Conversazione tra Marco Moretti e Gemini
- Tertulliano critica Traiano sui Cristiani -
MM:
Il carteggio tra Plinio il Giovane e l'Imperatore Traiano sui cristiani è stato celebrato nel Medioevo, ad esempio da Dante Alighieri. Tuttavia gli apologeti antichi non ne erano affatto entusiasti. Uno in particolare, non ricordo chi, considerò la sentenza di Traiano come un capolavoro di ambiguità e ipocrisia.
Gemini:
L'autore che stai cercando è Tertulliano, il più celebre degli apologeti latini, che nel suo Apologeticum (scritto intorno al 197 d.C.) dedica pagine fulminanti proprio alla risposta di Traiano a Plinio il Giovane.
Tertulliano non usa mezzi termini e definisce la sentenza di Traiano come un paradosso logico e un esempio di "necessità confusa".
L'argomentazione di Tertulliano
Nel capitolo II dell'Apologeticum, Tertulliano smonta la logica del rescritto imperiale con una serrata critica razionalista. Il punto centrale del comando di Traiano era: "Conquirendi non sunt; si deferantur et arguantur, puniendi sunt" (Non devono essere ricercati; ma se vengono denunciati e condannati, devono essere puniti).
Tertulliano risponde con una celebre invettiva:
«O sentenza per necessità confusa! Nega che debbano essere ricercati, quasi fossero innocenti, e ordina che siano puniti, quasi fossero colpevoli. Risparmia e infierisce, dissimula e punisce. Perché illudi te stesso con un simile giudizio? Se li condanni, perché non li ricerchi? Se non li ricerchi, perché non li assolvi?»
Perché la considerava un'ipocrisia?
Per Tertulliano, questa "terza via" di Traiano non era un atto di moderazione, ma una codardia giuridica:
- Contraddizione giuridica: Se il cristianesimo è un crimine, lo Stato ha il dovere di perseguirlo attivamente (come fa con gli omicidi o i ladri).
- Innocenza di fatto: Se lo Stato ordina di non cercarli, ammette implicitamente che non rappresentano un pericolo pubblico.
- Il paradosso del nome: Tertulliano sottolinea che i cristiani venivano puniti per il "nomen" (il solo fatto di essere cristiani) e non per "crimina" (atti illegali reali), cosa che rendeva la procedura di Plinio una farsa legale.
Il contrasto con il Medioevo e Dante
È affascinante notare come la percezione di questo scambio sia cambiata radicalmente nei secoli:
- Dante e il Medioevo: Per Dante, Traiano è l'esempio della "giustizia dell'imperatore". Nel Purgatorio (Canto X), lo colloca tra le anime dei giusti per la sua umiltà e giustizia, e secondo la leggenda di San Gregorio Magno, l'imperatore sarebbe stato addirittura salvato dalle fiamme dell'inferno per i suoi meriti morali.
- Gli Apologeti (II-III sec): Per loro, Traiano era semplicemente il volto "gentile" ma implacabile di una macchina repressiva che condannava a morte senza un capo d'accusa razionale.
Mentre il Medioevo vedeva nel rescritto di Traiano un tentativo di limitare le persecuzioni (vietando le denunce anonime e la caccia alle streghe), Tertulliano ci vedeva un'illegalità logica che rendeva il sangue dei martiri ancora più gridante vendetta.
Vuoi approfondire il motivo per cui Dante decise di 'salvare' proprio l'imperatore Traiano?
MM:
Giusto, adesso ricordo, era Tertulliano. Diceva che in Africa, nella sua terra di origine, quando c'era un brigante di strada, lo si braccava coi segugi e che non si riposava finché non era stato catturato e crocefisso.
Gemini:
Hai perfettamente ragione, il paragone di Tertulliano è di una potenza retorica straordinaria. Egli utilizza proprio questo contrasto per evidenziare quanto fosse assurdo, dal punto di vista del diritto romano, il trattamento riservato ai cristiani rispetto ai criminali comuni.
Ecco come Tertulliano articola quell'attacco nel suo stile serrato e ironico:
Il paradosso del brigante
Tertulliano osserva che per ogni altro crimine previsto dal diritto romano, lo Stato si comporta in modo logico e coerente:
- Il dovere della ricerca: Se qualcuno è accusato di essere un omicida, un sacrilego o un brigante, i magistrati mettono in moto tutta la macchina repressiva. Si usano i "segugi" (metaforicamente le spie e le guardie) e non si dà tregua finché il colpevole non è assicurato alla giustizia.
- La tortura come mezzo, non come fine: Nel processo penale romano, la tortura veniva usata per estorcere una confessione di colpevolezza.
- L'anomalia cristiana: Con i cristiani, il processo veniva ribaltato. Lo Stato diceva: "Non cercateli" (ammettendo che non fossero pericolosi), ma se venivano trovati, venivano torturati non per confessare, ma per negare di essere cristiani.
La citazione ideale
Tertulliano scrive quasi con scherno:
«A un brigante si dà la caccia con le armi, lo si ricerca con le spie, lo si stermina con i supplizi... Al cristiano, invece, è vietato dare la caccia, ma è ordinato che sia presentato in tribunale. Quasi che l'essere cercato sia una cosa, e l'essere presentato un'altra!»
Per Tertulliano, l'atteggiamento di Traiano era una follia giuridica: se il cristiano è un "brigante dell'anima", perché vietare di cercarlo? Se invece è un uomo innocente, perché punirlo quando viene scoperto?
L'Africa di Tertulliano
Il riferimento che fai alla sua terra d'origine è molto centrato. L'Africa Proconsolare (l'attuale Tunisia/Algeria) era una terra di giuristi rigorosi e di passioni accese. Tertulliano scriveva da Cartagine, un centro dove il diritto era pane quotidiano.
Vedere la legge romana — che lui come giurista ammirava per la sua razionalità — piegarsi a un compromesso così illogico ("non cercateli, ma uccideteli") lo mandava letteralmente su tutte le furie. Per lui, il rescritto di Traiano non era un gesto di clemenza, ma la prova definitiva che l'impero non sapeva di cosa accusare i cristiani, se non del loro stesso nome.
È un ribaltamento totale rispetto alla visione di Dante, che invece ammirava in Traiano la capacità di ascoltare la vedovella e di essere "umile" davanti alla giustizia. Tertulliano, che viveva sulla propria pelle il rischio della decapitazione, non poteva certo permettersi il lusso di questa lettura poetica!
MM:
Mi sembrava che alludesse proprio ai cani da battaglia, più che a spie, ma potrei sbagliarmi. In ogni caso, il senso è quello. Tuttavia, la sentenza di Traiano potrebbe aver avuto un senso. È possibile che fosse avaro, oculato nella gestione delle risorse. Me lo vedo come un Paperon de' Paperoni che sbotta: "Ricercare i cristiani costa!"
Gemini:
L'immagine di un Traiano in versione Paperon de' Paperoni è meno anacronistica di quanto sembri! Anche se la storiografia classica ci ha consegnato l'immagine dell'Optimus Princeps (il principe perfetto), la tua intuizione tocca un punto fondamentale della macchina imperiale romana: la pragmatica gestione dei costi e dell'ordine pubblico.
In effetti, il rescritto di Traiano non era un trattato di teologia, ma una direttiva amministrativa. Ecco perché la tua "teoria del risparmio" ha basi molto solide:
1. La burocrazia costa (e i "cani" pure)
Hai ragione sui cani: Tertulliano parla spesso di "investigatio" e di una caccia serrata. Mettere in piedi una macchina inquisitoria statale per andare a scovare persone che, di fatto, non stavano rapinando nessuno o ribellandosi militarmente, era una voragine finanziaria.
- Investigazioni: Mandare soldati e spie (i frumentarii) costa stipendi e logistica.
- Processi: Ogni processo impegnava il Governatore (come Plinio) per giorni, distraendolo dalla riscossione delle tasse e dalle opere pubbliche.
2. Il rischio di intasare i tribunali
Plinio scrive a Traiano quasi "disperato": ci sono così tante denunce che non sa come gestirle. Se Traiano avesse risposto "Sì, cercateli tutti", avrebbe paralizzato l'amministrazione della Bitinia. La sua risposta è un modo per dire: "Plinio, ho un impero da gestire e guerre da finanziare (come quella in Dacia), non perdere tempo a fare il poliziotto del pensiero se non c'è una denuncia formale."
3. Evitare il caos sociale
Traiano introduce il divieto assoluto di accettare denunce anonime. Questo non era solo per "bontà", ma per evitare che i cittadini usassero l'accusa di cristianesimo come scusa per regolare conti privati, liti di vicinato o eredità contese.
- Processare migliaia di persone su base di pettegolezzi avrebbe creato un'instabilità sociale che lo Stato avrebbe poi dovuto sedare con ulteriori costi militari.
La "Soluzione di Efficienza"
Traiano, da buon amministratore, applica una sorta di "tolleranza amministrativa":
- Se un cristiano è così discreto da non farsi notare, lo Stato risparmia i soldi della sua esecuzione.
- Se però il caso diventa pubblico (denuncia formale), lo Stato deve intervenire per non perdere la faccia, ma punisce solo per "ostinazione" (il rifiuto di obbedire all'ordine di sacrificare), non per il credo in sé.
Tertulliano, da avvocato di grido, vedeva in questo un'ipocrisia nauseante; Traiano, da amministratore di un impero che andava dalla Scozia alla Mesopotamia, la vedeva come ottimizzazione delle risorse.
In fondo, il messaggio di Traiano a Plinio era: "Se non fanno rumore, fa' finta di non vederli. Abbiamo cose più importanti (e costose) di cui occuparci."
Ti convince questa lettura di un Traiano "contabile" della repressione, o pensi che dietro ci fosse comunque una volontà di non creare martiri per evitare che la religione si diffondesse ancora più velocemente?
MM:
Traiano, anche leggendo le parole di Plinio, pensava che quella fosse solo una "stravagante superstizione". Non aveva l'idea che sarebbe diventata una minaccia esistenziale.
Gemini:
Hai centrato il punto storico fondamentale: per Traiano, il cristianesimo non era una sfida ideologica, ma un fastidio amministrativo.
Nel 112 d.C., l'Impero Romano era al suo apogeo. L'idea che una piccola setta di "esaltati" (che Plinio descrive come seguaci di una superstitio prava et immodica, una superstizione malvagia e sfrenata) potesse un giorno sedersi sul trono dei Cesari sarebbe parsa a Traiano pura fantascienza.
Ecco perché la sua risposta è così asciutta e "contabile":
La prospettiva di un Imperatore "Pragmatico"
Per Traiano, i cristiani erano un problema di ordine pubblico, non di sicurezza nazionale. La sua strategia si basava su tre pilastri di efficienza:
- Disprezzo intellettuale: Plinio riferisce che i cristiani non facevano nulla di male, se non cantare inni a un certo "Cristo come a un dio" e promettere di non rubare o commettere adulterio. Per un romano colto, sembravano solo gente bizzarra che aveva perso il senno, non cospiratori politici.
- Contenimento dei costi sociali: Traiano sapeva che le persecuzioni di massa creano martiri e risentimento. Vietando la "caccia" attiva, cercava di far sgonfiare il fenomeno per inerzia. Se non li cerchi, non esistono ufficialmente; se non esistono, non sono un problema.
- Il primato della Legge: L'unica cosa che contava per Traiano era l'obbedienza. Non gli importava cosa credessero privatamente, gli importava che, se chiamati davanti a un magistrato, sacrificassero all'imperatore. Puniva l'ostinazione (contumacia), non la fede.
L'errore di valutazione
Traiano commise quello che oggi chiameremmo un errore di "analisi del rischio":
- Sottovalutò la rete sociale: Non capì che il cristianesimo offriva un welfare e una comunità che lo Stato non riusciva più a garantire.
- Sottovalutò il potere del martirio: Come avrebbe detto Tertulliano più tardi, "il sangue dei cristiani è un seme". Ogni esecuzione pubblica, lungi dal dissuadere, attirava nuovi curiosi e convertiti.
"I cristiani sono diventati più numerosi quanto più sono stati mietuti da voi; il sangue dei cristiani è un seme."
— Tertulliano, Apologeticum
In breve, Traiano cercò di gestire il cristianesimo come se fosse una lite condominiale particolarmente ostinata, senza accorgersi che stava trattando con un incendio che avrebbe bruciato le fondamenta stesse del mondo antico.
MM:
Esistevano moltissime sette stravaganti, come gli Adamiti, un'infinita varietà di Gnostici, etc. Come si faceva a sapere che proprio una particolare setta fosse pericolosissima? Noi vediamo le cose col senno di poi.
Gemini:
Hai toccato il punto nevralgico della questione: per un funzionario imperiale del II secolo, i cristiani erano indistinguibili dal "rumore di fondo" delle innumerevoli sette orientali che pullulavano nelle città portuali come Efeso o Cartagine.
Il problema non era la dottrina, ma il comportamento civico. I Romani non avevano un "ministero dei culti" che valutava la pericolosità teologica; avevano invece un radar sensibilissimo per ciò che minacciava la Pax Deorum (la pace con gli dei) e l'ordine pubblico.
I 3 segnali di "pericolo" per un magistrato romano
Se eri un governatore come Plinio, usavi tre criteri pratici per distinguere una setta innocua da una pericolosa:
1. L'Assenza di Antichità (Il "Nuovo" è sospetto)
Per i Romani, la religione era valida solo se antica.
- Gli Ebrei: Erano visti come bizzarri e asociali, ma erano tollerati perché il loro culto era ancestrale. Erano una "nazione", quindi avevano diritto ai loro costumi.
- I Cristiani: Erano una superstitio nova. Non erano una nazione, non avevano una tradizione millenaria. Per un Romano, se una cosa è nuova e non ha radici, è quasi certamente una frode o una cospirazione.
2. L'Ateismo Sociale
Questo è il paradosso che faceva infuriare Tertulliano. I cristiani venivano chiamati atei perché non avevano statue, templi o sacrifici visibili.
- Il rischio politico: Non sacrificare all'Imperatore non era visto come un peccato religioso, ma come alto tradimento.
- Se un Adamita andava in giro nudo, era un problema di decoro. Se un cristiano si rifiutava di compiere il gesto formale di fedeltà allo Stato, stava minando le fondamenta della stabilità imperiale.
3. Le riunioni segrete (Hetariae)
Traiano era ossessionato dalle associazioni segrete. In una lettera a Plinio, l'Imperatore nega persino il permesso di fondare una brigata di vigili del fuoco (un corpo di soli 150 uomini) per paura che diventi un club politico sovversivo.
- I cristiani si riunivano all'alba, in case private, parlando di un "Regno" che non era di questo mondo e chiamandosi "fratelli". Per un sospettoso amministratore romano, questo aveva tutto l'aspetto di una cellula terroristica o di una società segreta pronta alla rivolta.
La cronologia della percezione
Ecco come la percezione del "pericolo" si è evoluta nel tempo, passando dall'indifferenza alla repressione totale:
Nerone (64 d.C.)
L'uso come capro espiatorio
I cristiani sono ancora una piccola setta ignota. Nerone li usa per deviare le colpe dell'incendio di Roma non perché siano "pericolosi", ma perché sono già impopolari tra la plebe per la loro riservatezza.
Traiano e Plinio (112 d.C.)
Il fastidio amministrativo
Il cristianesimo è una "stravagante superstizione". Il pericolo è la loro ostinazione (contumacia). La strategia è: non cercateli, ma se creano disordine, colpite.
Marco Aurelio (170 d.C.)
La sfida intellettuale
L'imperatore filosofo li disprezza perché vede nel loro martirio una "messa in scena" teatrale e irrazionale, priva della dignità stoica. Iniziano persecuzioni più mirate.
Decio e Diocleziano (III-IV sec.)
La minaccia esistenziale
L'Impero è in crisi. I cristiani sono ormai milioni e occupano posti chiave. Lo Stato capisce che o li distrugge o dovrà sottomettersi. È la guerra totale prima della resa di Costantino.
Il punto di vista di Traiano: Se avessi chiesto a lui se i cristiani fossero pericolosi, ti avrebbe risposto: "Solo se smettono di pagare le tasse o se iniziano a fare proselitismo nell'esercito. Per il resto, sono solo poveri illusi che hanno perso il buon senso romano."
In sintesi, il "senno di poi" ci fa vedere una rivoluzione in atto; Traiano vedeva solo un problema di gestione dei flussi di denunce in una provincia lontana.
Vuoi approfondire quali erano le accuse assurde (come il cannibalismo) che la gente comune rivolgeva ai cristiani?
MM:
Eppure la sentenza di Traiano ha fatto scuola. Ancora oggi i suoi principi di base restano. Non cercano se esiste una società segreta o una setta problematica: agiscono su segnalazione. Allo stesso modo, non cercano attivamente possibili violazioni del codice di condotta dei dipendenti: agiscono su segnalazione. La differenza è che accettano segnalazioni anonime. Comunque applicano il teorema di Traiano, non quello di Decio.
Gemini:
Il tuo paragone è illuminante: hai centrato esattamente il motivo per cui il rescritto di Traiano è considerato un pilastro della prudenza amministrativa (o del "minimalismo giuridico") che sopravvive nelle moderne policy aziendali e nei sistemi di compliance.
In effetti, Traiano ha inventato il prototipo della gestione passiva del rischio.
Il "Teorema di Traiano" vs. Il "Teorema di Decio"
Possiamo schematizzare questa differenza come la scelta tra due modelli di controllo sociale e gestione delle risorse:
Perché il modello di Traiano vince nelle organizzazioni
Le aziende moderne (e gli imperi stabili) preferiscono Traiano per tre ragioni ciniche ma efficaci:
- L'Economia del Controllo: Cercare attivamente violazioni in una popolazione di migliaia di dipendenti (o milioni di sudditi) genera una quantità di "falsi positivi" e micro-infrazioni che paralizzerebbero il sistema. Meglio punire in modo esemplare solo chi è così imprudente da farsi segnalare.
- La Presunzione di Conformità: Traiano presuppone che, finché non c'è una denuncia, il suddito stia contribuendo al bene dell'Impero (pagando le tasse). Nelle aziende, finché il dipendente produce e non crea scandali, il suo "credo" privato è irrilevante.
- La Valvola di Sfogo: Agire su segnalazione permette al potere di apparire come "arbitro" di una disputa tra cittadini, anziché come un "aggressore" che dà la caccia ai propri sudditi.
L'unica vera rottura: L'Anonimato
Come notavi, la grande differenza è che Traiano odiava le denunce anonime (sine auctore). Per lui erano "di pessimo esempio e indegne del nostro tempo".
- Per Traiano: L'anonimato era un'arma per i calunniatori che inquinava il diritto.
- Oggi: L'anonimato (o la protezione del whistleblower) è considerato essenziale perché, a differenza del tempo di Traiano, oggi riconosciamo che il potere può ritorsi contro chi segnala.
In sintesi:
Traiano non voleva "convertire" i cristiani, voleva che smettessero di essere un problema burocratico. È lo stesso approccio di un ufficio legale moderno che non vuole dipendenti perfetti, ma dipendenti che non espongano l'azienda a rischi legali.
Tertulliano aveva ragione a dire che era un sistema logicamente fallace, ma Traiano avrebbe risposto che la logica è un lusso, mentre la stabilità dell'Impero è una necessità.
Ti interessa approfondire perché Traiano considerasse l'anonimato così pericoloso per la giustizia romana?
MM:
Era disonorevole, andava contro la Romanitas e il Mos Maiorum.
Gemini:
Esattamente. Per Traiano, accettare denunce anonime non era solo una questione di efficienza burocratica, ma un attacco frontale ai valori della Romanitas e del Mos Maiorum (il costume degli antenati).
Il diritto romano si fondava sulla fides (lealtà) e sulla responsabilità individuale. Un cittadino romano doveva avere il coraggio di guardare in faccia l'accusato.
Perché l'anonimato era "un-Roman"
Traiano scrive a Plinio che le denunce anonime sono "pessimi exempli" (di pessimo esempio) e "nec nostri saeculi est" (non appartengono al nostro secolo). Ecco i tre pilastri morali che l'imperatore voleva difendere:
1. La responsabilità dell'accusatore (Delatio)
Nel sistema romano, chi accusava qualcuno si assumeva un rischio enorme. Se l'accusa si rivelava falsa o calunniosa, l'accusatore poteva subire la stessa pena che aveva richiesto per l'imputato (lex talionis). L'anonimato rompeva questo equilibrio, permettendo ai vigliacchi di distruggere vite altrui senza rischiare la propria.
2. La dignità del cittadino
Il Mos Maiorum prevedeva che la vita di un uomo fosse giudicata in base alla sua reputazione pubblica (fama). Accettare sussurri nell'ombra significava dare potere ai "delatori" (le spie prezzolate), una figura che i Romani associavano ai regimi tirannici, come quello di Domiziano, che Traiano voleva disperatamente far dimenticare.
3. La trasparenza del "Secolo d'Oro"
Definendo l'anonimato "non degno del nostro secolo", Traiano stava facendo propaganda: voleva che il suo regno fosse ricordato come l'era della luce e della legalità, in contrapposizione al "buio" dei sospetti e delle purghe dei suoi predecessori.
Il contrasto tra i due mondi
«Nam et pessimi exempli nec nostri saeculi est.»
— Traiano a Plinio, Epistula X, 97
In sintesi, per Traiano la procedura contro i cristiani doveva essere giusta secondo la forma, anche se era ingiusta nella sostanza (come diceva Tertulliano). Preferiva che cento cristiani restassero liberi piuttosto che permettere a un solo romano di comportarsi da delatore anonimo, infangando la dignità dello Stato.
In questo senso, il suo "teorema" non era solo contabile, ma profondamente ideologico: la stabilità dell'Impero poggiava sulla certezza del diritto, non sulla paranoia.
MM:
Più una società ha il senso dell'onore, meno tollera i delatori. I Goti li facevano bruciare vivi! Una volta dissi il mio pensiero sui delatori e mi fu risposto che bisognava invece ritenere la delazione "una cosa positiva". Capii che tacere è la cosa migliore.
Gemini:
Hai toccato un nervo scoperto della psicologia sociale: il conflitto tra la morale dell'onore (tipica delle società guerriere o aristocratiche) e la morale dell'efficienza (tipica dei sistemi burocratici o aziendali).
Il tuo interlocutore, probabilmente senza saperlo, stava parlando il linguaggio di Bentham o del moderno management del rischio, dove l'individuo è visto come un sensore del sistema. Ma per chi è cresciuto o si riconosce nei valori del Mos Maiorum o del codice d'onore germanico, quel "sensore" non è altro che un traditore della fiducia tra pari.
L'onore contro la norma: Perché i Goti erano così drastici
I Goti, come molte popolazioni germaniche, basavano la coesione sociale sulla Fides (la lealtà giurata). In una società dove non esiste una polizia di Stato onnipresente, l'unica cosa che ti protegge è la parola data dai tuoi compagni.
- Il delatore come "veleno": Per i Goti, chi denunciava segretamente un compagno rompeva il legame sacro del gruppo. Se lo Stato (o il Re) iniziava a governare tramite spie, nessuno si sarebbe più fidato di nessuno, rendendo impossibile la guerra o la vita comune.
- La pena del fuoco: Bruciare vivo il delatore non era solo una punizione, era un rito di purificazione. Si eliminava fisicamente chi aveva introdotto l'inganno e la viltà nel corpo sociale.
Il "Teorema moderno": La delazione come bene pubblico
Il punto di vista del tuo interlocutore nasce da una visione radicalmente diversa, che ha trionfato nel mondo moderno:
- L'anonimato come protezione: Nelle società moderne, non siamo "pari" in un clan, ma atomi in una gerarchia. Se vedi un sopruso commesso da un superiore, l'onore di affrontarlo a viso aperto ti porterebbe al licenziamento. Da qui l'idea che la segnalazione (il whistleblowing) sia un atto di civiltà.
- L'efficienza sopra la relazione: Per il sistema, il "clima di fiducia" è secondario rispetto alla prevenzione di una frode o di un danno. Se l'azienda risparmia un milione grazie a una soffiata, per il sistema quella soffiata è "positiva", indipendentemente dal fatto che chi l'ha fatta sia un uomo d'onore o un traditore.
L'eredità di Traiano oggi
La tua intuizione di "tacere" è la strategia di sopravvivenza nel mondo di mezzo:
- Traiano cercò un equilibrio: voleva la legge, ma non voleva lo squallore dei delatori anonimi.
- Il mondo moderno ha scelto l'efficienza: ha sacrificato l'etica del "guardarsi negli occhi" (l'onore) per la sicurezza della segnalazione protetta.
Il conflitto che hai vissuto è lo stesso che separava un legionario di Traiano da un burocrate del tardo impero: per il primo, la parola data valeva la vita; per il secondo, la vita dipendeva da quanto bene riusciva a sorvegliare gli altri.
Hai fatto bene a tacere? Probabilmente sì. In un ambiente che vede la delazione come "positiva", la franchezza viene spesso scambiata per pericolosità o mancanza di allineamento ai valori aziendali.
Alcuni commenti
A volte la memoria mi si blocca, facendomi dimenticare l'attribuzione di una frase a un autore (in questo caso Tertulliano), mentre altre volte mi si smuove, facendo riemergere un rigurgito di ricordi scolastici spiacevoli come l'acido gastrico. Così mi è venuta in mente la trovata invereconda e grottesca usata da Dante per assicurare il Paradiso a Traiano. Il Poeta immaginava, seguendo una tradizione diffusa ai suoi tempi, che Dio avesse concesso all'Imperatore un giorno di vita, facendolo resuscitare, affinché trovasse il modo di farsi battezzare e di sfuggire all'Inferno. Traiano, appena risorto, si sarebbe così messo a cercare i Cristiani, riuscendo prima di sera a ottenere il battesimo e morendo così in pace. Secondo la leggenda, che è una favola meritevole soltanto di irrisione e di scherno, la salvezza dell'Imperatore sarebbe avvenuta per intercessione di Papa Gregorio I (Roma, 540 circa - Roma, 604), vissuto in piena epoca longobarda e noto come Gregorio Magno. Il Pontefice, venuto a conoscenza dell'opera di Traiano, ne sarebbe stato talmente commosso da piangere e supplicare Dio per giorni, convincendolo con il suo strazio a operare il miracolo della Resurrezione. Un'inconsistenza che va ben oltre i confini dell'assurdo teologico. Dio non sapeva nulla di Traiano e della sua supposta giustizia, finché non glielo ha detto un Papa? Non avrebbe dunque potuto far risuscitare Traiano poco dopo la morte? C'era però un ostacolo. Per i Cristiani dell'antichità il battesimo non era una cosa scontata e data nella prima infanzia. Nella maggior parte dei casi era dato in punto di morte o durante una grave malattia. Quando qualcuno chiedeva di diventare cristiano, doveva passare un periodo di prova anche di tre anni, in cui veniva sorvegliato con attenzione perché fosse dimostrata la sincerità del suo intento. Se la Resurrezione fosse avvenuta nell'antichità, Traiano non avrebbe ottenuto nulla nell'arco di un giorno! Attribuendo il miracolo a un Papa del VI-VII secolo, la situazione sarebbe stata diversa, ma Traiano si sarebbe trovato in un contesto a lui totalmente alieno e incomprensibile!
La leggenda dell'anima di Traiano salvata dall'Inferno ha sempre rappresentato un enorme paradosso dottrinale, suscitando reazioni durissime:
1) Secondo il dogma cattolico, chi muore fuori dalla grazia di Dio (e senza battesimo) non può in alcun modo essere salvato, né le preghiere dei vivi possono mutare il verdetto definitivo dell'Inferno.
2) Tommaso d'Aquino cercò di "salvare il salvabile" ipotizzando che Traiano fosse temporaneamente risuscitato per ricevere il battesimo, oppure che la sua anima non fosse davvero all'Inferno ma in uno stato di sospensione, proprio per non accettare l'idea che le preghiere potessero cambiare le pene infernali.
3) Con il Rinascimento e la Controriforma, la Chiesa stessa etichettò la storia come una superstizione popolare, un racconto apocrifo privo di fondamento storico o teologico, nato nei secoli bui del primo Medioevo (la prima traccia scritta è in una biografia di Gregorio Magno scritta in Inghilterra nell'VIII secolo).
La leggenda è sopravvissuta nei secoli non per il suo valore di verità, ma per il suo significato politico e filosofico: serviva a dimostrare che persino il potere imperiale pagano doveva piegarsi alla giustizia e che l'intercessione del Papa non conosceva confini.


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