mercoledì 4 settembre 2024

ETIMOLOGIA DI PANÌCO 'TIPO DI CEREALE'

Il panìco è un cereale, il cui nome scientifico è Setaria italica (denominazione alternativa: Panicum italicum). Appartiene alla famiglia delle Poacee, un tempo chiamate Graminacee. Il suo nome popolare è miglio coda di volpe. Infatti è molto affine al miglio (Panicum miliaceum), a cui è accomunato dall'assenza di glutine e da un ciclo molto rapido, che lo rende ideale come coltura estiva da sfalcio grazie all'elevata resistenza al caldo e alla siccità. L'infiorescenza è una pannocchia compatta con rachide peloso. I fiori sono ermafroditi. Il chicco ha una buccia dura ma è un'ottima fonte di lipidi insaturi (omega-6) e carboidrati facilmente digeribili. Era coltivato dagli antichi Romani, che lo utilizzavano per fare una polenta, riducendo i chicchi in farina servendosi del mortaio. Oggi in Italia viene coltivato quasi esclusivamente in secondo raccolto per la produzione di foraggio o come alimento per uccelli. 
La parola panìco ha un'etimologia che presenta qualche inaspettata difficoltà. In teoria, tutto sarebbe chiaro. In latino il cereale in questione è chiamato pānicumpānicium (non va confuso con l'omofono pānicium "panificio"). 
Questo fitonimo ha la stessa etimologia di pānus "infiorescenza, spiga del miglio; filo del tessitore", un prestito dal greco dorico πᾶνος (pânos) "filo del tessitore". La stessa parola italiana pannocchia deriva dal latino volgare pānucla (attestato), classico pānucula, pānicula, pāniculus "pannocchia", "ciuffo della pannocchia", che è da pānus con un tipico suffisso diminutivo. 
È anche stata ipotizzata la derivazione da pānis "pane", che pare meno plausibile: semanticamente la produzione del pane da cereali come il grano e l'orzo è ben distinta dalla produzione di polenta da cereali come il panìco e il miglio.







Qual è dunque il problema? Semplice: non quadra l'accento di panìco. Il Dizionario Latino Olivetti mostra che in latino si ha pānĭcum, con la vocale -ĭ- breve, non lunga. 
Eppure il Vocabolario Treccani riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. 
L'ambiguità rilevata non riguarda la variante panicium e le forme diminutive paniculus, panicula, in cui -i- è sicuramente breve.


Deduzione:
Il Dizionario Latino Olivetti e il Vocabolario Treccani, entrambe fonti autorevoli, sono tra loro in contraddizione.

Altre fonti: 
Volendo approfondire la cosa, ho consultato altre fonti autorevoli. Il vocabolario della lingua latina Castiglioni - Mariotti (il famoso IL) riporta pānīcum con la vocale -ī- lunga. Anche il Vocabolario della lingua latina Hoepli (VoLat) ha la vocale lunga. Per contro, l'altrettanto famoso vocabolario Campanini - Carboni riporta pānĭcum con la vocale -ĭ- breve. 
Anziché ridursi, le contraddizioni si moltiplicano!

Possibili ragioni delle contraddizioni:
I poeti latini come Virgilio, Orazio e Ovidio, scrivevano in versi regolati dalla quantità sillabica - ad esempio gli esametri, i distici elegiaci, etc. Se una parola compariva nei loro testi, la sua quantità era fissata in modo incontrovertibile dalla gabbia del metro. Orazio (Satira I, 5) si è rifiutato di menzionare una città della Puglia (forse Ausculum, oggi Ascoli Satriano, in provincia di Foggia), perché il suo nome non era riducibile alla metrica richiesta dalla poesia ("quod versu dicere non est").
Il fitonimo pānicum, tuttavia, appartiene al lessico tecnico dell'agricoltura e della botanica. Si trova quasi esclusivamente nelle opere in prosa di autori come Plinio il Vecchio (Naturalis Historia) o Columella (De re rustica). Poiché la prosa non ha una struttura metrica vincolante, non possediamo una prova viva e diretta di come la -i- venisse pronunciata dai classici (e quindi di quale fosse la sillaba tonica). 
Partendo da queste considerazioni, i latinisti sono giunti a risultati divergenti. Il loro ragionamento si fondava su una metodologia che li spingeva, per così dire, a "spiegare Omero con Omero". Non uscivano dalla loro bolla, che era come una monade di Leibniz.

Esiti nelle lingue romanze: 
L'ambiguità descritta si ritrova anche quando dai dizionari passiamo alla realtà delle lingue romanze. Si trova qualche evidenza in Italia settentrionale di forme con la prima sillaba tonica. Tuttavia sono comuni nella stessa area anche gli esiti con la seconda sillaba tonica.

Lombardo: pànega < pānĭca (plurale di pānĭcum)
Veneto: pànigo < pānĭcum
vs. 
Lombardo (cremonese): panèch < panicum 
Emiliano-romagnolo: panìg < panicum 
Italiano standard: panìco < pānīcum

Queste evidenze non possono essere ridotte al classico fenomeno di coesistenza tra canali di trasmissione diversi: quello popolare/colloquiale e quello semidotto/scritto. Il galloitalico, che riflette lo sviluppo popolare e ininterrotto del latino parlato sul territorio, mostra questi esiti: 
i) dal neutro plurale collettivo latino pānĭca (visto come "le piante di panico", che nel latino volgare diventa un femminile singolare);
ii) dal neutro singolare pānĭcum con -ĭ- breve; 
iii) dal neutro singolare pānīcum con -ī- lunga;

Poi ci sono forme come il piemontese panìss e il friulano panîs, che invece derivano dalla variante pānicium con regolare assibilazione. In piemontese esiste anche panissa "tipo di piatto a base di cereali", che viene dal neutro plurale pānicia, secondo la stessa trafila.

Anche se la variante con vocale -ī- lunga è alquanto enigmatica, siamo giunti alla conclusione che è in ogni caso sicuramente genuina. Non si può dire che forse non sia mai esistita e che sia stata postulata a partire da una pronuncia accademia artefatta, addirittura ortografica. 
Essendo ambigua già la pronuncia di questa parola nel latino classico, non ha fondamento affermare che dovremmo chiamare il cereale *pànico. Non si può credere che la pronuncia panìco sia sorta semplicemente per evitare la confusione con pànico "stato di terrore collettivo e tumulto", derivato dal nome del satiro Pan: non mancano in italiano casi di omofonia anche eclatanti. Le lingue non hanno mai avuto paura dei doppioni. 

Ciò non toglie che le forme dotte esistano. Il francese ha panique "panìco" (pronuncia moderna: /pa'nik/), che non può provenire da una trafila popolare. Il termine è stato preso a prestito in tardo medio inglese come panik "panìco", da cui l'inglese moderno panic /'pænɪk/, con regolare ritrazione dell'accento. La parola inglese, rara, è omofona di panic "panico, tumulto". Attualmente il cereale è chiamato foxtail millet (alla lettera "miglio coda di volpe") o Italian millet (alla lettera "miglio italiano").
Il rumeno părâng "panìco" (variante: părinc) sembra essere derivato per trafila popolare da pānīcum, con la vocale -ī- lunga. 
Per avere un quadro completo servirebbero ulteriori dati, che non sono tuttavia stato in grado di reperire, anche perché ostacolato attivamente da Google.

Un bizzarro slittamento semantico

Già in latino classico un significato secondario di pānicum era "tipo di tumore". Il motivo è abbastanza evidente: certe formazioni patologiche somigliano a granelli ammassati e compatti, come le spighe di miglio. Così il latino pānuc(u)la è passato a indicare i bubboni della peste. In greco bizantino la parola latina è stata presa a prestito come πανούκλα (panoúkla, pronuncia /pa'nukla/) "peste", da cui è derivato il greco moderno πανούκλα "peste", "piaga" (detto delle locuste, dei Nazisti, etc.). Si può dire che sia un caso di effetto boomerang. Si trova anche il sinonimo πανώλη (panóli, pronuncia /pa'noli/ "peste", ma la trafila è diversa , dal greco antico πανώλης (panṓlēs) "catastrofico". 

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