dice sia stato inventato dalla Papessa Giovanna). Deriva regolarmente dal latino tempora, plurale di tempus (neutro). Plausibilmente è un dottismo.

Le forme in -ora hanno origine nel latino medievale, dove neutri come tempus (plurale tempora) hanno riplasmato la declinazione di altri nomi, dando così origine a strane declinazioni analogiche come  campus, genitivo camporis, plurale campora

latino arcūs - italiano ant. àrcora 
latino campī - italiano ant. càmpora 
latino dōna - italiano ant. dónora 
latino focī "focolari" - italiano ant. fuòcora, fòcora
latino locī - italiano ant. luògora 
latino pignora "garanzie" - italiano ant pègnora
latino pōma - italiano ant. pómora 
latino prāta - italiano ant. pràtora 
latino rāmī - italiano ant. ràmora 
latino stercora - italiana ant. stèrcora 
latino tempora - italiano ant. tèmpora 
latino tergora - italiano ant. tèrgora
  (è l'italiano attuale terga ad essere analogico)

Analisi dei dati

Ci si scontra subito con un problema che ha conseguenze cruciali. Non mi risulta che sia stato trattato in maniera anche vaga dal corpo docente del sistema scolastico italiano. 

Alcuni di plurali in -a sono continuazioni dirette del latino e corrispondono alla perfezione alla lingua classica. 
Ecco alcuni esempi: 

brachium, plurale brachia
genere: neutro 
> italiano braccia 

cornu, plurale cornua
genere: neutro
> italiano corna 

castellum, plurale castella 
genere: neutro
> italiano antico castella

os (ossum, ossu), plurale ossa, ossua 
genere: neutro
> italiano ossa 

Altri invece non corrispondono affatto per genere alla lingua classica. 
Ecco alcuni esempi: 

digitus, plurale digitī
genere: maschile
Non corrisponde all'italiano dita.

mūrus, plurale mūrī 
genere: maschile
Non corrisponde all'italiano mura.

frūctus, plurale frūctūs 
genere: maschile
Non corrisponde all'italiano frutta

rīsus, plurale rīsūs 
genere: maschile
Non corrisponde all'italiano risa.

campus, plurale campī
genere: maschile 
Non corrisponde all'italiano antico campora.

Perché? Semplice. Da una parte c'era il latino aulico dei classici, quello che si insegna a scuola. Dall'altra parte c'era il latino volgare, parlato tutti i giorni, che era molto diverso e variava a seconda delle province. 

Nel latino volgare potevano essere di genere neutro parole che nel latino aulico erano maschili o femminili. 

Il latino classico aveva queste forme maschili: 

digitus, pl. digitī 
frūctus, pl. frūctūs 
mūrus, pl. mūrī

Il latino volgare d'Italia aveva invece forme neutre: 

*digitum, pl. *digita 
*frūctu, pl. *frūctua > *fru:cta 
*mūrum, pl. *mūra 

La questione dell'articolo

Si risolve facilmente anche il nodo dell'articolo plurale "femminile" le
Il tipico pronome dimostrativo neutro plurale è illa. Si conserva nei nomi collettivi diventati singolari: 

*illa frūctua > *la frutta
illa grāna > la grana
illa ligna > la legna 

Negli altri casi è usata una diversa forma di pronome dimostrativo neutro plurale: illaec. Questa esiste ed è ben documentata. Si conserva nei nomi rimasti plurali: 

illaec brachia > le braccia
illaec cornua > le corna 
*illaec mu:ra > le mura

La consonante finale -c di illaec subì il dileguo prima di potersi unire alla vocale iniziale della parola seguente: 

illaec ossa > *ille ossa > le ossa 
*illaec ova > *ille ova > le uova 


Non so perché, questo pronome riesce antipatico ai latinisti scolastico, che tendono a passarne sotto silenzio l'esistenza.
Le mie ricostruzioni spiegano ogni dettaglio in modo diretto, mentre i romanisti arrancano tra "incroci" e altre forzature.

Altri resti del genere neutro in Italia centrale

Non solo il neutro resiste al plurale nell'italiano standard. In molti dialetti dell'Italia Centrale (Marche, Umbria, Abruzzo, Lazio - ma non a Roma) abbiamo un articolo determinativo diverso per alcuni sostantivi come "muro", "sangue", "cacio" e altri. Molti romanisti chiamano questo fenomeno neo-neutro, in quanto lo credono frutto di una profonda ristrutturazione linguistica, che ha portato ha considerare di genere neutro molti sostantivi indicanti materiali o anche oggetti di uso comune. La denominazione migliore sarebbe neutro materico. Sono convinto che in realtà il fenomeno abbia radici antiche.

Il latino classico aveva queste forme maschili:

cāseus, plurale cāseī
līber, plurale lībrī
sanguis, genitivo sanguinis

Il latino volgare d'Italia aveva invece forme neutre: 

cāseum, plurale cāsea (attestato)
*lībrum, plurale *lībra 
sanguen, genitivo sanguinis (attestato)

Articolo maschile: er, lu
Articolo neutro: lo 
Questi sono gli estremi residui della situazione del latino volgare, che si sono mantenuti distinti, mentre in altre aree sono collassati.

In sintesi: 
er < ille (nominativo maschile), 
        illum (accusativo maschile) 
lu < illum (accusativo maschile) 
lo < illud (neutro)

Spesso l'articolo neutro lo produce raddoppiamento fonosintattico, a differenza dell'articolo maschile lu. Ad esempio in Abruzzo e nel Lazio lo mmèle "il miele". Questo è perfettamente coerente con il quadro sopra delineato! Abbiamo anche interessantissime coppie minime: 

lu niro "il nero" (detto di uomo, es. un soprannome)
lo niro "il nero" (detto del colore nero)

Esempi di trafile: 

lo cacio < illud cāseum
    (anziché ille cāseus, hīc cāseus)

lo libro < *illud lībrum 
    (anziché ille līber, hīc līber)

lo muro < *illud mūrum
    (anziché ille mūrus, hīc mūrus

lo sangue < illud sanguen
    (anziché ille sanguis, hīc sanguis)

La forma neutra sanguen è citata da grammatici e glossatori antichi. Era diffusa, come documentato da Varrone, prima che il potere normativo del latino classico cercasse di imporre dovunque la forma maschile sanguis.

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