domenica 9 aprile 2017

LA SALMONELLA DEGLI AZTECHI: UN NUOVO CASO DI DEMENZA ACCADEMICA


Dopo la ridicola favola dei moderni Amerindiani venuti dalla Spagna e privi di continuità genetica con gli Amerindiani antichi, ecco un'altra baggianata altrettanto eclatante: gli Aztechi sarebbero stati sterminati dalla salmonella! Udite, udite! 

Numerosi quotidiani online e persino riviste scientifiche hanno pubblicato con titoloni altisonanti quella che - mi si perdoni il francesismo - è un'autentica stronzata:






Tutto questo nonostante si sappia per certo da secoli che la epidemia devastatrice del 1520 fu causata dal vaiolo.

La notizia della catastrofica epidemia di salmonella, tutt'altro che scientifica, è comparsa in concomitanza con una nuova idea, che attribuisce al vaiolo origini recenti. Purtroppo la famiglia dei chierici traditori è estesissima, ramificata e dura a morire. Sul finire del 2016 il biologo Hendrik Poinar avrebbe ricostruito la genealogia del Variola virus facendolo scaturire in un'epoca compresa tra il 1530 e il 1645. Anche ammettendo che la data valida sia il 1530, si tratterebbe pur sempre di un decennio dopo la prima comparsa del vaiolo nel Messico e circa nove anni dopo la distruzione dell'Impero Azteco, avvenuta nel 1521 con il massacro di Tlatelolco e la cattura dell'ultimo Imperatore (Huei Tlahtoani) di Mexico-Tenochtitlan, Cuauhtemoc. 


In realtà non fu una sola epidemia esiziale a determinare il collasso demografico dei nativi in Messico: le morie di massa furono almeno tre. 

Prima epidemia:
1) Esplose nel 1520, portata dagli uomini di Cortés;
2) È descritta dai cronisti spagnoli come vaiolo (viruelas);
3) In lingua Nahuatl la malattia è chiamata zahuatl (pron. /'sawatɬ/);
4) Si stima che abbia fatto 8 milioni di morti.
5) Ha determinato il crollo dell'Impero Azteco. 

Seconda epidemia:
1) Esplose nel 1945, colpendo quasi soltanto i nativi;
2) Imperversò per quattro anni; 
3) I sintomi presentavano caratteristiche anomale, come emorragie e ittero;
4) In lingua Nahuatl la malattia è chiamata cocoliztli (pron. /koku:'listɬi/);
5) Si stima che abbia fatto 12 milioni di morti; 
6) Mortalità: 80% (Acuna-Soto, 2000).

Terza epidemia:
1) Esplose nel 1976, colpendo quasi soltanto i nativi;
2) Imperversò per due anni; 
3) Oltre ai sintomi dell'epidemia del 1945, ne sono descritti numerosi altri, come
lingua nera, orina nera o verde mare, epatomegalia (ingrossamento del fegato), splenomegalia (ingrossamento della milza);
4) In lingua Nahuatl la malattia è chiamata cocoliztli (vedi sopra);
5) Si stima che abbia fatto 2 milioni di morti;
6) Mortalità: 45,5 % (Acuna-Soto, 2000). 

Nel Codice Fiorentino, scritto in lingua Nahuatl e in spagnolo tra il 1545 e il 1590, quindi contemporaneamente alla seconda e alla terza epidemia, si descrive accuratamente il quadro clinico del vaiolo del 1520. Il volume contiene persino illustrazioni che non lasciano adito a dubbi: la malattia chiamata zahuatl è il vaiolo portato dall'Europa. La malattia chiamata cocoliztli, vocabolo tradotto in genere con "pestilenza", è stata riconosciuta come diversa dal vaiolo, sia dai medici aztechi che da quelli spagnoli. Avendo appreso la lingua Nahuatl, mi sento di fare alcune precisazioni. I Messicani non conoscevano parole per indicare le malattie epidemiche prima dell'arrivo dei Conquistadores, per il semplice fatto che non ne esistevano. Così per designarle hanno usato termini preesistenti la cui semantica non era adatta. La parola zahuatl si traduce con "eruzione cutanea" e può indicare di tutto, anche un foruncolo - con la sola eccezione della sifilide, che era chiamata nanahuatl /na'na:wa:tɬ/. La parola cocoliztli è un derivato astratto in -liztli formato dal verbo cocoya /ko'ku:ja/ "egli sta male", e va tradotto con "malattia". Così abbiamo cocolizcui /koku:'liskwi/ "egli si ammala", ossia "egli prende una malattia". Notevole è poi cihuah incocoliz /'siwaʔ i:nko'ku:lis/ "mestruazioni", i.e. "malattia delle donne". Nella lingua degli Aztechi è cocoliztli ogni malattia. Per maggior chiarezza, si trovano nei testi le forme huei zahuatl "vaiolo" e huei cocoliztli "pestilenza", con l'aggettivo huei /we:i/ che significa "grande". Come dire "la Grande Eruzione" e "la Grande Malattia", una scelta perfettamente logica. Troviamo anche yancuic huei cocoliztli "la nuova grande malattia"

Il sintomo principale che caratterizza la prima epidemia rispetto alle altre due è proprio la pelle dei malati che si copriva interamente di pustole piene di liquido, tanto maligne da aggredire anche gli occhi. Una caratteristica propria del vaiolo, che permette di identificarlo senza alcun dubbio. Nell'opera di Bernal Díaz del Castillo, Historia verdadera de la conquista de la Nueva España, il vaiolo è menzionato ben cinque volte. Un brano molto significativo è il seguente: 

"Y volvamos ahora a Narváez y a un negro que traía lleno de viruelas, que harto negro fue para la Nueva España, que fue causa que se pegase e hinchiese toda la tierra de ellas, de lo cual hubo gran mortandad, que, según decían los indios, jamás tal enfermedad tuvieron, y como no la conocían, lavábanse muchas veces, y a esta causa se murieron gran cantidad de ellos. Por manera que negra la ventura de Narváez, y más negra la muerte de tanta gente sin ser cristianos." 

I sintomi descritti per la seconda e la terza epidemia hanno invece una natura diversa, emorragica anziché eruttiva. In ogni caso nulla della sintomatologia, riportata da fonti contemporanee ai fatti, ha qualcosa a che vedere con gli effetti di un'infezione da salmonella.

Gli accademici che si sono occupati di queste epidemie sembrano essersi dimenticati di un fatto molto semplice: esiste il vaiolo emorragico, una variante meno comune rispetto al vaiolo ordinario.

I sintomi atipici a questo punto hanno due spiegazioni possibili: 

1) Il vaiolo, comparso nel 1520, ha subìto una mutazione che ha prodotto caratteristiche emorragiche, danni epatici (donde l'ittero acutissimo) e danni renali (donde le orine molto scure);
2) Il vaiolo emorragico ha fatto la sua comparsa assieme ad altre malattie, dando origine a un quadro patologico complesso, definibile come coinfezione

Questa invece è la logica fallace adoperata dai sostenitori della salmonellosi catastrofica:

1) Si scopre la salmonella in uno stronzo che risale al XVI secolo;
2) Si nega l'esistenza del vaiolo; 
3) Si proclama la natura assoluta dell'agente patogeno contenuto nello stronzo;
4) Le fonti dell'epoca sono dichiarate irrilevanti;
5) Si giunge a una conclusione indebita: la pistola fumante è proprio lo stronzo in questione.

Chiunque sia dotato di senno capirebbe che la presenza della salmonella nei resti di escremento non nega di per sé l'azione del vaiolo e non significa nulla: si deduce soltanto che gli Spagnoli erano zozzoni puzzolenti e coprofagi che hanno portato nel Nuovo Mondo una gran varietà di porcherie immondissime. Se l'Imperatore Cuitlahuac, succeduto a Montezuma II (Moteuczumah Xocoyotzin), è morto di vaiolo e la descrizione dell'accaduto lo conferma, non può essere morto di salmonellosi solo perché da qualche parte di scopre la salmonella: tra le due cose non esiste alcun nesso. Allo stesso modo, se si scopre l'evidenza della peste bubbonica in qualche resto umano, non per questo motivo Cuitlahuac sarà morto di peste. 

Oltre ai partigiani della salmonella, le cui tesi sono assurdità, ci sono anche studiosi convinti che le epidemie del 1545 e del 1476 siano attribuibili a agenti patogeni in grado di causare emorragie e ritenuti indigeni, descritti come hantavirus, flavivirus, arenavirus o filovirus (a quest'ultima classe appartengono Ebola e il virus Marburg). Negli ultimi anni questa idea sta guadagnando un certo sostegno nel mondo accademico. Vediamo tuttavia che l'incredibile mortalità causata dalla malattia tremenda che si è abbattuta sul Messico è tipica di popolazioni prive di difese immunitarie, il che rende la proposta dei virus nativi a dir poco improbabile.

P.S.
I giornalisti di Repubblica avrebbero anche potuto scrivere correttamente Cortés anziché Cortez.

venerdì 7 aprile 2017

UNA STRATEGIA ACCADEMICA: LA RIMOZIONE DEI DATI SCOMODI


Ormai è in voga di questi tempi una tendenza funesta, che purtroppo appare sempre più consolidarsi. Quando dalle attività di ricerca su cui si fonda la Scienza emergono dati che potrebbero portare a mettere in discussione dogmi accademici formati in precedenza, fortissima è la tendenza ad operarne la rimozione. Subito appare qualcuno che semplicemente nega l'esistenza stessa della scoperta, giurando e spergiurando, attaccando a destra e a manca, riducendo il tutto a una qualche banalità partorita dalla sua mente ottusa. L'operato di questa specie di pseudo-studiosi d'assalto è assimilabile in modo sorprendente a quello dei troll. Occorre però precisare che questi troll non sono complottisti nati come muffe negli angiporti del Web. La loro genesi avviene all'interno dello stesso mondo accademico.  

Facciamo un esempio concreto, tratto dalla paleontologia. Nel 2003 sono stati scoperti i resti di un singolare e bizzarrissimo ominide alto poco più di un metro, che viveva fino a tempi abbastanza recenti nell'isola indonesiana di Flores, essendosi estinto in un periodo che va dai 50.000 ai 12.000 anni fa. Questo nuovo ominide è stato battezzato in via provvisoria Homo floresiensis e classificato come una specie diversa dalla nostra e particolarmente arcaica, con caratteri simili a quelli di Homo erectus. A causa delle sue dimensioni ridotte, minuscole, è stato considerato un caso di nanismo insulare. I media lo hanno chiamato subito Hobbit. Rammento un articolo in cui si affermava che la conformazione delle ossa dei piedi di Homo floresiens mostra addirittura somiglianze con quelle dello scimpanzé (Pan troglodytes). Le cose purtroppo non sono andate per il verso giusto. Per molto tempo chiunque fosse interessato all'argomento ha dovuto sopportare i nocivi sproloqui di un molestissimo troll pseudoscientifico, certo Teuku Jacob, che è persino presentato come "paleoantropologo indonesiano" in un'apposita pagina di Wikipedia. Questo perturbatore era posseduto da un'idea fissa e proclamava che i resti dell'Homo floresiensis appartessero in realtà ad esemplari di Homo sapiens affetti da microcefalia e da rachitismo. Questa era la sua procedura pseudologica: 

1) Non è possibile che nell'Indonesia di alcune decine di migliaia di anni fa esistesse un ominide riconducibile a Homo erectus, perché nei manuali sta scritto che Homo erectus si è estinto molto prima; 
2) Dato che all'epoca trattata doveva esistere unicamente Homo sapiens, i reperti devono essere per forza riconducibili a Homo sapiens.

Il principio fondante era quello della prevalenza delle informazioni contenute nei manuali su qualunque dato di fatto venuto nel frattempo alla luce. Non contento di sferrare attacchi trollosi, nel 2005 questo figuro ha persino cercato di distruggere i resti di Homo floresiensis, pensando così di eliminare ogni evidenza fisica contraria al suo castello di fantasie. Anche dopo la sua morte, avvenuta nel 2007, qualcuno ha continuato a portare avanti la sua opera deleteria. Un certo Robert B. Eckhardt, a quanto pare dell'Università di Pennsylvania, ha formulato una nuova ipotesi: anziché la microcefalia postulata da Jacob, tirava in ballo la sindrome di Down, insistendo con le sue fissazioni pur non potendo spiegare le caratteristiche scimmiesche dell'ominide. Ancora nel 2014 spandeva le sue idee aberranti nel Web, facendole percolare nei media online. 

Nel frattempo lo scenario diventava sempre più confuso: alcuni sostenevano che i fossili dell'ominide di Flores dovessero essere retrodatati: il cosiddetto Hobbit avrebbe occupato le grotte in cui ha lasciato fossili per un periodo compreso tra 190.000 a 50.000 anni fa. Mentre questo avveniva, i troll si moltiplicavano e affermavano che gli esemplari di Homo sapiens giunti in Indonesia 50.000 anni fa fossero austronesiani indistinguibili dai moderni abitanti dell'arcipelago. Proiettavano indietro nel tempo la situazione attuale e continuava a sostenere che i resti di Flores fossero da ascriversi ad austronesiani disabili. Quando qualcuno cercava di controbattere, questi troll reagivano con insulti, sputacchi e attacchi ad personam. Sembrava che non si sarebbe mai riusciti a liberarsi da questa spina nei testicoli, quando all'improvviso nel 2016 è giunta una splendida notizia: da approfonditi studi genetici è emersa la prova inconfutabile del fatto che Homo floresiensis e Homo sapiens sono due specie diverse! La meritoria opera è di Karen Baab, della Midwestern University. La riporto in formato pdf:


Non sempre le cose finiscono bene. Non sono rari i casi in cui i troll pseudoscientifici hanno la meglio e riescono ad orientare il mondo accademico, causando danni che durano per decenni. Come conseguenza di quest'opera di persuasione, spesso cessa ogni dibattito su numerosi argomenti e si consolidano i pregiudizi. 

Non basta. Indagando sull'Homo floresiensis aka Hobbit, si viene facilmente a scoprire leggende delle genti di Flores che parlano di una creatura sorprendentemente simile nell'aspetto alla ricostruzione fatta dai paleontologi. Questo essere, che ben potrebbe essere il nostro ominide, è chiamato Ebu Gogo. Nella nativa lingua austronesiana, ebu significa "nonna", mentre gogo significa "che mangia tutto". Le descrizioni sono così dettagliate che devono per forza di cose avere almeno un nucleo di verità oggettiva. A quanto si dice, questo Ebu Gogo sarebbe scomparso in epoca abbastanza recente, collocata dopo l'arrivo dei Portoghesi (XVII secolo), secondo alcuni narratori addirittura nel corso del XX secolo. Creatura sfuggente e onnivora, l'Ebu Gogo non disdegnava persino di rapire bambini per nutrirsi delle loro carni, proprio come il Gollum. Per questo motivo le genti di Flores avrebbero organizzato spedizioni di sterminio, tanto che alla fine sarebbe stata persa ogni traccia dello strano essere silvestre. Quello che più mi incuriosiche sono le narrazioni sul linguaggio degli Ebu Gogo, composto da cicalecci e assolutamente incomprensibile. Inoltre queste creature sarebbero state in grado di ripetere in modo pappagallesco le vocalizzazioni degli umani. Chi mai si inventerebbe simili narrazioni? Racconti di creature affini all'Ebu Gogo si trovano anche in altre isole indonesiane. Ad esempio possiamo citare la creatura chiamata Orang Pendek, ossia "Uomo Piccolo", che è descritta dalle genti di Sumatra come un orango bipede dal pelame grigio. I Kerinci nella loro lingua lo chiamano Uhang Pandak (stesso etimo). Con ogni probabilità si tratta di un ominide e non mi sorprenderebbe se un giorno si riuscisse a scoprire alcuni esemplari viventi. Altri nomi di criptidi indonesiani sono Sedapa, Sedabo (stesso etimo di Sedapa), Atoe Pandak, Atoe Rimbo, Goegoeh (stesso etimo di Ebu Gogo), Umang, Orang Gugu (stesso etimo di Ebu Gogo), Orang Letjo, Ijaoe. Se esistono ancora superstiti, potrebbero un giorno essere scoperti e studiati, con buona pace dei pestilenziali troll che infestano il mondo accademico. Poter studiare una lingua di una specie diversa da Homo sapiens sarebbe davvero una ricompensa inattesa dopo tanto patire! 

mercoledì 5 aprile 2017

IL FALLIMENTO DI UN ARCHEOLOGO FUTURIBILE

Immaginiamo che uno studioso del lontano futuro debba studiare il problema dell'estinzione delle lingue gallo-romanze nelle regioni settentrionali dell'Italia. Supponiamo che riesca a recuperare alcuni film della seconda metà del XX secolo per indagare la questione tramite quelle che dovrebbero essere testimonianze importantissime e di prima mano, dotate di una potentissima forza probatoria. Cosa troverebbe nel corso delle sue ricerche? Anche se molti lo troveranno sorprendente, posso dirlo per certo: giungerebbe a conclusioni totalmente errate. 

Ricostruiamo la ricerca di questo linguista futuribile seguendo le sue mosse, come se fosse un breve racconto. Immaginiano che per prima cosa il nostro archeologo si imbatta nella serie di film interpretati da Fernandel e da Gino Cervi, rispettivamente nei panni di Don Camillo e di Peppone. Le pellicole in questione sono le seguenti: 

Don Camillo (1952),
    di Julien Duvivier 
Il ritorno di don Camillo (1953),
    di Julien Duvivier
Don Camillo e l'onorevole Peppone (1955),
    di Carmine Gallone 
Don Camillo monsignore... ma non troppo (1961),
    di Carmine Gallone
Il compagno don Camillo (1965),
    di Luigi Comencini

Tutti questi film, che ho visto in gioventù un gran numero di volte, hanno qualcosa in comune: sono recitati in lingua italiana e testimoniano soltanto esilissime tracce di una realtà preesistente all'italianizzazione. Così ricordiamo ne Il compagno don Camillo la scena in cui Peppone, prossimo al coma etilico per aver vinto una gara di bevuta di vodka, appena vede don Camillo, subito bofonchia: "C'at vegna un chèncar", ossia "Che ti venga un cancro". Nello stesso film ricorre anche un termine singolare, che un archeolinguista potrebbe ritenere un elemento di sostrato adattato alla sonorità dell'italiano: bazza "mento". Don Camillo era in sciopero della fame per protestare contro il gemellaggio tra Brescello e una cittadina sovietica. Peppone cercava di farlo desistere, così gli parlava di manicaretti che i due avevano gustato quando erano partigiani. Tra questi cibi sopraffini, il sindaco baffuto menzionava il pollo alla creta della Desolina e certi ravioli grondanti di parmigiano fuso che lasciavano la bazza tutta unta. In un altro film della serie, non rammento più quale, veniva usato il verbo scapuzzare "inciampare", che si potrebbe essere tentati di ascrivere al sostrato. Il punto è che facendo le necessarie ricerche, si scopre che bazza e scapuzzare sono soltanto termini italiani caduti in disuso e non genuine sopravvivenza di una lingua defunta. A ingannare il filologo sarebbe il fatto che queste parole non trovano corrispondenza nell'italiano comunemente usato nella seconda metà del XX secolo. Può darsi che, oltre all'esclamazione di Peppone ubriaco, qualche altra esigua reliquia del gallo-italico emiliano compaia qua e là nella serie in questione, soltanto che non mi riesce di estrarre le prove dai miei banchi di memoria stagnante. 

Dall'analisi degli elementi in questione, senza ulteriori informazioni, Don Camillo e Peppone porterebbero lo studioso futuribile a dedurre quanto segue: 

1) Esisteva nel XIX secolo, fino agli inizi del XX, una singolare lingua non italiana nella Bassa Padana;
2) La scolarizzazione e la Grande Guerra hanno portato alla decadenza di suddetta lingua fino a ridurla allo stato residuale;
3) Benito Mussolini è riuscito nel corso del Ventennio ad eliminare quasi ogni traccia della lingua locale, lasciando soltanto poche memorie di frasi telegrafiche in alcuni parlanti;
4) Nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale la Bassa Padana era interamente italianizzata. 

Precisiamo che queste conclusioni sono del tutto errate. La realtà dei fatti è invece questa: 

1) Le varietà linguistiche gallo-italiche, parlate nella Bassa Padana nel XIX secolo, erano tali ancora nella prima metà del XX;
2) Durante il Regno, la scolarizzazione si è dimostrata fallimentare e non è riuscita ad accrescere in modo significativo i parlanti monolingui dell'italiano: le parlate gallo-italiche restavano vernacolari in tutto il Settentrione. La Grande Guerra, che "ha mischiato sangue e pidocchi di tutta Italia" (cit.), ha appena migliorato la comunicazione tra italiani;  
3) Benito Mussolini ha dichiarato guerra alle lingue locali, chiamate dialetti, cercando con ogni mezzo di eradicarle. Pur conseguendo sostanziali successi nell'alfabetizzare il Paese, le lingue locali sono sopravvissute;
4) Nei decenni successivi alla Seconda Guerra Mondiale la Bassa Padana non era affatto italianizzata; la lingua locale vi predominò per decenni e si affievolì soltanto con la diffusione capillare della televisione. Il processo di estinzione delle lingue locali fu innescato da Mike Bongiorno con il suo Lascia o raddoppia. Nonostante nessuna lingua locale si sia conservata in buona salute, il processo di estinzione non è ancora completo ai nostri giorni, agli inizi del XXI secolo. Persino i distretti più italianizzati possono riservare sorprese.

Immaginiamo ora che rovistando negli archivi, lo studioso analizzi e scarti moltissimi film interamente in italiano, riuscendo infine a trovarne altri due degni di interesse: 

Che tempi! (1948), di Giorgio Bianchi, con Gilberto Govi, Walter Chiari e Alberto Sordi;
Piedipiatti (1991), di Carlo Vanzina, con Renato Pozzetto e Enrico Montesano

Che tempi! è un film ambientato a Genova, le cui sequenze sono ambientate alla vigilia della guerra, nel 1939, per proseguire nel 1945, nell'immediato dopoguerra. Eppure la realtà che descrive è un ambiente essenzialmente italianizzato. Ci sono pochissime vestigia sparse della lingua locale, analogamente a quanto avviene nella serie di Don Camillo e di Peppone. Il nome del signor Alessandro, Lüsciandru, è in gallo-italico genovese. Questo avaro Lüsciandru, interpretato da un ottimo Paolo Stoppa, intende sposare la figlia dell'ancor più avaro Felice Pastorino, interpretato magistralmente dall'immortale Gilberto Govi. L'arcano potrebbe essere compreso dal ricercatore soltanto se riuscisse a riesumare la commedia teatrale Pignasecca e Pignaverde, di Emerico Valentinetti, da cui il film è stato tratto. Un filmato della commedia in tre atti esiste su Youtube e ci mostra una realtà totalmente diversa rispetto a quella descritta in Che tempi!. Si nota che Govi e gli altri attori parlano un genovese abbastanza denso, anche se spesso in condizioni di code switching con l'italiano. Si può riportare come esempio la scena dei sigari. Notando che Pastorino sta fumando un sigaro tenendolo in un modo decisamente anomalo, con la parte accesa rivolta in alto, ecco che Lüsciandru gli chiede in genovese: "Dime un pó, Feliçe, perché ti téni sempre u sigàru cu fögu vurtóu versu u sufìtu?". La risposta giunge in italiano. Pastorino invoca una legge della fisica, sostenendo che se si tiene il sigaro in quel modo si ha meno tiraggio. Nel film lo stesso sketch ricorre in un contesto del tutto diverso, ma la domanda di Lüsciandru è in italiano, ridotta a una frase stringata: "Perché fumi in quel modo?". Nella risposta, parimenti in italiano, a Pastorino scappa però la forma gallo-italica fümu "fumo"

Ecco il video di Pignasecca e Pignaverde


Noi comprendiamo che il film Che tempi! sia stato realizzato in italiano per rendere i dialoghi comprensibili agli spettatori di tutta Italia. La reale situazione linguistica di Genova era irrilevante per il regista. Tutto ciò sfuggirebbe all'archeologo del futuro. Senza poter fare confronti con Pignasecca e Pignaverde, la comprensione dei fatti gli restebbe preclusa per l'eternità.

Veniamo ora al film di Carlo Vanzina, Piedipiatti, ambientato sul finire del XX secolo. In esso sentiamo il brigadiere Silvio Camurati, interpretato da Renato Pozzetto, pronunciare qualche frase nel gallo-italico di Milano (es. te salüdi; và a dà via i ciapp). Non soltanto: quando l'indisciplinato brigadiere Vasco Sacchetti, romano de Roma intrepretato da Enrico Montesano, assiste al dialogo in milanese tra il collega Camurati e un suo agente, fa loro notare che ci vorrebbero i sottotitoli. L'incomprensibilità del gallo-italico lombardo è molto esagerata per motivi comici: una donna romana, udendo i deliri proferiti dal Camurati nel suo sonno inquieto, confonde il vocabolo ciapp "chiappe" col Ciappi, un cibo per cani all'epoca molto noto. Se l'emiliano e il genovese nei film sopra discussi sopra sono mostrati morenti in un'epoca in cui erano ancora vitali, possiamo dire che per contro Vanzina abbia scelto di attribuire al meneghino una nuova vita, simile a quella dell'Araba Fenice. Forse è esagerato considerare l'opera del regista come l'artificiosa ricostruzione di una lingua desueta allo scopo di rendere più efficace la commedia, tuttavia non è lontano dal vero affermare che la Milano degli anni '90 era prevalentemente italofona.

Conclusioni 

La storiella che ho narrato illustra bene le insidie dell'archeologia. Il punto è che il nostro archeologo futuribile non potrà mai essere consapevole del suo misero fallimento: crederà in ogni caso di poter parlare in modo cattedratico, disponendo di prove pesanti come macigni da portare a sostegno delle sue tesi.

martedì 4 aprile 2017

LE LINGUE NASCOSTE

Come abbiamo già fatto notare in diverse occasioni, i chierici traditori che infestano le università italiane partono dal presupposto tipicamente massonico che solo la lingua scritta abbia importanza. Nell'universo cabalistico creato dal Grande Architetto tramite le lettere non c'è posto per la parola viva e risonante. Questo principio deleterio è ovviamente condiviso dalla conventicola degli archeologi, come abbiamo più volte dimostrato servendoci di esempi significativi e di prove irrefutabili. Accade così che se un popolo del passato non possedeva qualche forma di scrittura, i settari massonici lo disprezzano profondamente e negano persino che abbia avuto una lingua parlata. Questa è l'incredibile equazione pseudologica utilizzata: 

assenza di scrittura => assenza di lingua parlata

In realtà basta poco per far scattare la negazione dell'esistenza di una lingua presa a bersaglio dell'accanimento accademico: è sufficiente che un popolo conoscesse la scrittura ma non ne facesse un grande uso, che non avesse con essa una grande dimestichezza o che scrivesse in una lingua diversa dalla propria e considerata di maggior prestigio. Così l'equazione di cui sopra si può riformulare nel seguente modo: 

scarsità di attestazioni scritte => assenza di lingua parlata

Applicando questa nociva procedura, numerose lingue di cui ci restano scarsi documenti diventano come per incanto inesistenti! Se dovessimo fare un elenco delle lingue che in questo modo scomparirebbero dall'inventario ontologico, ci sarebbe da rimanere di sasso: si assisterebbe allo sprofondamento nel Nulla di interi continenti culturali.  

Un caso paradigmatico dal passato: la lingua longobarda 

Nonostante la compattezza del patrimonio antroponimico dei Longobardi e i termini attestati nei documenti legali, si va diffondendo tra gli accademici l'idea che la lingua longobarda non sia mai esistita. Non è più sufficiente il dogma politico e scolastico che imponeva di credere alla fola del rapidissimo abbandono della lingua nativa del popolo germanico in favore del latino ecclesiastico (mai insegnato per via materna!) o di una qualche varietà di protoromanzo (di ben basso prestigio). Adesso è comparso un dogma nuovo, che serpeggia nelle accademie italiane come una spirocheta, irradiandosi anche negli ottusi ambienti anglosassoni. Secondo questo nuovo delirio fabbricato da malfattori massonici, i Longobardi sarebbero stati un insieme di popoli diversissimi e residuali, esigui, privi di un proprio modo di parlare quando ancora erano stanziati in Pannonia. In pratica, non avrebbero avuto la favella e avrebbero comunicato a gesti o a ringhi. Questa incredibile forma di infraspeciazione, a cui possiamo soltanto dare il nome di razzismo feroce, è opera di criminali che hanno portato all'estremo la necessità scolastica di affermare la superiorità della Romanità e di etichettare i Germani come esseri subumani. Ecco cosa producono le accademie italiane nell'epoca delle baronie massoniche. Ben faceva Marinetti a predicarne la combustione! 

Conseguenze esiziali di un dogma 

Possiamo trarre da queste premesse alcune conclusioni a dir poco spettrali. Quanto detto non vale infatti soltanto per lingue estinte da tempo: conserva la sua applicabilità anche se consideriamo lingue ancora parlate. Gli stessi popoli che tuttora vivono e che conservano il modo di parlare tradizionale, seppur indebolito dall'uso di una lingua generale, corrono continuamente il rischio di sprofondare nell'Oblio e a dissolversi come polvere nel vento, le loro orme cancellate per sempre. Resterà qualcosa in grado di documentare le loro parole? Con ogni probabilità la risposta è negativa. Per far meglio comprendere queste mie conclusioni, mi servirò di alcuni esempi concreti quanto semplici.  

L'esperimento concettuale dell'archeologo extraterrestre

Immaginiamo ora che, una volta estinto il genere umano, un archeologo extraterrestre visiti questo pianeta disseminato di rovine e che agisca secondo i princìpi dell'accademismo da me sopra descritti: anche se tramite processori quantistici fosse in grado di elaborare e di tradurre le informazioni rimaste dell'antica lingua italiana, poi non sarebbe in grado di fornire una mappatura verosimile delle varietà linguistiche effettivamente parlate nella nostra epoca. Incontrerebbe come minimo le stesse difficoltà con cui gli studiosi attuali devono misurarsi nel caso di lingue scarsamente attestate, frammentarie o agrafe del passato.  

Il caso del patois valdostano 

Frequento la Val d'Aosta da molto tempo, dal lontano 1997, ma ho avuto ben poche occasioni di udire persone parlare in patois, tanto che a un certo punto mi ero convinto che tale varietà linguistica fosse estinta da tempo. Così sono giunto a pensare che l'italiano e il francese l'avessero fatta scomparire. Poi mi è capitato di udirne alcune timidissime testimonianze. I parlanti hanno quasi paura di farsi sentire dai forestieri, tanto che parlottano sottovoce, cercando in tutti i modi di far sì che nessuno riesca a cogliere appieno il suono dei vocaboli da loro articolati. Forse temono che la loro lingua possa finire inquinata già soltanto dall'ascolto da parte di una persona di stirpe diversa dalla loro, come se un turista fosse una temibile specie di predatore alieno. Wikipedia garantisce che il patois è vivo e vitale, parlato fluentemente da persone di tutte le generazioni, dimenticandosi di aggiungere "nella quasi clandestinità". A mio avviso c'è da dubitare che questa situazione sia un indice di vitalità e di buona salute linguistica. Tutta la Val d'Aosta è piena zeppa di scritte in francese, tanto che le indicazioni delle vie, anche dei vicoli, sono bilingui. Non si trova però quasi alcuna attestazione scritta degna di nota del patois: a parte qualche strano nome di via e qualche altro microtoponimo, cose che passano quasi inosservate. L'unica testimonianza appariscente che ho trovato è una grande scritta rupestre con il testo VAL D'AOHTA LIBRA. Tuttavia la sua conservazione nel futuro direbbe poco al nostro archeologo extraterrestre. La cosa più semplice che potrebbe dedurre è che si tratti di una semplice variante dell'italiano VAL D'AOSTA LIBERA, probabilmente della registrazione di una pronuncia locale. Noi, che siamo contemporanei ai fatti, sappiamo che il patois è una lingua che mostra caratteri intermedi tra quelli del francese e quelli del provenzale, pur essendo una lingua indipendente. Per via dell'elemento toponomastico arp "alpe", diffusissimo nella regione, alcuni preferiscono chiamare l'idioma in questione arpitano. Per illustrare la sua divergenza dal francese, basti citare un esempio: il termine fouà (pron. /fwa/) significa "fuoco" in arpitano e suona in modo identico alla parola francese foie (pron. /fwa/), che significa "fegato". Il nostro archeologo extraterrestre non potrà mai arrivare a scandagliare tale microcosmo, per lui assolutamente perduto e irraggiungibile. 

Il caso del romagnolo

Esiste una documentazione imponente della lingua gallo-italica di Romagna, anche se quasi interamente su supporto deperibile. L'ortografia complessa, unita al singolare atteggiamento dei parlanti - come nel caso di molte altre varità dello stesso ceppo - ha decretato un uso anomalo della scrittura, che serve soltanto per registrare testi da usarsi come reliquie e che non ha alcun impiego nella comunicazione quotidiana. In qualche caso si hanno lapidi con testi di una certa lunghezza, come ad esempio la Tavola di Forlimpopoli (Tabula Forumpopiliensis), che riporto qui di seguito:

I baruzér d'Frampul   

Una völta a Frampúl u n' j éra i càmion o i furgô, pr' ander a tú' e' sabiôn o la gëra a la int e' fiô: tóta ròba ch'la serviva pr' al ca, i vjúl e al strê, dašènd pu möd a i s-cèn ad caminê; senza infanghës trop al papòzi, i cósp o al s-cjafëli, in particulër s' l' éra piuvú da e' zil a cadinëli. U j éra però invece, i nóstar baruzér, ch' j éra stimé cmé i pularúl, i sansél e i cavalér, nèca ló partènd prëst a la matèna d'ògni dè pr' andës a guadagnê cun e' lavór du-tri bulè, ch' e' bšugnéva avê' par cvalúncve ucašjô, ch' la fóss par e' magnê, pr' i vstì, o la pišô.

Donata nell'anno 2001 da:
- BANCA ROMAGNA CENTRO credito . cooperativo - Forlimpopoli
- ASSOCIAZIONE PRO LOCO Forlimpopoli
  (Rime di C. Matteucci - disegno di F. Vignazia)

Si noterà in questo testo la presenza di numerosi italianismi più o meno adattati (es. invéce, ògni, cvalúncve). Se l'archeologo extraterrestre rinvenisse la Tavola di Forlimpopoli, sarebbe particolarmente fortunato: non soltanto avrebbe testimonianza della lingua locale, ma avrebbe anche una data che potrebbe fungere da terminus post quem per collocare nel tempo la sua estinzione. Potrebbero però capitargli cose ben più strane. In una piadineria a Milano ho visto con i miei occhi un testo in romagnolo, scritto in caratteri bianchi su una lastra nera che sembra fatta di ardesia. Chiamerò questo documento Tavola di Milano (Tabula Mediolanensis). L'argomento è culinario:    

La Pida Rumagnola 

Quant ut vèn la dibuleza e la penza la taca a barbutlè a te dègh me quel te da fè.
Nu pansè ad magnè de pen, la madgena lè la pida se te voja dastè bèn. Du bel quadret ad pida, do feti ad murtadela la je mej che la zambela.
Se po tat met dria a l'aròla, sanzveis, panzeta, e pida rumagnola.
E set ven voja ad fè pasegeda, l'udor dla pida tal sent nenca par la strèda.

Nelle immediate vicinanze ho visto anche due iscrizioni minori, sempre sullo stesso supporto. Questi sono i testi:

Sugnè dla piè l'è nuvitè

A panza pina u s' ragiona mej

Se la Tavola di Milano fosse rinvenuta nel futuro da noi immaginato, darebbe del filo da torcere. Come spiegare la presenza di parlanti romagnoli in una terra tanto lontana? Tuttavia, se lo studioso alieno non riuscisse a mettere le mani su nessun documento di questo tipo - cosa altamente probabile - arriverebbe alla conclusione che la Romagna fosse completamente italianizzata nel XXI secolo. Indagando meglio potrebbe addirittura pensare che la riviera romagnola fosse in via di germanizzazione già sul finire del XX secolo, dato il numero di scritte bilingui in italiano e in tedesco, ma non potrebbe in nessun modo avere mai informazioni sensate sull'idioma gallo-italico parlato in quei distretti molto tempo prima della sua venuta sulla Terra.

Conclusioni e desiderata 

Si può vedere, analizzando gli scenari linguistici da me riportati, quanto sia facile errare se si dispone di informazioni incomplete. Ci si può immettere su sentieri che portano a immaginare un passato molto diverso da quello reale. Si capisce che se già è difficile indagare la realtà servendosi della Logica, tutto diventa ancor più difficile se bisogna al contempo combattere contro coloro che diffondono disinformazione e pseudoscienza. Quando l'esoterismo stravolge la realtà dei fatti anziché spiegarla, diventa una piaga pestilenziale. Eppure il rimedio sarebbe concettualmente semplice, se a governare fosse il buonsenso: basterebbe identificare gli accademici massonici e rimuoverli, dato che contaminano la Conoscenza facendovi percolare menzogne, servendo soltanto i torbidi interessi della loro congrega abominevole.

giovedì 30 marzo 2017

GLI ESITI DEL LATINO VOLGARE IN SICILIA E UNO STRANO NEGAZIONISMO

Esistono negazionisti che non riconoscono l'esistenza e la genealogia della lingua siciliana. Li chiamo negazionisti, senza indugio, e affermo che il loro è negazionismo puro e semplice, perché consiste nella negazione di una realtà incontrovertibile. Secondo i chierici traditori che propugnano queste idee aberranti, nell'isola non sarebbe mai esistito un latino volgare: la conquista araba avrebbe imposto l'uso della lingua araba e cancellato in men che non si dica ogni traccia di lingua romanza: soltanto una forma di greco sarebbe sopravvissuta nei distretti nordorientali. In seguito, cessata la dominazione araba, ad essere parlato dalle classi alte dell'isola sarebbe stato il latino ecclesiastico, tirato fuori dalla naftalina per l'occorrenza. Per questo motivo non pochi negazionisti sostengono l'esistenza di una vera e propria "romanizzazione secondaria" in seguito alla conquista normanna, innestatasi su un contesto arabofono e grecofono come un elemento intrusivo a partire dalla realtà artificiale della lingua dotta del clero. 

Una prima formulazione di questa folle tesi fu fatta negli anni '30 dello scorso secolo dal romanista Gerhard Rohlfs (1892-1986), che tuttavia in seguito la rinnegò, attribuendola alla propria impetuosità giovanile. L'abiura del Rohlfs non esito ad attribuirla a un processo di maturazione come quello che rende il cognac migliore al passar degli anni: egli ha identificato come aberrazioni alcune sue teorie e con grande senso critico ha provveduto a rimuoverle. Eppure nel mondo accademico italico l'élite massonica ha passato sotto silenzio la notizia di questa abiura, formando al contempo fanatici sostenitori della nullità di varietà romanze che sono tuttora parlate da centiniaia di migliaia di persone, che hanno avuto una loro genesi e che non possono essere piovute dall'Iperuranio di Platone. Il folle enunciato di Rohlfs è in altre parole divenuto un dogma. I suoi partigiani riportano come prova l'assenza di documentazione scritta del latino volgare nell'isola fino ad epoca molto tarda, così ne negano l'esistenza tout court. Tutto ciò si fonda sul demente presupposto dell'archeologismo, secondo cui l'assenza di una lingua scritta implica l'assenza della lingua parlata.

Con buona pace dei sostenitori di una discontinuità insanabile nella Romània di Sicilia, la lingua latina volgare è esistita nell'isola senza soluzione di continuità, come provato dagli sviluppi fonetici regolari che sono ben riconoscibili da un'analisi anche sommaria del lessico di base. Non si scorge nessun elemento di frattura. Fornisco un sintetico quadro dei cambiamenti del sistema vocalico occorsi nei secoli. Come di costume quando si considera l'origine delle lingue romanze dal latino volgare, le forme latine di origine, sostantivi e aggettivi (salvo qualche eccezione), sono fornite all'accusativo, perché quella è nella maggior parte dei casi la base delle forme volgari.

La vocale a latina, breve o lunga, resta a.

annu(m) > annu "anno" 
caballu(m)*
> cavaḍḍu "cavallo"   
latro: > latru "ladro"
patre(m) > paṭṛi "padre"
ma:sculu(m) > masculu "maschio"
ma:tre(m)
 > maṭṛi "madre"
  
*Forma volgare, nel sermo nobilis si usava equu(m).

La vocale e breve latina dà e aperta. 

bellu(m)* > beḍḍu "bello" 
fel > feli "fiele"
ferru(m) > ferru "ferro" 
melmeli "miele" 
ventu(m) > ventu "vento" 
 
   *Forma volgare, nel sermo nobilis si usava pulchru(m).

Può dare i in alcuni contesti: 

mentula(m) > minchia "pene" 

La vocale e lunga latina dà i.

fe:mina(m) > fimmina "femmina"
me:nse(m)
 > misi "mese"
re:ne:s
> rini "reni"
te:la(m)
 > tila "tela" 

La vocale i breve latina resta i.

cicere(m) > cìciri(1) "cece" 
illu(m)
 > iḍḍu "lui" 
nive(m)
> nivi "neve"
pice(m)
> pici "pece"
pisce(m)
 > pisci "pesce"
 
(1)Non *cicìrri

La vocale i lunga latina resta i.  

fi:lu(m) > filu "filo"
fi:ne(m)
 > fini "fine"
vi:nu(m)
> vinu "vino" 

La vocale o breve latina dà o aperta.

bonu(m) > bonu "buono"
cor
> cori "cuore"
homo:
 > omu "uomo"
mortua(m)
 > morta "morta"
orbu(m) >
orvu "cieco" 

La vocale o lunga latina dà u.

ante ho:ra(m) > antura "poco fa"
dolo:re(m)
> duluri "dolore"
flo:re(m)
> sciuri "fiore" 
so:le(m) > suli "sole"
vo:ce(m)
 > vuci "voce" 

La vocale u breve latina resta u.  

cruce(m) > cruci "croce"
nuce(m)
> nuci "noce" 
russu(m) > russu "rosso" 
surdu(m)surdu "sordo" 
turri(m) > turri "torre"  

La vocale u lunga latina resta u

fu:mu(m) > fumu "fumo" 
iu:dice(m)
 > jùrici "giudice"
lu:ce(m)
 > luci "luce"
lu:na(m)
 > luna "luna" 
mu:ru(m)
> muru "muro" 

In vari dialetti si producono fenomeni di metafonesi molto peculiari, che comportano la formazione di dittonghi e mutamenti vocalici. Così beddu "bello" può essere pronunciato bièddu, bìeddu, biddu. Per maggiori dettagli rimando a questo interessante documento, opera di Silvio Cruschina dell'Università di Cambridge:


Per quanto riguarda il consonantismo, si hanno diversi mutamenti comuni ad altri dialetti del Meridione. 

Il nesso cl- e il nesso pl- evolvono entrambi in chi-; il nesso fl- evolve in sci-

cla:ve(m) > chiavi "chiave"
cla:vu(m) > chiovu "chiodo"
clu:dere*chiùriri "chiudere"
plangere
> chiànciri "piangere"
platea(m) > chiazza "piazza"
plu:scchiù "più"
fla:tu(m) > sciatu "fiato"
flu:mensciumi "fiume"

   *Volgare per claudere.

La liquida seguita da semiconsonante -i- dà origine a un suono velare. 

fi:liu(m) > figghiu "figlio"
fi:lia(m) > figghia "figlia"
muliere(m)* "donna" > mugghièri, mugghièra "moglie"
  *In lat. classico era mulìere(m), poi passato a mulière(m) per regolare mutamento. 

La liquida seguita da altra consonante si oscura fino a dare origine a un dittongo in -u-.

alteru(m) > auṭṛu "altro"
altu(m) > autu "alto"
calceae > causi "calzoni"
falsu(m) > fausu "falso" 

Per inciso, questo mutamento è una prova lampante dell'origine diretta del siciliano dall'antichità, perché continua il suono che tale consonante aveva nel latino volgare. Il latino ecclesiastico non ha traccia di questa pronuncia. La caratteristica durò così a lungo da intaccare anche i germanismi: es. meusa "milza"

Il nesso -mb- si assimila in -mm-; il nesso -nd- si assimila in -nn-. Questo sviluppo si trova non soltanto nell'Italia Meridionale, ma anche nei dialetti italiani mediani (es. quello di Roma).

camba(m)*camma, gamma "gamba"
palumba(m)
 > palumma "colomba"
plumbu(m)
 > chiummu "piombo"
grande(m)
 > ranni "grande" 
manda:re
mannari "mandare"
mundu(m) > munnu "mondo" 
quando:
> quannu "quando" 

La liquida del latino volgare, quando forte, ha prodotto un suono cacuminale (retroflesso), che si è sviluppato anche nella lingua sarda. Così il siciliano cavaḍḍu è molto simile al sardo quaddu e varianti. Appare evidente che una simile pronuncia è dovuta all'evoluzione di un remoto elemento di sostrato preromano che accomunava la Sicilia alla Sardegna. 

collu(m) > coḍḍu "collo"
gallu(m)
 > aḍḍu "gallo"
galli:na(m) > aḍḍina "gallina"
nullu(m) > nuḍḍu "nessuno" 

Come vediamo, non pochi sviluppi dei dialetti della lingua siciliana sono parte di un continuum più vasto e non sono assolutamente spiegabili in termini di latino ecclesiastico.

Origini della delirante teoria di Rohlfs

A questo punto ci si può porre una domanda. Cosa ha portato Gerhard Rohlfs a vaneggiare? La risposta è semplice: è stata la tendenza alla semplificazione estrema e allo schematismo, che accomuna i romanisti agli archeologi e che ha la sua origine nei metodi di insegnamento tipici del mondo scolastico. Procediamo per passi per comprendere la nascita e la crescita di un'aberrazione che arreca ancora danni.

1) Rohlfs è partito dalla constatazione seguente: non esisterebbe in siciliano traccia alcuna di uno strato arcaico di latinità, come invece avviene in altre parlate del Meridione. Così in Sicilia abbiamo dumàni "domani" anziché crai < lat. cras "domani". Allo stesso modo abbiamo testa "testa" anziché capa < lat. caput "capo, testa".
2) Rohlfs ha dedotto che non essendo attestati i suddetti vocaboli arcaici nell'isola, questi non siano mai esistiti. Questa deduzione bacata è diventata un dogma. Si tratta della fallacia logica detta non sequitur: crai "domani" non esiste nella Sicilia odierna (dato di fatto) => crai "domani" non è mai esistito in Sicilia, neanche in epoca in cui non esistono documenti (assunzione gratuita e infondata) => crai "domani" non può essere esistito in Sicilia per impossibilità ontologica (articolo di fede).
3) Rohlfs ha quindi definito su questa base il siciliano come una "lingua romanza moderna".
4) Dato che una "lingua romanza moderna" nell'estremo Meridione non si spiega, Rohlfs ha creduto di poterla definire una realtà estranea, proprio come la pecora e il coniglio in Australia.
5) Non esistendo una fonte attendibile per questa lingua romanza "nuova", ecco che Rohlfs la riconduce al latino ecclesiastico. La teoria deleteria ha così preso forma.

Non è difficile confutare la ricostruzione storica e linguistica usata da Rohlfs e dai suoi seguaci, tuttora molto attivi. 

1) Il dominio dei Bizantini inizia nel VI secolo. In Sicilia il greco diventa la lingua corrente, mentre il latino volgare è scomparso oppure ha lasciato qualche residuo locale.
    I nostri avversari assumono che le date abbiano un potere magico: quello di operare la trasformazione demica di un territorio all'istante, proprio come è inculcato agli studenti nelle scuole. L'esperienza mostra che le lingue neolatine hanno una grande vitalità e che la loro estirpazione è tutt'altro che facile.  

2) Nell'anno 827 inizia la conquista della Sicilia per mano degli Arabi. Questo processo porta alla nascita dell'Emirato di Sicilia. 
   I nostri avversari assumono che al comparire dei primi turbanti in Trinacria, la lingua araba si sia subito diffusa come un'epidemia di peste, portando alla quasi totale arabizzazione dei Siciliani, come per magia. 
3) In Sicilia, a causa della separazione dalla Romània, scompare ogni traccia di esiti del latino volgare eventualmente superstite. Si estingue del tutto ogni eredità dell'Impero, mentre il greco bizantino permane.
    I nostri avversari non sono in grado di provare questa fantomatica estinzione dell'eredità del latino volgare di Sicilia. Non possono fornire la data in cui sarebbe morto il suo ultimo parlante, né posseggono una macchina del tempo per appurare quale fosse la situazione linguistica dell'isola, ad esempio nel X secolo. Certo, al pari dei settari archeologi, si illudono di possedere queste conoscenze, date loro dalla mitica sfera di cristallo. 
4) Nel 1061 giungono in Sicilia i Normanni. All'inizio sono mercenari in un contesto di staterelli musulmani indipendenti e in declino, ma presto si impongono e alla fine si impadroniscono dell'isola fondando un regno. Il Regno di Ruggero II d'Altavilla include oltre alla Sicilia e all'Italia Meridionale anche l'area costiera della Tunisia e della Tripolitania.
    I nostri avversari credono che la Sicilia abbia cambiato più lingue degli abiti cambiati da una donzella appariscente e volubile! 
5) I Normanni fanno giungere in Sicilia un gran numero di coloni, soprattutto dalla Marca Aleramica (attuale Monferrato).
    In pratica i nostri avversari postulano una spaventosa frattura genetica in Sicilia, la cui popolazione sarebbe stata più volte rimossa per intero e rimpiazzata da nuovi venuti. L'analisi del genoma degli isolani rileva la stratificazione di diversi contributi e non giustifica la tesi della sostituzione demica. Per approfondimenti rimando al sito Genealogiagenetica.it.    
6) Nel 1198, morta Costanza d'Altavilla, figlia di Ruggero II, il dominio della Sicilia passa agli Svevi. 
   Ecco pronta una nuova epoca di sostituzioni linguistiche!

Ogni passaggio fa acqua da tutte le parti. Appare evidente che i fatti storici registrati sono soltanto la superficie: non bastano per comprendere a fondo la realtà linguistica in divenire. Secondo queste narrazioni confuse e confabulanti, non appena i Normanni stabilirono il Regno di Sicilia, avrebbero provocato un vero e proprio esodo di Arabi, al punto che le terre sarebbero rimaste quasi del tutto deserte. Per avere qualcuno su cui regnare e per introdurre quella che alcuni studiosi chiamano "agricoltura cristiana" (facendo quasi intendere che i musulmani mangiassero sabbia e sassi anziché cereali), gli Altavilla avebbero richiamato in Sicilia una massa immensa di persone dalla Lombardia (così era chiamata allora l'intero Settentrione). Questo popolamento ha dato origine a dialetti peculiari che vanno sotto il nome di gallo-italico di Sicilia. Sono totalmente diversi dai dialetti siciliani nativi di cui ci stiamo occupando e sono chiaramente riconoscibili.
    Confutazione: Se l'isola fosse rimasta deserta come affermano i nostri avversari, la lingua dei coloni della Marca Aleramica sarebbe prevalsa e noi avremmo al giorno d'oggi soltanto parlanti di varietà gallo-italiche. Così non è. 

I negazionisti che affermano l'inconsistenza del siciliano e la sua origine dal Nulla ignorano tutte le criticità insite nei loro vaniloqui. Questo però non basta. Negli ultimi anni sono andati anche oltre. Procedono nel loro assurdo atteggiamento negando addirittura l'esistenza dei Normanni!

martedì 28 marzo 2017

ETIMOLOGIA DI DARTH VADER E ORIGINE DELLA FORMA DART FENER


Fin dall'inizio George Lucas concepì Darth Vader come il Padre Oscuro di Luke Skywalker. Partì ovviamente dall'inglese, Dark Father, ma non poteva usare questa forma come nominativo del tenebroso personaggio. Siccome l'arcano sarebbe stato subito compreso dal pubblico, recando grave nocumento alla fantasia e ai profitti, ecco che Lucas alterò l'aggettivo dark creando Darth per dare un'impressione esotica e misteriosa, quindi prese la parola olandese per indicare il padre, ossia vader. Fu così che ottenne Darth Vader. In olandese la parola vader è pronunciata /'va:der/. Siccome nei paesi anglosassoni le pronunce ortografiche sono una piaga assai diffusa, Lucas decise con grande ingegno di approfittarne: al nome Vader fu data la pronuncia /'veɪdə(ɹ)/, che farebbe rabbrividire un olandese. Così Darth Vader fu pronunciato /'da:θ 'veɪdə/ dai parlanti dei dialetti non rotici e /'da:ɹθ 'veɪdəɹ/ dai parlanti dei dialetti rotici. Infatti l'alterazione della vocale tonica olandese, riprodotta come un dittongo, ha avuto successo nell'oscurare l'etimologia del nome!

In seguito, come il mondo di Star Wars veniva ad accrescersi in modo prodigioso, i dettagli filologici si andavano via via facendo più profondi e verosimili. Fu presto chiaro che Darth doveva essere un titolo dato ai temibili Jedi Oscuri, i Sith. Fu quindi razionalizzato come forma contratta di Dark Sith. Lucas, o qualcuno per lui, si accorse che aveva spianata la strada per definire scenari di estremo interesse. Infatti l'epiteto Vader veniva a somigliare a una forma abbreviata di Invader "Invasore". Darth Vader non è altro che Dark Sith Invader. Lo stesso mutamento fonetico si riscontra anche in Sidious, che è forma abbreviata di Insidious "Insidioso": Darth Sidious non è altro che Dark Sith Insidious. Ormai è charo che la lingua franca della Galassia, il Basic, è una forma di inglese che Lucas ha proiettato in un lontanissimo futuro ignorando le derive fonetiche già in atto. L'antroponimia dei Sith anche in altri casi trae origine dal lessico dotto latino e greco: Darth Tyranus ha un nome la cui etimologia ci è così ben nota che non possiamo nutrire su di essa il minimo dubbio. Darth Plagueis prende il suo nome dall'inglese plague "peste". Darth Nihilus prende il suo nome dal latino nihil "nulla", a simboleggiare la sua natura diabolica. Darth Traya prende il nome dall'inglese betrayer "traditore". Darth Thanaton è chiaramente dal greco thanatos "morte"

L'epiteto Darth è descritto dagli appassionati di fantalinguistica di Star Wars come un portmanteau, ossia come una parola macedonia. In realtà è frutto di un semplice processo di usura fonetica, simile a quello che ha dato origine alle forme verbali contratte in inglese. Seguendo queste premesse, Darth sarebbe soltanto in parte di origine aliena. I Sith hanno tratto il loro nome da quello di una specie aliena umanoide dalla pelle rossa, estinta da lungo tempo. Questo endoetnico ha il significato di "supremo", "divino", "perfetto". L'altisonante titolo di Signore Oscuro dei Sith attribuito a Darth Vader compare per la prima volta nel libro Guerre Stellari, scritto dallo stesso George Lucas in seguito all'immenso successo del primo film della Saga (Episodio IV - Una nuova speranza). La lingua dei Sith è stata creata proprio per gettare qualche raggio di luce in questo abisso di mistero. Per maggiori informazioni rimando alla voce Sith (language) sul sito Wookieepedia


Recentemente qualcuno ha pensato di fornire a Darth un'etimologia interamente aliena, respingendo l'idea della contrazione di Dark Sith e costruendo come origine la lingua dei Rakata, in cui esisterebbero tuttavia due diverse possibilità di spiegazione: 

1) Darth < DARITHA "Imperatore";
2) Darth < DARR "vittoria" + TAH "morte"


Così facendo il problema diventa sopradeterminato e decidere diventa molto difficile a causa dell'insostenibile rumore di fondo che si viene a creare: qui nimis probat nihil probat.

A questo punto è necessario capire come nella nostra Penisola dalla forma Darth Vader si sia arrivati a Dart Fener. Mi sono accorto che ci sono migliaia di siti e di forum che trattano lo spinoso argomento, ma nessuno sembra essersi avvicinato alla verità - che è molto più banale e prosaica di quanto si possa pensare. Semplicemente la colpa è... di un doppiatore raffreddato! Procediamo con ordine. 

1) La pronuncia ortografica di Vader come /'vader/ è stata subito esclusa per evitare un'imbarazzante e ridicola confusione con l'atroce vocabolo water /'vater/ "cesso": non restava altra via che cercare di riprodurre la pronuncia originale del nome del Sith. Per inciso, se dipendesse da me, depennerei senza indugio water dal vocabolario italiano, dato che assomma due caratteristiche peggiori di un cancro: la pronuncia ortografica e il fraintendimento. 
2) In Italia il dittongo /eɪ/ dell'inglese, ben evidente nella versione in lingua originale del film, è riprodotto in modo sistematico come una vocale /e/ chiusa. Così ad esempio Lady suona /'leɪdɪ/ nei dialetti senza rotacismo e in Italia è pronunciato /'ledi/. Il suffisso -ation è /-'eɪʃṇ/ in inglese e in Italia è pronunciato /-'eʃon/. Così si sarebbe dovuto adattare Vader in /'veder/. Siccome alcuni italiani non distinguono /e/ chiusa da /ɛ/ aperta, specie in parole straniere, si è prodotta una pronuncia /'vɛder/.
3) Un doppiatore con un gran raffreddore pronunciava male le parole. Cercava di realizzare Darth Vader come /'dart 'vɛder/, ma non ci riusciva bene. La fricativa /v-/ ha perso la sua sonorità per contatto con l'occlusiva sorda /-t/ finale nella pronuncia bofonchiata dell'individuo in questione. L'occlusiva sonora /-d-/ ha acquisito una pronuncia nasalizzata, così chi ha trascritto il dialogo al momento, ignorando la forma scritta, ha riprodotto /'dart 'fɛner/. L'errore si è quindi propagato. Questo Dart Fener, con la variante Lord Fener, è piaciuto di più di Darth Vader, avendo un suono più sinistro e adatto a descrivere l'orrore del personaggio. Essendo un cultore dei miti nordici, vedo in Fener un'assonanza col nome del lupo Fenrir, e può darsi che altri abbiano avuto la mia stessa impressione. 

sabato 25 marzo 2017

ETIMOLOGIA DI GRAND MOFF


Nel corso degli anni mi sono interrogato molte volte sul perché l'odioso Governatore Tarkin sia noto come Grand Moff. Sono convinto che moltissime persone nel Web e prima del Web si siano poste la stessa domanda. Senz'altro sull'aggettivo Grand non può sussistere il benché minimo dubbio (l'inglese grand è dal francese grand ed è un esito del latino grandis, proprio come l'italiano grande), mentre l'epiteto Moff si è dimostrato a lungo un enigma, tanto da far pensare che il suo ideatore lo abbia inteso come un termine di adstrato o di superstrato di origine extraterrestre. Per purissimo caso sono giunto a trovare una soluzione decisamente ragionevole.

Tutto è cominciato quando mi sono visto comparire nella home di Facebook un post di una carissima amica dei tempi di Splinder, da sempre convinta dell'esistenza di un nesso ontologico tra Nazionalsocialismo e Islam. Credo che sia per questo che ha pubblicato una foto, chiaramente in bianco e nero, che mostrava il Gran Muftì di Gerusalemme Amin al-Husseini nell'atto di passare in rassegna un gruppo di Waffen-SS bosniache di religione islamica. Accade spesso che immagini di questo tipo siano addirittura presentate come la prova delle origini islamiche delle dottrine di Adolf Hitler, cosa che definire opinabile sarebbe di certo eufemistico. Per inciso, l'uso di truppe musulmane bosniache e albanesi nelle SS si rivelò catastrofico, al punto che ci fu lo scioglimento delle tre divisioni Handschar, Kama e Skaderberg. Ogni volta che mi imbatto nella tesi del fantomatico "Reich islamico" abbandono il post e passo ad altro. L'esperienza mi mostra che l'equazione propagandistica Nazismo = Islam è qualcosa di simile a un dogma religioso. Esula dallo scopo di questo articolo mostrare che le dottrine del Mein Kampf e il concetto di Jihad hanno diversa origine e natura, così ne parlerò in un'altra occasione. 


Nonostante quanto da me riassunto, quando ho visto la foto di Amin al-Husseini e delle SS bosniache qualcosa mi ha trattenuto. Un commentatore se ne era uscito con una battuta brillante, chiamando il Gran Muftì di Gerusalemme con il divertente nomignolo Ammuffit, ovviamente calcato sull'italiano ammuffito. Il riferimento doveva essere alle muffe, ossia alle micosi, alla pelle morta e allo smegma. Di colpo ho capito tutto. Sono stato còlto da un improvviso lampo di intuizione. Ecco l'etimologia cercata a lungo e invano! Grand Moff è una semplice derivazione di Grand Mufti. La pronuncia piana inglese /'mʌftɪ/ ha quindi ispirato l'epiteto, pronunciato /mɔf/ nei dialetti britannici e /mɒ:f/, /ma:f/ nei dialetti americani. Non pare inverosimile che tale mutamento si potrebbe produrre nel corso dei secoli - anche se a giudicare dalle tendenze evolutive delle parlate neoinglesi potrebbe accadere di peggio, visto che l'aggettivo grand mostra già la tendenza ad essere pronunciato /gwɛ:n(dʒ)/, /gwɛən(dʒ)/. L'ineffabile Bruce Sterling nel suo idioma neotexano trasformerebbe il povero Grand Moff Tarkin in GWEA MAA TSAGHE, mentre Grand Mufti of Jerusalem diventerebbe addirittura GWEA MAFFE OJIWÚSALA

L'origine ultima del titolo Muftì è il vocabolo arabo muftī "giudice", "esecutore legale", che viene dal verbo fata "egli dà una decisione (legale)", a sua volta da afta "dare". Si noti il tipico prefisso agentivo mu-. Sapendo queste cose è facile capire che la radice è la stessa di fatwa "decisione legale", "sentenza". Questa etimologia araba di Moff è tanto più convincente se si pensa che in origine si scriveva Mouff, verosimilmente pronunciato /mu:f/. Senza senso sono le etimologie popolari escogitate da fan privi di conoscenze filologiche. Alcuni hanno pensato a un acronimo imperfetto di Main Officer Manager, ma questi sono sprovveduti che reputano acronimi anche le parole shit e fuck, costruendosi ridicole narrazioni. Altri hanno proposto una forma olandese mof "tedesco" (dispregiativo, pl. Moffen). Altri ancora propendono per il tedesco Muff, tradotto con "persona orribile". Sia l'olandese mof che il tedesco Muff, che sono senza dubbio termini colloquiali, risalgono al tedesco Muff "muffa" (sinonimo di Schimmel) ... e si ritorna al Grande Ammuffit! A parer mio Grand Mufti resta un'opzione migliore di forme come mof e Muff, dato che ha vasta diffusione e che richiede uno slittamento semantico meno drammatico.

A questo punto resta soltanto da comprendere perché nell'Impero di Star Wars per designare un militare di rango elevato sia stata scelta una denominazione derivata dal nome di un'autorità religiosa islamica sunnita. La soluzione non è difficile. Non è impossibile che le idee che connettono il Nazionalsocialismo all'Islam godessero di un certo seguito negli States già negli anni '70 dello scorso secolo, ben prima che George W. Bush se ne uscisse a parlare di "fascisti islamici". Non appare quindi assurdo che, dovendo battezzare un terribile cattivone, lo stesso Lucas abbia provveduto ad alterare il titolo dell'uomo che era creduto addirittura il burattinaio di Hitler e di Himmler. I teorici dell'equazione Nazismo = Islam cadono infatti in un interessante paradosso logico che contraddice le loro stesse premesse. Se da una parte definiscono Hitler metro e misura del Male, una singolarità nella Storia, dall'altra lo ritengono ispirato dal Grande Ammuffit, quindi non indipendente nella sua malvagità. Per classificare in modo sensato i soggetti genocidari sarebbe richiesta la conoscenza dettagliata dell'intera estensione del passato e del futuro del genere umano, cosa che è impossibile. Si converrà tuttavia che non è mai vissuto su questo mondo un genocida paragonabile al distruttore di Alderaan, o nessuno di noi sarebbe qui a parlarne.